19 settembre 1915
X. 38
[... 1 Io ve ne aggiungo uno [proposito] da fare in comune, da tutti, ed è lo spirito di povertà. Scrivetelo cogli altri. Vien a proposito. Colla guerra il vivere ed ogni bisogno è più costoso...
(Vedi: Povertà - Febbraio 1913). Il Signore sosterrà il nostro istituto e le nostre missioni se avremo questo spirito di povertà, e non morremo d'inedia. Venendo alla pratica esso vuole due cose, una negativa, l'altra positiva. La prima consiste nel togliere da noi ogni cosa vana e superflua, contentandoci del puro necessario, nel vitto, nel vestito ed in tutto. Di più sopportando con pazienza ed anche con allegrezza la mancanza di qualche cosa necessaria. - La parte positiva per noi consiste nell'avere gran cura della roba della comunità, più che se fosse propria; di più lavorare anche materialmente, come faceva S. Paolo. Ecco, miei cari come dobbiamo da oggi regolarci perché il buon Dio ci aiuti ora ed in avvenire, e faccia fiorire l'istituto.
VIII. 25-27
2 Febbraio 1913 - Sul voto di povertà.
Le nostre Costituzioni dicono: Del voto e della virtù della povertà. Il voto e la virtù sono due cose distinte, o meglio il voto aggiunge un pregio di più alla virtù. Cosi se colla osservanza della povertà semplice si acquista il merito della virtù della povertà, coll'osservanza della medesima come voto si ha doppio merito: della virtù e della religione. Parimenti trasgredendo colla sola prima si peccherebbe come i cristiani contro la sola povertà e si commetterebbe un solo peccato, mancando al voto vi sarebbero due peccati. Peccherebbe contro la giustizia nel voto solenne; non nel semplice (Vaulet p. 5).
Ecco l'importanza di esaminare ciò che appartiene al voto religioso e ciò che spetta alla sola virtù della povertà.
Nelle Congregazioni si dà troppo poca importanza nella pratica alla povertà religiosa; vi si passa sopra l'osservanza con troppa leggerezza, e non si ha idea chiara di quanto tocca il voto di povertà.
In che consiste il voto di povertà? Premetto colto Sporer (vol. 2 p. 569): Paupertas religiosa non consistit in eo quod reddat hominern incapacem dominii radicalis, sed quod privet potestas retinendi et utendi. In hoc consistit votum simplex paupertatis. Votum solenne privat insuper, - più probabilmente - ex jure ecclesiastico non naturali, o divino, dominio radicali et in actu primo rerum. Hinc magna differentia inter votum solemne et v. simplex. Quindi gli atti di proprietà nel voto solenne sono invalidi, nel semplice validi, ma illeciti.
Nota. Se il voto solenne escludesse ogni proprietà non solo degli individui, ma anche dell'ordine, si ha l'Ordine dei Mendicanti.
Mons. Marozio aggiunge: rinunzia per amor di G.C. che è il motivo specifico del voto, cioè ispirato dalla Religione. Non così Crate, Diogene... ecc. (Pred. p. 389).
Il voto semplice quindi « consiste essenzialmente nella rinunzia al diritto di usare e disporre a proprio arbitrio delle cose temporali senza la licenza del Superiore » (V. Talento 11, 198). Sia della Comunità, come dei portati dagli individui. Spieghiamo questa definizione:
l° - Consiste essenzialmente... e l'abbíam già detto collo Sporer.
2° - Delle cose temporali, non delle spirituali, perché i religiosi ritengono l'uso ed anche il dominio delle cose puramente spirituali, come pregare per gli amici, predicare e celebrare gratis nei limiti delle proprie Costituzioni, dare reliquie, immagini, medaglie e simili di niun valore, (non, se ne hanno), non i ricami o tessuti ecc. lavori vendibili (Marozio);'come pure della propria fama ed onore secondo S. Tommaso. Quanto ai proprii manoscritti si disputa, che S. Alfonso dice piuttosto spirituali, come parto della mente. Quanto al peculio v. Talento p. 199.
3° - Abbiamo detto temporali, quindi il religioso nullam rem tem- poralem pretio aestimabilem: 1) può ricevere, dare, imprestare, cambiare, consumare, distruggere absque Superioris licentia. - 2) Item dei beni della Comunità. - 3) Neppure domandare per fare a proprio arbitrio opere di carità; in questo caso Rosaz dice che non peccherebbe contro la povertà, ma solo l'obbedienza. - 4) Non usare diversamente dal concesso sebbene uso onesto; tanto meno se uso vano o cattivo. - 5) Non occultare le cose avute in uso, es. libri, vesti ecc., perché il Superiore non le tolga e dia ad altri. - 6) Trattare la roba concessa juxta mentem. superioris et modo religìosae paupertatis congruo. - 7) Gli officiali non possono res suae administrafioni commissas ad aìbitrium dispensare, ma solo ad mentem. (ut supra).
4° - Ho detto: senza licenza del Sup. Questa è necessaria, non tuttavia sempre espressa, ma è sufficiente la tacita, e probabilmente la presunta, come dice S. Tommaso, cioè tale che dalle circostanze, o segni si presume esservi, o che sarebbe data se domandata. (Nota: per noi (v. Cost.) in cui non è detto bene; ma già avvertiti sulla licenza richiesta anche pei beni proprii).
Avvertino i Superiori di andare adagio a dare le licenze e non generali (Vaulet p. 67). Fatto Suor Teresa Testa (La perf. p. 157). Da ciò la decadenza. Es. Non i Certosini (Vaulet p. 27). E se il superiore negasse ingiustamente la licenza? Non è scusato il religioso, eccetto il caso di vera necessità urgente, tale che scusi dall'adempímento del voto.
Il confessore può dare questa licenza? No, e la di lui dispensa non sarebbe valida perché non a lui, ma al Superiore i religiosi si sono obbligati a dipendere nelle cose temporali; e solo presso il medesimo è la facoltà di dispensare (Scaram. p. 208).
Quanto alla quantità richiesta a far peccato mortale trasgredendo il voto di povertà, i Teologi non sono d'accordo. Comunemente dicono essere necessaria maggior quantità, che negli altri furti. Del resto la cosa è da giudicarsi dalla maggiore o minore ingiuria, che si fa al Monastero, e dalle altre circostanze, a giudizio di uomo prudente (Talento p. 200).
Esempio dei Padri dell'Eremo e di S. Gregorío M. (V. Rodr. pp. 225 e 245).
VIII. 27-29
I religiosi non devono solamente evitare quanto è contrario al voto di povertà, ma avendo grave obbligo di tendere alla perfezione religiosa bisogna che s'impegnino inoltre ad osservare la povertà in tutta la sua perfezione.
Nota. Mons. Marozio così distingue il voto.dalla virtù: il voto riguarda direttamente la proprietà esterna, la virtù mira direttamente all'affetto della proprietà; il voto spoglia dei beni esteriori; la virtù rescinde ogni disordine dal cuore; il voto ha ragione di mezzo, la virtù di fine (Pred.).
Se si trattasse dei secolari procureremo che non pecchino nell'uso delle loro ricchezze e più che ne stacchino il cuore: Si divitiae affluunt, nolite cor apponere. Beati pauperes... Ai religiosi S. Bernardo dice: non paupertas virtus reputatur, sed paupertatis amor. E S. Teresa: i religiosi che tali non sono di spirito, ingannano il mondo e se stessi. Ora per ottenere questa perfezione della povertà sono necessarie tre cose: l. Resecare tutto ciò che è vano e superfluo; - 2. Soffrire con pazienza e più con allegrezza la mancanza del necessario; - 3. Mantenere un pieno distacco dalle cose necessarie o convenienti che sono concesse ad uso; tenendole (S. Ignazio) come non proprie (Scaram. p. 206).
Spieghiamo queste tre cose:
1. Tagliare... Ciò è chiaro: nulla che sappia di vanità deve trovarsi nel religioso, che contrasterebbe apertamente al suo stato, quindi si proibiscono l'oro ed ogni ricercatezza nelle vesti, nella cella ed in tutto. S. Franc. di Sales alle Visitandine proibì anche l'argento, eccetto per pulizia nelle posate di tavola.
Parimenti si ha da resecare ogni cosa superflua. S. Paolo: baben- tes alímenta (a sufficienza di qualunque sorta) et quibus tegatur (appena coperto questo misero corpo): hís contenti simus. Per convenienza del vivere sociale non potremo andar vestiti di un abito di foglie di palma e non mai cambiarlo come S. Paolo primo eremita; ma ci basterà una veste pulita e semplice anche rattoppata, e vecchia. S. Franceseo Caracciolo (La perf. C. p. 159) - S. Teresa esaminava spesso la cella (Scaram. p. 207). Così fanno i religiosi ferventi nelle comunità, ed, essi sono come la regola di ciò che è superfluo nella propria Comunità (Id. p. c.).
Le nostre Costituzioni prescrivono: Num. 23.
La S. Congr. di Prop. 8 sett. 1869 dice: curent expensas pro victu atque itineribus minimas fieri. - (V. Epist. Levaneras p. 32). Ivi il Beato Gabríele Dufresse prescriveva nel Sinodo ai suoi Sacerdoti: « parca et frugali mensa contenti sint; alimentum. sit símplex, quod ad vivendum, non ad lautitias, deliciasque aptum. sit... Mensa sit brevis et naturae sufficiens ... ; non modo supervacanearum rerum usibus abstinentes, sed etiam quae ad victum, aut vestitum minus sunt necessaria defraudantes » l. c.
Auctor Epist. addít: missionariis ad ultramarinam alimoniam. nonnisi adstante vera necessitate recurrant..., experientia constat pauca vel nulla necessaria fieri (l.c. p. 29). Esaminiamoci.
2. Soffrire ecc. è la paupertas necessariorum. Esempio di N.S. G.C. da Betlemme alla Croce. I poveri nel mondo mancano talora del necessario, a tempo; e noi invece al suono della campana... S. Bernardo: sunt qui pauperes esse volunt eo pacto, ut nil eis desit. Si non es satis, memento paupertatis.
3. Mantenere: Qui sta il sugo della povertà di spirito. Ogni attacco anche piccolo ritarda la perfezione; es. l'uccello legato con filo, della statua di S. Ignazio, del Card. Baronio nel comando di bruciare i libri, e la regola della Visitazíone del mutar cella con tutto (V. Rodríguez, ecc.).
Conchiudiamo con S. Bernardo: miserabiliores sumus, si pro tam exiguis tanta patimur detrimenta.
Nota. Vantaggi temporali e spirituali di questa virtù (Marozio p. 392).
Nota. Mons. Marozio riduce a tre i gradi della perfezione della virtù: 1) abbandono col cuore di tutto ciò che si abbandonò col corpo; 2) rinunzia delle cose superflue; 3) abnegazione delle cose necessarie (V. Spieg. pred. p. 390).
Finora abbiamo parlato della povertà, direi negativa che consiste nella privazione delle cose temporali, ma lo Stato di povertà importa anche altra parte positiva, cioè il lavorare come devono fare i poveri. Siamo tutti tenuti a faticare come uomini: l'uomo è nato per la fatica, specialmente dopo il peccato di Adamo; in sudore vultus tui vesceris pane.
Tanto più come cristiani, ed ancor più come religiosi per la maggior perfezione dei comandi di Dio.
Il lavoro è virtù contro la pigrizia; perciò lavorarono i padri dell'eremo e gli Ordini Benedettini e Trappisti. EP anche necessità da Dio impostaci per avere di che vivere. Ce ne diede l'esempio Gesù, che lavorò materialmente nella bottega di Nazaret sino a trent'anni: Pauper sum ego in laboribus a juventute mea. Lavorò S. Paolo per pro- curare il vitto a se stesso ed ai compagni. Così'tanti Santi, come S. Chiara ed il Card. Baronio: coquus perpetuus.
In tutte le Religioni si lavora, e quando una parte deve tutta dedicarsi agli studi ed alla predicazione, vi suppliscono i fratelli coadiutori; tuttavia anche ai lavori compossibili, come nei servizi di tavola, pure i sacerdoti attendono.
Noi come missionari dobbiamo tutti lavorare materialmente e quindi ai lavori prepararci fin da Casa Madre con imparare bene i principali mestieri. Le Costituzioni nn. 26 e 27. Questo è raccomandato da S. Propaganda.
Spetta anche alla povertà il tenere in gran conto la roba della Comunità, e servirsene con parsimonia e rispetto. Invece succede talora che si ha cura speciale delle cose proprie e di quelle della Comunità non. Questo è ingiusto, poicbé se non possiamo sperperare il nostro, per più ragione non dobbiamo dilapidare la roba della Comunità! Vi vuole amore di corpo e di famiglia, tutti impegnati pel bene dell'Istítuto.
QUATTRO SORELLE
Si sente di nuovo un po' il caldo. In Africa mai estate. mai inverno, sempre primavera come in Paradiso... Tutto aiuta a farci santi, sia il caldo, sia il freddo; tutto dà gloria a Dio!
Ebbene vedete, ho qui i proponimenti degli Esercizi (fatti dai missíonari). Quest'anno ne metto, come sempre uno comune, e anticipiamo un, po’ La virtù dell'anno era l'umiltà, ora prendiamo lo spirito di povertà. Adesso con questa guerra abbiamo tanta miseria... Mi stupisco che mangiate ancora il pane bianco! Che siete le galline bianche? Non so se la Madonna lo cambia per strada... Noi, ed anche il Cardinale ha il pane nero ed anche gnech [mal cotto]. Prendetelo com'è; se la Madonna ve lo getta giù così... ma disposte a prendere anche quello nero. Le spese sono enormi; qualcuno dice persino: E’, segno che hanno dei denari se fanno fabbricare in questo tempo... - E noi figuriamo d'essere ricchi, mentre siamo poveracci!
Se v'è una cosa che conviene, è l'amore alla povertà; adesso non parlo del voto, ma della virtù, direi di più: lo spirito che devono avere tutti i buoni cristiani, tanto più i religiosi.
Lo spirito di povertà consiste: I. Nel tagliare tutto ciò che in noi è vano e superfluo, contentandoci del puro necessario nei cibi, nel vestito, dappertutto... II. Sopportare con pazienza ed anche con allegrezza la mancanza di qualche cosa necessaria. Questa è la parte negativa, ma dobbiamo anche fabbricare e l° tener gran conto della roba della Comunità come se fosse nostra; 2° lavorare come poveri per la Comunità.
Questo è lo spirito che si deve avere. Le cose vane tagliarle, per esempio, certi gingilli che avevate a casa, oggetti d'oro, e qui anche l'uso dell'orologio che può essere necessario in Africa.
S. Giuseppe da Copertino era così santo e l'anima aveva preso tanto predominio sul corpo, che quando andava in estasi, si sollevava fin sopra il muro della cella. In Paradiso sarà poi così... In punto di morte il superiore gli domandò, com'era in uso nel monastero, se aveva qualche cosa e (come dice il Breviario) rispose che non aveva niente: non due tonache, non gingilli, non storie. Così devono essere le vere religiose: niente di superfluo. Contentarci del puro necessario e andare secondo l'ubbidienza.
Basta a noi pane per vivere, dunque contentiamoci di pane. I poveri a pranzo hanno sempre tutto? No, certe volte non hanno da sfamarsi! Bisogna qualche volta mancare un po' del necessario.
E nostro Signore aveva sempre tutto quando era in questo mondo? E in Egitto ha sempre avuto il necessario?...
Così anche delle vestimenta; S. Paolo eremita si era fatto un abito con foglie di palma, e lo portò tutta la vita. Basterebbe una pelle per coprire questo corpaccio! Ma siamo nel mondo e ci faremmo correre dietro i ragazzi... Ma che ci siano dei bei tacun [delle belle toppe] quello lì fa piacere. Ci sono certe suore che amano d'essere attillate ... ; essere trasandate no, aver rispetto al Sant'Abito, ma non essere poi tanto suscettibili per una cosa o per l'altra. Mancare dunque qualche volta del necessario. Andare per esempio a tavola e non trovare niente. Come si fa?... si prega, come fecero le suore del Ven. Cottolengo che si misero a tavola e non avevano niente: si misero a pregare ed ecco suonare il campanello ed arrivare gente che portava della farina con la quale si fecero i tagliatelli.
S. Giovanna di Chantal godeva quando mancava di qualche cosa, eppure era ricca nel mondo... Gesù anche fu sempre povero; morì con uno straccio sulla croce; e in Nazareth?...
S. Paolo Apostolo, pur dovendo predicare, lavorava per sopperire ai bisogni suoi e degli altri, e per guadagnarsi da mangiare faceva la tela. Tutti devono lavorare, anche i signori. In una comunità c'è chi studia e chi lavora; ma tutti devono almeno lavorare a lavare i piatti e servire a tavola.
Direi che per la missionaria la parte principale è il lavoro materiale. « Le Missioni bisogna che s'industríno a far da sé », diceva S.S. Pio X. In Africa lavorerete; si va là per lo scopo di salvar anime, ma vi è anche lo scopo di mantenerci in vita e di provvederci da mangiare... Il Signore ci ha creati così!... Io non ho nessun dubbio che la Madonna ci manderà quello di cui abbisogniamo, ma vuole che abbiamo la delicatezza d'esser contente di mancar del necessario. S. Bernardo dice: « Ci son di quelli che vogliono essere poveri, ma colla condizione che non manchi loro niente ». Povero vuol dire non avere. Sulla porta dell'Istituto delle Rosine vi è scritto: Mangerai col lavoro delle tue mani. - Chi entra là dentro sa che cosa deve fare: lavorare.
Tener poi gran conto della roba della comunità. C'è certa gente che la roba propria guai a toccargliela, ma di quella della comunità non se ne curano. Certe volte si dice: a l'è mach roba d' comunità [è soltanto roba della comunità]. No, non è così; ciascuno può dire: è roba mia. Non dico che ognuna vada a cacciare il naso in tutto, no, ma se si vede una cosa che si guasta, perché non dirlo subito? Vorrei vedere foste a casa vostra!
Aver poi il cuore staccato da quello che ci è lasciato per uso proprio. Ricordate come fanno alla Visitazione che il primo Giorno dell'anno estraggono a sorte le celle e ognuna lascia la propria e entra nell'altra senza aver toccato niente di quel che vi era. è bello questo, ma mi pare che sia gustoso metterlo in pratica. S. Teresa ogni tanto passava in rassegna la sua cella, e se vi era qualcosa di superfluo, lo toglieva e lo metteva in comune. Lo spirito di povertà deve comprendere tutto, dalla testa ai piedi. Al tempo della Chantal le suore si disputavano il posto più brutto, contentissime di dormire anche sotto le scale. Guardate un po': un povero sta attento a governarsi scarpe, vestito, tutto, per evitare spese maggiori. Così si deve fare noi. Così, se non avessimo avuto la stoffa per fare gli abiti alle nuove vestende, avremmo benedetto pochi stracci della comunità e saremmo stati contenti lo stesso, neb! E’ questo il punto su cui si batte di più nelle Comunità ed è il più trascurato.
Adesso tra voi non arriva, ma aspettate che veniate un po' vecchie e vengono i capricci, specialmente nel vitto. Ho visto una volta in una comunità che facevano sette o otto minestre. Una non prendeva che pan pesto, un'altra sempre semola, perché non digeriva... nella sua testa; una terza non poteva prendere che i minestroni... Ne ho fatto far due: una per le ammalate un po' più fina e l'altra per le sane... e basta, perché se si fanno singolarità per il bisogno d'una settimana, si continua poi per tutta la vita. Spero che voi altre non farete mai così. Se una è ammalata deve dirlo, e le si darà quello che ha bisogno, ma altrimenti... facciamo vita comune, dunque, anche la mensa sia comune.
Un anno venne alla Consolata un convittore che mi disse che ogni giorno a pranzo e a cena aveva bisogno d'un piatto d'insalata d'indivia. A sentir lui non poteva farne a meno, e ne prendeva certe porzioni!... In principio acconsentii, ma due mesi dopo, quando ho visto che oltre l'insalata d'indivia prendeva tutto il resto, non gliene lasciai più prendere; e si fermò due anni e stette sempre benissimo, anche senza indivia.
La massima parte di religiosi e religiose passano in Purgatorio per mancanza di povertà. Non voglio parlare dell'inferno, poiché non parliamo neppure del voto. Vi era una suora che, come diceva lei, poteva solo digerire la carne bianca, meglio se di pollastro, ma pazienza, purché fosse bianca!... Il fumo del Purgatorio sì che la farà poi venire nera... Vedete che fisime veniamo a formarci... Quelli che sono attaccati al mangiare è perché non hanno altre consolazioni. Oh, l'Eucaristia, quello deve essere il nostro pane quotidiano! E poi ci sono meditazioni, letture spirituali che occupano il nostro tempo e la nostra mente!... Sovente si sente il bisogno di cose diverse per spirito di singolarità. Queste cose sono mancanza di povertà!... Basta, ve n'ho fatto un'insalata... non d'indivia, ma di un po' di tutto...
SR. EMILIA TEMPO
Non voglio vedere l'anzianità; anzianità in virtù, sì.
Spirito di povertà. Ho qui i proponimenti degli Esercizi dei missionari, ma benché in anticipo ne metto uno in comune come gli altri anni: lo spirito di povertà. Con questa guerra c'è miseria e voi mi stupisco che mangiate ancora il pane bianco, che persin il Cardinale lo mangia nero. Non so se sia la Madonna che lo cambi per istrada... ma prendetelo come se lei lo gettasse: con umiltà e riconoscenza, disposte a mangiarlo anche nero.
Lo spirito di povertà consiste:
l° - In tagliare tutto ciò che in noi è vano e superfluo, contentandoci del puro
necessario...
2° - Sopportare con pazienza e anche con allegrezza la mancanza di qualche cosa necessaria.
Questa è la parte negativa: ma dobbiamo anche fabbricare e
1° - tenere gran conto della roba della comunità come se fosse nostra; 2° - lavorare come poveri per la comunità.
I poveri non hanno sempre il necessario, e nostro Signore nella sua vita terrena, in Egitto? neppure. Se andassimo a tavola e non trovassimo da mangiare, allora si fa il musu lungh [il broncio? No. Si prega, come facevano le suore del Cottolengo. S. Paolo eremita si era fatto un vestito con foglie di palma e lo portò tutta la vita. Per coprirci basterebbe una pelle... ma siamo nel mondo e i bambini ci correrebbero dietro, ma che ci sian dei bei tacun, fa piacere. Non tra- sandate, ma neppure troppo attillate.
Direi che per la missionaria la parte principale è il lavoro materiale. Si va in Africa per salvar anime, ma si deve anche lavorare per mantenerci, in vita... ne abbiamo bisogno... il Signore ci ha fatti così!...
Io non ho nessun dubbio che la Madonna ci manderà il necessario, ma vuole che abbiamo la delicatezza di essere disposte a mancarne. Lo spirito di povertà deve comprendere tutto dalla testa ai piedi. La maggior parte dei religiosi e religiose passa in Purgatorio per mancanza di povertà.
Ve ne sono di quelle che sentono il bisogno di cose diverse per spirito di singolarità. Chi è attaccato al mangiare non fa altro che pensare a quello, e certi secolari dicono persino che i religiosi non hanno altra consolazione se non nel cibo...
Oh! l'Eucaristia! quello deve essere il nostro pane quotidiano! e poi le meditazioni, le letture spirituali ecc. Questo deve occupare il nostro tempo e la nostra mente.