5 ottobre 1919
Quad. XV, 7-8
Epistola della Dom. XVII dopo Pentecoste
L'Apostolo scrivendo ai fedeli di Efeso raccomanda di camminare bene nella vocazione ricevuta, e come mezzi necessari! indica quattro virtù: l'umiltà, la mansuetudine, la pazienza e la carità vicendevole. — Solamente osservando queste virtù si conserverà l'unione degli spiriti, e quindi la pace che è la tranquillità dell'ordine; ed ha luogo quando cia­scuno sta a suo posto, ed ha ciò che gli appartiene.
S. Paolo aggiunge i motivi che i cristiani hanno di conservare tra loro l'unità, cioè perché hanno lo stesso Signore, la stessa fede, gli stes­si Sacramenti e lo stesso fine (V.S. Tom. p. Comm. P. Sales: Ef. cap. IV).
Quanto l'Apostolo scongiura ai Cristiani Efesini, ricordando le ca­tene che porta pel Signore per meglio commoverli; molto si conviene a noi che formiamo un corpo superiore per l'unione spirituale della voca­zione religiosa, sacerdotale e missionaria. È necessaria questa unione di tutti per godere la vera pace in Comunità; e questa pace non si avrà sen­za le quattro virtù indicate da S. Paolo: umiltà, mansuetudine, pazien­za e carità fraterna. Ecco quanto sovente vi raccomando, e vi ho dato come comune proponimento dei S. Esercizi. Non che io pensi che tra voi non sia questa pace e carità; ma il mio timore è per l'avvenire quan­do sarete in Missione, ed anche lungo l'anno in certi momenti di defi­cienza di fervore. Se S. Paolo non si stancava di ripetere ai novelli cri­stiani questo avvertimento, non devo io mai lasciare d'inculcarvi così preziosa virtù, che fa delle Comunità, dove si osserva, una casa di pace e di anticipato Paradiso. Infelice quella casa dove vi manca: è un pur­gatorio, o meglio una prigione. Es. il Convento della Pace di Chieri; si chiamava della pace, et non erat pax. I cattivi hanno un motto falso che i religiosi entrano senza conoscersi; e sia pure, vivono senza amarsi e muoiono senza piangersi. Via da noi questa calunnia. Noi secondo l'av­viso di S. Paolo: Amorem fraternitatis habueritis ad invicem. Ma per­ciò ci vuol umiltà e non superbia, mansuetudine e non ira, pazienza e non intolleranza; una carità vera, cordiale che ci fa gaudere cum gaudentibus, et fiere cum flentibus, dando passaggio alle suscettibilità ed ai difetti altrui fisici e morali. Ma siccome siamo si labili nei nostri propo­nimenti io imito S. Giovanni Evangelista che ripeteva sempre: Filioli, diligile alterutrum (Fatto).
P.V. Merlo Pich, quad. 424-427
5 Ottobre 1919
Per ricordare i proponimenti raccomandatevi all'Angelo Custode. Di questa divozione ne avete molto bisogno voi, specialmente quando sarete lag­giù in Africa. Quando dovrete andare in giro di notte, l'Angelo Custode vi di­fenderà, vi salverà dai pericoli, dai precipizi; se certe volte non incontrerete certi pericoli, è perché l'Angelo Custode vi avrà fatto prendere quell'altra strada.
Perciò è necessario che questa divozione agli Angeli Custodi sia viva in noi. Sapete già il fatto di S. Francesco di Sales (chi non lo sa se lo faccia rac­contare). I sacerdoti l'hanno a sinistra, poiché la dignità del Sacerdote è supe­riore a quella degli angeli, invece gli altri l'hanno a destra.
È di fede che abbiamo gli Angeli Custodi. Egli ci accompagna per tutta la vita fino alla morte, e quando noi andiamo all'altro mondo; e se uno va all'in­ferno, allora egli se ne va tutto mortificato in Paradiso. "Se invece uno va in Paradiso, allora egli non si separa, ma tutto contento resta poi sempre insie­me. Ci accompagna anche in Purgatorio. Perciò voi non dimenticatelo; ma bi­sogna sovente pensare a Lui e pregarlo, e riparare le offese che gli fanno. Oh, quanto lo offendono nel mondo! È noi dobbiamo anche riparare tutte quelle offese.
Una volta io sono andato a predicare in una casa, e ho detto loro: «Ripa­ratelo voi l'Angelo Custode di tutte queste offese, compensatelo di tutte quelle irriverenze che riceve, e perciò siategli più devote anche per questo». E quel­le brave figlie si sono messe d'accordo per compensare l'Angelo Custode ed hanno fatto la compagnia dell'Angelo Custode che ha per scopo di riparare le offese che riceve. Anche voi siate divoti degli Angeli Custodi e con questo mezzo ricorderete anche i proponimenti.
Vedete, il Signore avrebbe potuto fare tutto Lui direttamente e darci le sue grazie, invece si riserva di farlo per mezzo degli Angeli Custodi; così po­trebbe manifestarci direttamente la sua volontà senza bisogno dei Superiori, invece egli preferisce sempre agire per mezzo delle cause seconde. Potrebbe mandarci giù dal Paradiso il pane bell'e fresco, invece vuole che seminiamo, raccogliamo e ci facciamo il pane e ce ne va del lavoro!... come fanno in Afri­ca. Già, adesso pare che anche là possano cominciare a far venire un po' d'uva: almeno si potesse avere il vino per la Messa, che per averlo, era un pa­sticcio, sapete.
Torniamo a noi. Oggi dobbiamo proprio risolvere che questa divozione all'Angelo C. sia una nostra devozione speciale; e date anche il permesso all'Angelo C. che quando vede che non fate il vostro dovere, vi schiaffeggi. Come quella Santa a cui il Signore aveva fatto la grazia di vederlo proprio l'Angelo C. e una volta che essa era disattenta, l'Angelo le ha dato uno schiaf­fo. Così voi ditegli che vi ricordi che siete alla presenza di Dio, e se fa bisogno vi schiaffeggi... e poi siategli riconoscenti.
Riguardo al proponimento comune che vi ho dato quest'anno di praticare la carità vicendevole nelle parole, nel tratto, dappertutto: non è perché io cre­do che voi non abbiate carità; ma vedete, noi vecchi siamo sempre pieni di paura. Sapete tutti il fatto di S. Placido, (e oggi facciamo la festa di S. Placi­do) che discese nel lago e ha tirato su S. Mauro: è anche l'Angelo C. che l'ha aiutato. Noi dobbiamo imitarlo. Abbiamo bisogno di fondarci bene in questa virtù, per essere poi pronti a dare la vita l'uno per l'altro: «gaudere cum gaudentibus, flere cum flentibus!».
Dobbiamo fare in modo di essere tutti membri vivi di uno stesso corpo. Se un dito si fa male, le altre membra potrebbero dire: «Se ti sei fatto male, tientilo!». Invece no: tutto il corpo ne soffre...», «amorem fraternitatis invicem praevenientes».
Oggi si parla di questo nell'Epistola di S. Paolo (Efesi IV, 1-7). Vedete S. Paolo com'è bello! Noi siamo tutti fratelli di una stessa vocazione, siamo tutti fratelli di una stessa speranza... Questo lo dice di tutti i Cristiani; ma si appli­ca tanto più a noi, che dovremo sempre stare insieme, che dobbiamo cammi­nare per la stessa strada. Ma per camminare bene per questa strada bisogna che usiamo questi quattro mezzi:
1) Umiltà, perché senza umiltà non ci sarà mai unione: «Cum omni humilitate»;
2) «Et mansuetudine» perché senza di questa non ci sarà mai unione: il superbo non vuol stare al piano degli altri, e chi non è mansueto, non può an­dar d'accordo con nessuno.
3) «Cum patientia».
4) «Supportantes invicem in charitate». Sopportare i difetti gli uni degli altri: perché ne abbiamo tutti dei difetti, perciò sopportarci tutti a vicenda. Dobbiamo essere tutti Missionari e quindi fare il possibile per conservare sem­pre l'unione fra di noi.
Questi quattro sono i mezzi per avere questa unione che è necessaria qui, e poi in Africa. Si darà la vita l'un per l'altro come S. Placido.
Volevo ricordarvi questo perché non c'è nessun male che eguagli a questo in una Comunità. A Chieri c'è la casa della pace, dove vanno a fare gli eserci­zi. Ma una volta li c'eran dei frati, che non andavan d'accordo, e in quella ca­sa non c'era più pace. «Non erat pax!». Uno di quei frati vecchi mi parlava poi e mi diceva che ciascun frate ha cercato la camera più lontana dalle altre, per non incontrare mai gli altri, e capirete che vita facevano! e quando l'Abate But si mise d'accordo con un ebreo di Chieri che voleva ricomprarla per di nuovo regalarla, essi non hanno voluto perché non volevano più stare insieme. L'han poi comperata lo stesso e regalata ai lazzaristi che l'hanno ancora ades­so.
E questa cosa non è mica venuta tutto d'un colpo: hanno cominciato dal poco, come mi diceva quel vecchio, quando gli domandavo: «Come mai siete arrivati a questo punto?» ed egli mi diceva che là dentro era proprio come si dice: «che s'entra senza conoscersi, si vive senza amarsi e si muore senza pian­gersi»; allora è meglio star fuori!... Questa è una calunnia, ma c'è anche un po' di verità sotto. «Là dentro della carità non ne ho mai trovato» mi diceva quel vecchio frate, «ma se era così, doveva andare a cercare un altro posto do­ve ce ne fosse!».
Ma forse faceva così, sperando che le cose cambiassero.
Vedete quindi che non è poi tutto timore infondato il mio, perché queste sono cose che possono avvenire in una comunità. Guai a colui che va a mettere il male in mezzo ad una comunità! È un indemoniato. Questo è anche un mo­tivo per cui vi ho dato questo proponimento.
Guai! il male che fa il sussurrone che va a spargere il male in Comunità.
P.G. Richetta, quad. 13
5 Ottobre 1919
Carità col prossimo
Bisogna osservare queste quattro cose che dice S. Paolo (Eph. 4,2):
1) umiltà
2) mansuetudine
3) pazienza
4) sollecitudine.