Fondamento della fede: la Santissima Trinità
58. Il mistero della SS. Trinità è il fondamento di tutta la nostra fede. È un mistero incomprensibile e dobbiamo crederlo e adorarlo... e poi umiltà nel vederci così meschini di fronte a tanta Maestà, essere contenti dell’infinita grandezza di Dio…e poi farlo conoscere. La S. Messa è il primo ossequio, l’unico veramente degno della SS. Trinità. Onoriamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, anche con il segno della croce, il “Gloria al Padre”, il “Credo” e concludendo ogni inno liturgico a lode e gloria della SS. Trinità. Il “Gloria al Padre” preghiamolo tante volte al giorno con affetto e con entusiasmo, intendendo di dare alla SS. Trinità tutta la gloria che merita e supplendo a quanti non tributano a Dio l’onore che gli è dovuto. Il “Gloria al Padre” è un atto di perfetto amor di Dio, con il quale lo lodiamo e vogliamo che sia da tutti glorificato. Sì, gloria a Dio per tutta l’eternità!
Il segno della croce è il segno del cristiano, è una preghiera, è una lode alla SS. Trinità, è una professione di fede. I primi cristiani lo facevano con molta frequenza, quasi ad ogni atto della loro vita giornaliera. Tertulliano dice: «A ogni azione, a ogni ingresso o uscita di casa, ogni volta che ci vestiamo, quando ci laviamo, quando accendiamo i lumi, quando conversiamo, sempre facciamo il segno della croce». Se non facessimo altro che il proponimento di far sempre bene il segno di croce, avremmo già onorato molto la SS. Trinità.
È pure un omaggio alla SS. Trinità riferire ogni nostra azione a sua gloria. Tutto è di Dio, tutto viene da Dio e tutto è in Dio. Ogni cosa che esiste appartiene a Dio, perché Lui l’ha creata e tutto quello che abbiamo lo abbiamo ricevuto da Dio. Ogni cosa quindi deve ritornare a Dio, a Suo onore e gloria, come diceva S. Ignazio “Ad majoren Dei gloriam”, alla maggior gloria di Dio. Come il sangue arterioso partendo dal cuore porta la vita alla periferia del corpo e quindi ritorna al cuore il sangue venoso per purificarsi, così le nostre azioni avranno valore e vita in quanto partiranno da Dio, dalla sua santissima volontà e saranno indirizzate alla sua unica e maggior gloria con purità d’intenzione. Sì, tutto in onore e gloria della SS. Trinità.
Si può dire che la Chiesa celebra la SS. Trinità durante tutto l’anno. È festa della SS. Trinità tutte le domeniche, tutti i giorni, tutte le ore. Sempre si onora il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Tutti i cristiani, ma specialmente i missionari e le missionarie, devono onorare la SS. Trinità. E come annunciarla in modo credibile ai non cristiani? Soprattutto con la nostra fede, rendendo alla SS. Trinità ogni onore e gloria. Così avrete una grazia particolare per presentare questo mistero. È cosa ammirabile che tanti non cristiani accettino e credano in un Dio Uno e Trino! «Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen» (1Tim 1,17).
Anno liturgico
59. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Il Figlio si è incarnato per nostro amore: «Per noi uomini e per la nostra salvezza», come proclamiamo nel “Credo”. Dio, che ci amò da tutta l’eternità, ci dà quanto ha di più caro e prezioso: lo stesso suo Figlio Unigenito. Quel “Unigenito” dice fino a qual punto ci amò. E il Figlio è venuto perché ci ama. Che cosa volete? L’amore vuole amore. Questo è tutto un mistero di amore.
Come figli di Dio e appartenenti alla Chiesa siamo in dovere, non solo di sapere che cosa essa pensi nelle varie feste durante l’anno, ma anche di parteciparvi. Sarà l’Avvento e noi vivremo con il pensiero della venuta del Messia, dell’attesa delle genti, dei profeti, ecc. Sarà una domenica e noi, ascoltando le letture e pregando la Liturgia delle Ore, parteciperemo ai sentimenti che la Chiesa propone in modo particolare ai fedeli in quel giorno. Così, dobbiamo essere devoti dei santi, ecc. Viviamo dello spirito della Chiesa, che è lo spirito di nostro Signore. Ogni giorno ci offre un nutrimento spirituale.
Avvento
60. Con l’Avvento si comincia l’anno liturgico. Esso è un tempo di attesa. Lo si potrebbe dire una lunga preparazione al santo Natale. La Chiesa ha stabilito quattro settimane per prepararci a commemorare la nascita del Figlio di Dio. Questo tempo di Avvento ci ricorda le tre venute di nostro Signore Gesù Cristo: la venuta nel mondo con l’Incarnazione; la venuta escatologica per il giudizio universale; la venuta spirituale in ogni persona. Quanto è importante prepararci alla venuta di Gesù in noi! Entriamo in questo spirito, facciamo nostre le invocazioni dei profeti che la Chiesa ci suggerisce nella sacra liturgia e ripetiamole sovente lungo il giorno: «Se tu squarciassi il cielo e scendessi» (Is 63,19).
Nella liturgia, durante questo tempo, ci sono tante altre aspirazioni: «Impegna Signore la tua potenza e vieni; difendici dai pericoli che ci sovrastano per i nostri peccati e salvaci». Ma il nostro cuore è preparato a ricevere il Signore? Poi ancora: «Scuoti o Signore i nostri cuori e prepara in essi la via al Figlio Tuo Unigenito, sicché con la grazia della sua venuta possiamo servirti con mente pura»; «Oh Signore ascolta con le tue orecchie, ascolta la nostra preghiera. Con la grazia della tua visita illumina le tenebre della nostra mente, affinché comprendiamo bene il mistero che si opera». Procuriamo di vivere questo spirito della Chiesa.
L’Avvento è tempo di rinnovamento: abbassiamo i monti e colmiamo le valli, evitando i peccati ed esercitando le virtù. Prepariamoci, eccitiamo il nostro cuore ad amare, affinché il Signore lo riempia di grazie. Gesù non viene se non è desiderato. Vuole essere desiderato. Gesù verrà in noi con maggiori grazie, in proporzione della nostra preparazione e dei nostri desideri. Come è buono il Signore! Egli ascolta la nostra supplica e viene in noi.
La Chiesa fa precedere al Natale una novena particolare, che è cara a tutti i cuori ed è fatta per tutti, e ci stimola a invocare: «Venite, adoriamo il Re e Signore che viene»; «Il Signore è ormai vicino, venite, adoriamo». Esercitatevi in questa novena a vivere di fede: «Il giusto vive di fede» (Rm 1,17). E soprattutto chinate la testa di fronte a questo mistero. Non crediamo di umiliarci per riconoscere il Bambino. Desiderate molto che venga a nascere spiritualmente in voi e anche nella comunità. Fin da bambini abbiamo imparato ad amare questo mistero e con quale trasporto facevamo la novena di Natale. Ricordiamo le impressioni di allora. Per me è una soavità al cuore questo ricordo.
Natale
61. Nostro Signore si è degnato di abbassarsi fino a farsi Bambino. Il presepio ci parla dell’umiltà e della semplicità del Signore. Se Lui si è fatto piccolo, perché non dobbiamo noi farci piccoli? S. Bernardo afferma che Gesù si fece tanto piccolo per rendersi tanto amabile. S. Agostino dice che il Redentore volle nascere Bambino per essere amato. S. Francesco d’Assisi andava esclamando: «Amiamo il Bambino di Betlemme! Amiamo il Bambino di Betlemme!». E lo ripeteva a tutti quelli che incontrava. Chi non ama il Bambino? In questa festa non deve entrare solo la testa ma tutto il cuore. E chi non sente questo amore lo chieda a Gesù stesso per intercessione della SS. Vergine, che ardeva di amore mentre aspettava il suo Gesù.
Oh, l’importanza del mistero di Betlemme! Ottima cosa è meditare la Passione, ma è pure ottima cosa meditare il Natale. Un’importante lezione ci ha dato il santo Bambino vincendo le tre concupiscenze umane: i piaceri, le ricchezze, gli onori, per insegnare pure a noi a vincerle. Egli ce ne ha dato l’esempio con i patimenti, con la povertà e l’umiltà. Nascendo così povero, il Signore voleva staccare tutti noi dalle delizie di questo mondo. Ha canonizzato la povertà.
Il Natale non è festa solo per i bambini, ma anche per noi, che dobbiamo farci piccoli per entrare nel regno dei cieli. Esercitiamoci in quelle virtù che sono proprie del santo Bambino: la semplicità e l’umiltà.
Quanto è importante la virtù della semplicità per un missionario e una missionaria, anche per vivere felici quaggiù! E che dire dell’umiltà? Nostro Signore si è fatto piccolissimo; poi ancora si abbassò, si annientò fino alla morte di croce. Quando andate in chiesa, guardando Gesù nel tabernacolo, e poi anche contemplando il Bambino nel presepio, ditegli: «Io voglio avere tutte le tue virtù!».
Dobbiamo amare il santo Bambino per Se stesso. Egli discese dal cielo e si incarnò proprio per noi, per ciascuno di noi e per la nostra salvezza. Meditiamo a fondo questo “eccesso” di amore di Gesù, e così anche noi Lo ameremo. Domandiamo a Dio con insistenza questo amore, ripetendo con lo stesso S. Agostino: «Signore fa che io ti ami!».
Nome di Gesù
62. Il Padre ha dato al suo Figlio il nome di Gesù, che vuol dire Salvatore, perché doveva salvare il mondo. Così ogni nome è come il programma di vita di chi lo porta. S. Paolo afferma che il Padre ha dato al Figlio un nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel suo nome ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra. E aggiunge che ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre (cf. Fil 2,9-11). Negli Atti degli Apostoli si legge: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12). Come è dolce questo nome! Esso è miele alle labbra, luce alla mente e amore al cuore. S. Paolo, nelle sue lettere, lo scriveva moltissime volte.
Gesù dice: «tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo concederà» (Gv 15,16). Per questo la Chiesa conclude le sue preghiere con l’espressione: «Per Cristo nostro Signore». Se a ogni cristiano deve essere dolce questo nome, quanto più deve esserlo per voi che, come missionari e missionarie, siete destinati ad annunciarlo alle genti e, sull’esempio di S. Paolo, anche patire per questo nome: «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,16). Sì, sopportare qualunque cosa, purché il nome di Gesù sia conosciuto e amato. Preghiamo che questo nome, insieme con il nome di Maria, sia l’ultimo che pronunzieremo in punto di morte. Dunque, grande devozione a questo nome. Sia esso la nostra consolazione!
Fine d’anno
63. Siamo alla fine d’anno e, come in ogni amministrazione, bisogna fare il nostro bilancio consuntivo e preventivo. Oggi facciamo il primo, domani faremo il secondo. Nel bilancio consuntivo poniamo l’attivo e il passivo.
Nell’attivo poniamo le grazie ricevute nell’ordine sia naturale che soprannaturale. Nell’ordine naturale: la conservazione della vita, che è una continua creazione; poi la salute fisica. Che se il Signore ci provò con qualche dolore, anche ci , nella mente di Dio, non fu un male, ma una grazia. Queste sono tutte grazie che abbiamo ricevuto. Nell’ordine soprannaturale: la vocazione e la perseveranza in essa. Gran pensiero questo, che non potremo mai comprendere adeguatamente! Poi per alcuni la professione religiosa, per altri ancora gli Ordini Sacri; per tutti le prediche, letture, meditazioni, ecc. Aggiungete i sacramenti: le tante Comunioni e, per noi sacerdoti, le tante Messe! E ancora: le preghiere, le buone ispirazioni... Quante e quante grazie! Di tutto dobbiamo ringraziare il Signore.
Nel nostro attivo, possiamo ancora mettere: un po’ di buona volontà a corrispondere alla vocazione, qualche profitto nell’impegno di correggere i difetti; qualche mortificazione interna ed esterna. Ringraziamo il Signore se abbiamo fatto qualche cosa, perché senza di Lui non possiamo fare nulla; né poco né molto, nulla!
Il passivo contiene nulla da parte di Dio, che potrebbe dire dell’Istituto, come di ciascuno di noi: che cosa avrei dovuto fare ancora alla mia vigna, che non l’abbia fatto? (cf. Is 5,4). Quanto di nostro contiene, però, il passivo! Che nemmeno uno abbia a dire: «Ero più buono prima!». Credo che nessuno potrà dire ciò, ma tutti certo avremo dei “deficit”. Non scoraggiamoci se abbiamo fatto poco, ma preghiamo la Madonna che ci aiuti a fare di più. Ella supplisce alle nostre deficienze, se vede che abbiamo buona volontà. E così pure il Signore, che è un Padre buono, disposto a perdonare ogni cosa, purché ci rimettiamo a fare bene. La perfezione si acquista con la volontà decisa, che rinnoverete ogni mattina nella Comunione e più volte al giorno, e che rinnoverete soprattutto nei ritiri mensili e in occasione delle feste.
Anno nuovo
64. Ieri abbiamo cantato il “Te Deum” per tutte le grazie ricevute, e oggi il “Veni Creator” per il nuovo anno. Cominciamo l’anno con energia e così tutti i giorni, tutti i momenti, senza mai scoraggiarci. E questo fatelo qui, per poterlo poi fare in missione. Ecco lo spirito con cui dobbiamo cominciare il nuovo anno. Non pensiamo più al passato; il presente è nelle nostre mani. Tutti e tutte pieni di buona volontà. Speriamo che arriveremo a ringraziare il Signore alla fine di questo nuovo anno, come l’abbiamo ringraziato ieri sera per l’anno passato. La vita e la morte sono un mistero. Il tempo passa e non ritorna. Se non stiamo attenti a corrispondere alla grazia di ciascun momento di cui si compone l’anno, non potremo tornare indietro ad afferrarla; come il tempo, così quella grazia è perduta per sempre.
In questo nuovo anno bisogna proprio che ci comportiamo come se fosse l’ultimo della nostra vita. Se fossimo convinti di questo, ci metteremmo di buona volontà! Voglio dirvi ciò che faccio io quando vado in coro al duomo: medito sulla morte. Penso che, alla mia morte, mi faranno la sepoltura in duomo e i canonici passeranno per via S. Chiara, via Basilica, fino al duomo. Credete che mi faccia male pensare a questo? Mi fa del bene! Un bel giorno passerò per queste stesse vie, non più con le mie gambe, bensì portato da altri, e come vorrei allora averlo fatto bene questo breve tragitto! Perciò penso al bene e al male che si potrà dire di me. Se conobbero che avevo dei difetti, diranno: «Eh quel sacerdote era maligno, ecc.». Poi arrivo in duomo. Là c’è una statua della Madonna: è la Madonna che amo di più, dopo la nostra Consolata. Faccio un inchino alla Madonna, e penso che mi deporranno là davanti, e allora Lei mi sorriderà. Quindi mi porteranno davanti all’altare del SS. Sacramento. Spero che nostro Signore, vedendomi, si compiacerà e vorrà darmi uno sguardo e dirmi: «Bravo, sei sempre venuto qui a pregare con fede; ora prendo io cura della tua anima». Vi dico che questo mi fa del bene; sono cose che dovranno succedere.
Date uno sguardo all’anno che vi sta dinnanzi e fate un po’ d’esame preventivo. Come lo facciamo ogni mattina per la giornata, così oggi dobbiamo farlo per tutto l’anno. Ricordate la bella preghiera di S. Elisabetta, regina di Francia: «Che cosa mi accadrà quest’anno? Non lo so, ma so che non mi accadrà nulla che non sia stato previsto, regolato e ordinato da tutta l’eternità». Diciamo così anche noi e facciamo un atto di uniformità alla volontà di Dio: accetto tutto, voglio tutto senza restrizioni. Tale atto ha molto valore: uniformarsi alla volontà di Dio non solo in generale, ma anche nelle più minute circostanze. Non un filo, non una parola, non un’opera che non sia per Te, mio Dio!
Ecco l’importanza di prendere bene la mira! Procuriamo di passare questo nuovo anno nel modo migliore possibile; se vi saranno debolezze, cercare di ripararle subito; che non ci sia neppure un giorno inutile. Che il nuovo anno sia un anno di tante benedizioni, per i nostri Istituti, per le missioni, per i missionari e le missionarie!
Epifania
65. «E venne la Luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Epifania è voce greca che significa “manifestazione” o “apparizione”. Gesù Bambino, dopo essersi manifestato ai Giudei nella persona dei pastori per mezzo degli angeli, si fece conoscere alle genti nella persona dei Magi, per mezzo di una stella. Ringraziamo il Signore di essere stati chiamati, nella manifestazione ai Magi, a godere dei frutti della Redenzione, e ciò con il dono della fede. Ringraziamolo pure a nome dei non cristiani, perché anche essi sono chiamati alla fede, a conoscere e ad amare Gesù. In particolare, ringraziamolo della vocazione missionaria, attraverso la quale Gesù continua a manifestarsi alle genti, e noi siamo resi partecipi della sua missione universale. Ringraziamolo, infine, per le grazie concesse ai nostri Istituti, come per tutto il bene che si opera nelle missioni.
Imitiamo i Magi nella corrispondenza pronta, generosa e costante alla vocazione. Quante belle meditazioni su di essi! Che cosa abbiamo da imparare? Mi pare che il pensiero dominante, che possiamo tenere tutto l’anno, sia la loro fedeltà alla chiamata. La stella apparsa in oriente fu certamente vista da molti; ma solo i Magi, illuminati internamente dalla grazia, riconobbero in essa il segno della nascita del Messia; perciò, si mossero, partirono e giunsero fino a Betlemme: «Abbiamo visto... e siamo venuti» (cf. Mt 2,2). Anche molti e molte di voi sentirono la voce di Dio che li chiamava all’apostolato ma, passato il primo entusiasmo, tutto svanì. Non basta aver fatto con prontezza il primo passo; occorre corrispondenza a questa prima grazia. S. Agostino ci esorta a stare attenti al “tempo della stella” per non lasciar passare il Signore con le sue grazie.
I Magi dimostrarono non solo una fedeltà pronta, ma anche generosa e costante. Andarono diritto verso la meta, nonostante la lunghezza e l’asprezza del cammino e nonostante la momentanea scomparsa della stella. Superarono da generosi tutte queste difficoltà, perché stavano fissi in Dio e nelle sue promesse. Applichiamo a noi la cosa. È tale la nostra quotidiana corrispondenza alla grazia? Sostenete voi da forti le prove che incontrate? Vi esercitate con animo generoso alle fatiche della missione? Siete forti nella fede? Il Signore vi manda non una, ma molte stelle, che sono le grazie per sostenervi e farvi santi missionari e missionarie. Dunque: fedeltà generosa e costante nel corrispondere alla grazia della vocazione.
I Magi, trovato il Bambino, gli offrirono oro, incenso e mirra, che significano la carità, la preghiera e la mortificazione. Così voi ogni giorno, e direi ogni ora, procurate di crescere nell’amore di Dio e del prossimo; pregate fervorosamente perché Gesù vi infonda lo spirito apostolico; e rivestitevi dello spirito di mortificazione, che dovrà accompagnarvi per tutta la vita. L’Epifania è la nostra festa. Dobbiamo essere missionari e missionarie nella testa, nella bocca, nel cuore, e cioè nei pensieri, nelle parole, nelle opere. La nostra stella è di divenire santi Missionari e Missionarie della Consolata. Non abbiamo che da seguirla.
Presentazione di Gesù al tempio
66. Dopo appena quaranta giorni dalla nascita, Gesù è offerto al Padre nel tempio. Questa offerta corrisponde a quella che Lui, più tardi, farà di Sé sul Calvario, in espiazione dei peccati di tutta l’umanità. Già il profeta aveva messo sul Suo labbro quelle parole: «Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: Ecco, io vengo» (Sal 40,7-8). Il sacrificio fu il fine per cui Gesù fu portato al tempio, e Maria SS. vi si unì. Simeone chiamò Gesù «Luce per illuminare le Genti» (Lc 2,32) e predisse alla Madre: «anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). Ella generosamente accettò e si offrì al compimento del disegno di Dio.
Quaresima
67. «Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2Cor 6,1-2). Paolo chiamava “tempo accettevole”, “di salute”, cioè degno di essere accettato con riconoscenza e amore, il tempo del Vangelo. La Chiesa applica queste parole di Paolo alla Quaresima e ce le ripete spesso. Infatti il tempo della Quaresima è proprio accettevole. In esso il Signore accetta volentieri ciò che facciamo, ascolta le nostre suppliche, più che negli altri tempi. Quindi bisogna scuoterci, non lasciarla passare invano: dobbiamo averne tutti una grande stima. Non dire: Oh, ma io non posso digiunare, non posso pregare di più. Non è tanto la quantità che fa, quanto l’intensità. Bisogna stare più uniti con Dio e non stare ore intere senza pensare a Gesù. È tutto lì! Le stesse parole possiamo applicarle a voi, al tempo che passate a prepararvi alla missione. Bisogna corrispondere in questo tempo di Quaresima che è tempo opportuno; animarci, non essere nel numero di quelli che vanno avanti così, così…
La Quaresima è tempo speciale di penitenza e di preghiera. Noi non siamo ancora come quei santi che si nutrivano di pane e acqua. Ad ogni modo lo spirito di penitenza ci vuole: abituarsi alle esigenze della vita. Il Signore vuole il sacrificio minuto, perenne, piccolo. Ci sono tanti modi di fare penitenza e di digiunare. Chi non digiuna in un modo, bisogna che digiuni in un altro. Oltre il digiuno del cibo c’è pure quello degli occhi, dell’immaginazione e dello spirito.
68. La Chiesa, specialmente in questo tempo quaresimale, fa molto uso del salmo 50, il “Miserere”, che fa pregare nella Liturgia delle Ore. È ciò è opportuno essendo un salmo penitenziale, composto da Davide dopo il suo peccato. Esso ci insegna il timore, la speranza e i buoni propositi. Esaminiamolo ed applichiamolo a noi.
Il Miserere si può dividere in due parti. Anzitutto, Davide per ottenere misericordia presenta al Signore cinque ragioni. La prima è la grande misericordia di Dio, la sua infinita compassione per le nostre miserie: «Pietà di me o Dio, secondo la tua misericordia» (v.1). O Signore, cancella i miei peccati, in vista della tua misericordia. Regolati non secondo la giustizia, ma secondo la tua bontà: «Lavami da tutte le mie colpe» (v.4).
La seconda ragione è che Davide riconosce la propria bassezza e detesta sinceramente il proprio peccato: «Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinnanzi» (v.5). Quindi il peccato non è più in me, ma solo più davanti a me, che serva a tenermi umile. Il terzo motivo è che, avendo offeso Dio, solo da Dio può ricevere il perdono: «Contro di te, contro te solo ho peccato» (v.6). Poi la quarta ragione è che egli merita compassione, perché siamo tutti deboli e inclinati al male. Non voglio scusare il mio peccato, anzi ne sono afflitto, tuttavia fin dalla mia nascita sono inclinato al male: «Ecco nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre» (v.7). La quinta ragione, infine, è costituita dalle grazie e i favori speciali ricevuti. Tu, o Signore, hai fatto tanto per me prima che io peccassi. Ora purificami, così che io possa riacquistare la tua amicizia: «Tu vuoi la sincerità del cuore e nell’intimo mi insegni la sapienza» (v.8).
Premessi questi motivi, nella seconda parte Davide confida nella giustificazione: «Rendimi la gioia di essere salvato» (v.14). E promette di istruire gli altri nelle vie del Signore: «Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno» (v.15).
Ecco come meditare ed applicare a noi questo bel salmo. Ognuno, a proprio profitto spirituale, vi faccia le applicazioni che Dio gli ispira. Chi vuole fare una vera penitenza non ha che da pregare il Miserere adagio, bene. Imparate a capire questo, così in missione sarete aiutati. Un Miserere ben detto consola.
Passione e morte
69. Tutti i santi furono devotissimi della Passione di Gesù. Se ci sono persone che devono pensare alla Passione di Gesù, sono appunto i missionari e le missionarie. Per voi deve essere questa una devozione principale. Lo stesso SS. Sacramento è un memoriale e una rinnovazione della Passione.
Meditiamo la Passione del Signore e il nostro cuore, se non è di pietra, si commuoverà. Gesù soffrì per ciascuno di noi come se fossimo soli: «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Chi riflette che Gesù è stato trafitto per i nostri delitti (cf. Is 53,5), deve pentirsi e riparare con la penitenza le proprie colpe. Uniamo i nostri dolori, le nostre sofferenze ai dolori di Gesù, a imitazione di Paolo, il quale diceva: «Io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 6,17) e «Completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1,4). Sfoghiamo i nostri affetti sui dolori sofferti da nostro Signore. Così faceva S. Paolo: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14). Tutto questo significa che noi dobbiamo fare nostra la Passione del Signore, procurare cioè che essa sia sempre ben fissa nella nostra mente, nel nostro cuore, nel nostro corpo, nel nostro spirito.
Andiamo a fondo nel meditare i dolori di Gesù. Da questo verrà anche a noi il desiderio di soffrire per Lui, di fare dei sacrifici, di vincere le pene del cuore e dello spirito e, per quanto si può, anche quelle del corpo. Fino a che non siamo ben penetrati della Passione di Gesù, non saremo generosi nello spirito di sacrificio. Prendete amore, fortificatevi nello spirito della Passione. Ciò che vi darà più forza quando sarete in missione, sarà appunto il pensiero della Passione di Gesù. Che cosa faranno un missionario e una missionaria se non avranno amore a Gesù Crocifisso? La meditazione sulla Passione del Signore vi farà comprendere il suo «ho sete» (Gv 19,28), e vi accenderà di ardore missionario.
70. Siamo devoti del Crocifisso. Procuriamo di averlo nelle nostre camere, sulla nostra persona; rivolgiamogli frequenti atti di fede e di amore. Il SS. Sacramento non lo avrete sempre con voi, ma il Crocifisso sì. Che cosa è il Crocifisso per il missionario, per la missionaria? È un “libro”, un “amico” e un’“arma”. Un libro da leggere e meditare, un amico che consola e aiuta, un’arma potentissima contro il demonio. Non basta portare il Crocifisso, ma occorre imitarlo. Volere o no, la nostra vita è seminata di patimenti, da cui nessuno va esente. Tutto sta nel sopportarli con pazienza, anzi amarli e anche desiderarli. Gesù non ha lasciato la Croce a metà strada; è caduto, ma si è rialzato e ha continuato fino alla fine. Chiediamogli che ci dia lume soprannaturale e amore per portare la nostra croce dietro di Lui per amore di Lui; e non trascinarla per forza.
La nostra croce non è pesante come la Sua e, se portata in unione di amore con Lui, diventa soave. È facile dire che si ama il Crocifisso, ma poi quando si tratta di portare un po’ la croce, di sopportare qualche cosetta, ci tiriamo indietro. Eppure il Signore ce l’ha detto chiaro: «Chi vuol venire dietro a Me prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). S. Paolo esclamava: «Sono stato crocifisso con Cristo!» (Gal 2,19). Ecco che cosa vuol dire essere amanti della Croce!
È per mezzo della Croce che ci santifichiamo, non per mezzo delle parole o delle semplici preghiere. Queste giovano senza dubbio; ma la cosa più importante è sempre il portar bene la croce. La via regia che conduce al paradiso è e sarà sempre quella della Croce. Per giungere alla gloria non c’è altra strada che l’imitazione di Gesù sofferente. Gesù però non si lascia vincere in generosità e dona a noi tanta pace e tanta gioia. Il ben soffrire è un dono di Dio e felice chi lo ottiene!
Questo spirito dobbiamo averlo sempre, tutta la vita: sempre sacrificarci. La Passione del Signore ci sosterrà nelle fatiche e nelle pene dell’apostolato e nella stessa morte. Nella Croce il Signore ci lava nel suo Sangue! Mettiamoci ai piedi di Gesù crocifisso e preghiamolo che ci purifichi. È ai suoi piedi che si impara la generosità nel sacrificio. Chi non partecipa di cuore al ricordo che la Chiesa fa della Passione di Gesù, o è senza cuore, o è senza testa.
Pasqua di risurrezione
71. La Pasqua è una festa che fin da ragazzi si godeva, una festa che va al cuore. «Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui» (Rm 6,9). Noi dobbiamo risorgere al fervore; non solo dal peccato, ma da tutte le debolezze. Conserviamo sempre il fervore che sentiamo in questa festa. Non si muore più! Tutti dicano a se stessi: «Siamo risorti, non vogliamo più morire, vogliamo essere veri missionari, vere missionarie!». Non abbiate paura di divenire troppo fervorosi!
72. Apparendo agli Apostoli, dopo la risurrezione, Gesù diede loro il saluto della pace. Gran cosa la pace! S. Agostino dice che essa consiste nella tranquillità dell’ordine. Quando tutto è in ordine in noi e attorno a noi, allora si è in pace. Bisogna quindi che ci sia la pace con Dio, compiendo la sua volontà; con noi stessi, evitando le distrazioni, regolando le passioni e liberandoci dai desideri inutili; e con il prossimo, soprattutto accettandone i limiti e trattando tutti bene. La pace può stare anche con il sacrificio e con la tribolazione, mentre non può stare con il peccato. Con questa pace, che è dono di Dio, andrete avanti tranquilli e riuscirete meglio in tutto. Chiedetela a nostro Signore, che è il Principe della pace. Egli ve la darà, purché da parte vostra siate disposti a fare ciò che è necessario per conservarla.
73. In questo tempo pasquale si sente il bisogno di gridare forte: Alleluia! La Chiesa ce lo fa ripetere molte volte nella liturgia, assieme a: «Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso» (Sal 117,24). Ed è pure soave e dolce al cuore la preghiera che, durante tutto il tempo pasquale, rivolgiamo a Maria SS.: «Regina del cielo rallegrati, alleluia!». Lo spirito della Chiesa in questo tempo è di allegrezza. Chi sentisse di non partecipare a questa festa, chi non godesse in cuor suo, non ha né cuore, né spirito.
L’allegrezza è una virtù che bisogna avere. Non si è mai troppo allegri. Lo si sarebbe quando l’allegrezza fosse mondana, grossolana; ma di quella vera, di cuore e di spirito, non ce n’è mai troppa. Siamo allegri sempre, tutti i giorni e tutto l’anno. Il Signore ama e predilige le persone allegre. Dice il salmo: «Servite il Signore nella gioia» (Sal 99,2). S. Paolo esorta: «Rallegratevi nel Signore, sempre»; e come se non bastasse ripete «rallegratevi» (Fil 4,4). Il Signore vuole che stiamo sempre allegri, anche ... dormendo, come i bambini che, quando dormono, hanno un’aria così bella e sorridente! Nell’allegrezza si vive meglio e con maggiore perfezione. Il salmo dice: «Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore» (Sal 118,4), quando me lo dilati alla fiducia, alla confidenza, all’allegrezza. Allora non solo cammino, ma addirittura corro nella via dei tuoi comandamenti. Quando invece si è melanconici, si cammina adagio, con piedi di piombo.
Siamo allegri anche per riguardo al prossimo, di modo che non debba sopportarci, ma possa dire: «Questi missionari e missionarie hanno lasciato casa, parenti, tutto, eppure hanno sempre il cuore allegro!». Se si vuole fare del bene, bisogna essere allegri: il prossimo ne resta edificato ed è attratto alla virtù. Uno può essere santo; ma se è tutto concentrato in se stesso, chiuso, fa paura e nessuno vuole avvicinarlo.
Naturalmente l’allegria non deve essere smodata. Essa non consiste nella dissipazione, nel gridare forte, nel mettere sottosopra tutta la casa. Parlare, sorridere, ma tutto con moderazione perchè l’allegrezza è una virtù; state attenti che non degeneri.
74. L’allegrezza si oppone alla tristezza. Bisogna farsi coraggio affinché la tristezza non degeneri in disperazione. Quando si vive con malinconia non si fa più bene. Taluni sono melanconici di nascita, per temperamento. Altri sono melanconici senza sapere il perché. Vi sono altri ancora, ai quali tutto pesa: non sono mai contenti, vorrebbero sempre variare, hanno sempre bisogno di novità e quindi si lasciano prendere dalla noia e dalla malinconia. Bisogna essere di carattere uguale; non essere delle canne agitate dal vento, un po’ allegri e un po’ melanconici. Se farete così in missione, che cosa avverrà? La tristezza offusca la mente, raffredda la volontà e toglie la pace.
Vinciamo la tristezza con la preghiera; con il desiderio di santificarci, contenti del nostro stato presente, prendendo il bene e il male dalle mani di Dio; e con la pazienza nel sopportare le avversità. Proponiamoci di vivere una vita santamente allegra e fervorosa. Una comunità dove tutti facessero questo proposito, diverrebbe un paradiso anticipato. Delle debolezze ce ne saranno sempre, ma siamo qui per accettarci, sostenerci e santificarci. Non bisogna cedere alla malinconia; mettere invece tutto nelle mani di Dio e così edificarci a vicenda ed edificare anche gli altri. Non voglio che questa sia la casa della malinconia, ma dell’allegrezza. In missione se non vi saprete vincere, se non saprete frenare il malumore, farete solo del male.
Mi piacciono quelli che stanno sempre nella volontà di Dio, che cercano e trovano la loro sicurezza nelle Sue mani. Come fa piacere quando uno tira diritto; va avanti, sempre avanti! Vi voglio allegri. Bisogna stare bene di anima e di corpo. Io desidero che si conservi e si accresca sempre più lo spirito di tranquillità, di scioltezza, di serenità. Questo è lo spirito che io voglio: sempre gioia, sempre facce allegre!
Ascensione
75. L’Ascensione è un mistero che va proprio al cuore, riempie l’anima di paradiso. Il Signore conduce gli Apostoli sul monte per farli partecipi della sua gloriosa Ascensione al cielo. Lungo il cammino, Egli dà loro gli ultimi avvertimenti, finché una “nube” viene a rapirlo ai loro sguardi. Essi rimangono estatici, ma un angelo li scuote: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato tra di voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,9-11). Forse gli Apostoli avrebbero voluto rispondere: vogliamo andare anche noi in paradiso! No, no, andate prima a lavorare per molti anni, fate quello che vi ha detto. Allora essi ritornarono a Gerusalemme.
L’Ascensione è dunque la festa del paradiso. Il nostro cuore è con Gesù e ascendiamo con Lui. Egli è glorificato e sta assiso alla destra del Padre a intercedere per noi (cf. Eb 7,25) e ci prepara un posto, conforme alla promessa fatta agli Apostoli (cf. Gv 14,2-3). Sì, Gesù tiene preparato questo posto in paradiso per me, per ciascuno di voi, solo che lo vogliamo. Questo pensiero deve farci coraggio, deve stimolarci a renderci degni missionari e missionarie, invogliarci a faticare per poco in questa vita, per poi goderlo nell’eternità. Coraggio e costanza! Il paradiso costa, ma non sarà mai abbastanza pagato.
In particolare consideriamo le ultime parole rivolte da Gesù agli Apostoli prima di salire al cielo: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). Gesù ha conferito il mandato ai missionari e alle missionarie. Vedete che consolazione! Il Signore in quel momento ha pensato a ciascuno di noi. Si vedeva che gli stava tanto a cuore la sua Chiesa. Come ricordo poteva dire agli Apostoli: siate più pazienti, più buoni, più caritatevoli, più umili, ecc… Ma no: andate in tutto il mondo.
Gesù ha voluto aggiungere anche le promesse di aiuti soprannaturali e straordinari: «Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove» (Mc 16,17). In quei momenti, Egli ha pensato a noi missionari e missionarie, che continuiamo la missione affidata agli Apostoli. Quanto devono consolarci tali promesse, che si sono verificate negli apostoli di tutti i secoli! Prima di salire al cielo Gesù disse ancora: «voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto» (Lc 24,48). È come se avesse detto: non lasciatevi prendere dalla smania di andare a evangelizzare, ma prima preparatevi. Prima di incominciare la missione, dunque è necessaria la preparazione attraverso la grazia comunicata dallo Spirito Santo.
Pentecoste
76. Gesù dice: «Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò» (Gv 16,7). Lo Spirito Santo non discende solo con i suoi doni e con i suoi frutti, ma Lui in Persona. Il Signore non disse: «Ricevete i doni dello Spirito Santo», ma: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22).
È lo Spirito Santo che applica i meriti della Redenzione operata da Gesù, che converte e santifica le persone. Egli ci illumina e riscalda, ci concede la grazia per salvarci e santificarci, ci offre i suoi doni. In tutti i tempi è lo Spirito Santo che forma i santi.
Gli Apostoli, ritiratisi nel Cenacolo, erano perseveranti e tutti uniti nella preghiera, insieme con Maria SS. (cf. At 1,14). Ella aiutò gli Apostoli e ottenne loro l’abbondanza dello Spirito Santo e così aiuterà anche noi. Lo Spirito Santo non viene nel rumore e nella dissipazione, ma nel raccoglimento. Tutto quello che fate indirizzatelo allo scopo di ottenere la pienezza dello Spirito Santo. Nel Cenacolo erano tutti uniti, tutti d’accordo. Questo è importante, perché dove non c’è amore, lo Spirito Santo non entra.
La Chiesa nacque a Pentecoste sotto l’influsso dello Spirito Santo. È Lui che dirige la Chiesa, fino alla fine del mondo. Il Papa ed i vescovi continuano a guidarla sotto l’influsso dello Spirito Santo. La Pentecoste è detta la “seconda Pasqua”. S. Giovanni Crisostomo la definisce il compimento di tutte le altre solennità. S. Massimo scrive che non è solo una commemorazione, ma è la rinnovazione della discesa, sempre in modo nuovo, dello Spirito Santo. Come allora, così anche oggi lo Spirito Santo discende, sia pure invisibilmente, sulla Chiesa e sui fedeli che vi sono preparati. La stessa diffusione della fede è l’effetto dell’azione dello Spirito Santo. Quindi a Lui va attribuito tutto il bene che si fa nelle missioni.
77. Allo Spirito Santo si attribuiscono le opere dell’amore e della grazia. Egli è tutto amore e, per l’amore che ci porta, desidera ardentemente di comunicarsi a noi. Ora, amore esige amore. I nostri doveri verso lo Spirito Santo sono: conoscerlo, amarlo e seguirlo. Chiediamogli che infiammi il nostro cuore, così da renderci nuove creature. Dallo Spirito Santo si ricevono tutte le grazie, ma soprattutto l’amore. Non si fa torto al Padre a voler bene al Figlio, e così pure non si fa torto al Figlio a voler bene allo Spirito Santo. Questo amore è quello che infiammò gli Apostoli per evangelizzare con ardore. Ne abbiamo bisogno pure noi, ed è dallo Spirito Santo che dobbiamo ottenerlo.
È difficile che chi vive sotto il Suo influsso non si faccia santo. Ascoltiamo volentieri nel nostro cuore la Sua voce, che è la voce della grazia, e cerchiamo di tradurla in pratica. Seguiamo lo Spirito Santo con generosità e costanza. Se ricevessimo bene lo Spirito Santo, saremmo tutti veri e santi apostoli. Mettiamoci nelle sue mani, lasciamolo fare, seguiamolo docilmente: che Egli compia la nostra santificazione. Quando riceviamo lo Spirito Santo con i suoi doni e con i suoi frutti, siamo trasformati.
S. Paolo dice: «Non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio con il quale foste segnati per il giorno della redenzione» (Ef 4,30). Tre cose impediscono la sua venuta in noi: il peccato, lo spirito mondano e una visione troppo terrena della vita.[1] Anzitutto il peccato, perché il Santo dei Santi non potrà venire ad abitare dove vive e regna il peccato. È il peccato che spegne in noi la grazia di Dio e, quindi, lo Spirito Santo. San Paolo raccomanda: «Non spegnete lo Spirito» (1Ts 5,19).
Anche lo spirito mondano e la visione troppo terrena della vita impediscono la venuta dello Spirito Santo, perché Egli è «Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce» (Gv 14,17). S. Paolo spiega che: «quelli che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito» (Rm 8,5). Il Crisostomo spiega che la luce dello Spirito Santo può essere spenta dal vento o dalla mancanza di olio, cioè dallo spirito del mondo o dalla mancanza di opere buone.
78. Quando ero ancora chierico, ricordo che sono andato ad accompagnare il SS. Sacramento che veniva portato a un sacerdote gravemente ammalato. Ebbene, quel santo sacerdote, in attesa di ricevere l’Eucaristia, come preparazione ripeteva la sequenza “Vieni, Santo Spirito”. Alcune volte la dico anch’io prima di celebrare la S. Messa e la potete pregare anche voi. Alle parole: “Vieni Padre dei poveri”, noi che siamo così deboli e pieni di difetti, cerchiamo di avere molta confidenza, perché lo Spirito si dichiara protettore dei miseri. Dicono che le api fuggono il frastuono, così lo Spirito Santo vuole tranquillità, cioè raccoglimento. Della sequenza “Vieni, Santo Spirito” fate tante giaculatorie da ripetere durante il giorno. Diciamo al Signore: «Manda il Tuo Spirito che crei in me un cuore nuovo».
Preghiamo anche l’inno “Vieni, Spirito Creatore”. Se lo consideriamo bene, ci aiuta molto. Inizia così: «Vieni Spirito Creatore, illumina, visita la nostra mente, e riempi i cuori che la Tua bontà ha creato». Prima di tutto facciamo questo invito, perché venga lo Spirito a riempirci della Sua grazia. Poi vengono i titoli: «Tu che ti chiami Paraclito, che sei anche dono dell’Altissimo, fonte viva, fuoco e carità». Vedete che bei titoli e sono tutti presi dalla Sacra Scrittura. Poi passa ai doni: «Tu ci dai sette doni, sei dito della destra del Padre, sei stato promesso agli Apostoli». Detto questo, si fa una preghiera: «Accendi la luce ai sensi della mente, dell’intelletto, e aiutaci con la tua forza». Poi ancora si chiede che abbiamo la pace, che evitiamo il peccato, che possiamo conoscere il Padre e il Figlio.
Dobbiamo continuamente accrescere in noi la grazia, e corrispondervi. Sì, corrispondere alla grazia, affinché non si estingua in noi la carità, che è lo Spirito Santo. Alle volte i doni dello Spirito Santo sono assai poveri in noi perché non abbiamo vigore, viviamo una vita mediocre. Ravviviamo la grazia di Dio che è in noi. Lo Spirito Santo certo farà Lui, ma prima vuole che facciamo noi quello che possiamo.
79. Poiché i doni sono un regalo dello Spirito Santo, preghiamolo che ce li accresca: la sapienza, per gustare le cose spirituali, guardare solo il paradiso e non dare troppa importanza alle cose temporali; l’intelletto, cioè sapere leggere dentro, che è una luce che sgombra le tenebre, ci fa penetrare i misteri e dà la pace nel credere; il consiglio, per dirigere noi e gli altri alla virtù e alla santità; la fortezza, per vincere la debolezza nelle avversità e nei pericoli, rendendoci pronti al sacrificio e anche al martirio; la scienza, per sollevarci dalla considerazione delle cose temporali a quelle eterne; la pietà per onorare Dio come Padre e gli altri come fratelli e sorelle; il timor di Dio, per stare attenti a non offenderlo perchè è Padre.
I frutti dello Spirito Santo, secondo S. Paolo, sono: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Secondo S. Ambrogio sono frutti perché «ristorano l’anima di sincero amore e perché contengono una grande dolcezza e soavità». Chi gode di questi frutti vive di Spirito Santo. Bisogna gustarli, e per gustarli è necessario essere devoti dello Spirito Santo. Sono soavi al cuore, ci fanno passare sopra le miserie di questa vita e ci fanno amare i sacrifici.
80. S. Paolo afferma ancora che noi siamo templi dello Spirito Santo: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1Cor 3,16). Ora, se siamo templi di Dio siamo come tante chiese. Che cosa si fa in chiesa? Si fanno molte cose: si sta attenti che ci sia pulizia sia materiale che spirituale; si fa silenzio e non si divaga con la mente; si prega; si fanno sacrifici, mentre partecipiamo al Sacrificio Eucaristico; si ascolta la Parola di Dio e lo Spirito che ci parla; si fanno delle feste, con allegrezza e ornando il cuore con atti di virtù.
Quando si riceve lo Spirito Santo è come fare la Comunione Eucaristica, cioè si riceve Lui in persona. Lo Spirito Santo si compiace di abitare in noi. Meditiamo sovente questa grande e consolante verità. In missione avrete bisogno dello Spirito Santo. Egli vi aiuterà e, se sarà necessario, farà per voi dei miracoli. Questa è una devozione che deve incarnarsi in voi. Bisogna che permanga tutta la vita, tutti i mesi, tutti i giorni, tutte le ore. Quanto vi aiuterà in certi momenti di tristezza e di malinconia, specialmente in missione. Se invocate lo Spirito Santo in quei momenti, Egli certamente vi incoraggerà e vi darà una grande spinta. Lo Spirito consola e sana ogni ferita.
Siamo intesi: lo Spirito Santo non lo abbandoneremo mai, ma lo terremo sempre dentro di noi. S. Filippo Neri voleva che i suoi religiosi fossero tutti figli dello Spirito Santo, ed io pure lo voglio. Sì, siate tutti figli e figlie dello Spirito Santo!
Corpus Domini
81. Crederei di mancare al mio dovere e alla mia devozione, se lasciassi passare la solennità del “Corpo del Signore” senza sottolineare questo grande mistero. Propriamente la festa della SS. Eucaristia si commemora il Giovedì Santo, nel contesto della celebrazione della Passione del Signore. Per solennizzarla maggiormente la Chiesa la trasferì dopo Pentecoste.
Questa deve essere la festa del cuore, della riconoscenza. Nell’Istituto il giorno del “Corpo del Signore” sia occasione per rinnovare e per accrescere l’amore a Gesù Sacramentato. Con fede e di cuore recitate la preghiera: “O sacrum Convivium”. Ditela con trasporto: “O sacro Convito in cui si riceve Cristo!”. Gesù vi è realmente presente come è in paradiso.
“Si fa memoria della Passione”: «Fate questo in memoria di me», disse Gesù agli Apostoli come si legge in S. Luca (Lc 22,19) e come conferma S. Paolo: «Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché Egli venga» (1Cor 11,26).
“La mente è ricolma di grazia”: si riceve da questo Sacramento non solo un po’ di grazia, ma la sua pienezza. Alla Comunione dovremmo divenirne permeati: non avere più parte alcuna di noi che non sia ripiena di grazia. Non riceviamo infatti l’Autore stesso della grazia?
“E ci viene data la garanzia della gloria futura”: l’Eucaristia è un pegno. Gesù, volendoci lasciare un dono, lasciò Se stesso. Abbiamo già il paradiso in terra. Veramente in questo Sacramento ci sono tutti i tesori della sapienza e della scienza divina. Donandoci Se stesso, Gesù ci donò tutto. S. Agostino dice: «Pur essendo onnipotente, non fu in grado di darci di più. Pur essendo sapientissimo, non seppe darci di più. Pur essendo ricchissimo, non potè darci di più».
Sacro Cuore di Gesù
82. La festa del Sacro Cuore è come una continuazione, un compimento della festa del “Corpo del Signore”. La Chiesa ci insegna che questa festa venne stabilita per ricordarci la carità di Gesù per noi nella sua Passione, di cui l’Eucaristia è il perenne memoriale. Ecco perché queste due feste, benché distinte, sono intimamente unite.
Dobbiamo al Cuore di Gesù lo stesso onore che alla SS. Eucaristia. Le due devozioni, pur avendo un oggetto distinto, si spiegano e s’integrano a vicenda. La devozione al Cuore di Gesù fa comprendere l’amore immenso di nostro Signore che si è dato a noi nella SS. Eucaristia; l’Eucaristia a sua volta ci fa comprendere e ci dona il Cuore di Gesù.
Il Cuore di Gesù che la Chiesa venera è lo stesso che soffrì tanto durante la sua vita quaggiù, specialmente nella Passione; è quel cuore che nel Getsemani sopportò il dolore per il peccato dell’umanità e che sulla Croce fu trafitto. A questo Cuore aperto dalla lancia rendiamo onore, adorazione e amore. Desidero che comprendiate bene in che cosa consiste questa devozione, che ha per oggetto il Cuore vivo del Signore. Perché la Chiesa preferisce onorare il cuore? Perché, per comune e popolare opinione, esso è come la sede degli affetti. Tutto parte dalla volontà e dal cuore. Se questo si ferma, cessa la vita. Questa devozione non è nuova, è anzi antica quanto la venuta del Figlio di Dio sulla terra.
I nostri Istituti sono consacrati al Cuore di Gesù. Questa consacrazione è la rinnovazione e ratificazione di quella fatta nel santo Battesimo; è il riconoscimento dei diritti che ha il Signore sopra di noi; è il culto di onore e di giustizia che dobbiamo per mille motivi al nostro Creatore, nostro Redentore, nostro Sommo Bene. Questa è una devozione che deve continuare sempre e da essa io mi attendo tante grazie, la venuta di nuovi missionari e missionarie, la loro santità e ardore per le missioni.
Festa di Tutti i Santi
83. Teniamo gli occhi e il cuore fissi al paradiso, per rallegrarci con i santi. Il pensiero del paradiso deve essere il pensiero dominante di questo giorno. Io sono persuaso che in paradiso vi sono dei santi che sono più santi di quelli che veneriamo sugli altari. Non c’è bisogno del processo canonico; lo fa il Signore dopo morte, in un momento. Quante cose vedremo!
Tutto quello che ci viene proposto dalla Chiesa è così bello! Bisogna vivere dello spirito della Chiesa che ogni giorno ci dà il nostro nutrimento spirituale, che ci fa vivere dello spirito del Signore. E oggi la Chiesa ci invita a rallegrarci: «Godiamo tutti nel Signore celebrando la festa di tutti i santi!». Perché la nostra letizia porti frutti di santificazione, consideriamo come avvicinare i santi e quali siano i nostri doveri verso di essi. Anzitutto onorarli perché sono gli amici di Dio, i nostri fratelli maggiori e benefattori. È salutare la pratica dei nostri Istituti di proporci un santo ogni anno, per onorarlo in modo particolare e imitarlo. Anche l’anniversario del santo di cui portiamo il nome è da celebrarsi in modo speciale. Onoriamo anche i santi di ogni giorno, e siamo particolarmente devoti dei patroni della diocesi, della parrocchia, dei nostri Istituti e dei luoghi dove andiamo.
Inoltre invocarli. Essi sono i nostri intercessori, che possono e vogliono aiutarci ad ottenere le grazie di cui abbiamo bisogno. Ricorriamo perciò a loro con fiducia, con amore. Quando abbiamo bisogno di una virtù particolare, ricorriamo all’intercessione di quei santi che in essa si sono distinti: S. Tommaso, S. Alfonso, S. Francesco di Sales per la scienza; S. Luigi, S. Giovanni Berchmans, S. Stanislao Kostka per la purezza; S. Francesco Saverio, S. Pietro Claver, S. Fedele da Sigmaringa, il Beato Chanel, per l’ardore apostolico, ecc. Vi raccomando anche una speciale devozione ai santi che sono meno ricordati. Il padre, la madre, un conoscente... possono essere santi anche essi. È un nostro modo di ragionare, ma c’è della verità.
Infine imitarli. I santi sono modelli che possono essere imitati da tutti, perché vari nella loro vita e nell’eroismo della loro virtù. Anche essi furono quaggiù soggetti a tribolazioni e tentazioni; ebbero pure i loro difetti, ma con la grazia di Dio si santificarono. Diciamo a noi stessi con S. Agostino: «Se questi e quelli perché non io?». Se questi e quelli nelle mie stesse condizioni di vita poterono santificarsi, perché non lo posso io? Ecco il frutto che dobbiamo ricavare dalla festa dei santi.
Solleviamo dunque il nostro pensiero ai santi, per onorarli, invocarli e imitarli; pensiamo a quello che ci dicono dal paradiso. Ora essi sono pienamente felici, ma se ancora potessero desiderare qualcosa, sarebbe di essere stati più virtuosi, più apostoli, ecc. A certuni sembra di fare gran cosa a essere missionari, a essere religiosi. Poveri noi! Viviamo un po’ dai tetti in su! Solleviamoci! Voglio vivere di paradiso, di paradiso!
Diciamo ai santi che ci parlino e noi ascoltiamoli e imitiamoli. La Chiesa ci fa venerare tanta moltitudine di santi, perché con la loro intercessione moltiplichino le grazie su di noi. La memoria di quelli che sono santi dura in eterno! Dunque, prendiamo la mira alta, alta! In alto i cuori!
Commemorazione dei defunti
84. È dogma di fede che esiste la “comunione dei santi”, come professiamo nel Credo. La Chiesa è militante, purgante e trionfante. Sono come tre rami della stessa pianta, tre province di un regno, tre ordini di cittadini in una città, ecc. Con la morte non si rompe questa unione. S. Paolo scriveva ai Romani che noi formiamo un corpo solo in Gesù Cristo e che ciascuno è membro di questo corpo (cf. Rm 12,5).
Che esista il purgatorio lo sapete e che vi sia la comunione dei santi pure. Di conseguenza, il pregare per i defunti, secondo S. Tommaso e S. Bonaventura, è un insigne atto di carità verso Dio e verso il prossimo. Mezzi di suffragio sono le opere di carità, le preghiere in pubblico e in privato, i sacrifici, l’elemosina.
Il principale è sempre la S. Messa, perché i defunti sono aiutati con l’accettevole Sacrificio dell’altare.
Preghiamo tanto per le anime del purgatorio, soprattutto per quelle dei missionari e delle missionarie. Le nostre Costituzioni fissano i suffragi da farsi alla loro morte. Preghiamo inoltre per i nostri benefattori defunti. È questo un sacro dovere di riconoscenza. Infatti che cosa avremmo potuto fare o potremmo fare senza di essi? Tra i primi ricordate mons. Demichelis, dal quale abbiamo avuto la prima Casa madre; sua sorella che ci lasciò la palazzina di Rivoli; l’ing. Felizzati che era professore di matematica all’università e voleva farsi missionario. Morendo, a 42 anni, mi lasciò suo erede, benché io non volessi; ma egli mi rispose: «Mi lasci morire in pace!»; l’abate Nicolis di Robilant, ecc. Essi dal cielo, dove vedono tutto in Dio, conoscono i nostri bisogni e manderanno qualche buona ispirazione a chi ci può aiutare.
Noi non dimentichiamo i nostri confratelli e consorelle defunti. Tutti i giorni preghiamo per loro, specialmente nella S. Messa. Come è bello, nelle comunità, quando si dice: «ricordiamo l’anniversario della morte del confratello o della consorella...». Tutti sono così invitati a pregare per essi. E tutto quanto si compie nella comunità è pure sempre in loro suffragio. La comunità sarà sempre formata dai vivi e dai defunti, né questo vincolo si scioglierà più, neppure in paradiso.
In questi giorni ho fatto un pellegrinaggio, tutto solo e a piedi, fino al cimitero. Entrai prima in cappella, ma non c’era il SS. Sacramento. Uscito, incominciai il mio pellegrinaggio. Non mi fermai a contemplare i grandi monumenti, ma incominciai a destra, dalla tomba di don Ignazio Viola che celebrava bene la S. Messa. Poi andai alla tomba dove una volta c’era la salma di S. G. Cafasso, ma ora non c’è più; mi pareva di leggere sulla tomba: «Non è qui!» (cf. Mt 28,6). In quel luogo vi sono pure molti sacerdoti della Piccola Casa del Cottolengo, compreso il teologo L. Guala, il quale poneva le sue delizie nel lavorare per la gloria di Dio. Feci anche qui la mia conversazione, chiedendo buon spirito. Mi portai in seguito dal can. G. M. Soldati, già rettore del seminario ai miei tempi; qui parlai in confidenza e ci siamo intesi un pochino. Passai dalla signora De Luca, passai anche fra le suore Visitandine, Sacramentine e Giuseppine, e mi fermai sulla tomba di mons. Demichelis e gli dissi: «Quando vi rivedrò in paradiso, vi troverò contento dell’uso che ho fatto dei vostri beni?», e ho conversato un poco con lui. Quindi andai dall’abate N. di Robilant che nella sua lunga malattia era sempre sereno e allegro. Finalmente, dopo essere passato dai vescovi, me ne tornai a casa in tram.
Il giorno della commemorazione dei defunti non è per me un giorno di malinconia, ma di allegrezza, non oso dirlo agli altri, ma voi comprendete.
[1] L’Allamano, per esprimere la posizione di quanti vivono senza tener conto dei principi della fede, usava l’espressione «spirito troppo umano». Tenuto conto della sensibilità e del modo di esprimersi delle scienze antropologiche oggi, il pensiero dell’Allamano è espresso meglio con: «visione troppo terrena della vita».