Passione missionaria

121. Fino a dare la vita. L’ardore apostolico, al dire di S. Agostino, è un effetto dell’amore, anzi non si distingue da esso. Non però di un amore qualsiasi, bensì di un amore intenso e ardente. L’ardore apostolico è il carattere proprio del missionario e della missionaria. Non si va in missione per capriccio, o per turismo, ma unicamente per amore di Dio, che è inseparabile dall’amore del prossimo. Non solo dunque come cristiani, ma anche e più come missionari, abbiamo l’impegno di procurare la gloria di Dio collaborando alla salvezza delle anime.[1] Questo è il fine della nostra vocazione speciale. Bisogna aver tanta carità da dare la vita. Senza questo amore potrete avere il nome, ma non la realtà, né la sostanza dell’apostolo.

Dice S. Dionigi Areopagita che cooperare alla salvezza delle anime è la più divina fra le opere divine. Dio vuole servirsi di noi. Come afferma S. Paolo, «siamo infatti collaboratori di Dio» (1Cor 3,9). Pensate: collaboratori di Dio per la salvezza dell’umanità! Proprio come se Dio avesse bisogno del nostro aiuto! È a noi che la Chiesa affida il grande mandato dell’evangelizzazione che ebbe dal Risorto. È l’opera delle opere.

La Creazione, l’Incarnazione, la Redenzione, la Missione dello Spirito Santo, tutto ha per fine la salvezza dell’umanità. «Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti – dice S. Paolo – perché anche essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù» (2Tim 2,10). Dio stesso ci supplica ad essere impegnati per questa sua causa, e chi non vorrà accogliere la sua voce? Chi di noi non si stimerà fortunato di una tale vocazione?

«Io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). Questa chiamata è un grande dono da parte di Gesù, ma è pure un grande dovere da parte nostra. «Guai a me se non predicassi il vangelo!» (1Cor 9,16). Ricordatevi tuttavia che non basta predicare, ma è necessario impegnarci in tutte le opere e accogliere tutti i sacrifici che la vita apostolica richiede, costi quel che costi. «Lavoriamo, lavoriamo – esclamava il Cafasso – ci riposeremo in paradiso!». Non ci rincresca se ci sembra di dissiparci un poco per adempiere il nostro impegno missionario. Preghiamo solo molto, come faceva S. Francesco Saverio.

122. Ci vuole fuoco per essere apostoli. Cercare la pace e la calma nei monasteri solo per sfuggire la fatica, non è amor di Dio. Questo è tempo di lavorare, di sacrificarci! Facciamo nostre le parole di Paolo: «Tutto io faccio per il Vangelo» (1Cor 9,23). Tutto, tutto! Mi spenderò e mi sacrificherò! Al Signore dovremo presentare non degli affetti o dei desideri, ma del lavoro apostolico.

S. Bernardo dice che l’apostolo deve essere infiammato dalla carità, completato dalla scienza, reso stabile dalla costanza. Il vero apostolo, dunque, è infiammato dalla carità, cioè dalla passione di far conoscere il Signore e di farlo amare, cerca il bene delle persone e non di se stesso. Gesù dice: «Sono venuto a portare fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Ci vuole fuoco per essere apostoli. Se non si è né caldi né freddi, cioè tiepidi, non si riuscirà mai a niente. L’uomo in tanto vive, in quanto è attivo per amor di Dio. Si può stare in unione intima con Dio e operare nel medesimo tempo. Se c’è amore, c’è zelo, e questo farà sì che non poniamo riserve o lentezze nella dedizione di noi stessi per la missione. Ciò che si può fare oggi, non bisogna tramandarlo a domani. Non saranno mai missionari o missionarie quanti non ardono di questo fuoco divino!

Il nostro impegno apostolico, inoltre, deve essere completato, perfezionato dalla scienza. Di questo vi ho già parlato. È necessario sapere e quindi studiare; bisogna fin d’ora procurarsi la scienza necessaria, non aspettare la scienza infusa. Un parroco mi scriveva: «C’è qui un chierico che non ha una buona testa, ma per un missionario basta». Niente affatto! Per un missionario non basta; se lo tenga pure. In missione ci vuole anche scienza.

Il vero apostolo è, infine, reso stabile dalla pazienza e dalla costanza. Costanza, senza scoraggiarsi quando i risultati sono scarsi. S. Bernardo afferma che «Dio pretende da te la cura, non la guarigione», cioè aspetta l’evangelizzazione, non la conversione delle persone, che è compito suo. Voi siate desiderosi di fare del bene e sospirate il giorno in cui potrete farlo. Sì, desiderare e sospirare il giorno in cui vi sarà dato di partire per le missioni, purché ciò sia finalizzato all’evangelizzazione. C’è posto e lavoro per tutti, state tranquilli! Coraggio, dunque! Il Signore ha sete di anime e sta a voi dissetarlo. Egli vuole che tutti giungano alla conoscenza della verità e si salvino, ma vuole che vi giungano per mezzo vostro. Se riflettessimo su questa volontà di Dio! Sì, animatevi fin d’ora a questi sentimenti; preparatevi alla missione con la preghiera, lo studio, il lavoro; date importanza a tutto, perchè tutto un giorno potrà servirvi a fare del bene.

Durante l’adorazione eucaristica cantiamo il salmo 116 che ha un significato missionario. Esso è come un duetto fra i popoli e gli evangelizzatori. Nel primo versetto i popoli sono invitati a rendere gloria a Dio: «Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte nazioni dategli gloria» (v.1). Nel secondo versetto è contenuto il riconoscimento della misericordia del Signore: «perché forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eterno» (v.2). Tutti insieme, loro e noi, ci uniamo con gioia in un canto di lode e ringraziamento a Dio per la chiamata delle genti alla fede.

Mansuetudine

123. Gesù nostro modello. L’eccellenza della mansuetudine appare in modo evidente dagli insegnamenti e dagli esempi di Gesù: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Basta aprire il Vangelo per vedere come Gesù amò e praticò la mansuetudine. I Giudei lo dicono indemoniato ed Egli si limita a rispondere: «Io non ho un demonio» (Gv 8,49). Durante la passione tace, e se parla, le sue parole sono miti: «Perché mi percuoti?» (Gv 18,23). Anche con gli Apostoli quanta mansuetudine! A Giuda, nel Getsemani: «Amico, per questo sei qui!» (Mt 26,50). Secondo S. Paolo, la mansuetudine fu la caratteristica di Gesù: «Vi esorto per la dolcezza e mansuetudine di Cristo» (2Cor 10,1). Anche S. Pietro mette in rilievo questa virtù di Gesù, il quale «oltraggiato non rispondeva con oltraggi» (1Pt 2,23). Lo stesso Isaia raffigura il Messia come un agnello mansueto: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, non aprì la sua bocca» (Is 53,7). Gesù si presenta dunque a noi come modello di mitezza da accogliere e imitare. Credetelo, c’è gran bisogno di questa virtù per i missionari e le missionarie.

124. Necessaria in missione. La mansuetudine, quando sarete in missione, sarà per voi di una importanza straordinaria. Adesso vi pare di essere mansueti, ma che cosa avverrà quando sarete in missione? Qualcuno ha il carattere molle e si crede mansueto. Non basta però avere il carattere, bisogna avere la virtù. Qualche episodio di violenza, avvenuto in passato, ha allontanato le persone. Tollerate che io, con vero dolore, disapprovi grandemente qualche nostro missionario perché, contro le mie continue raccomandazioni, si lasciò andare a dire parole dure e anche a percuotere qualche individuo del luogo. Ne piansi alla notizia e pregai il Signore di far dimenticare a quella persona la cattiva impressione. Anche un missionario annotava nel diario: «C’è ancora memoria della mancanza di mansuetudine di un sacerdote». Non inganniamoci scambiando per ardore apostolico la nostra passione. Talvolta ci pare ira giusta, ma non lo è. La mansuetudine mi sta a cuore. L’esperienza prova che i missionari e le missionarie in tanto fanno del bene in quanto sono miti. Non dimenticate mai quanta importanza io dia a questa virtù.

125. Lavorare il proprio cuore. La mansuetudine è una virtù morale necessaria nei rapporti con gli altri e per il bene che ci proponiamo di far loro. Il Signore dice: «Beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). Il che vuol dire che saranno padroni del proprio cuore e poi del cuore degli altri, nonché padroni del cuore di Dio. Pregate il Signore che vi dia una buona conoscenza di questa virtù, che ve ne faccia apprezzare l’importanza.

La mansuetudine ha come contrapposizione l’ira. S. Tommaso definisce la mansuetudine: «virtù che modera l’ira secondo la retta ragione», cioè la tiene nei giusti limiti: che non sia troppa, né fuori di luogo o di tempo. È una virtù difficile che richiede tempo, sforzo e violenza. Per acquistarla bisogna combattere, affrontando o almeno non sottraendoci alle occasioni. S. Basilio considera la mansuetudine la “virtù più elevata”, ossia la più importante per chi è in contatto con il prossimo.

Ascoltiamo le parole di S. Paolo a Tito: «Ricorda loro […] di evitare le contese, di essere mansueti, mostrando ogni dolcezza verso tutti» (Tt 3,2). Tutta la mitezza possibile nel parlare, nell’agire e in tutte le occasioni. E ciò sempre, quando si è di buono o di cattivo umore, nell’allegrezza o nelle pene. E verso tutti, anche verso le persone più indiscrete. S. Paolo continua: «Eravamo anche noi una volta insensati» (Tt 3,3), cioè avevamo gli stessi difetti. Se per grazia di Dio ora ne siamo liberi, sappiamo comprendere gli altri. Ecco il lungo e forte impegno formativo cui siete chiamati a far fronte fin d’ora, se vorrete essere miti in tutte le occasioni. Vigilate su voi stessi nelle piccole prove che incontrate ora, per allenarvi ad affrontare con successo quelle maggiori che incontrerete nelle missioni.

Energia e costanza

126. Tirare diritto con energia. In montagna le strade fanno lunghi giri; sono più agevoli, ma allungano il cammino. Se uno invece taglia diritto è vero che farà fatica, ma raggiungerà la vetta in più breve tempo. Così nella via della santità è necessario non lasciarci intorpidire, ma scuoterci e tirare diritto con energia.

Talora ci lamentiamo che non proviamo gusto. Si capisce, siamo freddi, non siamo generosi. Noi vorremmo che il Signore ci facesse santi senza la nostra cooperazione; questa non è energia spirituale! Siamo fatti così: proponiamo, ma non sempre dimostriamo l’energia continua in tutte le cose.

La nostra vita vale in quanto è attiva per noi e per gli altri. Tante volte si desidererebbe stare un’ora dinanzi a Gesù Sacramentato, invece si sta solo pochi minuti e poi si deve andare a lavorare. Io sorrido quando sento dire che c’è tanto lavoro. Più lavoro c’è e più se ne fa; ma bisogna lavorare con energia, che è la caratteristica del missionario. Un vero missionario e una vera missionaria sanno raddoppiare le forze. Se si è attivi, si ha sempre tempo per tutto e ancora tempo di avanzo.

127. Valorizzare il tempo. Stimiamo e valorizziamo talmente il tempo da non perderne la minima parte. S. Bernardo dice che non vi è nulla di più prezioso del tempo e aggiunge che non vi è nulla di meno stimato. Purtroppo noi non lo apprezziamo abbastanza, non si pensa che ogni minuto ha un valore immenso per l’eternità. I santi tenevano in gran conto questo dono di Dio.

Il tempo lo si può perdere in diversi modi, e voi farete bene ad esaminarvi. Si può perdere il tempo facendo il male, oziando, non operando il bene che si deve o non realizzandolo come Dio vuole. Sia pertanto questo il comune proposito: valorizzare il tempo.

Se così ora facciamo, un giorno mieteremo.

Il Cottolengo, come canonico al “Corpus Domini”, avrebbe potuto condurre una vita tranquilla: pregare il breviario, passeggiare, andarsene a cena senza preoccupazioni... E invece voi sapete quello che ha realizzato. Anch’io potrei starmene tranquillo: andrei in coro, poi me ne andrei a pranzo, poi leggerei il giornale, poi mi metterei a riposo... e poi... e poi morirei da folle! È questa la vita che si deve fare? Siamo destinati ad amare il Signore e dobbiamo fare del bene, il maggior bene possibile! Attività, attività, perché il tempo è breve! Il Signore dispensa le grazie secondo lo sforzo che uno si impone. In missione potrete perdere tempo o fare del bene. Fare le cose bene sì, ma farle sciolte. Esaminatevi su ciò che fate e su ciò che potreste fare.

128. Un alto grado di fortezza. Al missionario e alla missionaria occorre un alto grado di fortezza, che li renderà vittoriosi nelle lotte che tenteranno di abbatterli. Senza fortezza d’animo è facile lasciarsi prendere da inutili malinconie. La virtù non deve vacillare per cose da nulla, come il caldo, il freddo, un malessere. Se non sarete forti qui, non lo sarete neppure in missione. Spesso per un piccolo male, per un nonnulla, non si è più capaci di fare tutto il bene e si pensa a un cumulo di cure che ci sembrano necessarie. Quei piccoli capricci, quelle piccole voglie bisogna vincerle, perché dopo diventano grosse. Io non voglio che pensiate alle croci future in modo poetico, come fanno taluni che pensano e dicono: «Ah, io far , far ...!». E intanto si fa nulla. Nelle comunità è brutto agire per abitudine: bisogna scuoterci, ci vuole energia. I santi missionari non sono delle mezze volontà. Lo scopo dell’Istituto è di formare missionari e missionarie eroici! Non vi è infelicità più grande che vivere rilassati in comunità. Il Signore non favorisce la pigrizia. Nella via della perfezione non dobbiamo trascinarci mollemente, ma adoperare il pungolo!

Lo sbaglio maggiore credo sia di lusingarsi di essersi dati interamente al Signore. Si è virtuosi finché capita nulla di contrario, ma basta un contrattempo per abbattere una montagna di santità. Ognuno dica: costi quel che costi, voglio corrispondere ed essere tutto di Dio e che la mia non sia solo velleità, ma volontà! Vi ho già ricordato quanto diceva S. Francesco di Sales: «Se scorgessi nel mio cuore un filo che non fosse per il Signore, lo strapperei senza pietà!». Quanti fili abbiamo nel nostro cuore! Il filo della superbia, della gola, della gelosia, delle mancanze di carità. Bisogna lavorare a reciderli tutti. L’energia è il dono che il Signore dà a chi lo ama. Coraggio!

129. Con costanza. Nell’attività missionaria ci vuole stabilità. Vale più un piccolo bene fatto con costanza, che iniziare tante opere grandiose e lasciarle a metà. La costanza è una dote del missionario e della missionaria. S. Paolo ci incoraggia a correre in modo da raggiungere il traguardo (cf. 1Cor 9,24). Ecco: noi corriamo qualche giorno, poi procediamo a rilento, ci stanchiamo. Ah, quell’uguaglianza di spirito! Essere un giorno tutto entusiasmo e un altro tutta fiacchezza non va! Quando si è conosciuto che una cosa è di dovere, andare fino in fondo. È necessario sapersi dominare, in modo da essere sempre uguali a se stessi.

La parabola del granello di senapa (cf. Mt 13,31-35) può essere applicata alle piccole cose che si fanno in comunità; così piccole, ma che hanno un grande valore davanti a Dio, perché sono fatte per suo amore. Queste bisogna farle con costanza; non: oggi si fanno e domani non più. A fare le cose grandi siamo disposti, ma quelle piccole quotidiane facilmente ci stancano. Oggi facciamo tutto bene… obbedienza perfetta…carità cordiale…, ma domani… Eh! manchiamo di costanza. Eppure la nostra santificazione consiste proprio lì, nel fare tutte le piccole cose bene e sempre.

Il card. Gaetano Bisleti era entusiasta del Cafasso e diceva: «Io non ho mai visto un santo così». L’eroismo della sua virtù consiste nella costanza. Non consiste nei miracoli l’eroismo, ma nell’impegno costante, nello stare sempre lì fermi nel buon volere, nel non perdere tempo. Tanti vogliono santificarsi, ma che lo vogliano proprio costantemente, tutti i giorni, sono pochi. Ricordate, la santità esige costanza, fermezza di volontà. Chi vuole farsi santo ha solo bisogno di corrispondere alle grazie giorno per giorno, ora per ora; essere fedele dal mattino alla sera, e non cedere alle malinconie o ai capricci. Bisogna servire il Signore con fedeltà costante ed energica. Per fare un vero missionario, una vera missionaria ci vuole spirito e volontà, indefettibile costanza ed equilibrio di spirito.

Amore come in famiglia

130. Cuore grande. L’amore di Dio e del prossimo sono due virtù così unite che possono dirsi un solo amore. L’amore del prossimo deve essere soprannaturale, partire cioè da Dio e ritornare a Lui. Chi ama il prossimo lo ama in Dio e per Dio. Ne consegue che chi ama Dio, ama necessariamente anche il prossimo. Non si ha quindi vero amore del prossimo quando si ama per simpatia, per interesse o per passione. L’amore del prossimo è precetto che il Signore chiama “suo” e “nuovo”: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 15,12); «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).

S. Gregorio Magno dice che chi non ha l’amore verso il prossimo non deve impegnarsi nell’evangelizzazione. S. Lorenzo Giustiniani ne dà la ragione, dicendo che questo è essenzialmente un servizio di carità; e come potrà comunicare il fuoco chi ne è privo? Il missionario e la missionaria devono avere un cuore grande, pieno di compassione verso i loro fratelli. Non sono forse stati indotti ad abbracciare la vita missionaria dal desiderio di fare del bene al prossimo e di salvare anime?

In particolare, nel sacerdote tutto porta all’amore del prossimo: l’altare sul quale, come vittima di espiazione, offre se stesso al Signore per la remissione dei suoi peccati e di quelli del popolo; il sacramento della Riconciliazione, dove esercita una carità paziente e compassionevole; e così per ogni altro servizio. Il sacerdote, e più ancora il missionario, è l’uomo della carità.

«La carità non pensa male» (1Cor 13,5). Non parlo dei pensieri e giudizi che passano per la mente; si mandano via o meglio non vi si bada. Parlo dei giudizi volontari, acconsentiti, specialmente dei giudizi temerari. Sorvoliamo su tante buone qualità del prossimo, per fermarci su un piccolo difetto. Non di rado giudichiamo delle stesse intenzioni che Dio solo può giudicare: «L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1Sam 16,7). Mentre, anche quando vediamo ciò che chiaramente è male, dovremmo scusare l’intenzione, l’ignoranza o l’inavvertenza. Nostro Signore ci ha ammoniti: «Non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e non sarete condannati» (Lc 6,37). E l’Imitazione di Cristo dice: «Rivolgi gli occhi su te stesso e non voler giudicare le azioni altrui». S. Francesco di Sales diceva: «Se un’azione ha cento facce, bisogna guardarla dalla parte migliore». Quante volte vediamo la pagliuzza nell’occhio del fratello e non ci accorgiamo della trave che abbiamo nel nostro! «Con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,38).

Soprattutto non mormorare del prossimo. Si fa presto a sparlare, ma poi come riparare? Non saremo mai pentiti di aver parlato meno, ma sempre di aver parlato troppo. Ci sono tanti discorsi buoni da fare, senza mettere male. È sempre in vostro potere dare un consiglio retto, una parola di consolazione, un incoraggiamento, soprattutto il buon esempio e la preghiera.

Avviene che si riferiscono le cose udite non esattamente, generando inconvenienti. È tanto facile che capiti questo! Lo si fa talora senza nessuna cattiva intenzione, ma è un fatto che nel riferire non si ha precisione: o si dice diverso da quello che è, o si ingrandiscono le cose. Quanto male può venire in una comunità da uno o due che riportino male le cose. I nostri discorsi siano prudenti. Non tutto ciò che è vero è da dirsi, certe cose non si dicono. Inoltre siano caritatevoli: quanto facilmente si manca di carità nel parlare degli altri!

131. Amarsi come fratelli e sorelle. Parlare di carità fra noi pare quasi farci un’offesa. Eppure nostro Signore ha ripetuto tante volte il precetto della carità fraterna. S. Giovanni non faceva che raccomandare la carità vicendevole, al punto che è chiamato l’Apostolo della carità. Nei suoi ultimi anni di vita, egli non faceva che ripetere: «Figlioli amatevi l’un l’altro». E ai discepoli, che si lamentavano di udire sempre le stesse parole, rispondeva: «In questo c’è tutto; se fate questo fate tutto, perché questo è il precetto del Signore!». S. G. Crisostomo, riportando il fatto, commenta: «Sentenza breve ma grande, importante, conclusiva!». Io farò come S. Giovanni, ripeterò sempre la stessa cosa, così la ricorderete quando sarete in missione.

Tutti i fondatori di istituti religiosi raccomandavano sempre ai loro figli e figlie la carità vicendevole, soprattutto verso la fine della loro vita. Così faccio io; ed è questo l’ultimo ricordo che affido ai missionari e alle missionarie partenti. Se venissero qui a domandarci: «C’è carità?». «Sì, sì, – risponderemmo – e perfetta carità!». Un giorno appunto feci questa domanda alla superiora delle nostre suore. Pareva che le facessi un torto... ma io sono l’uomo delle paure, dubito sempre. Voglio poter dire: «Ci mancheranno tante virtù, ma la carità c’è». Dal paradiso manderò poi dei fulmini, se vedrò che mancate di carità.

Delle difficoltà nel vivere insieme ce ne saranno sempre, ma bisogna stare attenti a non guastare l’incanto della carità. Non lusingatevi di avere poi in missione questa carità, se non l’avete qui. Se non vi arricchite adesso della vera e perfetta carità, in seguito darete una testimonianza negativa. Voglio che ci sia una carità fiorita. Non potrete amare il prossimo lontano, se fin d’ora non avete carità verso quelli con i quali trattate tutti i giorni. Se non si è ben fondati nella carità fraterna, in certe circostanze non si saprà superare le difficoltà, e allora si sarà tentati di chiedere di essere tolti o che venga cambiato quel compagno o quella compagna! Ma che cambiare! Cambia tu e tutto resta a posto. Facciamo dunque un serio esame sulla carità fraterna, sulla carità attuale, fra di noi, non sulla carità dell’avvenire o del prossimo che incontreremo in futuro.

Un parroco una volta andò da Don Cafasso per avere un vicecurato, ma ne voleva uno in punto e virgola. Egli stette a sentire tutte le belle qualità di cui quel parroco voleva fosse dotato il nuovo vicecurato, poi gli rispose: «Guardi, signor prevosto, appena fuori di qui, sul piazzale di fronte al Convitto, c’è un fabbricante di statue; vada e se ne faccia fare uno di suo gusto!». Vi pare? Bisogna prenderlo come è! Perché uno ha dei difetti, non potrà dunque stare più in nessun luogo? Se un missionario o una missionaria pretendesse di fare solo e sempre tutto ciò che è di suo gusto, certo non andrebbe mai d’accordo con i confratelli e le consorelle che ha con sé. Bisogna avere un po’ di pazienza, un po’ di remissività, e vedere se la nostra carità ha tutti i caratteri descritti da S. Paolo: se non è ambiziosa, se non cerca se stessa, ecc. Non voglio che vi sia tra di voi neppure un filo contro la carità. Volere bene ugualmente a tutti, essere disposti a dare la vita per i fratelli e le sorelle.

I primi cristiani erano fra loro un cuor solo e un’anima sola. Quando si dividevano i beni portati agli Apostoli, non si dava un tanto fisso a ciascuno, ma secondo il bisogno di ognuno. Anche facendo in questo modo, l’uguaglianza era garantita. Voler pretendere l’uguaglianza in senso assoluto è un errore.

132. Segni della carità fraterna. I quattro segni per conoscere se si ha veramente la carità fraterna sono: godere dei beni e gioie altrui; soffrire con chi soffre; correggere i propri difetti per amore del prossimo e sopportare quelli degli altri; perdonare le offese, anzi prevenire chi ci ha offesi.

«Rallegratevi con quelli che sono nella gioia» (Rm 12,15). Lo facciamo noi? Godiamo noi del bene dei nostri fratelli, delle nostre sorelle? Sì, la carità gode del bene altrui e dice: «Purché Dio sia servito, se poi da me o da altri, questo è secondario». È difficile, sapete, che uno senta in sé vera gioia quando un altro riesce bene! È l’invidia che ci impedisce di godere del bene altrui come se fosse nostro, e quindi di rallegrarci con chi è nella gioia. Dobbiamo godere del bene dei nostri fratelli e delle nostre sorelle ed essere contenti che nell’Istituto qualcuno diventi più dotto e santo di noi. Non ci sfuggano parole che intaccano la fama altrui e neppure siamo di quelli che non lasciano mai uscire dal labbro una lode. Eh, via! Se qualcuno riesce, non dobbiamo farlo insuperbire, ma una parola di complimento, prendere parte alla sua gioia, questo sì!

«Piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12,15). La partecipazione non deve essere inopportuna, ma va fatta con riguardo: una preghiera, una piccola preferenza, ecc.; tutte cose che, quantunque non siano vistose, circondano di affetto il fratello o la sorella e leniscono indirettamente la pena. Se un dito duole, soffre tutto il corpo; così deve essere di noi in comunità. Quando si vede uno o una che non sta bene, subito interessarsene. Essere anche disposti a passare la notte al capezzale di un confratello o di una consorella infermi. Così se muore un loro parente, dobbiamo sentire in noi il dolore che essi provano. Quanto è mai brutto non partecipare alle pene degli altri! Non è forse vero che spesso una buona parola può dissipare malinconie e difficoltà?

«Portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2). Procurare anzitutto di estirpare in noi quei difetti che possono essere causa di fastidio al prossimo. Questi siano sempre i primi ad essere presi di mira. I difetti possono procedere dal nostro carattere, dal nostro modo di parlare o di agire. Nello stesso tempo dobbiamo sopportare i difetti degli altri. Cercare di correggerli fraternamente se possiamo, altrimenti sopportarli con pazienza. Chi è che non ha difetti? La carità deve tutto sopportare: il tratto poco delicato di uno, la scontrosità di un altro, la comodità di chi ci reca incomodo, ecc. Un po’ di carità aggiusta ed uguaglia ogni cosa. Senza carità la vita comune diventa insopportabile. Siamo come tanti vasi fragili messi l’uno vicino all’altro, dandoci fastidio a vicenda. Dice bene l’Imitazione di Cristo: «Se vuoi mantenere la pace e la concordia con i tuoi fratelli, è necessario che vinca te stesso in molte cose». Sopportate dunque con pazienza i difetti del prossimo, sia fisici, che morali e intellettuali. Se non vi assuefate a sopportarvi, avverrà poi che in missione vi si debba cambiare continuamente di posto. Fa pena pensare che un missionario, una missionaria, che hanno fatto tanti sacrifici, lasciato patria e parenti, sopportato tante dicerie e anche irrisioni, non sappiano poi sopportare il proprio confratello o la propria consorella!

«Nell’ira, non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26). Parlare di perdono delle offese a missionari e missionarie sembra un assurdo, perché tante volte al giorno ripetiamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Bisogna perdonare tutte le piccole offese che, volere o no, possono accadere. E se non si può chiedere scusa (talora non è neppure necessario), almeno avvicinare e parlare con la persona. Come sta male quando due non si parlano! Come potrete un giorno predicare il perdono dei nemici, se non ne date l’esempio? «Ma non tocca a me!», direte. Tocca a tutti, a chi vuole. Non giunga mai la sera, senza che tutto sia accomodato. Avete mai notato ciò che ci dice il Vangelo al riguardo? «Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). Non dice dunque il Vangelo: «se hai fatto un torto al fratello», ma: «se lui ha qualche cosa contro di te, tu va a riconciliarti con lui». Chi è così santo, che alle volte non si lasci sfuggire qualche cosa che può recare offesa? Sono cose che il Signore permette a nostra umiliazione. Perché dunque subito offenderci? Perché conservare rancore? Abbiamo un cuore grande! Forse che nostro Signore non ci diede un sublime esempio, scusando presso il Padre i suoi stessi crocifissori? E noi, pare impossibile, non sappiamo perdonarci delle minuzie!

In una lettera circolare ai missionari in Africa, scrissi che anche fra i santi può nascere qualche differenza di opinione e magari un modo un po’ spinto di sostenerle. Perciò riportai loro le parole di S. Paolo: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26). Si abbia torto o ragione, riconciliarsi subito. Non aspettare un giorno, non un’ora, non cinque minuti, ma subito. Allora sì che la gente potrà dire di voi: «Come si amano i missionari!». E questo amore lo infonderete negli altri. Segno che si perdonano le offese è il pregare e desiderare il bene a chi ci ha offesi. Ascoltiamo ancora San Paolo che ci esorta: «Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno» (Rm 12,10). Amarci, amarci gli uni gli altri, con amore veramente fraterno. Sì, vorrei che queste mie parole le ricordaste sempre.

133. Spirito di corpo. L’apostolo Paolo spiega i motivi che i cristiani hanno per conservare tra loro l’unità: «Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti» (Ef 4,4-6). Ciò che S. Paolo scrive agli Efesini, molto più conviene a noi che formiamo un corpo morale, per l’unione spirituale della vocazione religiosa, sacerdotale e missionaria. È necessaria questa unione di tutti per godere la vera pace in comunità. Ecco quanto sovente vi raccomando! Se S. Paolo non si stancava di ripetere ai cristiani questo avvertimento, non devo stancarmi neppure io per il bene di tutti e di ciascuno. Bella, santa cosa questa unione che può dirsi il primo bene delle comunità.

Per possedere la vera carità ci vuole l’unione, ma l’unione fra tutti. Uno per tutti e tutti per uno. Questo, ripeto, in una comunità è la cosa più necessaria. Dove non c’è questa unione è la rovina. Costi quel che costi, bisogna fare in modo che ci sia l’unione. Noi formiamo un solo corpo morale e dovremmo avere fra noi l’unione che c’è fra le membra del corpo fisico. Questa unione è necessaria per vivere in pace e per essere forti. L’unione fa la forza. L’unione fra i membri di una comunità fa di questa un esercito ben agguerrito e ordinato (cf. Cant 6,4), capace di vincere qualsiasi nemico od ostacolo. Al contrario, la disunione distrugge una comunità.

Ogni istituto ha uno scopo speciale che si consegue con la cooperazione di tutti. Così fanno i membri degli istituti ben ordinati i quali, senza credersi superiori agli altri, preferiscono il proprio e cercano di renderlo sempre migliore. Noi teniamoci in basso, come gli ultimi venuti, ma nello stesso tempo sentiamoci felici di appartenere al nostro Istituto e coltiviamo in noi la persuasione che il Signore ci ha favoriti chiamandoci in questa Famiglia. Bisogna amarla la propria comunità così come la propria vocazione. Allora si ha l’unione di pensieri e si va avanti uniti. Una comunità in cui si mantiene questa unione, non può non fare del bene. Quindi, procurate di averla e mantenerla. L’unione è la sostanza della carità!

134. Spirito di Famiglia. S. Pietro scrive: «Soprattutto conservate tra voi una grande carità» (1Pt 4,8). La carità è infatti il distintivo dei veri discepoli di nostro Signore Gesù Cristo. Voi sapete quello che si diceva dei primi cristiani: «Come si vogliono bene!». Che qui ci sia l’amore fraterno non ne dubito; tuttavia stiamo attenti e riflettiamo sovente se questa carità l’abbiamo sempre completa. Talora abbiamo sì carità, ma non sempre con tutti, non in tutte le circostanze. Alle volte si è solitari, si tira diritto e non si vuole badare agli altri, perché si è egoisti. Non vogliamo toccarci per paura di bruciarci. Questo non va, non è spirito di famiglia. Né alcuno dica: che cosa importa a me? Sì, importa anche a te che non solo tu, ma tutti si rendano santi e dotti missionari e missionarie.

Non bisogna avere solo carità spirituale ma anche materiale, cioè aiutarci a vicenda, dividere le fatiche, prenderci di mano i lavori. Come è bella, in una comunità, questa gara di aiutarsi a vicenda! Questa sì che è carità! Non si fa forse così nelle famiglie? Abbiamo un amore pratico come tra fratelli e tra sorelle: usarci ogni tanto qualche gentilezza e attuare certe iniziative che la carità sa trovare. Non siamo tante statue che ognuna non tocca l’altra! Bisogna che tutti sentiamo e abbiamo interesse per il bene della comunità ed esserne membri vivi e concordi. Sì, voglio che ci sia – e ci deve essere – questo amore di fraternità. Vorrei proprio che ciascuno facesse del bene, godesse e soffrisse con il fratello o la sorella, e aiutasse in tutto ciò che può. Vorrei proprio che vi usaste le piccole gentilezze, i piccoli aiuti e le piccole carità, che dimostrano che veramente vi amate. Ricordate che l’Istituto non è un collegio, neppure un seminario, ma una famiglia. Siete tutti fratelli; dovete vivere assieme, prepararvi assieme, per poi lavorare assieme per tutta la vita. Nell’Istituto dobbiamo formare una cosa sola fino a dare la vita gli uni per gli altri. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici» (Gv 15,13). Amarci fraternamente: dolori di uno, dolori di tutti; interesse di uno, interesse di tutti. Se in una comunità tutti cercassero di fare piacere, sarebbe certo una comunità ideale! «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme»! (Sal 132,1). Come è bello starcene tutti assieme, non come statue in un museo, non come carcerati, ma come fratelli o come sorelle in una stessa casa, che formano una sola famiglia!

135. Promozione fraterna.[2] «Fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza» (Gal 6,1). La promozione fraterna fa parte dello spirito di famiglia. Essere perciò contenti che ci correggano e, da parte nostra, usare la stessa carità agli altri. Talora tutti vedono e conoscono un nostro difetto, solo noi non ce ne accorgiamo. Una parola di un fratello o di una sorella quanto gioverebbe! Invece non siamo capaci di usarci questa carità. Non giudichiamo, no, ma quando un difetto è chiaro, dobbiamo correggerci. Non è forse questo un nostro dovere di carità?

La promozione fraterna va fatta bene, con discrezione, nei debiti modi, a tempo opportuno, ma va fatta. Così è sempre ispirata dalla carità e la carità bisogna farla bene. Non prendere le persone di petto. Tutti dobbiamo usarci questa carità, allora la nostra sarà una comunità di spirito. «Ma – direte – non è questo contrario a ciò che ci inculcò tante volte: che dobbiamo sopportarci a vicenda?». No, non è contrario. Imitiamo le virtù e correggiamo i difetti, con una santa libertà. Chi è corretto prenda la correzione come se venisse da Dio. La nostra vuole essere una comunità delicata e fraterna, quindi aiutiamoci a vicenda a superare i difetti, con spirito di delicatezza e di carità.

Amore alla croce e spirito di sacrificio

136. Tanto più come missionari e missionarie. Verso il termine della sua vita terrena, Gesù diceva agli Apostoli: «Ecco, noi andiamo a Gerusalemme, e tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo si compirà. Sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno». Il Vangelo continua: «ma non compresero nulla di tutto questo». E, come se non si fosse spiegato bene, aggiunge che «quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto» (Lc 18,31-34). Grande lezione per noi che, dopo tante meditazioni sulla Passione di nostro Signore e sul dovere di seguirlo nella via del Calvario, non abbiamo ancora compreso praticamente questo spirito. Amiamo e abbracciamo il sacrificio, sia come persone segnate dal peccato, che come cristiani, e tanto più come missionari e missionarie.

Chiedete al Signore l’amore alla sofferenza. Nostro Signore disse ad Anania riguardo a S. Paolo: «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,16). Non disse che gli avrebbe fatto conoscere dolcezze e consolazioni, ma sofferenze. Lo stesso fece con gli Apostoli, predicendo loro ciò che avrebbero dovuto soffrire per amore suo. Così è per noi. Quindi abituarsi fin d’ora alle piccole sofferenze per avere poi generosità nelle grandi; chiedere al Signore luce e grazia per comprendere i suoi patimenti, come pure la forza per ben soffrire. Senza spirito di sacrificio non sarete santi missionari e missionarie, né avrete quegli speciali favori di consolazioni che vi rinforzeranno e aiuteranno, e il vostro ministero sarà sterile. Quando concepiste l’idea di farvi missionari e missionarie, forse sentiste pure il desiderio del martirio. Ma erano e sono solo idee, se poi in pratica vi sbigottite davanti ai piccoli sacrifici. Lottiamo contro di noi, contro la natura insofferente del patire. Vinci te stesso! Non pretendiamo che il Signore ci faccia santi senza la nostra cooperazione.

Il Signore ci ha dato esempio di sacrificio soffrendo nell’anima e nel corpo, come afferma la lettera agli Ebrei: «Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia» (Eb 12,2). Sui passi del Signore camminarono tutti i santi. Così S. Paolo che diceva: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1). Quante pene fisiche e morali dovette sopportare il grande Apostolo! Pene corporali: flagellazioni, lapidazioni, naufragi; pene interne provenienti dal suo ministero, come egli stesso affermava: «E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (2Cor 11,28). Gli esempi dell’Apostolo sono un rimprovero al nostro poco amore al patire, alla facilità nostra di scoraggiarci nell’attività apostolica, specialmente quando non ci vediamo corrisposti.

Amiamo molto la croce, ma non solo poeticamente. È facile, quando non abbiamo sofferenze, desiderare di soffrire, ma è quando queste giungono che dobbiamo dimostrare la nostra virtù. Amare la croce è molto perfetto, ma incominciamo a chiedere la grazia di sopportarla.

Bisogna che tutti ci persuadiamo della necessità del sacrificio per essere veri discepoli di nostro Signore. Non dimenticate mai che siete apostoli e che le anime si salvano con il sacrificio. Nella vita apostolica ci sono tante rose, ma anche tante spine, riguardo sia al corpo che allo spirito. Qualcuno si figura l’ideale missionario tutto poetico, dimenticando che le anime non si salvano che con la croce e dalla croce, come fece Gesù. La grazia di Dio non manca e, se noi saremo generosi nel sopportare le prove che il Signore ci manda, potremo ripetere con S. Paolo: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2Cor 7,4). Perciò le tribolazioni non solo non ci devono bloccare, ma piuttosto devono spingerci a essere apostoli.

Sì, formiamoci al vero spirito di sacrificio, anche spirituale. Amare la sofferenza, imparare a soffrire qualcosa senza farlo sapere a tutti. Vi voglio forti! Allora il Signore benedice. Per questo un missionario e una missionaria di buona volontà, ripieni di spirito di sacrificio, possono fare il lavoro anche per molti. Vita di sacrificio, dunque, dal mattino alla sera. Oh, sì! il fare tutte le cose per amore di Dio, rinunziare alla propria volontà e al proprio giudizio, portare ogni giorno la propria croce, è un martirio lento, prolungato. Il martirio cruento è forse più vistoso, ma questo è più prezioso ancora!

137. La mortificazione non è cosa del passato. Un missionario e una missionaria che non abbiano l’abitudine, lo spirito della mortificazione, non possono fare niente. S. Paolo dice: «Ogni atleta è temperante in tutto» (1Cor 9,25). Ai nostri giorni non si vuole sentire più parlare di mortificazioni esterne, corporali. Si dice che basta mortificare lo spirito, che quelle non sono più confacenti alle deboli costituzioni di oggi, che sono proprie degli eremiti. Voi non penserete così.

Bisogna mortificare lo spirito? Certo, e chi lo nega? Anzi, prima è sempre la mortificazione spirituale. Ma insieme a quella spirituale è necessaria anche quella corporale. Queste mortificazioni non sono più confacenti alle deboli costituzioni di adesso? Anzitutto non bisogna esagerare la nostra debolezza fisica. Sono innumerevoli le mortificazioni esterne che non nuocciono alla salute, anzi talune la conservano e l’accrescono. E sono proprie degli eremiti? No, anche al presente tante persone desiderose di santificarsi digiunano, vegliano e fanno penitenza.

Dunque è necessaria la mortificazione esterna, oltre a quella interna. Ciò risulta dalla Parola di Dio e dagli esempi dei santi. Il Signore Gesù digiunò quaranta giorni (cf. Mt 4,1-11). S. Paolo castigava il proprio corpo per ridurlo in schiavitù (cf. 1Cor 9,25). S. Vincenzo de’ Paoli diceva: «Chi fa poco conto delle mortificazioni esteriori, dimostra che non è mortificato né esteriormente, né interiormente». Ricordatelo specialmente quando sarete in missione. Per ottenere grazie ci vuole preghiera e mortificazione. Io vi parlerò sempre della mortificazione interna, ma ricordatevi che è pur necessaria quella esterna.

138. Piccoli sacrifici che nessuno vede. Non pretendo da voi le grandi penitenze dei santi, sebbene siano ottima cosa. Ma voi potete e dovete fare piccoli sacrifici quotidiani e continui, di modo che siate poi capaci di sacrifici grandi e anche eroici, come richiede la vita apostolica. Non sarà mai forte chi non impara a frenare se stesso, chi non acquista stabilmente la virtù. Chi vuole sacrificarsi deve curare le piccole cose. Il Signore desidera il sacrificio minuto, ma perseverante. Dovete fin d’ora mortificare i sensi: la vista, con non voler vedere tutto, anche le cose lecite; l’udito, con il non essere curiosi e voler sapere ogni cosa; il gusto, mangiando moderati e contenti di ciò che la comunità può offrire; il tatto: rispettando il corpo che è santificato dal Battesimo, dalla Cresima e da tante Comunioni. Inoltre, bisogna essere pronti alla levata. Sembra una cosa da nulla, ma io credo che se uno fosse sempre fedele a questo atto, avrebbe sicuramente buon spirito. È così brutto dare il primo atto della giornata alla pigrizia. Il Signore vuole questo sacrificio mattutino, il quale attira le benedizioni su tutto il resto della giornata. Regolandovi così, sarete sempre più generosi in missione. La grande difficoltà a farci santi proviene da non avere costanza in questi sacrifici.

In particolare, mortifichiamo la lingua. C’è il tempo per parlare e c’è il tempo per tacere. S. Giacomo, nella sua lettera (così bella!), tra le altre cose parla a lungo del bene e del male che si può fare con la lingua. È un piccolo membro – scrive – e si vanta di molte cose. Possiamo, infatti, con la lingua parlare bene e con edificazione, pregare e cantare le lodi del Signore. Invece possiamo servircene per dire parole oziose, cioè né utili, né convenienti; parole contro la carità, come critiche, mormorazioni e calunnie; parole contro la verità, ingrandendo le cose o non dicendole con precisione; parole di vanità, di superbia, ecc. (cf. Gc 3,5). Le mettereste tutte in bocca a Gesù le vostre parole? Quanta leggerezza e quindi quanti difetti nel parlare, in chi non sa frenare la lingua! È un vizio abbastanza comune. E chi può dire i danni, chi può misurare le conseguenze di una parola detta a sproposito, specialmente se diretta contro l’onore e la fama del prossimo? Ah, è tanto facile peccare con la lingua! S. Giacomo dice: «Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto» (Gc 3,2). E il Siracide: «Felice colui che non pecca con la sua lingua» (Sir 25,8).

Voi mi direte: «Allora faremo silenzio e non parleremo più!». Ecco: se doveste stare sempre chiusi fra queste mura, vi potrei dire che siamo d’accordo; ma voi non siete né Certosini, né Trappisti. Non si tratta di tacere sempre, ma semplicemente di riflettere prima di parlare. S. Ambrogio si domanda: «Ci conviene stare sempre muti?» e risponde di no. Quindi dà la regola per ben parlare: «O taci, o dì cose che siano migliori del silenzio». S. Francesco di Sales, sviluppando lo stesso concetto, dice: «Il nostro parlare sia poco e buono, poco e dolce, poco e semplice, poco e caritatevole, poco e amabile». Bisogna cioè parlare con moderazione, con prudenza, con carità e pietà.

Pazienza

139. Indispensabile in missione. Necessaria a tutti, la pazienza è una grande virtù indispensabile ai missionari e alle missionarie. San Paolo, parlando delle virtù necessarie all’apostolo, mette in primo luogo la pazienza intesa come fermezza: «In ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni» (2Cor 6,4-5). Vedete l’importanza e la necessità della pazienza. L’esperienza lo prova: la maggiore o minore pazienza nel missionario e nella missionaria incide molto sulla conversione delle persone. Di pazienza non ne avremo mai abbastanza. Ne abbiamo bisogno tutti, perché dobbiamo esercitarla, si può dire, ogni momento.

L’eccellenza di questa virtù emerge dalla Parola di Dio. Il Signore, nella Passione, dimostrò somma pazienza nel sopportare ogni sorta di patimenti, e somma mansuetudine verso Giuda, verso i suoi flagellatori, verso gli stessi crocifissori. S. Giacomo scrive che la pazienza è necessaria per conseguire la perfezione: «E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla» (Gc 1,4). S. Cipriano, che era uno spirito forte, ne parla assai bene. «La pazienza – dice – ci rende cari a Dio, tempera l’ira, frena la lingua, governa la mente, custodisce la pace, regge la disciplina, rompe l’impeto della libidine... », e così continua facendone le più belle lodi. La pazienza sorregge tutte le altre virtù, le quali, senza di essa, vengono meno.

La pazienza è quella virtù che modera la tristezza che nasce dai mali presenti; modera i movimenti dell’animo, perché non rimanga oppresso dalle avversità, ma si mantenga uguale e le sopporti con tranquillità.

Ora, ci sono due sorta di mali che possono affliggere in questa vita: mali esterni e mali interni. I mali esterni sono, per esempio: la perdita dei beni o dei parenti, le malignità contro di noi, il disprezzo, qualche malattia o altri incomodi che sopravvengono. I mali interni sono: il tedio, le oscurità interiori, le aridità di spirito, i disgusti, gli scrupoli. Tutti questi mali tendono a rattristare il cuore e richiedono pazienza per essere sopportati. Il Signore patì questi mali nel Getsemani, tuttavia il suo animo non si abbatté. Abituiamoci a passare sopra a tante miserie e non lasciamo che il cuore si rattristi. Uno sguardo al Crocifisso mette tutto a posto.

140. In crescendo. Nell’esercizio della pazienza vi sono dei gradi. Il primo è di quelli che sopportano i mali senza ribellarsi, sia pure con qualche lamento; cercano consolazioni e vogliono essere confortati nei loro dolori. Questa è virtù, purché i mali siano sopportati per amore di Dio, ma è il minimo che si possa fare. Un secondo grado è di quelli che sopportano tutto con piena rassegnazione alla volontà di Dio, senza lamentarsi né cercare consolazioni. E un terzo grado è di quelli che sopportano i mali non solo con rassegnazione, ma con allegrezza. Hanno tanto amore che quasi non sentono più il male. Così accadeva ai martiri, i quali avevano un tale desiderio di uniformarsi a Gesù crocifisso da vincere il dolore.

Questo è il grado di pazienza che Gesù ci propone e al quale dobbiamo tendere. Non dico che si debba godere dei mali in se stessi, ma goderne perché così ci assimiliamo a Gesù sofferente e cooperiamo più efficacemente alla salvezza delle anime. Forse che gli Apostoli, trascinati nei tribunali e percossi, non ne sono usciti lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù? (cf. At 5,41). E S. Paolo? Per lui non c’era altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (cf. Gal 6,14). Così S. Pietro esortava i cristiani: «Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1Pt 4,13).

Noi incominciamo almeno ad avere il secondo grado: non lamentarci, né desiderare di essere compatiti. Ciò vale sia per i mali del corpo, che per le sofferenze morali e spirituali. Le cose non andranno mai come vogliamo noi. Qualche male o qualche sofferenza l’avremo sempre. Bisogna quindi che ci armiamo di pazienza, che ci impegniamo fino a giungere al terzo grado: accettare con allegrezza i mali che ci vengono. Senza pazienza non c’è pace nel cuore, non c’è pace nella comunità, non c’è pace nel mondo.

Vi sono molti mezzi per acquistare la pazienza: chiederla al Signore nella preghiera; non lasciarci abbattere per ogni piccola difficoltà, affinché quando ne verranno di grandi possiamo sopportarle senza avvilirci; abituarci a considerare i mali come permessi da Dio e non provenienti dalla malizia umana; prendere le croci non solo dalle mani del Signore, ma dal suo amore; nelle prove, guardare il Crocifisso, perchè il Crocifisso spiega tutto; fare frequenti atti di conformità alla volontà di Dio; pensare al paradiso.

È nel tempo di formazione che dovete esercitarvi nella pazienza, per averla poi nella vostra vita di missione. Certe volte la pazienza è così limitata! Siamo come il vetro, che il più leggero colpo infrange. Rendiamoci, perciò, superiori a queste debolezze e vinciamoci con energia. La pazienza va seminata dappertutto. Se un missionario o una missionaria si lascia abbattere d’animo e non reagisce contro la tristezza, che cosa farà in missione? Quando abbiamo qualche pena, è segno che il Signore ci vuole bene.

Non si comprende mai abbastanza il mistero della tribolazione! Mettiamoci d’impegno a esercitare questa virtù. In tal modo otterremo la pace con noi e con gli altri.

Umiltà

141. Gesù il solo vero umile. Il Signore Gesù Cristo proclamò: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Non ci propone – commenta qui S. Agostino – di imitarlo nel fabbricare il mondo, nel creare le cose visibili ed invisibili, nell’operare miracoli e nel risuscitare i morti, ma nell’essere miti e umili di cuore. Ecco in che cosa vuole essere imitato da noi. Se ci chiedesse di imitarlo nella sua estrema povertà, o nella totale immolazione fino alla morte di croce, potremmo portare la scusa della nostra debolezza. Imitarlo nell’umiltà, per , è possibile a tutti, essendo una condizione propria del limite umano, mentre che per Gesù fu un “annientamento”. Egli fu il solo vero umile. A ragione perciò i santi Padri chiamano l’umiltà: “virtù di Cristo”.

Diamo uno sguardo al Vangelo: tutta la vita di Gesù fu un esempio di umiltà. Gesù dichiarava che il suo insegnamento non era suo, ma del Padre: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Gv 7,16). Quando lo si chiamava maestro buono, rispondeva: «Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10,18). Non aveva forse il Padre detto di Lui: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3,17)? Nonostante che fosse Signore dell’universo, Gesù non dubitò di farsi servo degli Apostoli, fino ad abbassarsi a lavare loro i piedi. Il più grande prodigio di umiltà fu la sua morte, con tutte le ignominie che l’accompagnarono, alle quali Egli pienamente si assoggettò: «Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8).

Gesù fu umile di sua spontanea volontà. Pur potendo allontanare da Sé le umiliazioni, le accettò invece tutte. Quindi come si dice di Lui che «maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca» (Is 53,7), così non si dice che Egli sia stato umiliato, ma che fu Lui ad umiliarsi: «Umiliò se stesso» (Fil 2,8).

142. Umili per giocoforza. Noi siamo umili perché ci è giocoforza esserlo per la nostra natura debole e per i nostri difetti. Essere umili nelle parole non è un granché; possiamo farlo, pur avendo la più fine superbia. Più difficile è sapersi mantenere in umiltà in mezzo alle azioni che ci fanno onore. Per un certo spirito di umana prudenza, ci guardiamo dal farci conoscere per quello che siamo, ma nel cuore godiamo della gloria umana e ci dimostriamo noncuranti delle stesse giuste lodi ricevute. Non fu questa l’umiltà di Gesù. Egli ebbe il vero amore all’umiltà.

Perché parlare tanto di umiltà? Ecco la risposta: nessuna virtù, per quanto splendida, è solida, se non è accompagnata dall’umiltà. S. Agostino interrogato quale fosse la prima virtù, rispose: «La prima virtù è l’umiltà, la seconda è l’umiltà, la terza è l’umiltà». S. Girolamo la chiama la virtù dei cristiani, appunto perché essa entra in tutte le virtù; e senza l’umiltà anche le cose buone diventano guaste.

L’umiltà è necessaria per pregare bene. Solo le preghiere degli umili, infatti, possono penetrare in cielo, ma quelle dei superbi no, come fu della preghiera del fariseo (cf. Lc 18,10-14). Il Signore guarda all’umiltà della preghiera. Così pure, senza umiltà non vi è fede. Come potrà il superbo sottomettere il proprio intelletto e la ragione all’autorità della Chiesa? Chi è superbo non crede. Senza umiltà, inoltre, non c’è speranza. Come infatti si affiderà tutto a Dio chi confida soltanto in se stesso? Che dire, poi, della virtù della carità? Il superbo ama se stesso e non il Signore. S. Agostino dice: «Dove c’è umiltà, c’è carità». In senso opposto si può dire: dove non c’è umiltà, non c’è carità.

143. Servire con umiltà. L’umiltà è molto necessaria in relazione al nostro stato particolare di missionari e di missionarie, che è di servizio. Per essere servi è necessaria l’umiltà. Gesù diceva agli Apostoli: «Il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa sia come colui che serve» (Lc 22,26). Anche il Siracide insegna: «Quanto più sei grande, tanto più umiliati» (Sir 3,18). Così fece la Madonna che, all’annunzio della dignità di Madre di Dio, rispose: Ecco la serva del Signore! (cf. Lc 1,38). Perciò il nostro ministero è detto da S. Isidoro: «ministero di umiltà».

La virtù dell’umiltà è poi talmente necessaria ai missionari e alle missionarie, che senza di essa non possono fare nulla di bene. Volete voi (e dovete volerlo) divenire santi, più santi che sia possibile? Impegnatevi ad essere umili. L’umiltà vi aiuterà anche nell’esercizio di tutte le virtù. Se ci sono persone che devono essere umili, queste siete proprio voi.

I Missionari e le Missionarie della Consolata devono vivere con spirito vivissimo di fede, di sacrificio, di mutua fraterna carità, ma soprattutto con spirito di umiltà profondissima. Persuadiamoci della necessità di questa virtù, né temiamo di abbassarci troppo. Se noi saremo umili, anche come Istituto, il Signore ci solleverà. Il nostro motto voglio che sia: “Lo proteggerò perché attribuisce tutto a me!” (cf. Sal 90,14).

144. L’umiltà è verità. L’umiltà è la conoscenza “verissima” di noi stessi. Conoscerci per ciò che siamo.

Non vuole dire che, per essere umili, si debba pensare di noi peggio di quello che siamo, poiché l’umiltà, essendo una virtù, deve fondarsi non sulla falsità ma sulla verità. L’umiltà non consiste neppure in certe affermazioni verbali, come: «Sono buono a nulla!» o simili. Spesso queste cose si dicono per farsi lodare. Alcuni credono che sia umiltà il disprezzare una loro opera ben riuscita. No, la virtù rifugge sempre dalla falsità. Quando si compie qualche lavoro, eseguiamolo nel miglior modo possibile. Andiamo adagio a credere subito di aver tante doti, ma se veramente le abbiamo dobbiamo riconoscere di averle, e anche di averle ricevute da Dio al quale tutto riferiamo. L’umiltà sia semplice; non fare delle sciocchezze per coprire le lodi. L’umiltà deve fondarsi sulla conoscenza vera, retta del nostro essere e dei nostri meriti, sia nell’ordine della natura e sia in quello della grazia.

Diamo uno sguardo a noi stessi. Che cosa siamo nell’ordine della natura? Polvere e cenere. E che cosa abbiamo di nostro? Come è Dio che ci diede l’essere, che ci conserva, così è Dio che ci diede tutte le doti e prerogative che adornano la nostra persona. Dunque, il corpo, l’anima, la salute di cui godiamo, la bellezza e l’ingegno di cui ci vantiamo, tutto viene da Dio. «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?» (2Cor 4,7). Le stesse considerazioni, e tutte verissime, possiamo e dobbiamo fare nell’ordine della grazia. Se siamo cristiani è per grazia di Dio. E l’essere stati chiamati in questa casa è forse dovuto ai nostri meriti? Niente affatto! È il Signore che ci ha qui condotti. La stessa buona volontà è dono di Dio. Nell’ordine soprannaturale tutto viene dal Signore. Di qui comprendiamo come i santi, pur operando meraviglie, abbiano potuto mantenersi tanto umili. S. Paolo diceva: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io» (1Tim 1,15). L’umiltà, bisogna chiederla a Dio ogni giorno per poter entrare in noi stessi, conoscere quello che siamo ed essere contenti del nostro nulla.

145. L’umiltà non è infusa. Ordinariamente l’umiltà non ci viene donata, ma la otteniamo con la nostra collaborazione. Essa si acquista con la ripetizione degli atti. Ogni volta che spunta qualche pensiero di superbia, dire subito: «Dio solo, Dio solo!». Gli atti interni ci aiutano tanto, però non bastano. Occorrono anche quelli esterni che sono manifestazioni dell’umiltà interiore. S. Tommaso insegna che dalla disposizione interiore all’umiltà nascono segni esterni che si manifestano nelle parole e nei gesti. Quindi, non parlare in nostra lode; raramente parlare in nostro biasimo; quando siamo ripresi o corretti stare attenti a vincerci e a non scusarci; non far nulla per farci vedere, nulla con superbia; soprattutto accettare volentieri quelle umiliazioni che il Signore ci manda. Così saremo veramente umili; e solo se saremo umili, saremo santi.

Per acquistare lo spirito di umiltà, non dobbiamo tenere troppo a noi stessi, al nostro giudizio, alla nostra scienza, alle nostre doti, alla stima degli altri, che sono gli appigli della superbia. Se ci persuadessimo che la nostra testa è piccola e la nostra intelligenza limitata, sapremmo convincerci di aver torto anche noi in qualche cosa e, quindi, accondiscenderemmo facilmente ai pareri altrui e di quanti hanno più esperienza di noi. Ricordatevi dunque: chiedere a Dio l’umiltà, meditare sulle nostre debolezze, accettare le umiliazioni che Dio ci manda.

Inoltre, abbiamo cura del nostro buon nome come suggerisce il Siracide: «Abbi cura del nome» (Sir 41,12); o come dice Gesù: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5,16). Però dobbiamo sempre agire con fini soprannaturali, non per essere stimati, per avere preferenze, bensì per piacere a Dio. Talvolta il nostro amor proprio fa da velo e ci fa vedere la gloria di Dio o il bene delle anime dove invece è la gloria del proprio io. I titoli, le cariche, ecc. sono tutte goffaggini, valgono niente. Il Signore non guarda ai titoli.

Sono ormai quarant’anni da quando io sono superiore e... sarebbe tempo di finirla! Lascerei tanto volentieri la Consolata, il Convitto Ecclesiastico, il canonicato... non dico di lasciare anche voi, ma... A questo proposito, ritorno su una cosa che volevo già dirvi altre volte. Voi mi baciate la mano e io vi ho sempre lasciato fare, ora però non voglio più. So che mi volete bene, ma questo mi sembra troppo. Lasciate stare, me la bacerete poi quando sarò morto, se vorrete. Sono riconoscente per le vostre dimostrazioni di rispetto, ma non voglio che siano troppo abbondanti. Inoltre, non voglio più sentire quel superlativo di “veneratissimo”. Sul “Da Casa Madre” ne ho contati almeno otto: è troppo. Il Cafasso è appena venerabile e io debbo già essere veneratissimo? Solo il Signore sa se lo sono... Non lo fate più, perché mi pare un’esagerazione. A imitazione di Maria SS., a noi attribuiamo niente altro che le nostre debolezze e a Dio diamo tutto l’onore e la gloria (cf. Lc 1,47-48).

 


[1] L’Allamano usava l’espressione “salvare le anime” per indicare il compito specifico dell’apostolo. Senza tradire il suo pensiero, qui viene abitualmente modificata con “collaborare alla salvezza delle anime”, conforme al pensiero di Paolo in 1Cor 3,9, testo usato anche dall’Allamano, dove gli apostoli sono presentati giustamente come “collaboratori di Dio” per la salvezza.

[2] L’Allamano usava abitualmente l’espressione “correzione fraterna”. In queste pagine, senza modificare il contenuto originale, si preferisce usare il linguaggio della psicologia attuale, che si esprime più volentieri con “promozione fraterna”.