Nota sul titolo: Modelli e intercessori [1] 

S. Giuseppe

190. S. Giuseppe è patrono della Chiesa e, di conseguenza, è patrono della missione, che ne è parte essenziale. È pure nostro speciale protettore; dopo la SS. Consolata c’è Lui. Il Vangelo lo chiama: «Giusto» (Mt 1,19). Fu il più grande giusto dopo nostro Signore e la Madonna. Fu giusto nell’osservanza della legge e dei comandamenti; giusto nelle parole, nei giudizi, nelle opere. Chiediamogli questa giustizia che vuole dire santità. Siamo devoti di questo grande santo. Per quanto lo onoriamo, non lo onoreremo mai come lo onorò il Signore, restandogli soggetto per tanti anni.

S. Giuseppe, dopo Maria SS., è il primo cui dobbiamo ricorrere nei nostri bisogni spirituali e temporali. S. Teresa lasciò scritto: «Non ricordo di aver pregato S. Giuseppe per alcuna grazia, che non l’abbia ottenuta». Anche Don Bosco soleva dire: «Non avviene mai che io chieda una grazia a S. Giuseppe che non l’ottenga!». Ricordo che, quando ero ragazzo, mi diceva: «Per ottenere salute e ingegno ricorri a S. Giuseppe». Egli è validissimo intercessore presso Dio; quindi quando sarete in missione, rivolgetevi a lui per tutte le vostre necessità anche temporali. Chiediamogli prima le grazie spirituali ed Egli ci otterrà anche le altre. Preghiamolo per noi, per la comunità, per le missioni, per tutta la Chiesa.

Per onorare un santo non basta pregarlo, bisogna anche imitarlo. Vi propongo S. Giuseppe in particolare come modello di fedeltà e di vita interiore. Egli non ha fatto miracoli, non ha predicato, eppure fu così santo perché fu umile e fedele alle piccole cose. Fedeltà alle piccole cose, questo è il segreto delle comunità. La grazia che gli ho domandato per voi è di avere una fedeltà ferrea, fedeltà dal mattino alla sera, senza perdersi d’animo. La sua vita, inoltre, fu tutta interiore ed è perciò protettore particolare delle persone consacrate. Chi non sa pregare, chi non sa meditare o raccogliersi, si raccomandi a lui. In missione avrete da fare una vita piuttosto movimentata; imitate S. Giuseppe che, in mezzo a tutte le sue opere esterne, rimase sempre unito a Gesù e a Maria, perciò il suo cuore si infiammava dell’ardore di quei due cuori.

Imitatelo anche nella vita umile, nascosta e laboriosa. Lavorava e si manteneva con il provento del suo lavoro. Il Signore lo condusse per la via comune del lavoro, del nascondimento, del sacrificio. S. Giuseppe però lavorava con “spirito”. Metteva tutta la sua cura nel custodire il Signore e la Madonna, e noi dobbiamo avere la stessa cura dell’onore di Dio. Cercava in tutti i modi di rendere contenti Gesù e Maria, e noi dovremmo sempre fare tutto per il solo scopo di piacere a loro.

Chiediamo ancora a S. Giuseppe l’amore alla Madonna e alla virtù della castità. Certo, egli doveva essere castissimo, se il Padre gli affidò la custodia di Gesù e di Maria! Diciamogli di cuore: «Fa, o Giuseppe, che noi viviamo una vita santa e sia sempre sicura per mezzo del tuo patrocinio».

Ringraziate S. Giuseppe per la protezione che ci dà; e non solo adesso perché ci sono io, che mi chiamo Giuseppe, ma anche dopo, quando non ci sarò più. Questa deve essere in voi una devozione “incarnata”. Dopo nostro Signore e la Madonna viene S. Giuseppe, senza cercare altri.

S. Giovanni Battista

191. S. Giovanni Battista è patrono della diocesi di Torino e per noi è festa. Alla sua nascita la gioia si diffuse per le montagne della Giudea, fra parenti e conoscenti; mentre il padre, Zaccaria, divenuto muto per la diffidenza mostrata all’annuncio dell’angelo, riacquistò la parola e intonò quel magnifico canto del “Benedictus”, in cui Giovanni è proclamato «profeta dell’Altissimo» e «precursore del Messia».

Egli può dirsi il tipo e il modello dei missionari e delle missionarie nella vocazione, nella preparazione e nella vita apostolica. Prescelto per preparare la via al Signore, ebbe una missione divina: «mandato da Dio» (Gv 1,6). Non come gli altri profeti, che del Messia predissero la venuta e ne indicarono i segni. Egli dispose gli animi a riceverlo con la penitenza. Quando poi Gesù si presentò, lo additò al popolo: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29), indirizzando a Lui i sui discepoli. Ricevuto il battesimo da Giovanni, Gesù iniziò la sua missione in terra.

Anche voi, per speciale grazia di Dio, da tutta l’eternità siete stati predestinati non solo alla vita, non solo al cristianesimo, ma all’apostolato. Perciò il Signore vi arricchì di un fisico sano, di uno spirito capace di amarlo e farlo amare. Ringraziatelo di questa predilezione. Ah, no, non per caso siete venuti qui; il Signore fa nulla a caso. È Lui che vi ha scelti per essere missionari e missionarie e per preparare la strada al Signore in mezzo ai popoli non cristiani. Lo precederete con la testimonianza delle vostre virtù, con la predicazione e con l’amministrazione dei sacramenti.

Come si preparò S. Giovanni alla sua grande missione? Fu santificato da Dio nel grembo materno; gli fu dato un nome singolare, che significa “grazia”; e molti prodigi si compirono alla sua nascita. Da parte sua, egli corrispose alla vocazione e si preparò alla missione, ritirandosi nel deserto a vivere di penitenza. Così voi, ricevuta la prima educazione dai genitori, vi impegnate qui per formarvi alla vostra missione nella preghiera, nello studio e nell’educazione delle passioni.

In particolare S. Giovanni esercitò quattro virtù, che propongo a voi, perché sono necessarie per formare un vero missionario, una vera missionaria: la penitenza, la castità, l’umiltà e l’ardore missionario. Anzitutto la penitenza: egli lasciò tutto e tutti per ritirarsi nel deserto, dove indossò una semplice pelle di cammello e si nutrì di miele selvatico e di locuste, accontentandosi cioè del puro necessario. Anche voi, per prepararvi all’apostolato, dovete formarvi allo spirito di penitenza, non solo interna ma esterna, come tante volte vi ho detto. Dovete cioè praticare le piccole mortificazioni, tanto utili in missione.

Giovanni Battista fu casto, anzi martire della castità. Fu decapitato su ordine di Erode per aver difeso l’integrità del matrimonio. Così voi dovete essere puri e casti, in modo che, con il vostro esempio, possiate incoraggiare quanti avvicinate all’amore e alla pratica di questa virtù. Questa vostra testimonianza di vita vi attirerà la benevolenza e il rispetto della gente e farete un bene immenso. Inoltre, il Battista fu umilissimo. Quando il Signore si presentò a lui per farsi battezzare, non accondiscese che per obbedienza. Davanti alla folla si dichiarò indegno di sciogliere i legacci dei calzari del Messia. E quando Gesù iniziò la vita pubblica, scomparve: «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,30). Anche il missionario e la missionaria devono essere umili. In tanto faranno del bene, in quanto saranno umili, attribuendo tutto a Dio, nulla a sé. Giovanni Battista, infine, dopo la preparazione nel deserto, si diede alla predicazione per predisporre i cuori a ricevere il Signore; e in questo ministero dimostrò zelo e fortezza fino alla morte. Così voi non siete stati chiamati ad essere Trappisti o Certosini, ma missionari e missionarie: a lavorare per l’estensione del regno del Signore, sacrificando a questo fine anche la vostra tranquillità.

Qualche volta mi è venuto in mente di non interessarmi più né di voi, né dei sacerdoti convittori, per pensare solo a me. «No! no – il Signore mi dice – voglio che tu mi faccia conoscere per mezzo di questi sacerdoti, di questi missionari e missionarie. Quando poi sarai in paradiso mi contemplerai a tuo piacimento». Alle volte mi chiudo in camera e lascio che suonino il campanello… È per non divenire arido, per non sperperare tutto fuori, tutto agli altri. Insomma, si fa quello che si può.

Giovanni Battista, con una vita di sacrificio e di zelo, si fece grande santo e anche dopo tanti secoli è onorato sulla terra, mentre più nessuno parla di tanti altri che quaggiù fecero rumore. Animatevi, miei cari, a questi esempi e cercate di perfezionarvi in quelle virtù, delle quali egli ci ha dato esempio. Di lui è detto che era una «lucerna ardente e splendente»; così voi dovete ardere di amore di Dio, per essere luce in mezzo ai popoli.

SS. Pietro e Paolo

192. S. Pietro. Aveva una fede viva. Quando il Signore interrogò gli Apostoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», essi risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Che gli uomini dicano questo va bene; ma «voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (cf. Mt 16,16). Che bella professione di fede! Lo dichiarò vero Figlio di Dio e lo fece pubblicamente. Allora il Signore gli promise di costituirlo pietra fondamentale della sua Chiesa, dandogli la suprema potestà di sciogliere e legare sulla terra.

La fede di S. Pietro si manifestò anche in altre circostanze, come quando Gesù fece la promessa di dare la sua Carne da mangiare e il suo Sangue da bere, e molti si scandalizzarono e se ne andarono. Allora il Signore si rivolse ai suoi Apostoli: «Forse volete andarvene anche voi?». Ma Pietro: ah, no, Signore! Noi staremo sempre con Te, perché «Tu solo hai parole di vita eterna!» (cf. Gv 6,68). E così in molte altre circostanze, dimostrandosi egli uno dei primi, anzi il primo per vivacità di fede. È vero che il Signore predisse la triplice negazione, ma è anche vero che subito soggiunse: «Io ho pregato per te, affinché non venga meno la tua fede» (Lc 22,32).

S. Pietro era tutto fuoco di amore per Gesù. Dopo la risurrezione Egli lo interrogò: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?» (Gv 21,15). Pietro, ricordandosi del rinnegamento, non osava dire proprio che lo amava più degli altri, e rispose soltanto: mah... mi appello al tuo Cuore: «Signore tu sai tutto, tu sai che io ti voglio bene» (Gv 21,17). Da questo amore Pietro attingeva l’impegno di far amare Gesù, di sostenere tante fatiche apostoliche fino al martirio.

Vedete, il segno degli apostoli, dei missionari e delle missionarie è l’amore per nostro Signore. Non un amore semplice, affettuoso, sensibile, ma forte in mezzo alle sofferenze. Non quell’amore che dura solo dal mattino alla sera. S. Pietro non fece così! Il Signore esige che chi collabora per salvare le anime abbia un amore forte e costante. Ciascuno di noi dovrebbe poter dire di amare Gesù più di tutti gli altri, o almeno desiderare di amarlo così. E questo non è superbia, sapete!

193. S. Paolo. Disse S. G. Crisostomo: «Il cuore di Paolo era come il Cuore di Gesù!». Una fiamma sola! Nelle sue lettere Paolo non si stancava di ripetere il nome di Gesù; come non badava a fatiche e sacrifici per salvare le anime: «Mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime» (2Cor 15,15). Ed è proprio questo amore ardente verso il Signore, che lo spingeva a farsi tutto a tutti, come se fosse stato debitore verso tutti. Chi ama opera; chi non si impegna è perché non ha amore. Per nessun altro motivo egli lavorava, se non per questo: amare e far amare il Signore.

Un amore sviscerato che lo portava ad esclamare: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» (Rm 8,35). E concludeva che nessuno e niente avrebbe potuto separarlo: non gli uomini, non i demoni, non gli angeli! E non erano solo parole, perché difatti non si perdette di coraggio di fronte alle persecuzioni, alle flagellazioni, alla lapidazione, ai pericoli per terra e per mare, alle insidie dei suoi nemici.

Anche noi facciamo tutto perché il Signore sia glorificato e amato da tutti. È così che si prova l’amore: lavorare, affaticarsi, sacrificarsi per Lui; non lasciarsi separare da Lui da nessuna tentazione, da nessuna prova, da nessuna difficoltà; tutto riferire a Lui e niente a noi stessi. Ecco l’amore che dobbiamo chiedere a S. Paolo: amore ardente, fattivo, costante.

Un’altra caratteristica di S. Paolo, oltre l’amore, è l’energia, la tenacia, l’ardore. Quanto tenace era stato a perseguitare i cristiani, altrettanto divenne ad evangelizzare le genti. Lungo il tragitto verso Damasco, «all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Rispose: Chi sei, o Signore? E la voce: Io sono Gesù, che tu perseguiti!» (At 9,4-6). Allora egli rispose con quelle belle parole: «Signore, che vuoi che io faccia?». Era già come dire: «Sì, o Signore, ti riconosco per mio Dio, mi dono a te totalmente, pronto a fare tutto quello che vorrai!». Senza nulla concedere alla carne e al sangue, mise il suo carattere ardente a disposizione del Signore, per la propagazione della fede. Quanta energia aveva! Coloro che sono tenaci fanno molto del bene. Abbiamo bisogno di gente energica. Essere tenaci di carattere. Chi è energico si santifica. Potete farvi santi senza fare miracoli, ma non senza lavorare! Senza energia non farete del bene in missione. Coraggio, energia, volontà di ferro! Ma per questo bisogna amare molto nostro Signore, amarlo svisceratamente, come lo amò S. Paolo. Non dobbiamo mai dimenticare l’Apostolo delle genti. È nostro protettore e modello naturale.

S. Ignazio di Loyola

194. Nel Santuario di S. Ignazio, ai piedi della grande statua, c’è un angelo che porta lo stemma del santo con la scritta: “Ad majorem Dei gloriam”. Tutta la sua vita, tutta la sua missione è compendiata in queste parole. Il suo motto era infatti: “Tutto per la maggior gloria di Dio!”. Non si curava di altro che della gloria di Dio.

S. Ignazio fu missionario, fondatore e superiore di missionari; perciò ne conosce i bisogni e li protegge dal cielo. Appena iniziata la Compagnia di Gesù, fece voto con i primi compagni di portarsi in Terra Santa per venerare quei luoghi e darsi all’evangelizzazione. Non avendo potuto realizzare questo suo desiderio, si recò a Roma per mettersi a disposizione del Papa. Inserì nelle Costituzioni un voto di “Missione” e vi mandò S. Francesco Saverio e tanti altri.

Ignazio è un grande santo, che ebbe l’energia di santificarsi in mezzo a tante peripezie e di fondare una Congregazione di Religiosi energici per la gloria di Dio. Era uno dei protettori di S. G. Cafasso. Benché godesse del bene che la Compagnia da lui fondata andava facendo, tuttavia diceva che se il Signore avesse voluto sopprimerla, ne avrebbe sofferto sì, ma gli sarebbe bastato un quarto d’ora di preghiera davanti al Tabernacolo per rimettere il cuore in pace.

Che cosa dobbiamo fare in suo onore? Anzitutto invocarlo, pregarlo. Quando dite quella bella preghiera: “Anima Christi”,[2] ricordate che è attribuita a S. Ignazio. Ditela sempre dopo la Comunione; io non la tralascio mai. S. Ignazio ha scritto poche preghiere, che però ci scuotono, perché era infervorato di amore per il Signore.

Poi imitarlo. La gloria di Dio, la sola gloria di Dio, la maggior gloria di Dio. Non siamo in questo mondo che per conoscere, amare e far amare il buon Dio. Egli non poteva crearci che per Sé, e noi non dobbiamo cercare che Lui, la sua maggior gloria, nell’adempimento della sua volontà. Fare tutto ciò che piace al Signore; cercare non solo il bene ma il meglio; desiderare, avere la febbre che il Signore sia glorificato. S. Ignazio l’aveva questa febbre; il fuoco dell’amore e dell’apostolato gli bruciava il cuore. Facciamo in modo che il Signore non debba vergognarsi di noi. S. Ignazio non era un fiacco e io non voglio gente fiacca, ma gente allegra e attiva, che non si dissipi. Pretendo anche volontà di ferro: volontà di santificarci, e che tutto quello che faremo qui e in missione, sia alla maggiore gloria di Dio!

S. Francesco Saverio

195. S. Francesco Saverio è patrono del nostro Istituto. Subito dopo S. Paolo, egli è il modello dei missionari e delle missionarie. La sua vita, al dire di p. Pierre Chaignon, è racchiusa in queste parole: «Tutto di Dio, tutto del prossimo, tutto di se stesso».

Tutto di Dio: andato dalla Spagna a Parigi, si applicò con tanto impegno agli studi filosofici, da divenire maestro. S. Ignazio, andato anch’egli a Parigi, gli ripeteva di continuo: «Quid prodest, a che cosa giova»? O Francesco, che ti giova acquistare tanta scienza, tanto onore, se poi perdi l’anima? Questa parola fu il punto di partenza della conversione di Francesco. Lottò nel suo cuore buono e retto, e super  tentazioni violentissime; finalmente si diede tutto a S. Ignazio, perché lo formasse e lo dirigesse nelle vie di Dio. “Che cosa giova?”. Queste parole hanno dato un santo a Dio e alla Chiesa, hanno convertito molti già immersi negli affari del secolo e hanno popolato i deserti di santi eremiti. Francesco si diede a Dio totalmente; non fu di quei missionari che magari si accingono all’opera con entusiasmo, ma poi alla prima difficoltà si abbattono e desistono. Egli tenne fermo contro ostacoli formidabili che si innalzavano davanti a lui; ostacoli tali, di cui uno solo avrebbe potuto far arretrare un gigante.

Dal momento che si consacrò al servizio di Dio, Francesco non ebbe altro di mira che di amarlo e farlo amare. Visse tutto intento a glorificarlo in sé e negli altri. Obbediente a S. Ignazio, partì per l’India; dall’Indie passò al Giappone, e di là desiderava andare in Cina. Sognava il progetto di ritornare in Europa per convertire i cattivi cristiani; andare in Africa, per ritornare poi in Asia a conquistare sempre nuovi regni a nostro Signore Gesù Cristo. Ogni cosa operava alla maggior gloria di Dio, secondo l’insegnamento e il motto di S. Ignazio. Anche noi diciamo sovente a noi stessi: «A che giova?», «perché sei venuto?», e stacchiamoci da tutto ciò che è terreno, per essere tutti di Dio. Raccomandate a lui la vocazione, per corrispondervi pienamente, costantemente. Non aspettate a farvi santi nei giorni in cui il Signore si fa sentire. Aridità o no, lavorare sempre per la gloria di Dio. Ecco il nostro modello: amare il Signore, cercarne la gloria con tutto l’ardore possibile; ripetere spesso con S. Paolo: «L’amore di Cristo ci spinge» (2Cor 5,14).

Tutto del prossimo: Francesco esercitò prima la carità negli ospedali, applicandosi ai servizi più umili. Per i suoi malati non si vergognava di mendicare di porta in porta. Imbarcatosi per le missioni, durante il lungo tragitto distribuiva ai bisognosi il cibo che egli riceveva alla mensa del capitano. Giunto in missione, si diede anima e corpo a soccorrere i poveri nelle loro miserie corporali e spirituali. A tal fine sostenne inauditi patimenti per terra e per mare, nel cibo e nel vestito. Piangeva al vedere che per amore dell’oro molti cristiani sostenessero tante fatiche, e che in Europa tanti ingegni si perdessero in cerca di onori mondani, invece di impegnarsi per l’evangelizzazione.

Tutto di se stesso: cioè tutto per la propria santificazione! È tanto facile, nel lavoro, perdere di vista se stesso e la cura della propria vita spirituale! In mezzo alla molteplicità delle sue fatiche apostoliche, così varie e pressanti, trovava tempo a pregare, mantenendosi fedelissimo alla preghiera. Sapeva sottrarsi di tanto in tanto, sull’esempio di Gesù, alle opere esterne, per pensare a sé e intrattenersi con Dio. E quando non lo poteva fare di giorno, passava le notti ai piedi di Gesù Sacramentato. Vinto dalla stanchezza, riposava sui gradini dell’altare. È dall’Eucaristia e dal Crocifisso che egli aspettava la grazia di illuminare le menti e convertire i cuori, ben sapendo che non dalle nostre iniziative ma dalla grazia di Dio derivano le conversioni vere e stabili.

Ecco il nostro modello! Noi siamo soliti ad ammirare S. Francesco, ma ci fermiamo all’ammirazione. Invece, avendo la stessa vocazione religiosa e missionaria, perché non potremmo divenire noi pure santi e operare del bene come lui, considerato dopo gli Apostoli, il più grande missionario? Sono convinto che voi tutti potreste diventare altrettanti S. Francesco Saverio e operare altrettanti miracoli di conversione. Infatti la mano di Dio non si è accorciata ai giorni nostri e tale è pure la Sua volontà a nostro riguardo.

Chiamato alle missioni, Francesco non pensò che a prepararsi spiritualmente. La virtù non si acquista in un momento; occorre insistere, resistere, combattere, mai darsi per vinti, né di fronte a un grande sacrificio, né di fronte a uno piccolo.

Francesco era così obbediente al superiore, che gli sarebbe bastata una sua parola per lasciare tutto. Che importa se l’obbedienza assegna un lavoro umile? Una cosa sola importa: fare il proprio dovere. L’obbedienza è figlia dell’umiltà. Non la falsa umiltà, che ci scoraggia per aver scoperto un difetto; ma quella che ci fa ricercare i propri difetti; non quella che ci rende inquieti, ma quella che ci fa perseverare, che ci fa mettere subito a posto.

Francesco pregava e lavorava, lavorava e pregava. Come è tentare il Signore pregare senza lavorare, così lo è lavorare senza pregare. Di regola il Signore non si serve per fare il bene che dei santi; ed è forse per questo che tanti missionari e missionarie non fanno tutto quel bene che potrebbero fare. Prima santi e poi missionari; altrimenti non saremmo né l’uno né l’altro. Dunque, siamo anche noi santi come Francesco; una santità speciale, eroica, attuando il suo programma di vita: tutto di Dio, tutto del prossimo, tutto di se stesso!

S. Teresa d’Avila

196. S. Teresa è una grande santa, esempio non solamente alle donne, ma anche agli uomini. Il carattere della santa fu l’amore. E qui voglio farvi osservare che generalmente, quando sentiamo un po’ di tenerezza in cuore, ci pare di amare; ma non è questo l’amore vero, o meglio non è qui tutto l’amore che dobbiamo al Signore. Che cosa comporta dunque il vero amore? «L’amore fa sopportare infaticabilmente, fa operare senza posa, fa ardere utilmente». Questa è la definizione dell’amore di S. Tommaso; esso non consiste solo in sentimenti; si può essere gelidi come il ghiaccio e amare molto. Come appunto fu di S. Teresa, la quale per molti anni si trov  in tale aridità di spirito che andava a scuotere la clessidra, perché passasse più in fretta il tempo della meditazione. Sentiva volontà di amare, ma nessun gusto. Eppure era santa anche allora, anzi era allora che il Signore la santificava. L’amore di S. Teresa per nostro Signore ebbe le tre qualità dell’amore vero e sodo che abbiamo ricordato.

Sopportare infaticabilmente: l’amore ci fa sopportare qualsiasi sofferenza. All’età di soli sette anni fuggì con il suo fratellino per andare a convertire i non cristiani, desiderosa del martirio. Lo zio li incontrò e li fece ritornare a casa. Tuttavia Teresa non abbandonò il desiderio di farsi missionaria; pregò, si sacrificò, fu missionaria di desiderio e confermò le sue aspirazioni con la santità della vita. Fu missionaria e martire di desiderio.

Entrata tra le Carmelitane, si propose di perseverare con costanza a costo di qualsiasi pena. Ella stessa confessò che, nell’abbandonare la casa paterna dove era teneramente amata, provò tale schianto al cuore, che sembrava le si slogassero tutte le ossa. Era una donna tenace nei propositi. L’amore le fece sopportare qualunque sofferenza, pur di essere una santa Carmelitana. Sia anche in voi la fortezza di volontà, che vi faccia distaccare dai parenti, dalla patria e da voi stessi, perché siete chiamati ad essere missionari e missionarie.

Operare senza posa: dice un autore che S. Teresa con il cuore, con la lingua e con le mani fu sempre in moto. Scrisse tanto da essere come un Padre della Chiesa. Sempre in moto, sempre attiva. Lavorò continuamente all’acquisto delle virtù, fino a legarsi con il voto del più perfetto e della maggior gloria di Dio. Diceva che per il Signore, per piacergli e giungere a goderlo, non avrebbe indietreggiato davanti all’effusione del sangue. Infatti ebbe molto da soffrire specialmente nella sua opera di riformatrice del Carmelo. Fu una donna forte, una donna di preghiera, di azione e di sacrificio. La contemplazione non le impediva di lavorare. Ricordate anche quella espressione che le era familiare: «O patire o morire!». Non trovava stato intermedio; capiva che, per uniformarsi a nostro Signore, non c’è altra via. Le mortificazioni non consumano il corpo. Animo e fortezza ci vuole!

Ardere utilmente: la santa, ripiena di amore di Dio, ardeva come una fornace, solo desiderosa di amare sempre più il suo Signore, nulla stimando tutto il resto. Diceva: «Tollero che in paradiso vi siano altri più in alto di me, ma non che amino Dio più di me!». Una volta Gesù Bambino le apparve nel portico del monastero e le fece questa graziosa domanda: «Chi sei tu? Io sono Teresa di Gesù! - E Io sono Gesù di Teresa!». Questo farebbe piacere anche a noi, ma ci insuperbiremmo; però se fossimo a quel punto di perfezione, non ci insuperbiremmo più. Ecco il premio di chi ama veramente Dio di amore infaticabile, operoso e totale.

Vedete che tipo di religiosa era! Una vera missionaria nel chiostro. Non avendo potuto andare in missione, si costituì vittima per i non cristiani. Tutto quello che faceva e soffriva era diretto a questo scopo. Questa è l’idea che dovete formarvi della vita religiosa e missionaria: non di riposo, ma di lavoro; non di godimento, ma di sacrificio; non accontentarsi di una mezza santità, ma volere tutta la santità e con tutte le forze. Imitiamola in questa fortezza; essere forti anche nei giorni e nei momenti un po’ difficili. Ricordatevi che non sono i difetti che impediscono al Signore di spargere le sue grazie. S. Teresa diceva: «Chi ha difetti più di me?». Eppure, non cedendo mai alla natura e confidando in Dio, riuscì in tutte le cose. Il suo motto era: «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi!». Dopo una caduta, diceva il “nunc coepi”, cioè, “adesso incomincio”, quaranta o cinquanta volte al giorno; domandava perdono al Signore, ed esclamava: «erba del mio giardino, non è coltivato bene!». Si umiliava nei suoi difetti, senza perdere la confidenza. Così sia di voi: sempre ricominciare; a forza di ricominciare, qualche cosa faremo. Il rinnovare la volontà è già di per sé cosa grata al Signore.

Che il Signore, per intercessione di S. Teresa, vi dia anzitutto l’amore alla preghiera, anche in mezzo alle aridità, e poi quell’animo forte che è necessario per riuscire veri missionari e missionarie.

S. Fedele da Sigmaringa

197. Il nostro Istituto deve essere devoto di S. Fedele da Sigmaringa e considerarlo come speciale protettore, insieme con S. Francesco Saverio e S. Pietro Claver. È il primo missionario mandato da “Propaganda Fide” ad evangelizzare la Rezia. Fu anche il primo martire di Propaganda. Un missionario e una missionaria devono sempre essere disposti al martirio; offrirsi vittima al Signore, disposti a qualsiasi sacrificio.

Per noi c’è un motivo speciale di esserne devoti. Fu infatti nel giorno della sua memoria, 24 aprile 1900, che a Rivoli (Torino), celebrando la Messa in suo onore, deposi sull’altare una lettera indirizzata al nostro arcivescovo, in cui domandavo la parola definitiva per la fondazione dell’Istituto dei missionari e la ricevetti. Se volete, aggiungete la speciale predilezione che ebbi per questo santo fin da chierico; predilezione certamente infusami da Dio in previsione del futuro.

Ricorrete all’intercessione di S. Fedele per ottenere di arricchire la vostra mente con lo studio delle varie discipline e allenare l’animo nella pratica costante di tutte le virtù. Egli vi aiuterà a superare le tentazioni di scoraggiamento e a controllare il giovanile desiderio del ministero. Per essere apostoli occorre prepararsi seriamente e lungamente; occorre quel corredo di cognizioni divine ed umane richieste dai tempi e dalle popolazioni da evangelizzare; occorre avere virtù non comuni ed un eccellente spirito di immolazione.

Preghiamolo e prendiamolo a modello nella virtù che formò la sua caratteristica, cioè la fedeltà alla vocazione. Da giovane studente fu fedele a tutti i doveri cristiani, ugualmente alla sua professione di avvocato e alla voce di Dio che lo chiamava, scegliendo l’umile saio dei Cappuccini. Osserv  con somma fedeltà le regole del suo Ordine, prima come semplice frate, poi come superiore. Proposto per la difficile missione in Rezia, obbedì con fedeltà, assolvendo il suo compito fino al martirio.

Ecco perché questo santo viene proposto a voi come modello di vita consacrata e apostolica. Imitatelo nella fedeltà ai vostri doveri presenti e futuri, fedeltà universale, cordiale e semplice. Fedeltà nelle cose grandi e nelle cose piccole, fedeltà a corrispondere alle grazie di Dio e a lasciarvi formare; fedeltà alla regola e ai mezzi che Dio vi dà per riuscire degni missionari e missionarie e ai vostri propositi, fedeltà in tutto, perchè come dice la Chiesa nell’orazione della Messa, «anche noi siamo trovati fedeli fino alla morte». Così riceverete il premio promesso da nostro Signore al suo servo: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto» (Mt 25,21).

S. Pietro Claver

198. S. Pietro Claver è proposto dalla Chiesa a patrono degli afrodiscendenti, perché ha esercitato il ministero presso gli schiavi trasportati dall’Africa a Cartagena. Con carità e pazienza eroica, per più di quarant’anni, egli si prese compassione di loro e si impegnò a curarli nell’anima e nel corpo, fedele a questa missione fino alla morte. Così voi, per riuscire santi missionari e missionarie, con la necessaria carità e pazienza, formatevi da giovani e radicatevi in queste virtù.

S. Pietro Claver era nobile, aveva un sentire delicato, e si è fatto religioso della Compagnia di Gesù, abbandonando i suoi parenti benché volesse loro tanto bene. Dopo avere studiato teologia, chiese di essere fratello coadiutore, rinunciando al sacerdozio. I superiori non accettarono e, con l’aiuto di Dio, divenne un grande apostolo. Ebbe a consigliere S. Alfonso Rodríguez che ascoltò quando gli indicò la sua speciale missione.

Come si è preparato a tale missione? In tutti gli anni della sua vita non ha mai trasgredito alcuna regola.

Egli diceva che il carattere del buon novizio consiste in questo: cercare sempre Dio in tutte le cose, servendosi di esse come di scala per andare a Dio; fare ogni sforzo per acquistare una perfetta obbedienza; indirizzare tutto alla maggior gloria di Dio; non cercare altro che la salvezza delle anime, fino a morire in croce ad imitazione del Signore Gesù.

S. Francesco di Sales

199. La data solenne dell’approvazione ufficiale dell’Istituto dei missionari (29 gennaio 1901) coincide con la festa di S. Francesco di Sales.[3] Ciò non fu per caso. Nei disegni della Divina Provvidenza, e forse nella mente del nostro arcivescovo card. A. Richelmy, l’Istituto fu approvato in questo giorno appunto per essere sotto la protezione di questo grande santo, apostolo del Chiablese. Fu sempre considerato un santo di Torino, dove più volte venne anche sua madre. Fu devoto della SS. Consolata. Una volta si fermò al Santuario e vi alloggiò per tre mesi. Egli è uno dei nostri protettori.

Domandiamoci: come potè quest’uomo fare un così gran bene? Fu apostolo, fondatore di un Ordine religioso, scrittore, ed è stato proclamato dottore della Chiesa. Vedete, noi siamo soliti ad ammirare le virtù e le opere dei santi, ma risaliamo alla fonte, al mezzo, alla causa di tanto bene e di tanta santità? Francesco di Sales non nacque santo, ma si formò corrispondendo fin da principio alla grazia di Dio. Lottò per moderare il suo carattere propenso alla collera. Sì, noi ora ammiriamo in lui la dolcezza, ma non l’ebbe da natura, neppure gli venne infusa, bensì l’acquistò attraverso l’esercizio del rinnegamento di se stesso. Lottò per la castità, per la quale ebbe a sostenere a Parigi lotte violentissime; ma non si lasciò vincere, resistette e ne fece voto che poi rinnovò a Loreto. Lottò per seguire la vocazione sacerdotale e per recarsi nel Chiablese. Nessuno aveva il coraggio di intraprendere un’opera tanto ardua e pericolosa; egli si offrì al vescovo, senza cedere alle lacrime della madre e all’opposizione del padre. Partì con niente, ma aveva tutto, perché aveva Dio con sé.

Volle ad ogni costo essere il quarto santo di nome Francesco e lo divenne. Sempre, fin da principio, ebbe questa volontà di ferro. «Voglio, voglio!». E ci riuscì. Ecco la preziosa lezione per noi. Anche a noi Dio concede le grazie necessarie e abbondanti per raggiungere quel grado di santità al quale ci chiama. Se lui, e tanti altri con lui, perché non io? Perché non noi? L’essere stati chiamati all’apostolato è già un segno e una garanzia che il Signore ci tiene preparate molte grazie di santificazione. S. Francesco di Sales è un santo moderno. Forse aveva più miserie di noi, ma si vinse e divenne il più gran santo dei suoi tempi. Ora quello che fece lui, possiamo farlo anche noi.

Eletto vescovo di una Chiesa povera, alcuni gli suggerivano di cambiar vescovado, optando per un altro più redditizio, come quello di Parigi, ma egli rispondeva: «Chi ha sposato una sposa povera, non la lascia per questo». Quando il Senato minacciò di togliergli i beni materiali, disse semplicemente: «Diventerò più spirituale!».

Quali sacrifici dovette sostenere durante la sua vita apostolica! Sempre insidiato, talora cercato a morte, calunniato anche. Lasciò la carica di prevosto, assai comoda, per andare missionario. E qui spiegò uno zelo tutto suo, improntato a purità d’intenzione, a spirito di sacrificio, e specialmente a mansuetudine. Fu un vero missionario e sarà sempre un protettore dell’Istituto. Chiedetegli questo spirito di distacco, di sacrificio, di zelo per la gloria di Dio.

Ma se oper  un bene così grande è perché fu umile. «Umilissima era l’opinione che aveva di sé – scrive la Chantal – amava la propria bassezza; non potendo ignorare la stima di cui godeva, arrossiva di se stesso». Nella prefazione del “Trattato dell’amor di Dio” scriveva: «In questo mondo vi sono molte cose perfette, ma non bisogna cercarle in casa mia». Di ritorno da Milano, disse alle suore: «Io sono un fantasma, un’ombra di vescovo, indegno di baciar la terra dove l’arcivescovo di Milano (S. Carlo Borromeo) posa il piede». Procuriamo di imitarlo con fondarci bene nella virtù dell’umiltà. Possedendo questa virtù, avrete zelo, perché non cercherete voi stessi, ma solo la gloria di Dio.

Lo zelo di S. Francesco di Sales fu inoltre improntato a dolcezza, a mansuetudine e anche in questa virtù, così necessaria al missionario, alla missionaria, egli deve essere il nostro modello. Egli aveva un carattere di fuoco, eppure acquistò una mansuetudine ammirabile ed ammirata.

La sua mansuetudine e dolcezza si accompagnavano però con un’altrettanto ammirabile fortezza. Ricordate il suo detto: « Se nel mio cuore vi fosse un filo che non è per il Signore, lo strapperei senza pietà!». Talora noi crediamo di essere tutti del Signore, ma se andiamo a fondo, quanti fili di attaccamento a noi medesimi! Filo d’invidia, filo di non mortificazione, filo di tiepidezza; alle volte anche qualche filo più grosso. S. Francesco di Sales cercò solo e sempre di piacere a Dio. Il motto assegnato da lui alle sue suore era: «Dio solo!».

Chiediamo, per intercessione di questo grande santo, la grazia di poter amare il Signore proprio con tutto il cuore e il prossimo come noi stessi, per amor di Dio. Questi due amori generano in noi lo zelo missionario. A chi mette da parte sua tutto l’impegno, il Signore concede in questa vita anche il centuplo. Coraggio, dunque, e state allegri. S. Francesco di Sales era sempre allegro. «Servite il Signore nella gioia!» (Sal 100,2).

Angeli custodi[4]

200. La devozione ai santi angeli sia viva nell’Istituto. Siamo devoti per noi e per gli altri; per tanti che non se ne curano; anche per i non cristiani, perché ci aiutano ad evangelizzarli. Gli angeli buoni hanno con noi relazioni di amore, di sollecitudine e di custodia per promuovere il nostro bene.

Nella S. Scrittura si parla degli angeli. Leggiamo nel salmo: «Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi» (Sal 90,11). Nella lettera agli Ebrei si legge: «A quale degli angeli poi ha mai detto: Siedi alla mia destra, finché io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi? Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?» (Eb 1,14). Il Signore dice, dopo aver ammonito di non scandalizzare i piccoli: «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10). Sono sempre alla presenza di Dio, mentre compiono verso di noi la parte di custodi. Ci sono fatti nella S. Scrittura che parlano degli angeli: nella storia di Lot, di Tobia, di Daniele fra i leoni, dei tre fanciulli nella fornace, di S. Pietro in carcere, ecc. (Cf. Gn 19; Tb 5; Dn 3,43; 6,22; At 12,1-11). E S. Girolamo scrive: «Oh, quanto è grande la dignità umana, mentre ogni persona ha, fin dalla nascita, il suo angelo!» .

Gli angeli ci guidano, ci assistono e offrono a Dio le nostre preghiere e le opere buone; stimolano l’intelletto e la volontà al bene; ci liberano dai pericoli materiali e più ancora da quelli spirituali. Ringraziamo Dio di averci dato l’angelo custode, che si prende tanta cura di noi e lasciamoci guidare. Perché non ricorrere a Lui, che cerca sempre il nostro bene? Ci vuole fede viva!

I nostri doveri verso l’angelo custode sono, anzitutto, rispetto per la sua continua presenza; non è necessario che lo vediamo, basta sapere che c’è. Inoltre, gratitudine per la benevolenza che egli ci dimostra facendoci tutto il bene possibile. Infine, fiducia nella custodia che egli ha di noi. Invochiamolo nei bisogni, ascoltiamo le sue ispirazioni.

Non vi raccomanderò mai abbastanza questa devozione. Vi sono dei cristiani che non pensano mai all’angelo custode. Una volta raccomandavo a un ammalato grave di ricorrere all’angelo custode. Mi rispose: «Come posso farlo, se l’ho sempre dimenticato?» «Eh, lo faccia ugualmente!». Certo, in quel momento, il poveretto sarebbe stato più contento di poter dire di esserne sempre stato devoto.

Noi missionari e missionarie abbiamo motivi particolari per onorare gli angeli custodi. La nostra devozione deve essere molto più viva e radicata nel cuore; e ciò per gli speciali rapporti che legano i missionari e gli angeli. Essi hanno il compito di lodare il Signore per se stessi, come creature sue, e anche per quanti sono affidati alla loro protezione. Tale è pure il compito dei missionari, i quali devono formarsi una vita di unione con Dio e continuamente lodarlo per se stessi e per gli altri. In missione soprattutto dovrete pensare a questo impegno: lodare il Signore per quanti sono affidati alle vostre cure, specialmente per quanti ancora non conoscono il Signore. Gli angeli sono inoltre ministri di salvezza. Questo è pure il fine speciale della vostra vocazione missionaria. Da questa partecipazione di compiti apostolici, voi ottenete una certa affinità con essi; siete loro più vicini, ed essi nutrono per voi un particolare affetto e sono interessati ad aiutarvi. Quindi dovete avere una grande confidenza in essi. Quanto bene farete se vivete in quest’unione di mente e di cuore con il vostro angelo!

Questa devozione all’angelo custode sia profondamente radicata e diventi caratteristica del missionario e della missionaria. Ognuno dica: io ho un angelo proprio per me. Egli è sempre con me. Il Signore mi ha detto, quando mi affidò a Lui: «Egli ti precederà, ti aiuterà sempre; è con te, per te, in te; con te nei combattimenti, con te combatte e vince nelle lotte, in te per suggerirti pensieri di conformità alla volontà di Dio, di incoraggiamento e di aiuto».

 


[1] Per l’Allamano tutti i santi potevano essere proposti come esempi di vita per i suoi missionari e missionarie, proprio a motivo del loro impegno di santità. Alcuni per  erano maggiormente idonei per le loro caratteristiche con le quali egli si sentiva in speciale sintonia o per il loro rapporto più diretto con l’evangelizzazione. Qui sono riportate solo alcune fra le figure più citate dall’Allamano durante le sue conversazioni formative e delle quali ha fatto una presentazione specifica.

S. Giuseppe Cafasso era uno dei principali modelli che l’Allamano proponeva più di frequente. In questo elenco, per , non viene inserito S. G. Cafasso. La ragione è che l’Allamano non ne ha mai fatto una trattazione specifica, in quanto del Cafasso non c’era ancora una festa liturgica propria non essendo stato beatificato. Tuttavia lo spirito del Cafasso emerge continuamente dall’insegnamento spirituale dell’Allamano, come risulta con abbondanza dalle pagine di questo volume.

[2] La preghiera completa è: «Anima di Cristo, santificami. Corpo di Cristo, salvami. Sangue di Cristo, inebriami. Acqua del costato di Cristo, purificami. Passione di Cristo, fortificami. Buon Gesù, esaudiscimi. Nascondimi nelle tue piaghe. Non lasciare che mi separi da te. Difendimi dal perfido nemico. Chiamami nell’ora della morte. Comandami di raggiungerti, affinché insieme ai tuoi santi ti lodi eternamente. Amen». Questa preghiera che l’Allamano attribuisce a S. Ignazio, di per sé gli è anteriore di qualche secolo.

[3] Quando l’Allamano pronunciava queste parole la memoria liturgica di S. Francesco di Sales cadeva il 29 e non il 24 gennaio come attualmente.

[4] Al termine di questo elenco sono inseriti gli angeli custodi, in quanto l’Allamano li proponeva speciali protettori e guide per i missionari e le missionarie.