[vol. IX/1, pp. 380-381, n. 1558]
Torino, li 22 giugno 1922
Carissimo P. Gays,
Ho ricevuto la carissima sua lettera, e per la Festa della nostra Patrona il prezioso suo biglietto. Mentre mi accingevo a risponderle ricevo stamane il voluminoso incartamento. Riservandomi dopo letto e meditato lo scritto, a risponderle, La ringrazio dell’affetto paterno che sempre aumenta in V. S. verso il caro Istituto. Per ora Le dico ciò che successe dalla sua dipartita. Dopo uscito il Coad. Antonio e il giovane Orlanda, fu espulso lo studente Falco per cose non nominabili con scandalo... Ho pure dovuto far lasciare al Ch. Previtera ed agli altri suonatori ogni oggetto di musica speciale. Del primo, senza minima colpa il R. Can. Boccardo, proibì l’andata nell’Instituto dei ciechi e delle cieche per farsi insegnare. A voce mi spiegherò meglio. Fu provvidenza, che richiama i nostri Chierici ad una vita più seria, come si praticò per molti anni a bene dello spirito. A me pare che da un anno entra in casa uno spirito di leggerezza e di curiosità morbosa, di dissipazione, di amore di novità. Non si fa così dai Gesuiti, ecc., i quali fanno attendere ai loro giovani la vita raccolta e studiosa, senza concedere che escano di casa se non in grave necessità. Io ho il torto di avere troppo maternamente ceduto ai loro desideri; mi rimetterò in via.
Domenica, andato all’Istituto, vidi una cassa di libri da spedirsi a
S. Ignazio, li esaminai e molti mi parvero non convenienti, come il De-Amicis, alcuni di Bonomelli ecc. e ne proibii l’invio. Vi sono tanti libri di buona lingua, istruttivi e di buon spirito cristiano, come lo Stoppani, il Cantù ecc.: mandare i nostri Chierici e giovani a letture pericolose, come il Quo vadis, o almeno a letture non formanti religiosi! Vedrà V. S. al suo ritorno.
Stasera mentre ero all’Istituto il P. Merlo-Pich viene a parlarmi di quanto V. S. scrisse al medesimo di Giuseppino. Io non trovai conveniente che prenda l’esame con gli studenti, specialmente che egli non si sente di subirlo senza grammatica, di cui sono privi i giovani. È meglio che continui a studiare tutta l’estate, e quest’autunno si vedrà come vi sarà riuscito e si deciderà.
Scusi se parlo chiaro per amore del nostro Istituto; V. S. per queste ed altre cose deve dirigersi al suo V. Direttore, che è il P. Ferrero, e non ad altri. Così esige l’ordine e il bene. E mentre scrivo non abbia a male se Le dico che V. S. si serve troppo poco dei capi-direzione della casa. Che tutto converga al Superiore, va bene, e ne sia informato; ma che tutti siano tanti automi da non poter fare nulla, questo è uno sbaglio. Lavorino tutti nel loro ufficio, e purché il bene si faccia senza suscettibilità di autorità. Si vede in tutti un disgusto della Casa; che non so dove andrà a finire.
Queste cose avrei voluto dire a V. S. a voce; ma non lo potei fare per le molte mie occupazioni. Non l’abbia a male perché è mio dovere; e non posso non dire e fare quanto è per ora ancora il mio dovere.
Il Signore ci benedica tutti, e la SS. Consolata ci sia apportatrice di lumi, conforti e consolazioni. Mi abbia in Domino aff.mo