Davvero la «processione dei santi» in quel di Torino non termina mai. Quest'anno, 1990, se ne sono già aggiunti altri due, don Filippo Rinaldi, salesiano, e Pier Giorgio Frassati, giovane laico. Il prossimo ottobre se ne aggregherà un terzo, don Giuseppe Allamano, sacerdote diocesano. Altri ancora sono in lista di attesa, e non sono pochi, e sono di ogni tipo, a dire quanto varia e bella sia la veste nuziale della sposa di Cristo, la Chiesa, «tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,27).
Scrivere la vita di un santo non deve essere facile.
Ma che sia un'avventura appassionante è innegabile. Già scrivere una vita è problematico. La scrittura per sua natura fissa, limita, schematizza. La vita è infinitamente più ricca di ciò che può essere trattenuto e fissato. Anche se, attraverso la scrittura, l'evento viene strappato alla sua contingenza storica e si arricchisce di intelligenza e di contemplazione. Ma per i santi è ancora più problematico.
Grazia e storia si intrecciano e si richiamano l'una all'altra continuamente. Se la seconda può essere descritta e catalogata per date e per luoghi, la prima è come linfa nascosta che va scoperta a mano a mano che si manifesta nei suoi frutti. Non bastano gli occhi del viso a consultare carte, occorrono gli occhi del cuore e di un cuore credente. Poiché la santità, frutto della grazia, è poi storia di fede.
Il professor Domenico Agasso, pubblicando una nuova biografia di don Allamano, conosce bene le fonti, a partire dai due grossi tomi del Tuba/do, e nello stesso tempo sa indagare la fonte segreta dei doni di Dio. In ogni capitolo l'intreccio è costante. Con pennellate essenziali ma sicure, uno stile chiaro ed efficace, inserisce il crescere dell'Allamano nel contesto storico e religioso dei suoi tempi, ricostruendo con rara schiettezza le condizioni di vita del seminario, della Consolata, del Convitto, della diocesi, del mondo piemontese, della stessa Chiesa universale.
Con misura e discrezione fa poi emergere il disegno della qualità spirituale delle virtù coltivate con fedeltà inalterata, di questo prete dotto e schivo, paziente e deciso, preciso e autorevole, obbediente e profetico, ordinato nello studio e nella vita, fisicamente gracile e instancabilmente creativo di opere e di fondazioni. Senza mai muoversi da Torino e rimanendo per anni e anni, più di quaranta, fino alla fine, nel suo primo incarico di rettore della Consolata e del Convitto Ecclesiastico, ricostruisce ampliandolo e abbellendolo il santuario e fonda e governa i Missionari e le Missionarie della Consolata. Con la sua «vocina» sommessa arriva a interpellare tutte le Chiese italiane nei suoi vescovi fino al papa, perché con la sua autorità apostolica proclami il dovere della missione evangelizzatrice per tutte le genti e istituisca una giornata missionaria da celebrarsi ogni anno «con obbligo d'una predicazione intorno al dovere e ai modi di propagare la fede in tutto il inondo».
Certo, anche l'Allamano è erede di una tradizione spirituale che, in mezzo a quattro guerre fino alla prima di questo secolo tristemente chiamata «grande», ha generato un catalogo di santi che si contano a decine, e in particolare, più collegati a lui, don Bosco, il Cottolengo e soprattutto lo zio don Cafasso. Così come è debitore al grande secolo missionario di Torino, dove l'Opera della Propagazione della Fede, nata in Francia, vi arrivò già nel 1824 e dove il periodico Museo delle Missioni Cattoliche del canonico Giuseppe Ortalda fu la prima pubblicazione missionaria italiana.
Nessuno nella Chiesa è iniziatore assoluto. L'unico è Cristo. Ogni santo - e tutti siamo chiamati ad esserlo e dovremmo tutti desiderare di diventarlo - è e si sente figlio della Chiesa. Sa di aver ricevuto tutto dalla Chiesa e sa, perciò, di doverle dare tutto. Considerarsi, magari inconsciamente, all'inizio di tutto e quasi tra «i padri fondatori o rifondatori» non è mai stato il suo atteggiamento. Egli ha avuto profondo e vivace il senso della Chiesa, legato ai suoi vescovi, a una continuità senza fratture, immerso in una storia sacra.
Sollo questo profilo meritano di essere fatte due sottolineature. Sacerdote diocesano, formatore di preti secolari, canonico della cattedrale, presente e attivo in tutte le iniziative spirituali, caritative e sociali della diocesi, dai giornali cattolici alle società operaie, l'Allamano porta nella Chiesa che è in Torino la coscienza che deve essere missionaria, in senso universale, proprio perché è Chiesa, Chiesa cattolica, e la «missione» è la sua identità e quindi la condizione della sua vitalità. Proprio perché ama Gesù nell'eucaristia e lo serve nel sacerdozio ministeriale, sa di non potersi dare pace finché questo pane del cielo non sia spezzato per la fame di tutti gli uomini, la fame per la vita eterna. Dar da mangiare agli affamati è per i cristiani la prima opera di misericordia, perché essi sanno che tutti sono affamati di risurrezione, perché tutti sono stati creati e predestinati in Cristo crocifisso e risorto.
Proprio perché ama la Madonna e la serve fino a non badare a spese per rendere bella più che può la sua dimora simbolica di Torino, comprende che l'intera umanità ha bisogno di una «evangelizzazione consolante» che permetta a tutti di incontrare e vedere oggi in ogni luogo della terra il Figlio di Maria, l'unico Salvatore, la consolazione diventata visibile del Padre di ogni consolazione, e con lui la mamma: Maria Consolatrice.
Molto tempo prima del Vaticano II l'Allamano era già persuaso di quanto sarà dichiarato dal decreto Presbyterorum ordinis: «Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'ordinazione non li prepara a una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale missione di salvezza fino agli ultimi confini della terra, dato che qualunque ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale affidata da Cristo agli apostoli» (PO 10), e «la loro vita è stata consacrata anche per il servizio delle missioni» (AG 39).
L'altra sottolineatura riguarda il rapporto dell'azione missionaria dell'Allamano con la Chiesa particolare. Fondatore di due istituti missionari volle restare sempre solo sacerdote diocesano, e nulla volle fare senza l'approvazione dei suoi vescovi e per questo ebbe la pazienza biblica di tacere e attendere addirittura per una decina di anni. Parte quando il suo vescovo, Agostino Richelmy gli dice: «Sì, devi fare l'istituto e devi farlo tu» e, ancora, prima di procedere alla fondazione richiede il giudizio e ottiene l'approvazione di tutti i vescovi del Piemonte. I suoi missionari non partono in nome proprio, ma quali inviati dalla loro Chiesa.
Resta emblematico il gesto dell'arcivescovo Richelmy, che - come qui è narrato - riceve in arcivescovado i quattro missionari partenti, «fa in modo di trovarsi solo con loro, li fa sedere uno vicino all'altro, poi s'inginocchia a baciare loro i piedi». I piedi che si muovono sulle strade del mondo per portare l'annuncio del vangelo non possono dimenticare mai la loro Chiesa d'origine.
La comunità dei credenti in Cristo è come innervata dalla trama delle missioni che trovano tutte origine nell'iniziativa salvifica del Padre che tutti vuol salvi. E là dove arrivano piantano la Chiesa e chi propone il vangelo si associa a chi lo accoglie rendendolo corresponsabile, e facendo nascere a poco a poco i suoi catechisti, e poi i suoi sacerdoti e poi i suoi vescovi, così che chi dà riceve e chi riceve dà, o - per dirla con le parole pulite di questa biografia - «ogni battesimo, anziché vittoria del missionario, sarà piuttosto la sanzione di una conquista comune, di chi ha proposto la fede e di chi l'ha accolta. Se alla fine del XX secolo in questo territorio fioriscono vigorose Chiese locali con i loro pastori, il motivo va cercato negli anni della semina, a secolo appena iniziato; nel lavoro congiunto dei missionari sul posto e del rettore che li pilotava da Torino, all'ombra della Consolata». Per tutto questo è significativo il fatto che il papa abbia voluto proclamare beato il sacerdote canonico Giuseppe Allamano proprio il 7 ottobre prima domenica del mese missionario e durante il Sinodo dei vescovi sulla formazione dei sacerdoti.
La lettura della biografia dell'Allamano ha tutta la capacità di donare una luce e un sostegno incomparabili per ritrovare la «bella immagine del prete», ridestare nei giovani l'entusiasmo dei grandi ideali apostolici, tener viva in tutto il popolo di Dio la coscienza e la cooperazione missionaria. La storia di ogni santo è sempre una ermeneutica vissuta dell'unico vangelo per un determinato tempo e per le necessità della Chiesa. Bisogna, dunque, tornare a leggere la vita dei santi. Sono una grazia da non perdere. Perciò mi sento di augurare che questa biografia del nuovo nostro beato Giuseppe Allamano, che si lascia leggere come una appassionante avventura dello spirito, sia conosciuta da tanti, dai preti e dai laici, dai giovani soprattutto. Sono convinto che molto può derivare da questo incontro. Perciò alla fine, non temo di esortare i giovani a leggerla.