Nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo d'Asti un nuovo prete celebra la sua prima Messa per la festa dell'Addolorata, domenica 21 settembre 1873. Si chiama Giuseppe Allamano, ventidue anni compiuti in gennaio. L'ha ordinato sacerdote nel duomo di Torino l'arcivescovo Lorenzo Gastaldi appena il giorno prima, sabato 20 settembre, terzo anniversario della presa di Roma. Nella capitale la ricorrenza ha avuto doppia celebrazione, al modo che diventerà tradizionale: a Porta Pia i cortei, le bandiere e i discorsi antipapali; in Vaticano, le proteste del pontefice. Quest'anno Pio IX ha confidato all'aristocrazia nera il suo stato d'animo in quel 20 settembre 1870, udendo tuonare per un po' l'artiglieria italiana: «Quei colpi di cannone mi sono parsi tale un eccesso di fanciullesca empietà, che io non ho saputo fare altro che chiudere la finestra, e volgendomi al Crocifisso esclamare: Signore, aprite a questa gente la finestra del cuore e convertiteli ... ».
Nessuna eco della questione romana arriva nella chiesa di Castelnuovo. Tiene il discorso d'occasione don Giovanni Allamano, zio paterno del giovane celebrante e prevosto del vicino paese di Passerano: parla soprattutto dei grandi servigi che ogni buon prete può rendere alla società.
Dopo la Messa dovrebbe cominciare la festa di famiglia e di paese, con gran tavolata e gran pranzo. È una tradizione lunga. Ma don Giuseppe vede queste cose con fastidio. Non gli piaceranno mai. Inoltre, c'è un argomento decisivo: l'arcivescovo Gastaldi in questa materia ha dato recenti e severe disposizioni: «Epularum adparatus ... removeas», ossia niente grasse imbandigioni e comitive rumorose attorno ai nuovi preti. Perciò si pranza in casa parrocchiale, tra pochissima gente: i sacerdoti del luogo, i fratelli di don Giuseppe e basta. Più tardi questi fratelli riescono comunque a tenere una festicciola in casa, ma senza offese all'austerità: il rinfresco, la recita di alcune poesie e nient'altro.
Questa semplicità va d'accordo con l'indole di Giuseppe Allamano, giovane di controllate espansioni e mai tanto a suo agio tra la folla e il rumore. È un conversatore di cordiale finezza, ma oratore no: sul pulpito non sarà mai un campione di «sacra eloquenza». In questi tempi si raccomanda di continuo ai sacerdoti la «ritiratezza», come salutare correttivo del presenzialismo sfrenato, così nocivo agli uomini di Chiesa. Ma con lui non c'è bisogno di insistere, riservato com'è di sua natura.
Inoltre, non sembra il caso di far tanto rumore per una prima Messa, perché a Castelnuovo d'Asti questo non è certo un avvenimento raro. Le vocazioni al sacerdozio abbondano un po' dappertutto, ma tra queste colline sembrano essere anche di qualità speciale. È di Castelnuovo don Giovanni Bosco e tanto già basterebbe. Per anni è venuto qui in estate capeggiando i suoi ragazzi con musica, coro e teatro; e ogni volta in Castelnuovo e dintorni rastrellava ragazzi in gamba da portare a Valdocco. Tra gli altri ha catturato qui Giovanni Cagliero, contadinotto di cui ha già fatto un prete che sarà poi vescovo e cardinale. Ora don Bosco non fa più quelle gite al paese: fioriscono e si moltiplicano i suoi istituti, lo interpellano i ministri di Vittorio Emanuele II e addirittura gli chiede consiglio il papa Pio IX per le nomine dei vescovi in Italia.
È di Castelnuovo anche monsignor Giovanni Battista Bertagna, eminente personalità diocesana, maestro di morale al Convitto Ecclesiastico di Torino, che è un po' la «scuola di applicazione» per il clero giovane. Altri preti di Castelnuovo, poi, sono destinati a diventare vescovi, e tra essi c'è anche don Rossi, il parroco del luogo.
Sopra tutte queste figure di vivi, infine, giganteggia quella di don Giuseppe Cafasso, morto nel 1860. Padre e guida per generazioni di sacerdoti e religiosi, formatore di grandi caratteri, era stato di casa nei palazzi e nelle prigioni, consultato dai gentiluomini e invocato dai tagliagole. Già la fama di santità va crescendo intorno al suo nome, per voce popolare. Si citano con colore di profezia tanti suoi ammonimenti e consigli: «L'aveva detto il Cafasso... ».
Il soldato e l'eremita
Ma prima di lui, nel 1776, era nato a Castelnuovo d'Asti un suo omonimo, un altro Giuseppe Cafasso dalla vita avventurosa. Dapprima sacerdote in Torino, egli aveva poi raggiunto in Russia la Compagnia di Gesù, che sopravviveva sotto gli zar (oltre che in Prussia) dopo lo scioglimento che papa Clemente XI V era stato costretto a decretare. Con i gesuiti egli era andato missionario nel Caucaso fino al 1820, per passare poi in Grecia. E qui morì nel 1834.
La sua vicenda si collega a un momento interessantissimo del cattolicesimo subalpino, e a personaggi che Giuseppe Allamano è destinato a ritrovare sul proprio cammino attraverso la loro opera, l'esempio, l'eredità. Il Cafasso gesuita, infatti, era stato amico di Pio Brunone Lanteri, e con lui discepolo di padre von Diessbach: nomi che hanno fatto storia e anticipato eventi e che oggi sembrano del tutto dimenticati, chissà perché.
Nicolao Alberto von Diessbach (1732-1798) era uno svizzero di Berna, ufficiale, appartenente a una cospicua famiglia di calvinisti dello zoccolo duro; e si fece cattolico rompendo dolorosamente col parentado. Ma non solo. Rimasto poi vedovo, entrò nella Compagnia di Gesù che allora tutti gareggiavano nel vilipendere e nel cacciare, bersaglio di tutte le accuse fino allo scioglimento del 1773. E poiché quello era il tempo in cui i troni da un Iato e le rivoluzioni dall'altro parevano dover spiantare fede e Chiesa, il gesuita ex milita re volle organizzare la difesa - anzi, la controffensiva - anche con armi e metodi degli avversari.
Le società segrete, e la massoneria specialmente, avevano inflitto colpi duri al cattolicesimo soprattutto col mezzo della stampa anticlericale e antireligiosa? E lui organizzò a sua volta (operando in Lombardia, in Piemonte, in Francia) un'altra rete di società segrete, le Amicizie Cristiane, fortemente impegnate nella pubblicazione e distribuzione di opere in difesa della fede cattolica. I filosofi erano riusciti a guadagnarsi l'ascolto di re e di imperatori? E padre Diessbach prese a battere la stessa strada. Puntava in particolare su Vienna, ai tempi di Leopoldo II e poi di suo figlio Francesco.
Ma proprio durante un soggiorno in quella capitale venne a morte in circostanze oscure: « ... avendo credito e accesso alla corte imperiale, incontrò nello sdegno di alcuni, i quali credendosi offesi da lui perfidamente lo fecero battere dai loro scellerati uomini, e furono sì gravi gli insulti fatti e le battiture ricevute che il santo uomo ne ammalò e in breve tempo morì». Racconta così la sua fine il padre Pietro Gastaldi, nella biografia di Pio Brunone Lanteri pubblicata nel 1870. Appunto il Lanteri - prima eremita nel Cuneese e poi sacerdote a Torino nel 1782 - aveva fatto parte col gesuita Cafasse del gruppo più vicino a padre Diessbach. E ne sviluppò l'opera dando vita nel 1817 alle Amicizie Cattoliche, associazioni non più segrete di laici, attivissime sul fronte della stampa.
Ma prima ancora, quando il papa Pio VII risiedette a Savona dal 1809 al 1812 come prigioniero di Napoleone, padre Lanteri intraprese una vivace attività pubblicistica in Italia e in Francia, in difesa delle prerogative papali. E diede vita a una sorta di servizio segreto, che aggirava la vigilanza francese facendo giungere a Pio VII informazioni e aiuti. Quando Napoleone pensò di fare senza il papa nella nomina dei vescovi, fu padre Lanteri a procurare clandestinamente al prigioniero di Savona gli atti del concilio di Lione del 1274, necessari per controbattere le argomentazioni governative. A un certo punto, però, la polizia francese sospettò qualcosa, e il Lanteri venne per tre anni confinato in una sua casa di Bardassano, non distante da Torino.
Con il suo incoraggiamento e consiglio nacquero nel 1816 a Carignano (Torino) gli Oblati di Maria Vergine, una battagliera congregazione dedita all'urgentissimo compito della rievangelizzazione, soprattutto attraverso le missioni popolari e gli esercizi spirituali. Non ebbe vita facile, cominciando già dai primi anni a sperimentare opposizioni e insidie anche di origine curiale. E in tutte le sedi, finché visse, il Lanteri continuò a battersi per i suoi oblati. Un clero nuovo e migliore di prima; parroci e confessori solidamente preparati a essere guide spirituali; padri e modelli, invece che burocrati del sacro o giudici arcigni e inascoltati: questo era il sogno di tutta la sua vita, il problema di tutti i suoi giorni.
A questa necessità cercava già di provvedere in Torino, in forma privata e su piccola scala, un suo amico e discepolo, membro anche di quel gruppo clandestino per il soccorso a Pio VII: Luigi Maria Guala, sacerdote dal 1799 e teologo collegiato dell'università di Torino. Egli raccoglieva intorno a sé in maniera informale alcuni giovani sacerdoti, per conversazioni di teologia morale pratica. Ma Brunone Lanteri su questo punto pensava in grande. Voleva una scuola vera e propria per giovani sacerdoti di tutto il Piemonte, accolti come convittori e istruiti con regolari corsi, e con tutti i riconoscimenti civili ed ecclesiastici.
Nel 1816 fece ufficialmente questa richiesta all'arcivescovo da una parte e al governo dall'altra, per farsi assegnare il convento già dei Frati Minori, presso la chiesa di San Francesco d'Assisi. Pensava di affidare il nuovo istituto agli oblati. E proprio per questo l'istanza non fu accolta: il governo era contrario all'insediamento in Torino di nuove congregazioni religiose. Trovò invece accoglienza una nuova domanda senza riferimento agli oblati, presentata stavolta, d'accordo col Lanteri, dal teologo Guala, che tra l'altro era anche rettore della chiesa di San Francesco. E il Convitto si aprì nel novembre 1818 con i primi dodici allievi. Alla morte del Lanteri, dodici anni dopo, l'istituzione era già consolidata e avviata sotto la direzione del Guala. E questi, educatore eccezionale, prima di morire a sua volta nel 1848 ebbe la fortuna di affidare il Convitto a chi l'avrebbe portato ai più alti livelli: il secondo Giuseppe Cafasso da Castelnuovo, il futuro santo. Che era anche zio di Giuseppe Allamano.
In tempo di famiglie numerose e di clero abbondante, lo zio prete o frate non era una rarità. Tant'è che Giuseppe Allamano, venendo al mondo, ne trovò addirittura due: il Cafasso fratello di sua madre, e il prevosto di Passerano, fratello di suo padre.
I cinque orfani
Giuseppe Allamano nacque il 21 gennaio 1851 in Castelnuovo, ai tempi del Regno Sardo, col giovane re Vittorio Emanuele II e con Massimo d'Azeglio primo ministro. Già l'indomani venne battezzato nella chiesa parrocchiale, ed era il quarto figlio dei coniugi Giuseppe Allamano e Marianna Cafasso. Prima di lui erano nati Giovanni nel 1841, Orsola nel 1844 e Natale nel 1849. Dopo di lui, il 28 dicembre 1853, nacque ancora Ottavio, con la casa nel lutto: il precedente 2 dicembre era morto all'improvviso il padre, di carbonchio. Giuseppe in quel momento non aveva ancora tre anni: una situazione simile a quella del piccolo Giovanni Bosco tanti anni prima.
La famiglia Allamano per quel tempo stava relativamente bene, essendo coltivatori in proprio. Marianna, trovatasi vedova con quei cinque bambini, affrontò la situazione con l'asciutta risolutezza di quei tempi e luoghi, prendendo la guida dei lavori. Dirà assai più tardi Giuseppe: «Essa poté col nostro modesto patrimonio avviare agli studi tre di noi, e tuttavia accrebbe la nostra sostanza di circa 12.000 lire; e ciò senza che D. Cafasso, che pure le voleva bene, l'abbia mai aiutata di denaro, come essa stessa mi disse». Ma aveva anche occhi per le necessità degli altri, povera gente del posto oppure sconosciuti; e interveniva con pronta efficienza, come ricorderà la sua nipote Pia Clotilde Allamano: «Siccome filava, faceva filare e aveva tanta tela da coprire un ballo, quando qualche povera donna aveva famiglia ella le preparava gran parte del corredo e così pure per i poveri e per gli ammalati che aiutava in tante necessità».
«Aver tanta tela da coprire·un ballo» è un'espressione piemontese che indica opulenza (e non solo in tela) per una casa di campagna. E «aver famiglia», allo stesso modo, significa partorire. Nelle memorie di parenti e amici monferrini di Giuseppe Allamano, e anche nei suoi detti e scritti, s'incontrano sovente questi costrutti dialettali, trascritti di peso in lingua con lo schietto sapore dell'autentico.
Nelle famiglie di allora, quasi senza eccezioni, i figli davano del «voi» ai genitori, e così facevano gli Allamano con la madre. Lei li educava innanzitutto alla franchezza. La stessa nipote Pia Clotilde ricorda: «Quando erano piccoli e commettevano qualche fallo che le giungeva all'orecchio, essi invece di sfuggire il castigo andavano a inginocchiarsele davanti e, confessata la colpa, ascoltavano con rispetto e comprensione rimproveri, ammonimenti e ne facevano riparazione». Una severità tipica del tempo, dunque. Ma certe testimonianze parlano più sobriamente di «precisione»: mamma Allamano ci appare attentissima a determinare in casa diritti e doveri senza tollerare confusioni e senza concedere (né concedersi) sconti. Dopodiché la casa della «precisione» diventa anche la casa del calore ospitale, con le torte e le minestre di mamma Marianna per gli amici dei figli come per i mendicanti sconosciuti; per gli «estracomunitari» di allora, davanti ai quali non tutte le porte si aprivano.
E di Giuseppe Allamano si potrà sottolineare per tutta la vita una identica «precisione», intesa in quello stesso senso. Così sarà anche per l'accoglienza nella sua casa, dalla quale nessuno usciva senza essere stato in qualche modo rialzato e soccorso.
Già nell'infanzia Giuseppe Allamano fa un altro incontro importante. E si tratta di un'altra donna. Frequentando l'asilo infantile «Pescarmona» di Castelnuovo egli diventa uno degli alunni di una maestra allora sulla trentina; e tra essi incomincia un rapporto destinato a interrompersi solo con la morte di lei.
Quella maestra si chiamava Benedetta Savio e, chissà, forse è solo un caso che non sia arrivata agli altari nelle forme canoniche. Basterà ricordare che aveva pensato a lei addirittura don Bosco (prima che a Maria Mazzarello, allora assai giovane) come superiora delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Risulta anzi che l'aveva già mandata a prendere da due sacerdoti salesiani.
Ma lei finì col rifiutare su consiglio di don Cafasso, che l'aiutò con molto realismo nel discernere la sua via: «Vi dico di no, perché dovete pensare ai vostri genitori; anzi, aggiungo di più: se voi aveste fatto i voti più solenni, io ve li farei sciorre per andare ad accudire vostra madre malaticcia». E concluse: «Siate monaca in casa». Così fece dunque Benedetta, dividendosi tra i bambini dell'asilo, i familiari sofferenti e la vita di pietà. Le testimonianze sul suo lieto fervore nella preghiera anche in anni avanzati, anche nella malattia, hanno punti in comune con quelle che descrivono esempi famosi di santità.
Per Giuseppe Allamano uomo e sacerdote, la maestra dell'asilo non avrebbe semplicemente personificato teneri ricordi d'infanzia. Intanto, divenne un legame, un collegamento tra lui e la gente del paese: soprattutto la gente povera, a cui nello stile di sua madre egli mandava frequenti aiuti, distribuiti appunto da Benedetta. Ma lei andava crescendo in importanza ai suoi occhi soprattutto come uno dei testimoni viventi di don Cafasso, custode di tanti ricordi. Ogni passo di Giuseppe Allamano nella vita di sacerdote lo avvicinava alla figura di questo straordinario fratello di sua madre, accrescendo il suo bisogno di conoscerlo più a fondo e di farlo conoscere. Benedetta Savio gli sarebbe stata di grande aiuto. Con la vivacità dei ricordi personali, capaci anche di far rivivere un'inflessione di voce, un movimento, un gesto, avrebbe contribuito a «restituirgli» lo zio che occupava sempre più spazio nella sua vita, ma che lui aveva visto una volta in tutto, a Castelnuovo, a sei anni d'età. E alla morte di lui, nel 1860, ne aveva appena nove.
A scuola da don Bosco
Dopo l'asilo, era passato alle scuole elementari di Castelnuovo. Cinque classi frequentate sempre con buon esito, la cresima ricevuta il 17 ottobre 1860 (non si conosce la data della prima comunione); e nell'estate 1862, concluso quel ciclo scolastico, eccolo all'ora delle decisioni.
In verità, questa non era la classica situazione del bambino poverissimo, avviato agli studi dopo drammatiche incertezze e dopo tanti fratelli e parenti illetterati. In quel 1862 suo fratello Natale aveva già terminato la prima ginnasio a Torino, nel collegio di don Bosco a Valdocco. Nulla di straordinario, dunque, se Giuseppe lo seguiva. L'ostacolo, a quanto pare, era piuttosto una sua renitenza di origine affettiva, che molti anni dopo descriverà alle sue religiose missionarie: «C'era la mia buona mamma, la quale era già ammalata, e io stavo in casa, e, non so, ero un po' il suo checco... Un mio fratello più vecchio mi diceva sempre: "Vieni con me in collegio". Io sarei andato, ma mi rincresceva lasciare la mamma... Un giorno passò a casa mia un sacerdote con il sindaco del paese, e venivano a trovare mia mamma. Nel vedermi lì, dissero: "Che cosa fa quel ragazzo? Lo mandi un po' a studiare''. Mia madre rispose: ''Gli lascio fare quello che vuole''. Interrogato, non seppi rispondere e mi misi a piangere. Dopo quella conversazione si determinò che incominciassi a studiare. Vedete, dalla parola di quel bravo sindaco, mi sono deciso. Prima restavo lì... ».
In verità Marianna Cafasso qualche progetto l'aveva già fatto sui figli, con il consiglio del fratello don Giuseppe finché visse (morì il 23 giugno 1860) e del cognato don Giovanni Allamano, che era tutore degli orfani. I due sacerdoti pensarono certamente di avviare qualcuno dei nipoti al seminario, e pare che don Cafasso avesse in mente proprio Giuseppe. Non gli erano invece mancate le perplessità sulla convenienza di farlo studiare da don Bosco, giudicando ancora poco selettivi e non abbastanza ordinati i suoi istituti. Ma fu lì che sua madre mandò prima suo fratello Natale, poi lui, e più tardi anche il minore dei figli, Ottavio.
Accompagnato dallo zio don Giovanni, Giuseppe Allamano undicenne entra dunque a Valdocco nell'autunno del 1862. Torino in quel momento è una nervosa neocapitale del Regno d'Italia, col mondo politico e quello militare ancora in subbuglio per l'impresa garibaldina finita nel sangue sull' Aspromonte; il governo di Urbano Rattazzi, attaccato da tutte le parti, finirà col cadere nel dicembre, lasciando il posto al governo di Luigi Carlo Parini. A Valdocco, questi sono giorni importanti. La Società Salesiana ha già cominciato a consolidarsi con l'emissione dei voti di ventidue confratelli; il fondatore ha confidato ad alcuni ragazzi (Paolino Albera, Giovanni Cagliero) un suo progetto: costruire una chiesa «grandiosa» come cuore di tutto il mondo salesiano, intitolata a Maria Ausiliatrice. Ha in mente anche il luogo: un terreno che era già suo, che ha dovuto vendere nel 1854 e che adesso sta per ricomprare.
A Valdocco Giuseppe Allamano percorre l'intero quinquennio ginnasiale in soli quattro anni: per consiglio dei superiori ha saltato la quarta classe, passando direttamente dalla terza alla quinta. Ed è sempre tra i primi. Dopo un quinto posto nell'anno iniziale, è primo nel successivo e secondo nel terzo anno. E all'esame finale di quinta ginnasio è ancora secondo. Ma questi anni sono anche, e soprattutto, un periodo di stretto e continuo contatto con don Bosco, suo «confessore regolare», come Giuseppe dirà poi. E se don Bosco si assenta, lui non cerca altri: «Mi confessai a lui per tutti i quattro anni della permanenza all'Oratorio e, sebbene superiore, gli ebbi sempre piena confidenza ... A me, come suo penitente, pareva che mi leggesse nel cuore e mi indovinasse molte cose». Questi sono brani della sua testimonianza al processo per la beatificazione di don Bosco. Un 'altra volta, parlando ai missionari, ne ricordò anche la severità: «Ricordo di essere stato severamente rimproverato perché, durante le vacanze, avevo letto il romanzo Beatrice Cenci del Guerrazzi, e questo rimprovero mi fece molta impressione e mi fu salutare per l'avvenire».
Don Bosco, da parte sua, dovette vedere questo ragazzo compaesano già avviato per la strada di Giovanni Cagliero: studente, sacerdote, e sacerdote salesiano. Ma ecco che, terminato il ginnasio, la domenica 19 agosto 1866 Giuseppe Allamano esce da Valdocco per la consueta vacanza, ma deciso a non ritornare più. Non ha salutato nessuno e meno che mai don Bosco: vuole risparmiargli il dolore di quella sorta d'abbandono, e forse teme anche di non saper resistere, se lui lo invitasse a rimanere. Conosce troppo bene la sua forza di persuasione. Non è facile per nessuno dirgli di no.
A questo punto il ragazzo ha già veramente deciso di farsi prete, scegliendo la via diocesana del seminario? Difficile dirlo; il maturare interiore di queste decisioni non si può assoggettare al calendario, alle date precise. Sta di fatto che Giuseppe Allamano torna a casa dai suoi, quindicenne, nell 'estate della terza guerra d'indipendenza; quella che dopo sfortunate battaglie in terra e in mare ci darà comunque il Veneto. Torna a casa, e dopo poche settimane già mette tutti di fronte - se non a un fatto compiuto e irrevocabile - a una decisione presa e ormai incamminata alla realizzazione. In una domenica di ottobre egli riceve nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo l'abito talare dal parroco Michele Antonio Cinzano. Ha fatto la sua scelta in maniera tranquilla e definitiva, superando anche le perplessità dei fratelli e i loro prudenziali suggerimenti: «Se ti capitasse poi di dover lasciare il seminario tra qualche anno, saresti uno spiantato... ». Non è meglio riflettere ancora su una decisione simile, e intanto frequentare un liceo pubblico, ad ogni buon conto? No. Le riflessioni necessarie sono state già fatte, la decisione non cambia più. «Il Signore mi chiama oggi».
Nella prima domenica di novembre del I 866 la città di Torino, che ha malinconicamente ceduto a Firenze il ruolo di capitale, riceve un piccolo premio di consolazione. Vittorio Emanuele ha deciso che si svolga qui, nella capitale antica, una cerimonia solennissima: il ricevimento della delegazione che porta i risultati del plebiscito nelle province venete per la loro unione all'Italia. «Il giorno d'oggi - dice il re - è il più bello della mia vita». E così ha detto all'incirca anche il contadino quindicenne del Monferrato, dopo la vestizione. Il suo biografo Lorenzo Sales riferisce: «L'ho udito affermare che quello era stato uno dei più bei giorni della sua vita».
Seminarista a Torino
Accompagnato dallo zio prevosto, Giuseppe Allamano mette piede nel seminario metropolitano di Torino ai primi di novembre del 1866. E certo registra come sia forte il salto dal tumulto (anche edilizio) di Valdocco alla finezza maestosa di queste strutture che Juvara ha pensato e realizzato in onore del sacerdozio cattolico. E come s'intona all'ambiente la gravità dei maestri, a cominciare dal rettore, canonico Alessandro Vogliotti, e dal direttore spirituale, teologo Giuseppe Soldati. Tutto questo è fatto per piacere d'acchito al seminarista esordiente che egli è. E col tempo andrà pure scoprendo una sintonia tra i regolamenti dell'istituzione e le sue personali inclinazioni. Ma sì, c'è qui dentro un ordine, una regolarità - una «precisione», come si diceva a casa sua - che a lui piacerà sempre. Gli andranno bene anche quelle pignolissime disposizioni che tutto intendono prevedere e codificare, e per le quali molti suoi condiscepoli si trovano quasi alla disperazione. Non c'era un minuto, nella giornata di ciascuno, che potesse dirsi libero, personale, spendibile a giudizio del seminarista, sia pure nelle attività e occupazioni più lecite e meritorie. Per fare di tutti quei ragazzi dei buoni sacerdoti e per dare ai fedeli degli ottimi pastori, si credeva assolutamente indispensabile la pianificazione totale di ogni ora e minuto, questa vita segregata che considerava nocivi i contatti con la realtà esterna (nella quale i nuovi preti sarebbero stati pur chiamati ad agire) e i veicoli dell'informazione su quella realtà, i giornali. La stessa stampa cattolica, a volte, era poco più che tollerata.
Per quanto concerne Torino e il suo seminario, bisogna forse aggiungere qualcosa che agli estensori dei regolamenti poteva sembrare una spinta in più al controllo occhiuto sui futuri sacerdoti. Il seminario metropolitano torinese era reduce da quattordici anni di chiusura. Aveva deciso di sbarrarne le porte l'arcivescovo Luigi Fransoni nel 1848, dopo che a Natale del 1847 i chierici gli si erano presentati in duomo per il pontificale con la coccarda tricolore sulle vesti liturgiche; e dopo che nel cortile di Juvara - febbraio 1848, Torino ai sette cieli per la promessa dello Statuto e per la guerra all'Austria - gli stessi seminaristi avevano addirittura fatto una dimostrazione, al canto di «i figli d'Italia son tutti Balilla».
Quella chiusura del seminario fu un buon regalo dell'arcivescovo al governo, che utilizzò subito l'edificio per le sue necessità militari (ospedale, magazzino, caserma). Solo nel 1862, dopo la morte in esilio di monsignor Fransoni, il seminario tornò in possesso della curia. E solo dal dicembre 1863 poté riprendere l'attività scolastica.
Forse questo passato influiva sulla stesura e sull'applicazione dei nuovi regolamenti, credendosi che i fatti del 1847-1848 dipendessero unicamente da colpevole rilassamento della disciplina.
Nel momento in cui Giuseppe Allamano inizia i suoi studi in seminario, la diocesi di Torino è ancora senza vescovo. Da sedici anni esercita il governo un vicario generale, che al momento è monsignor Giuseppe Zappata. Sotto la sua autorità si stabiliscono i regolamenti per la vita del nuovo seminario, che volere o no ha sempre quei ricordi alle spalle. Il giovane Allamano dice a se stesso che ogni articolo, prescrizione, obbligo, divieto concorre all'unico scopo di fare di lui un sacerdote degno. Sicché accetta tutto. Come ricorda padre Sales, giungerà a imparare tante norme a memoria
«per non trasgredirne alcuna». Nemmeno quelle che poco s'intonano con la sua salute non proprio florida. Quando fu messo da don Bosco, lo zio prevosto di Passerano gli pagò per quasi due mesi il supplemento per il caffelatte al mattino. Qui in seminario, invece, niente più supplementi. La prima colazione, secondo le regole, consiste in una pagnotta, che al mattino gli incaricati depongono su ogni letto.