Dalla Consolata alla casa madre l'Allamano è andato quasi sempre in tram. In un caso però si sente parlare di carrozza, e una storia simile si preferirebbe non conoscerla. È stata riferita dal canonico Giuseppe Cappella, poi suo successore alla Consolata, e deve risalire alla tarda estate del 1925. Una domenica, comunque. Il superiore generale ha visitato la casa madre, assistendo a un'accademia in suo onore: Poi si è avviato come al solito per fare il giro dell'istituto e parlare un po' con tutti. Ma ecco il superiore della casa dirgli che la carrozza già aspetta. «Era questo - ha detto il canonico Cappella - evidentemente un modo di licenziarlo. L' Allamano non disse parola, salì in carrozza e ritornò al Santuario. Io lo vidi entrare in Sacrestia un po' abbattuto, coll'occhio sinistro che mostrava grande sofferenza. Io gli corsi incontro (... ) lo interrogai donde venisse e che cosa gli fosse stato f atto. Mi rispose che veniva dall'Istituto, e soggiunse: "Non mi vogliono più! Non mi vogliono più! Facciano pure, purché facciano bene secondo lo spirito della regola (... )". Quindi pregò a lungo e poco dopo si portò a cena senza dimostrare il minimo risentimento».

Che quell'invito alla carrozza fosse un modo per allontanarlo presto dall'istituto, rimane proprio da dimostrare; ma questo non è il luogo per processare altri. Interessa lui. E lui, ecco che sa reagire: dal «non mi vogliono più» all'arrivo per la cena dopo la preghiera, in serenità. Alla stessa maniera possiamo forse trattare un altro episodio, quasi alla fine della sua vita: quando dalla casa madre gli arrivò la fattura per il caffè del Kenya che riceveva spesso per suo uso e per fare regali. Ci si riferì in quel caso a un ordine di monsignor Perlo, ma interpretandolo in modo da fare torto a quest'uomo, capace di grossi sbagli forse, ma non di piccolezze simili. Filippo Perlo, lo si è già detto, era anche appassionato di amministrazione ed esigentissimo nella tenuta dei conti. Naturale che volesse precisi e puntuali pagamenti anche per il caffè inviato a varie destinazioni. E qualche famulo obbediente e ottuso (flagello dei governi accentrati) deve aver frainteso rovinosamente. Conclusione: Giuseppe Allamano può anche pensare che gli si chieda conto dei caffè che ha sorseggiato e dei pacchettini che avrà donato a qualche benefattore; tutto ciò in nome dell'istituto missionario di cui è superiore generale, e per il quale ha dato tutto il suo patrimonio personale, fino alla catena d'orologio ereditata dallo zio prevosto.

Non sappiamo com'è andata veramente quella storia. Né che cosa ne abbia veramente pensato Giuseppe Allamano. Sappiamo però che pochi giorni dopo il fatto (e dopo tanti altri fatti) ricorreva il suo settantacinquesimo compleanno. E che per l'occasione, facendo strappo alle abitudini di tutta la vita, egli ha invitato a pranzo proprio monsignor Filippo Perlo e padre Giuseppe Gallea, economo generale. Li ha accolti, questo vecchio tanto più forte quanto più invecchia, col «sorriso bello» delle buone occasioni.

E questo anche perché nel frattempo si è compiuto l'evento che ha occupato gran parte della sua vita: la beatificazione di Giuseppe Cafasso, suo zio.

Dal 1921 al 1924 gli incaricati delle cause dei santi gli comunicavano continuamente i progressi compiuti, gli adempimenti «decisivi» conclusi, ognuno dei quali «apriva la strada» ad altre fasi, ad altri momenti, riti e procedimenti dell'iter di allora. E venne il giorno in cui la storia si poté dire finalmente conclusa: ai primi di gennaio del 1925 Giuseppe Allamano seppe che la data della beatificazione era stata fissata: il 3 maggio di quell'anno.

Da quel momento la sua obbedienza ai medici sarà totale: «Per conservarmi un po' in forza non ho più mai osato uscire... Andrò a Roma... ».

E con sé a Roma porta, a proprie spese, tutti gli alunni del Convitto Ecclesiastico, che sono una trentina. La beatificazione di Giuseppe Cafasso è anche la loro festa. A Roma è ospite dei salesiani capeggiati dal cardinale Cagliero, e partecipa a tutta la lunga e faticosa successione dei riti. Il canonico Nicola Baravalle ricorda: «Il giorno della beatificazione fu per lui una fatica immane per la sua salute precaria. Pure prese parte alla funzione del mattino e poi del pomeriggio come trasfigurato senza dimostrare stanchezza né fatica (... ) Nel pomeriggio alla funzione papale, io ero vicino e cercavo di interessarlo, ma egli rispondeva a stento, preferendo quel raccoglimento sul quale pareva si annientasse la sua debole persona».

Sempre la fuga dal proscenio. Lo si vede anche a Torino, nei festeggiamenti diocesani. Il momento più alto è quello del 21 giugno, quando si portano i resti di Giuseppe Cafasso nel santuario della Consolata, con l'arcivescovo Gamba e vari vescovi piemontesi. Nota il canonico Baravalle: «Egli era il parente più prossimo del Beato, il promotore della Causa, il Superiore del Santuario e del Convitto, e si sarebbe atteso di vederlo procedere in tanta gloria rivestito delle divise canonicali, con posto distinto. Invece... venne con noi del Santuario dietro le sacre Reliquie, colla sola talare, portando la torcia accesa (... ) Si trascinava in modo così penoso, che a un certo punto dovette appoggiarsi alla torcia, ed io ero in pena che venisse meno... ».

L'anno 1925 trascorre in parte nell'attesa e nell'avverarsi dei grandi eventi romani e torinesi per Giuseppe Cafasso. Ed egli lo indica come «vostro zio» anche ai missionari della Consolata. Non è l'esaltazione di un parente che ha inseguito in questi trent'anni di pratiche, di fatiche e di spese. Ha voluto compiere quest'impresa come segno di amore verso la Chiesa. Un amore che si è concretato nella sua piena dedizione a un solo ideale: il clero cattolico, e la sua santità da coltivare in ogni momento e luogo, nella parrocchia e nella missione, da accrescere con gli esempi e da glorificare nei più alti maestri. A tutto questo serviva stupendamente la breve vita di Giuseppe Cafasse, il prete del Convitto e della forca, esaltato nell'intera comunità cattolica e posto come modello e punto di riferimento.

Ora può veramente lasciare. Questo piccolo pranzo dei settantacinque anni con monsignor Perlo e padre Gallea, che gesto, che alto momento dello stile Allamano ovvero della carità elegante! Pochi giorni dopo, però, ricorrerebbe il venticinquesimo dell'Istituto fondato da lui, Allamano Giuseppe, in quella Torino ormai scomparsa. Pare che non se ne ricordi nessuno: niente riti, niente feste, nemmeno la solita accademia.

Giuseppe Allamano occupa la giornata ricopiando il suo testamento, il quinto e definitivo: «Lascio quanto possiedo alla mia morte di beni immobili e mobili ai Reverendi Can. Giuseppe Cappella V. Rettore e Pref. di Sacrestia nel Santuario della Consolata, ed al padre Giuseppe Galléa, missionario della Consolata, nato in Revigliasco». Gli eredi in precedenza erano stati indicati in monsignor Perlo e nel padre Gays. Ora invece abbiamo un erede che appartiene alla Consolata e l'altro che è dell'istituto. Il padre Candido Bona osserva: «In un certo senso è un ritorno alle origini. Il Fondatore, che nel corso degli ultimi due decenni aveva devoluto quasi tutto il suo ingente patrimonio all'istituto, non apparteneva, giuridicamente almeno, all'opera di cui era superiore. Restava sacerdote diocesano... ». Anche la diocesanità è stata la passione della sua vita, di anno in anno, di vescovo in vescovo. All'istituto, oltre a quella parte di beni, egli lascia questo breve e stupendo messaggio: «Per voi, miei cari missionari e missionarie, sono vissuto tanti anni, e per voi consumai roba, salute e vita. Spero morendo di divenire vostro protettore in cielo».

L'ultima Messa

La domenica 31 gennaio 1926 vengono a trovarlo alla Consolata alcune suore. È stanco, la voce ancora più fievole del solito, ha le gambe gonfie e disturbi polmonari. Spera di poter celebrare la Messa fino all'ultimo giorno di vita. Ma l'ultima Messa è già quella di lunedì 1° febbraio. Tenterà ancora un paio di volte di alzarsi, e poi basta. Incomincia ormai l'assistenza continua. Parla con difficoltà crescente, e spesso resta lungamente raccolto in preghiera. L'allarme incomincia l'11 febbraio e nella Consolata l'arcivescovo Gamba partecipa a un triduo di preghiere per la sua guarigione. Il giorno 13 è il malato a voler vedere monsignor Perrachon, eletto vescovo di Nyeri in Kenya: sa che è giunto a Torino, lo fa chiamare e si parlano. È il secondo dei «suoi vescovi».

«Oh, padre. Ci siamo. Lei mi muore». Questa è l'esclamazione di suor Emerenziana Tealdi al mattino del 15, rientrando nella sua camera e trovandolo peggiorato in pochi minuti. Lui riesce ancora a rispondere: «E tu prega perché si compia la volontà di Dio». Nel pomeriggio, una raccolta teoria di alunni del Convitto, di missionari e suore accompagna nella sua stanza il corpo del Signore che gli viene amministrato in forma di viatico, presente l'arcivescovo Giuseppe Gamba con i vescovi Perlo e Perrachon. Filippo Perlo gli chiede poi l'ultima benedizione per tutti i missionari, di Torino e dell'Africa. Lui fa cenno di assenso e tenta di sollevare la mano, che però gli ricade inerte. Li ha benedetti con gli occhi e l'anima. Infine incomincia l'agonia, che durerà dodici ore, terminando alle 4,10 del 16 febbraio 1926. Suor Emerenziana Tealdi: «Verso le tre di notte cambiò improvvisamente di aspetto. Il suo volto si rischiarò, un sorriso apparve sulle sue labbra, il suo occhio diventò limpido guardando fisso un punto lontano. Io lo chiamai: "Padre!". Egli intese e voltò gli occhi verso di me e mi fissò. Fu l'ultimo sguardo che diede su questa terra; spirò poco dopo. Dopo la morte io, che avevo avuto per il Vice Rettore (Camisassa) una grande paura, mi sentii invece nell'anima una pace grandissima, inspiegabile».

Monsignor Filippo Perlo descrive così la sua fine: «Conservò fino all'ultimo momento lucidità di mente; rispondeva alle preghiere degli agonizzanti che si facevano attorno a lui. E senza veruna scossa, spirò serenamente nelle prime ore del mattino del 16 febbraio 1926. Il suo trapasso fu così placido, che i presenti quasi non se n'accorsero e dovettero attendere un po' di tempo per accertarsi della sua morte».

Il 18 febbraio, migliaia di torinesi assistono all'ultima «andata al duomo» del canonico Allamano, lungo il percorso che ha fatto per quarant'anni. Prima, nella Consolata c'è stato il congedo dal clero del santuario, presenti gli allievi del Convitto Ecclesiastico e i missionari. Nella cattedrale è la Chiesa torinese che saluta il suo sacerdote Giuseppe Allamano. La salma viene infine portata al cimitero generale, per la tumulazione vicino a Giacomo Camisassa. Ma sarà cosa temporanea. Qualcuno, nel giorno stesso dei funerali ha già detto che il canonico farà ancora un viaggio in senso inverso. Nel 1938, infatti, avverrà la traslazione dal cimitero alla casa madre dei missionari, passando per la Consolata.

È rimasto per sempre lì, nell'istituto missionario di corso Ferrucci, a ripetere quotidianamente il suo avviso per tutti coloro che si dedicano all'evangelizzazione: «La santità dei missionari dev'essere speciale. Queste mie parole vi faranno forse impressione, anzi sconcerteranno alcuni di voi. Bene. Deve essere così. La mia parola è per i desiderosi di acquistare la santità propria del missionario... Una è la santità, ma varia è la forma e diverse sono le vie per giungervi. Io vedo nella comunità una santità troppo comune. Il Signore, che ha ispirato questa fondazione, ne ha anche ispirato le pratiche e i mezzi per acquistare la perfezione e farci santi».

Così Giuseppe Allamano dalla sua morte in qua ha continuato a non lasciar tranquilli i suoi missionari, proponendo loro quell'ideale durissimo: «Bisogna poter vedere Dio nel missionario». Quest'uomo così conciliante con tutti, e così pronto a capire, giustificare e perdonare tante cose rivolte a lui, guardando almeno alla buona intenzione, sul punto dell'evangelizzare non fa sconti a nessuno e non indica prezzi trattabili: «Solo gente di prima classe».

Ora, presso l'uomo che ha vissuto l'intera esistenza in silenzio e che non ha mai posto piede fuori d'Italia, si raccolgono i suoi cristiani venuti da tante parti del mondo, suscitati da lui attraverso i missionari. Vengono giovani Chiese che potremmo quasi dire native di Torino, tra corso Ferrucci e la Consolata, perché è stato lui a sognarle e pensarle per primo, quando raccoglieva, preparava e spediva il gruppo iniziale di evangelizzatori. Giovani Chiese con i loro vescovi, i loro sacerdoti e fedeli, eredi dell'insegnamento di quei primi splendidi catechisti neri, cristiani di prima classe.

Castelnuovo, addio

Nel suo testamento Giuseppe Allamano lascia mille lire ciascuno all'asilo infantile e all'ospedale di Castelnuovo d' Asti. Mandava spesso offerte a istituzioni e persone. Per tutto il tempo della sua vita la distributrice «ufficiale» era stata la sua maestra Benedetta Savio. Poi ha provveduto egli stesso, attraverso parenti. E l'ultimo saluto a Castelnuovo è andato a darlo nel settembre 1925, pochi mesi prima di morire. C'erano le feste per la beatificazione del Cafasso: a lui era stato dedicato un nuovo altare nella chiesa parrocchiale, anche col contributo di Giuseppe Allamano (anzi, «quasi totalmente regalato», scrive la sua nipote Pia Clotilde Allamano).

Durante quel soggiorno ha voluto celebrare in una cappella dedicata alla Consolata, dove giovane prete era andato cinquantadue anni innanzi, per una delle sue prime Messe. E ha ritrovato tutti quei ricordi di allora: il parroco don Rossi, lo zio don Giovanni Allamano, i segni di don Bosco ancora vivo, la fama e i drammi del teologo Bertagna. E sua madre Marianna Allamano Cafasso negli anni della malattia: nei mesi di settembre, con lui in vacanza a far lettura per lei divenuta cieca, e infine a dialogare con colpetti sulla mano, secondo un loro codice affettuoso... Come una lunga rivista ai morti, quell'ultima visita. Ma senza tristezza, perché la memoria faceva rivivere esistenze semplici e alte, uomini e donne «di prima qualità» tra quelle colline asciutte.

Pia Clotilde Allamano racconta così uno degli ultimi momenti dell'ultimo soggiorno di Giuseppe Allamano a Castelnuovo d'Asti: «Trovandosi di mattino sul terrazzo di casa mia donde si gode, tra la magnifica vista, la visione del cimitero, il Can. Allamano, vedendolo, subito pensò ai morti(...) Era seduto su un seggiolone. Si alzò e recitò in piedi a capo scoperto il De profundis e gli Oremus. Mentre io gli ero inginocchiata accanto, commossa per la rievocazione delle care memorie».