«Padri capitolari!»: il titolo è solenne, ma loro sono soltanto dodici, riuniti in un'aula del Convitto Ecclesiastico alla Consolata. Dodici con l’Allamano: il gruppuscolo che ha portato i missionari dell'istituto attraverso i continenti. Era invitato anche monsignor Filippo Perlo, che però non è venuto: e come vescovo d'altronde non aveva l'obbligo di partecipare.

In alcune riunioni preparatorie, si decide di accettare il testo delle Costituzioni come già l’Allamano l'ha presentato a Propaganda Fide. Si esamina la situazione generale dell'istituto, redigendo anche un direttorio o regolamento pratico per l'azione missionaria. E dopo una pausa di cinque giorni hanno inizio le sedute capitolari propriamente dette, che saranno due: il 22 e il 24 novembre 1922.

Nella prima c'è da eleggere il superiore generale dell'istituto con i suoi quattro consiglieri. E sull'elezione del primo il verbale registra l'invito di Giuseppe Allamano a votare per un altro: «Egli non può più reggere, l'età avanzata, le forze che gli vengono meno, lo rendono fisicamente e moralmente incapace a sostenere un tanto peso. È questione di responsabilità. Egli non si sente più di assumerla. Già con il defunto Confondatore aveva deciso che si sarebbero dimessi ambedue definitivamente, al primo Capitolo... ».

Quando si passa ai voti, undici schede su dodici portano il suo nome. Poi c'è un voto per monsignor Perlo, e l'ha dato lui. Alle sue proteste si risponde che la volontà del capitolo è questa: anche ripetendo cento volte la votazione, l'esito non cambierebbe. Si eleggono poi i consiglieri, tra i quali Filippo Perla risulta il primo con l'unanimità dei voti. Su proposta dell'Allamano (salva l'approvazione di Propaganda Fide, che verrà) lo si riconosce vicesuperiore generale con diritto di successione. Nella seduta del 24 novembre vengono esaminati altri problemi della comunità e infine il capitolo si chiude. Ora la sistemazione giuridica dell'istituto nel quadro della Chiesa universale procederà di corsa. Già il 27 febbraio 1923 la Santa Sede approverà le Costituzioni «ad decennium».

(In quelle stesse settimane, a Montecitorio e a Palazzo Madama, consistenti maggioranze votavano la fiducia al governo formato da Benito Mussolini, dopo che Vittorio Emanuele III gli aveva dato l'incarico di succedere a Luigi Facta. Alcuni pensavano a un normale cambio di governo, con un presidente del Consiglio nato a Predappio al posto di uno nato a Pinerolo. Erano in pochi a pensare che stava cominciando un regime).

Concluso il capitolo, ecco dall'Africa la prima sorpresa. Un telegramma di monsignor Perlo: «Ringrazio cordialmente mia elezione - Spiacentissimo dover ricusare». Non vuol essere vicesuperiore, non vuole perciò lasciare l'Africa per assumere l'incarico a Torino; e torna a insistere che piuttosto gli mandino altri missionari, altre suore. C'è un abbondante e poco gradevole scambio di corrispondenza tra lui e l’Allamano, e alla fine deve intervenire personalmente il prefetto di Propaganda Fide, il cardinale van Rossum: questi intima a Filippo Perlo di deporre l'incarico di vicario apostolico del Kenya, di indicare una terna di possibili successori (sarà Propaganda Fide a scegliere) e di presentarsi a Torino per assumere l'incarico di vicesuperiore generale a cui l'ha chiamato il capitolo dell'istituto. Lo si vedrà arrivare solo verso la metà del 1924.

L'anno 1923 vede compiersi il mezzo secolo di sacerdozio e il venticinquennio di episcopato dell'arcivescovo di Torino, Agostino Richelmy. A queste ricorrenze viene associato in primavera il congresso eucaristico regionale piemontese.

E sono cinquant'anni di Messa anche per Giuseppe Allamano: data precisa, il 20 settembre. Nell'occasione si prepara una solenne celebrazione alla Consolata, con tutti i superstiti delle ordinazioni del 1873 e col cardinale fra loro. Ma Agostino Richelmy manca all'appuntamento: è morto il 10 agosto, in seguito a un'operazione chirurgica. Così, dopo Giacomo Camisassa, a Giuseppe Allamano viene meno anche questo autorevole e cordiale punto di riferimento: il cardinale al quale dava del tu e che era sempre pronto all'aiuto, in Torino e a Roma.

«Epularum adparatus ... removeas», raccomandava cinquant'anni prima l'arcivescovo Gastaldi ai nuovi sacerdoti. E a Castelnuovo, quella volta, fu una cosa molto raccolta. Ora invece non ci si potrà limitare al discorsino dello zio prevosto, alla poesiola del fratello. Gli mandano rallegramenti centinaia di persone di ogni ceto, i missionari, le generazioni di suoi allievi al Convitto Ecclesiastico; gli scrivono dieci cardinali tra cui Giovanni Cagliero, il compaesano. Infine gli scrive una lunga lettera autografa il sommo pontefice in persona, Pio Xl, che inizia lodando la sua opera alla Consolata: «A te, infatti, (... ) i Torinesi dànno il merito di aver non solo ampliato e quasi dalle fondamenta restaurato cotesto Santuario, ma ancora di esserti adoprato con ogni cura a ornarlo con opere d'arte e di preziosissimi marmi rivestirlo... ». Passa poi alla lode per la sua attività al Convitto Ecclesiastico: «È mirabile quanto tu abbia lavorato, e affaticato ti sia per arricchire di dottrina e di virtù i sacerdoti da te educati. Cosicché a centinaia e centinaia si contano i sacerdoti - tra i quali molti Vescovi e Arcivescovi - che godono di essere stati da te formati ad una vita degna di uomini ecclesiastici». Circa le missioni, Pio XI afferma: «Tale è già il numero dei missionari e delle suore partiti per le terre infedeli, e con tale ardore disimpegnano i faticosi doveri dell'apostolato che i tuoi, o diletto figlio, benché scesi gli ultimi sul campo, non sembrano cederla né poco né tanto ai veterani di altri istituti». È un documento di grande risonanza, da Roma a Torino all’Africa. Ma a lui destinatario dev'essere sfuggito il famoso «sorriso bello» man mano che leggeva quel puntuale catalogo di benemerenze. Ha capito tutto, e alla fine non si trattiene dal dirlo a un gruppo dei suoi chierici: un po' di festa sì, «ma che non ci siano delle esagerazioni, come ce ne sono persino nella lettera del Papa: si vede che sono andati a stuzzicare... ».

Un autografo del Santo Padre è sempre una cosa bellissima. Tuttavia per l'istituto è preziosa la notizia arrivata durante i festeggiamenti per la Messa d'oro: Propaganda Fide ha approvato le Costituzioni in via definitiva. Tra non molto arriverà anche il riconoscimento civile dell'opera quale ente morale.

«Niente esagerazioni». Vale anche per i nuovi compiti missionari, in questo momento. «Fare bene il bene» è possibile solo se c'è proporzione tra incarichi e forze. Giuseppe Allamano resta fedele al principio anche con Cesare Maria De Vecchi, piemontese e «quadrumviro» del fascismo. Questi viene a Torino nell'ottobre 1923, nella sua veste di nuovo gevernatore della Somalia, mandato da Mussolini a reggere quella colonia perché non ce n'è un'altra più lontana. L' Allamano, invitato in casa di De Vecchi, si sente proporre appunto un allargamento dell'attività missionaria dell'istituto. Se n'era già parlato varie volte: occorrerebbe sostituire laggiù i padri trinitari che sono pochi, e che comunque il governo non vede bene.

L'Allamano replica invitando il neogovernatore a tentare ancora un accordo con i trinitari, perché non gli piace il conflitto con altre famiglie religiose. Inoltre sottolinea che in questo momento l'istituto non ha gente pronta. Ci vorrà tempo in ogni caso, ci vorrà denaro... Insomma, fa di tutto per rifiutare in termini cortesi.

«Niente esagerazioni!». L'istituto ha già tanta carne al fuoco: Kenya, Kaffa, lringa, e pochi missionari. Senza contare che alcuni di essi dopo tanti anni vorrebbero tornare in Italia. Senza contare chi non tornerà mai più: come padre Mario Botta di Saluzzo, missionario nel Kaffa, morto a trent'anni in Addis Abeba nel novembre 1923.

Ma non passa neppure un anno, e inaspettatamente l'istituto accetta la missione sòmala. È stata Propaganda Fide a insistere molto. E ha trovato qualcuno immediatamente d'accordo: monsignor Filippo Perlo, rientrato finalmente dall'Africa nella primavera del 1924 e interessato alla cosa durante la sua visita a Roma, in giugnoluglio. Così già il 13 luglio Giuseppe Allamano si rassegna ad accettare con una lettera a Propaganda Fide, nella quale tuttavia precisa chiaramente il motivo: «In ossequenza al formale invito rivoltoci da cotesta S. Congregazione... ». Si sappia, insomma, che non l'ha voluto lui.

A dirigere la nuova impresa andrà padre Gabriele Perlo, fratello di monsignor Filippo con ventun anni di anzianità missionaria. Riceverà il titolo di prefetto apostolico del Benadir; più tardi sarà primo vicario apostolico di Mogadiscio.

L'Allamano, qui, ha solo obbedito. E non senza prima aver detto in tutta sincerità come stavano le cose ai capi di Propaganda Fide: si è dovuto togliere personale «efficientissimo» dal vicariato del Kenya per la prefettura del Kaffa, per quella dell'Iringa e per la direzione centrale di Torino. Così, tutti e tre i territori hanno personale troppo scarso. Ed è impossibile rafforzarlo, perché in casa Madre «non si ha personale che in formazione». Conclusione: per ora non si possono accettare altre missioni. E il superiore precisa ancora: «Dissi per ora, giacché spero che entro due o tre anni l'istituto potrà essere in altre condizioni di personale... ».

Altroché due o tre anni. Accettata la Somalia, già si progettano espansioni altrove. Nella primavera del 1925 incominciano le trattative per portare i missionari della Consolata anche in Mozambico, all'epoca sotto dominio portoghese, ed ecclesiasticamente governato da un vescovo pure portoghese, col titolo di «prelato». Qui la penetrazione incomincerà nello stesso 1925, avendo come prima meta la regione dello Zambesi. Presto ci saranno difficoltà e conflitti sia per il numero dei missionari arrivati da Torino, sia per l'estensione territoriale delle loro attività. Ma in questa operazione Giuseppe Allamano non ha più una parte operativa, e forse nemmeno un'informazione completa.

Il ciclone Filippo Perlo

Scenario nuovo a Torino. Dal maggio I 924 l'arcivescovo è monsignor Giuseppe Gamba, 66 anni, conterraneo di Giuseppe Allamano (è di San Damiano d'Asti) e soprattutto suo ammiratore affettuoso. Dallo stesso periodo si trova a Torino anche monsignor Filippo Perlo, vicesuperiore generale, ricevuto in festa da tutti, cominciando dal superiore. Piace considerarlo il miglior «prodotto» dell'istituto in questa storia ancora breve; quasi un simbolo del suo dinamismo e della sua modernità. Affascina con la vastità delle sue visioni, servita da una straordinaria capacità di realizzatore; e fanno parte della storia di famiglia i suoi decenni d'Africa tra autorità britanniche, capi locali, mercanti e militari, in guerra e in pace. Ha costruito officine e fattorie, scuole e seminari, ha lasciato una cristianità vivace e ricca di avvenire. Bisogna poi aggiungere subito che di Filippo Perlo si loderanno anche più tardi - quando avrà dovuto lasciare l'istituto - le doti specifiche di prete e di vescovo: «sacerdote integerrimo e apostolo attivissimo», «grande pietà, contegno in chiesa edificante», «nulla da eccepire sulle sue virtù sacerdotali e sulla dignità episcopale». Lo diranno in tanti, compresi i critici. Dunque, un missionario splendidamente riuscito, che però d'ora in poi troveremo spesso, troppo spesso, in una sorta di penosa funzione anti-Allamano. E si potrà essere tentati di semplificare: la lotta del bene e del male, il mite e il prepotente, e via contrapponendo. E via sbagliando, anche. Qui bisogna piuttosto lasciarci informare e illuminare da Giuseppe Allamano per chiarire, meglio che possiamo, i tempi e i modi di quella che sembra giusto definire una prova, per il fondatore e per il suo istituto, con tutte le difficoltà e i dolori, materia prima del suo vigoroso futuro.

Appena arrivato, dunque, sul notiziario interno Da casa madre Filippo Perlo viene definito addirittura, in tutte maiuscole, «DUCE»; ossia colui che dovrà «scrivere una nuova storia». Insomma, pare che da questo momento, e per qualcuno in casa madre, ci sia un lui che non è Giuseppe Allamano. Il quale peraltro ha sempre preferito dire «noi», mai separandosi da Giacomo Camisassa.

Già, Camisassa. Lo zio di monsignor Perlo, l'amatissimo vicerettore. Stupisce molto che il nipote vescovo, tornato a Torino, non abbia almeno celebrato una Messa in suo suffragio. Anzi, per la verità non è nemmeno andato una volta a visitarne la tomba. Niente. L'Allamano ne soffre, tacendo fin che gli è possibile. Poi interviene al suo modo delicato, incaricando suor Adelaide Marinoni di ricordare al vescovo l'anniversario dello zio, alla buona, suggerendogli una visita al cimitero, una Messa. «Io lo feci - ricorda suor Adelaide - usando le stesse parole che mi mise in bocca il Padre, ma non valsero. Quanto soffrì il Padre e forse anche pianse per il torto che si faceva all'amato vicerettore... ».

Ma la stanza di Giuseppe Allamano alla Consolata non sarà un muro del pianto per gli scontenti della gestione Perlo. Cose simili il superiore non le permetterà mai. Al contrario, non perde occasione di parlare in suo favore, mostrando di capire benissimo la necessità della sua presenza e della sua attività nell'istituto. Dice per esempio a un gruppo di chierici nel 1925: «Obbedite sempre a mons. Perlo; vogliategli bene; lui è più giovane di me ed ha maggiore esperienza di me delle necessità delle missioni. Lui saprà dare all'istituto un maggiore sviluppo, una maggiore vitalità».

Filippo Perlo è arrivato a Torino con una strategia evidentemente pensata a lungo, e non perde tempo. L'applicazione incomincia subito, dalla radice. Ossia con un nuovo modo di raccogliere vocazioni. Non bastano più le belle conferenze con proiezioni, l'entusiasmo di una sera. Ci vogliono veri centri di reclutamento in ogni regione italiana; istituzioni stabili, con personale mandato da Torino, che facciano opera sistematica di animazione, prendendo contatto con tutto ciò che in qualche modo ha a che fare (o può avere a che fare) con le missioni: il suo attivismo produce in tutto il mondo cattolico italiano un interesse nuovo per la missione. È efficacissimo nel divulgare la conoscenza dei risultati, anche economici, raggiunti soprattutto in Kenya. Fa arrivare dappertutto il caffè delle fattorie missionarie, interviene con l'istituto all'Esposizione Missionaria Internazionale di Roma nel 1925, inventando anche modi aggiornati di illustrare l'attività di evangelizzazione. E le vocazioni in più cominciano gradualmente ad arrivare. Tanto che non basterà più la Villa Lascaris di Pianezza, data in affitto dalla diocesi, per il noviziato. E s'impianterà alla garibaldina quello di Sanfré, in provincia di Cuneo.

Vale la pena di seguire quest'ultima vicenda. Monsignor Perlo comprò il castello per 100.000 lire nel giugno 1925 e vi installò i due noviziati dell'istituto, quello dei missionari e quello delle suore. Alla svelta. Troppo. Alla sistemazione provvidero pochi operai, con gli stessi novizi. Ma nel primo anno, riferisce padre Gallea, «non solo non vi erano conforts, ma si doveva attingere l'acqua da un pozzo di oltre 25 metri di profondità, si dovette attendere che la società elettrica vi facesse il collegamento della luce, e ricorrere alle stufe per il riscaldamento». Le novizie andavano a lavare la biancheria in un fossato; al posto delle bacinelle si usavano latte vuote di tonno. Suor Bianca Acquarone: «Credo che la sofferenza maggiore sia stata quella causata dal freddo intenso, dato le finestre in parte chiuse con coperte, in parte che lasciavano passare acqua ovunque. Anche i servizi igienici erano rudimentali... e gli zoccoloni che impiagavano le gambe».

Tutto di corsa e sulla pelle dei futuri missionari. Del resto era tipico di Filippo Perlo credere gli altri capaci delle sue stesse austerità: lo faceva già in Africa. Ed era certo giusto distogliere i futuri missionari dalle mollezze - lo diceva anche l'Allamano - ma in quella furia di fare si arrivava spesso a qualcosa di molto grave: si cominciava a trascurare l'opera di formazione religiosa, ad accantonare un po' la spiritualità, per privilegiare l'attivismo nei mestieri, il rapido acquisto di capacità tecniche. E poiché tutto si tiene, quella crescente esigenza di più personale per prendere più missioni conduceva fatalmente al peggiore dei ripieghi: l'abbreviazione forzosa dei tempi per le ordinazioni.

In altri casi ci può essere tra i due diversità di metodo: vie differenti per lo stesso traguardo. Ma quella delle ordinazioni rapide, per l'Allamano, non è un'altra via: è l'inaccettabile. Non può esistere per lui un buon missionario che non sia buon sacerdote, compiutamente formato nel regolare itinerario degli studi e della preparazione. In questo campo non c'è urgenza che tenga. E questo vale naturalmente anche per le suore: non approverà mai che le si spedisca in missione subito dopo il noviziato.

Per le suore missionarie della Consolata c'è poi un altro motivo di divergenza radicale tra i due. Giuseppe Allamano, quale fondatore, è il naturale superiore anche della comunità femminile. Ma per il futuro vede un'evoluzione simile a quella di altre famiglie religiose miste, che hanno visto le suore salire all'autonomia, alla «maggiore età», pur nel rispetto delle finalità comuni. Sembra invece che Filippo Perlo veda le forze missionarie della Consolata (preti, coadiutori, suore) quasi come tre battaglioni di un reggimento comandato da un solo colonnello, e con le suore considerate forza ausiliaria minorenne, ora e sempre.

Non sarà poi così, ma dovranno passare gli anni, e Giuseppe Allamano non farà in tempo a vedere. Ciò che egli adesso vede è un insieme di iniziative che Filippo Perla va realizzando su parecchi fronti sempre con energia, anche con genialità, ma con un difetto capitale: la fretta. Voler fare in tre-quattro anni le cose che ne richiedono almeno dieci. Tutto questo comporta, in certi casi, gli inconvenienti di Sanfré con una grande casa senza luce e tante finestre senza vetri; ma qui almeno c'è poi modo di completare e rifinire. Con le persone, invece, fare questi salti è micidiale. Soprattutto se riguarda gli studi e la formazione di sacerdoti e di religiosi. Possono fare a meno dei termosifoni in un vecchio castello, ma gli anni di studio no, questi non si accorciano e non sopportano surrogati, arrangiamenti. Un maestro dei novizi e futuro vescovo, Giuseppe Nepote-Fus, indica «gli studi ridotti, le scuole trascurate, i regolamenti non considerati» contrariamente alle prescrizioni di Giuseppe Allamano, per «l'eccessiva importanza data ai lavori manuali». Ed eccoci dunque, può pensare il vecchio rettore, al rischio di affidare il vangelo a sacerdoti ignoranti, «idoli di tristezza e di amarezza per l'ira di Dio e la desolazione del popolo».

Tutto questo è poi aggravato dalla natura del rapporto fra il vecchio e il giovane. Anzi, dall'inesistenza di un rapporto. Il primo ammira le splendide qualità del secondo e rispetta profondamente la sua dignità episcopale. E questi non perde la venerazione per il fondatore. Ma tra loro non c'è confidenza. Nessuno dei due può sfogarsi con l'altro; non discutono per ore, come ai tempi di Giacomo Camisassa. Poi certe irruenze anche in buona fede di monsignor Perlo, e certi malintesi, faranno il resto. Tra i due non ci sarà mai amicizia.

L'eroismo del silenzio

Col Camisassa aveva pensato di ritirarsi dall'istituto, venuta una certa età. Restarsene alla Consolata, pensare al Convitto, e basta. Ora poi, con questi cambiamenti, davvero potrebbe andarsene con solenne commiato, da fondatore, rimanendo da fuori una sorta di oracolo senza responsabilità e problemi. E invece rimane. Proprio ora, con tante cose nuove e non tutte buone ai suoi occhi. Ormai sono gli altri a fare, e informano lui a cose fatte. Ogni giorno porta un'amarezza e una delusione in più: la sua vecchiaia di fondatore non avrà le consolazioni che altri hanno provato.

Forse è proprio per questo che Giuseppe Allamano resta al suo posto: per offrire la sofferenza come servizio ai suoi missionari di oggi e di domani. Ossia per lavorare ancora alla loro formazione. Non tiene più frequenti conferenze, non passano più per le sue mani tante decisioni; ma per plasmare una per una le anime è utilissimo anche il suo silenzio; fa scuola. Lungo gli anni ha continuato a prendere appunti, ad annotare esempi per insegnare a tutti il valore dell'obbedienza. E ora l'esempio è lui in persona: senza una parola insegna come si obbedisce, non tanto a singoli e passeggeri superiori, quanto allo spirito dell'istituto. Il fatto che egli ne resti a capo anche in siffatte condizioni è incoraggiante per tutti, comunque la pensino sulle novità introdotte dalla gestione Perlo.

Lo si direbbe una vittima, in certi momenti. Ma non è così. Resta docente, ed è anche testimone. Il rimanere al suo posto benché esautorato non è stato da parte sua un subire, ma una decisione operativa. Si sente necessario. Sa di essere quello che meglio di chiunque garantisce il permanere - nascosto magari come il seme nella terra - dello spirito che ha dato vita a questa famiglia missionaria. È lui, con la presenza fisica, a dar fiducia nell'avvenire sicuro dell'istituto come opera voluta da Dio, e quindi chiamata anche a tante prove e crisi, ma sempre con tutto il vigore necessario a superarle. Testimonia uno dei suoi successori, padre Gaudenzio Barlassina: «Soffrì moltissimo verso il termine della sua vita, quando - come sentii dire in Comunità - non era più consultato come in precedenza. Tuttavia, come allora; non dimostrò nessun rancore, e sopportò questa prova con grande fortezza e carità».

«A poco a poco - dice monsignor Nepote-Fus - fu messo in disparte, come persona da rispettare e da far intervenire nelle circostanze solenni e di parata». C'è come una serie successiva di spinte più o meno avvertibili una per una; ma col risultato che alla fine egli si trova fuori dell'istituto, pur restandone il superiore. Non certo che gli si voglia male e che si ignorino i suoi meriti. Ma si colloca tutto al passato. li presente è fatto di altre cose, altri programmi, altra media oraria, altra disinvoltura. Con estrema concisione padre Candido Bona ritrae la situazione nuova: «Certo in Mons. Perlo non venne mai meno l'ossequio formale. Forse anche quello interno. Ma il Fondatore dovette apparirgli un relitto venerando».

E il suo lasciar fare, in effetti, può aver l'aria di un'accettazione rassegnata, da vecchio ormai inclinato all'apatia. Ma risulta invece che egli risente acutamente di questa situazione. La patisce moltissimo, altro che apatia. Ma evidentemente lo soccorre la coscienza di adempiere un dovere, unita poi alla sua nativa capacità di autocontrollo, come ha constatato vicino suor Chiara Strapazzon: «Anche durante questa prova non lo vidi mai turbato; molto in pena, sì, ma sempre calmo e tranquillo. Mai sentii parole di rancore contro chi ne era stato la causa. Solo parlando con me, qualche volta diceva: "Quei là (i missionari) non hanno più bisogno di me, ma voi ne avete ancora bisogno"».

L'uomo che davanti a un solennissimo elogio del pontefice osserva che qualcuno è andato «a stuzzicare» (cioè a suggerire quei complimenti) sa trarre partito anche dalle proprie debolezze per farne materia d'insegnamento. Una volta gli è accaduto di arrabbiarsi sorprendendo in casa madre le suore che mangiavano gelati. Gli spiegarono: si era lavorato molto e il gelato era un piccolo premio offerto da monsignor Perlo (già lui, ma durante la visita del 1921). «Si arrabbiò proprio», rammenta suor Ambrosina Riccardi, e poi disse che lo spirito si doveva prendere da lui, non da monsignore. Ma il giorno dopo esse lo videro di ritorno, pallido ed emozionato: «Si inginocchiò, fece il segno della croce, guardò il quadro della Consolata. Poi disse: "Sono venuto a chiedere perdono dell'atto di impazienza di ieri. Sono stato irascibile". Continuò dicendo altre cose che non ricordo bene. Ci tenne comunque a sottolineare che era stato uno scatto non dovuto (... ) Prima di uscire ci ha chiesto ancora perdono e poi ci benedisse. Quando disse: "Vi chiedo perdono di nuovo, non prendete cattivo esempio da me, e ora vi do la mia benedizione", noi tutte scoppiammo a piangere».

«Mi farò sentire dal paradiso!»: questa è una sua battuta che più di un testimone riferisce, quasi un intercalare di bonaria minaccia di fronte alle cose più spiacevoli in comunità. Visto poi che cos'è accaduto a pochi anni dalla sua morte, si può anche dare colore di profezia a queste parole. Ma esse hanno comunque un'importanza precisa nella storia, come prova in più della qualità dei suoi silenzi: non sono cedimento, capitolazione, vecchiaia. Sono voluti. Hanno uno scopo - ancora e sempre - formativo, e quel lampeggiare intermittente di progetti «dal paradiso» insegna appunto a non fraintenderli.

Nell'agosto 1923 è finita per lui la lunghissima consuetudine degli esercizi spirituali a Sant' Ignazio di Lanzo. Quegli incontri con sacerdoti di ogni provenienza, quel ritrovare tanti allievi del Convitto, quelle estati di ricordi e di progetti, con le feste per gli arrivi e la malinconia dei congedi, col caffè che lui faceva tenere sempre pronto per ogni nuovo venuto, insomma quel sentirsi così profondamente padre, ecco, è finito. Ne sono già morti di antichi allievi; qualcuno è al tempo stesso vescovo e malaticcio. E lui, passati i settanta, proprio non è più in grado di ritornare su quelle alture. Ha una sorta di patto con i medici: che lo aiutino a vivere fino a veder beatificato Giuseppe Cafasso. E dunque li deve obbedire: molto riposo, molto letto, niente più Valli di Lanzo.

Si è congedato da quei cinquant'anni e più di vita, racconta padre Sales, al suo modo intenso e sommesso. Ha pregato lungamente, sostando ad ogni altare del tempio innalzato nel Settecento dai gesuiti al posto della cappella secentesca, opera degli abitanti di Mezzenile. E più lunga è stata la sosta appunto davanti all'altare di sant'Ignazio. Quanta gente è passata di qui venendo da tutto il Piemonte, nella storia lunga degli esercizi spirituali, tra grandi figure di animatori come quella, per cominciare, di Pio Brunone Lanteri... Ora lui, canonico Allamano, conta come personaggio di prima fila in questa storia; ma nell'agosto del 1923 è capace di ritrarsene in totale assenza di cerimonie.

Gli è diventato sempre più difficile andare alla casa madre anche per la salute. E poi non ama il nuovo stile delle partenze di missionari con la regìa di monsignor Perla. Il fine è probabilmente buono, e anticipa un po' i tempi della comunicazione totale: oltre che fare, pensa il vescovo del Kenya, bisogna anche mostrare che si fa. E una partenza risonante di missionari non può che far bene alla missione, sotto le specie dell'aiuto e fors'anche di nuove vocazioni.

Può aver ragione anche Filippo Perlo. Ma Giuseppe Allamano non si convertirà mai al rumore, anche il meglio intenzionato. È umiltà, col suo parente strettissimo di nome buon gusto; e soprattutto è fiducia in qualcosa di diverso dalle pubbliche relazioni e dalla politica dell'immagine. Se poi pensa che tra i nuovi missionari ci sono dei volenterosi accettati alla svelta e presto spediti lontano... Quando ce la fa ancora a parlare in istituto, non ha paura di ripetersi, come nell'ottobre 1924: «Siete pochi! Noi non abbiamo la mania di avere molta terra (cioè molti territori di missione) e non le mani per lavorarla: meglio poche missioni, ma curarle molto... Il Signore ne mandi altri. Ma solo roba di prima classe! Questo che voglio... Ognuno di noi dev'essere capace di fare per molti altri...».

Gli anni sono settantatré, le gambe sono gonfie e i medici comandano letto e poltrona, ma lui è sempre lui: «Solo roba di prima classe».

Padre Tubaldo ricorda poi che «qualcosa di molto importante lo vuolle fare prima di morire: lasciò a mons. Perlo un messaggio di rimprovero, che doveva andare oltre la sua morte... ; con molti membri dell'Istituto inoltre parlò, espresse chiaramente il suo pensiero, le sue preoccupazioni, le sue sofferenze... quasi per depositare nei loro animi dei semi del suo spirito, che a tempo opportuno sarebbero germogliati».