Ci sono vari modi di leggere la biografia di un beato o di un santo qualificato dal riconoscimento ufficiale della Chiesa: innanzitutto conoscerne la personalità maturata in conformità a Gesù Cristo ed a quello che Egli ha chiesto ai suoi seguaci e testimoni. In secondo luogo collocarlo all'interno della storia civile ed ecclesiastica del suo tempo per valutarne le eventuali reazioni positive o critiche, capaci di indurre altri a seguirne la dottrina e lo stile di vita. Infine individuare le "opere" lasciate come segno concreto della sua adesione all'operosità di Cristo.
A queste peculiarità rispondono la figura e la personalità del beato Giuseppe Allamano, prete dell'arcidiocesi di Torino, rettore del suo celebre santuario dedicato alla Madonna Consolata. Qui vi profuse, fino alla morte, i ricchi doni del suo sacerdozio, l'amore per il culto e il decoro della casa di Dio. A lui si devono i restauri e gli abbellimenti interni ed esterni che ancora oggi si possono ammirare, e che fecero del santuario un luogo di preghiera, di spiritualità e di contemplazione.
L'Allamano aveva appreso alla scuola del Cottolengo, di don Bosco e del Cafasse la capacità di dialogare con i poveri, i dimenticati, i colpiti nel corpo e negli affetti e ridare loro motivi di vivere senza soccombere. Aveva dedicato, soprattutto, la parte migliore di se stesso alla formazione dei sacerdoti torinesi, al loro inserimento nella vita pastorale e nell'amore alla Chiesa. Il sacerdote, nella concezione dell'Allamano, doveva essere istruito e santo per essere in grado di guidare la comunità dei credenti in un momento nel quale la società civile dava segni di volere proseguire sulla strada del laicismo, e la Chiesa, sotto la spinta della rinascita missionaria, si apriva all'evangelizzazione dei popoli.
L'Allamano ebbe la grande intuizione di dare una dimensione universale alla chiesa locale attraverso la fondazione di due congregazioni missionarie, che si svilupparono parallelamente alla città di provenienza. Infatti, mentre il loro campo di apostolato si andava espandendo dall'Africa all'America Latina, la città di Torino legava la sua storia industriale, economica, ospedaliera, solidaristica a molte terre variamente qualificate: Primo, Secondo, Terzo, Quarto Mondo. Oggi la sua dimensione ormai globale si va prospettando con un crescendo vorticoso e inarrestabile, facilmente conoscibile grazie alle ultime tecniche della "comunicazione sociale".
Sono cambiate le cose dai giorni dell'Allamano, ma rimane la stessa tensione missionaria nei confronti degli ultimi della terra, i quali, purtroppo, sono condannati più spesso ad essere oggetto di curiosità da parte dei mass media che di condivisione. Va riconosciuto ai missionari e alle missionarie dell'Allamano, e a molti uomini e donne di buona volontà, il merito della donazione totale, anche a costo del martirio.
Leggendo la biografia dell'Allamano tracciata dal padre Giovanni Tebaldi con agilità di scrittore, con amore di figlio-discepolo, come risposta alle tante attese, sorge il desiderio di conoscerlo, attraverso la viva voce dei suoi figli e figlie, nello spirito e nelle realizzazioni. Questo desiderio coinvolge in particolare i "volontari,,, variamente chiamati a vivere oggi l'evangelizzazione dei popoli partendo dalla carità corporale, come primo approccio non strumentale alla promozione umana. L'Allamano, mosso dall'amore per i popoli e le loro culture, si rese interprete di una forma di promozione umana che considera l'uomo principale artefice del proprio sviluppo. Non altrimenti avrebbero insegnato Paolo VI nella "Populorum Progressio" e Giovanni Paolo II nella "Laborem Exercens".
Seguendo la vicenda umana esposta in queste pagine, si è sviluppata in me - settimo successore dell'Allamano nel santuario della Consolata e prete dell'amatissima arcidiocesi di Torino - la domanda: che cosa farebbe oggi l’Allamano se fosse al mio posto; che cosa dovremmo fare noi per tradurre in termini odierni il suo pensiero e la sua opera? La risposta mi sembra essere contenuta nell'attuale biografia, specialmente là dove tratta di Giuseppe Allamano maestro di santità e di vita, e del suo testamento spirituale.
S. Paolo afferma che i cristiani sono coloro che dopo avere incontrato Cristo ne assumono gli stessi sentimenti. Allo stesso modo si deve affermare che, dopo avere ascoltato il suo messaggio di salvezza, sono tenuti a trasmetterlo agli altri. In questa vicenda storica ne abbiamo la dimostrazione.
C'è un particolare che merita un fugace accenno: nel santuario della Consolata, al primo piano dell'esagono si snoda tuttora un camminamento che, partendo dalle stanze dei sacerdoti, conduce al cosiddetto "coretto", dove, a pochi passi dall'immagine della Madonna Consolata, l'Allamano era solito chiudere nella preghiera le giornate di intenso lavoro "riordinando le idee" secondo le proposte che gli venivano da ogni parte e gli appelli che giungevano dai popoli lontani.
Giunto al termine di questa agile biografia mi auguro che altri, come me (e in particolare i giovani), si sentano mossi a seguire la vicenda del beato Giuseppe Allamano, il sacerdote che amò il mondo con la stessa intensità con cui amò la sua chiesa.
Mons. Franco Peradotto
Rettore del Santuario della Consolata