Castelnuovo d'Asti, una singolare eccezione

Padre Umberto Costa, uno dei primi Missionari della Consolata, morto a soli trentatré anni, annota dalla viva voce del Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano: «È un poco che non ci vediamo più, perché ho avuto un malessere che mi ha costretto a star chiuso in camera, eppure il mondo è andato avanti senza di me, l'Istituto è andato bene senza di me. In questi casi si medita, ed io ho meditato come non v'è nessuno necessario; quando un'opera è di Dio egli la fa procedere senza bisogno di alcuno»[1].

Poche parole per cogliere dalla sua stessa voce una personalità senza finzione, temperata all'ombra dei vigneti di Castelnuovo d'Asti, piccolo centro agricolo, dove religione e onestà si fondevano in una stessa liturgia di vita e di morte, e i rintocchi dell'Ave Maria scandivano le ore della fatica e del riposo rincorrendosi su e giù per le colline, lungo i filari di viti, le macchie di canneti, di gelsi e di stoppie.

Si sarebbe detto un paese come un altro se, per un'insolita combinazione, non vi fossero nati nel volgere di poco meno di due generazioni alcuni personaggi destinati a entrare nella storia: S. Giuseppe Cafasse (1811-1860), perla del clero torinese; S. Giovanni Bosco (1815-1888), fondatore dei Salesiani dell'Oratorio; mons. Giovanni Battista Bertagna (1828-1905), docente al Convitto ecclesiastico e vescovo ausiliare di Torino; il cardinale Giovanni Cagliero (1838-1926), missionario salesiano tra i Fuegini della Patagonia; il Beato Giuseppe Allamano (1851-1926), fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata; mons. Matteo Filipello (1859-1939), vescovo d'Ivrea; mons. Francesco Cagliero (1875-1935), missionario della Consolata e prefetto apostolico di Iringa in Tanganyika[2]. Ed altri. Diversi per indole e carattere, simili nell'amore alla Chiesa e al mondo.

Il 21 gennaio 1851 nasce da Maria Anna Cafasso e Ottavio Allamano il piccolo Giuseppe. Viene subito battezzato nella chiesa parrocchiale di S. Andrea. Lo hanno preceduto: Giovanni nel 1841, Orsola nel 1844, Natale nel 1849. Lo seguirà il 28 dicembre 1853 l'ultimo nato, al quale viene dato il nome del padre, Ottavio, appena scomparso [3].

Poco si sa di questa figura paterna che dovette amare teneramente la sua famiglia fino a premurarsi di raccomandarne la cura al fratello sacerdote, don Giovanni, parroco di Passerano, «che - scriverà più tardi il nipote Ottavio - ci fu scorta salutare nella inesperienza della nostra prima gioventù»[4].

"Lo zio prete", come era affettuosamente chiamato, provvide con la dovuta discrezione ad aiutare mamma Maria Anna ad arrotondare la cifra ricavata dalla cascina per affrontare le spese scolastiche dei figli presso l'Oratorio di don Bosco a Valdocco e, più tardi, alla Regia Università di Torino. Giuseppe gli fu particolarmente affezionato, amando trascorrere parte delle sue ferie estive presso di lui. Lo volle presente il giorno della sua prima messa a Castelnuovo e si prese cura della parrocchia di Passerano durante la sua malattia e dopo la sua morte.

A quattr'occhi con lo zio Cafasso

Nella famiglia c'era anche un altro zio prete, don Giuseppe Cafasso, fratello della madre Maria Anna, il quale godeva di stima e rispetto ovunque per l'austerità, la dottrina e la carità verso gli ultimi. La gente del popolo lo chiamava "il prete della forca,[5] perché accompagnava al patibolo i condannati a morte, riconciliandoli con Dio e con la loro coscienza. Nell'ambiente ecclesiastico era noto per la fedeltà alla dottrina cattolica, l'amore al giovane clero, la rigidità della vita e la direzione spirituale.

Le sue visite sporadiche alla sorella vedova a Castelnuovo costituivano momenti di grande trepidazione per i ragazzi di casa Allamano, abituati com'erano alla presenza bonaria dello zio don Giovanni, uomo di cultura ordinaria e di estrema praticità, preoccupato di aiutare i nipoti nella loro educazione scolastica e riuscita nella vita. Non è escluso che il Cafasso, in cuor suo, nutrisse il segreto desiderio che qualcuno dei nipoti abbracciasse la vita ecclesiastica. Non sembra fosse dello stesso parere la sorella, che da brava educatrice non voleva interferire con le libere scelte dei suoi figli. L'Allamano aveva sei anni quando incontrò per la prima e unica volta lo zio don Giuseppe Cafasso a Castelnuovo, e ne rimase profondamente colpito, fino a prenderlo in seguito a modello di vita.

Sono riscontrabili nella sua vita alcuni tratti che furono tipici dello zio don Cafasso, come il controllo di sé, la sintonia dei sentimenti, l'amore alla vita eucaristico-sacerdotale, l'incondizionata fedeltà all'ortodossia, la tensione alla santità nelle cose ordinarie.

Questa attrazione verso un prototipo di uomo e di santo era destinata ad aumentare grazie all'ascendente esercitato sul giovane Giuseppe da Benedetta Savio, maestra d'asilo di Castelnuovo, docile al suo confessore e direttore spirituale don Cafasso. Pare che questi l'abbia distolta dall'accettare l'invito di don Bosco a diventare la prima superiora delle Figlie di Maria Ausiliatrice o perché ritenuta più adatta a formare la gioventù di Castelnuovo o perché obbligata ad assistere la mamma gravemente malata.

Quanto abbia influito nella scelta vocazionale dell'Allamano quella donna, dotata di profonda spiritualità e di straordinaria delicatezza di sentimenti, non è dato di sapere. La sua presenza discreta è avvertita lungo gli anni di formazione e di sacerdozio del futuro fondatore dell'Istituto. Tra la maestra e l'allievo corre un filo invisibile di reciproca amicizia che li terrà legati e si manifesterà lungo il corso della vita in occasionali visite e corrispondenza epistolare. Sarà lei a confidare all'Allamano, già rettore del santuario della Consolata, i momenti di sbigottimento e di depressione durante i quali si era vista costretta a ricorrere al Cafasso per consiglio e conforto. Ci fu un tempo - attesta l'Allamano - in cui Benedetta Savio era sul punto di lasciare la direzione della scuola di Castelnuovo per sottrarsi alle gelosie e alle maldicenze delle colleghe.

«Quella santa di mia madre»

Giuseppe Allamano, di indole delicata e casalinga, dovette trovare nella vicinanza della madre, più che in altri modelli, il calore ideale per crescere e maturare. A lei fu legato da tenerissimo affetto. Prima cattedra di vita furono le lunghe ore d'inverno passate conversando e pregando con lei, gli occhi fissi su quelle dita che correvano senza sosta lungo il filo di lana che s'avvolgeva al roteare del fuso. Per lei la famiglia cominciava dai suoi cinque figli e si estendeva ai poveri del paese, per i quali confezionava vestiti e preparava cibo. Da quella cattedra Giuseppe, ancora alunno della scuola elementare di Castelnuovo, apprese a donare ai meno fortunati di lui senza fare rumore e senza pubblicità, secondo una norma di indubbio sapore materno, che lo accompagnò per tutta la vita e costituì il segreto della sua personalità: il bene va fatto bene e senza rumore. Nella casa di Maria Anna non succedevano cose straordinarie: soltanto cose ben fatte, ben ponderate. La morte del marito era stata affrontata con rassegnazione e coraggio, e l'educazione dei figli era condotta con la delicatezza e la sapienza della donna di chiesa. Il più delicato e cagionevole della famiglia era Giuseppe, le cui emicranie l'avrebbero costretto, negli anni seguenti, ad interrompere gli studi per cercare ristoro presso la madre. Nella reciproca vicinanza l'uno e l'altra traevano la sicurezza per riprendere il cammino nel domani.

Come per ogni ragazzo, i sei anni delle elementari costituirono anche per il piccolo Giuseppe una fase introduttiva alla vita, marcata da alcune circostanze importanti. Il 17 ottobre 1860 riceveva la Cresima a Moriondo Torinese dal vescovo missionario mons. Giovanni Battista Balma, reduce dalle missioni in India e Birmania; e, forse nello stesso giorno, la prima Comunione. Tra i suoi maestri c'era don Alessandro Allora, nativo di Castelnuovo, insegnante di religione, del quale l'Allamano conservò un libro donatogli in premio in seconda elementare, dal titolo Racconti morali scritti da un Maestruccio di scuola per lettura dei giovanetti italiani, Tipografia Paravia, 2a ed., Torino 1853.

Pochi sono i ricordi giunti a noi dell'ambiente scolastico elementare, che a quei tempi era frequentato da un numero limitato di alunni. La legge Casati del 1849-1859 faceva obbligo alle amministrazioni comunali di erigere scuole elementari per i loro cittadini, ma non dichiarava obbligatoria per tutti l'istruzione primaria. L'obbligo scolastico gratuito sarà introdotto soltanto nell'estate del 1877, ma resterà ancora per molti anni una pura dichiarazione formale. Nel censimento del 1901, anno di nascita dell'Istituto, diciotto bambini piemontesi su cento in età scolare erano analfabeti.

A conclusione del ciclo elementare sarebbe stato normale per Giuseppe continuare gli studi ginnasiali all'Oratorio di don Bosco, come i fratelli Natale, e più tardi, Ottavio. Ma, come capita in simili frangenti, si accumularono nella mente del ragazzo difficoltà vere o presunte, quali il dispiacere di dover lasciare la madre sola e quasi cieca e affrontare per la prima volta un ambiente sconosciuto, lontano dal paese natio.

Non è escluso che si riaffacciasse inconsciamente la volontà espressa direttamente o indirettamente dallo zio Cafasse di vederlo prete diocesano. Ma alla fine dell'estate 1862 il parere di don Cafasso, morto ormai da due anni, non poteva influire sulle decisioni di famiglia.

Fu proprio in uno di quei giorni che il sindaco del paese e amico di famiglia, Matteo Bertagna, e l'insegnante di religione, don Alessandro Allora, si recarono nella casa di Maria Anna per sapere che decisione avesse preso nei confronti del figlio Giuseppe: sarebbe stato un peccato perdere un ragazzo brillante e promettente come lui quando esisteva la possibilità di indirizzarlo alla scuola dei Salesiani a Torino dove già studiava il fratello Natale. Don Allora si rivolse alla madre:

«E questo figliuolo? -  chiese. -  Perché non lo mettete agli studi anche lui? Non bisogna lasciarlo perdere. Ha appunto l'età buona per iniziare lo studio del latino» [6]

Mamma Maria Anna, come non era intervenuta in favore del Seminario, così non intervenne in favore dell'Oratorio. Ci pensasse lui a scegliere la sua strada. E Giuseppe, non restandogli altra alternativa, si decise a optare per Valdocco.

All'Oratorio di don Bosco

Sono giunti a noi frammenti di memorie relativi agli anni (1861-1866) trascorsi dall'Allamano a Valdocco a fianco di uno dei più grandi educatori di tutti i tempi, don Giovanni Bosco, anch'egli nativo di Castelnuovo d'Asti e, come i compaesani don Giuseppe Cafasse, don Giovanni Battista Bertagna e don Giovanni Cagliero, votato in prima persona alla rinascita della Chiesa e della società di quei giorni, secondo uno stile innovativo che tendeva a liberarsi delle vecchie forme pastorali e delle artificiose dispute teologiche per dedicarsi totalmente alla cura delle anime.

Nel caso di don Bosco apparve subito chiara l'intenzione del giovane prete astigiano, giunto alla fine del biennio presso l'istituto teologico noto come Convitto ecclesiastico sotto la guida di don Cafasse e del teologo Luigi Fortunato Guala, che ne fu fondatore e direttore, di dedicarsi al ricupero dei giovani girovaghi, accattoni, orfani e al loro avviamento nel mondo della scuola e del lavoro. Un obiettivo che - come apparve subito evidente - non dovette andare a genio ad alcuni ambienti liberali torinesi, i quali lo ostacolarono in tutti i modi, senza peraltro riuscire a frenarlo.

L'Oratorio che egli fondò nell'area periferica di Torino, nota come Valdocco, si articolava fin dai primi anni in due rami: il ginnasio per la preparazione culturale e religiosa dei giovani del popolo, e i laboratori per l'apprendistato nei vari settori del lavoro. Esisteva nella stessa città un'altra opera simile all'Oratorio, conosciuta come l'Opera degli Artigianelli, fondata dal sacerdote Giovanni Cocchi nel 1849, e diretta da un santo sacerdote torinese, Leonardo Murialdo (1828-1900)[7]. Questi si offerse compagno di lavoro di don Bosco nell'assistenza e nell'istruzione dei ragazzi. Cooperò al movimento cattolico torinese e all'associazione "La Buona Stampa", e nel 1873 fondò la Pia Società di S. Giuseppe, nota come "i Giuseppini".

Nel primo anno di permanenza dell'Allamano all'Oratorio fecero seguito, ai laboratori di sartoria, legatoria, calzoleria, falegnameria già in piena funzione, la tipografia e il laboratorio dei fabbri ferrai. Non sembri fuori luogo questa particolare annotazione, se si considera che Giuseppe Allamano e Giacomo Camisassa, anch'egli alunno dei Salesiani, associati in futuro nella fondazione dell'Istituto dei Missionari della Consolata, si ispirarono alla metodologia oratoriana che ritiene istruzione e lavoro gli alleati più prossimi dell'evangelizzazione.

Don Bosco prediligeva il giovane Allamano e sognava di farne uno dei suoi diretti collaboratori. A lui il giovane apriva il cuore nella confessione e nella direzione spirituale: «Pareva che mi leggesse nel cuore e mi indovinasse molte cose», confessa con stupore. Il contatto tra don Bosco e i suoi giovani non aveva luogo durante le lezioni (don Bosco non insegnava) ma in altri momenti della giornata. «Noi giovani - racconta l’Allamano - eravamo ansiosi ogni sera cli ascoltare i suoi fervorini che ci faceva sotto i portici prima delle orazioni, i quali ci infervoravano a vivere bene.

Esortava vivamente alla frequenza della confessione e comunione, lasciando però libertà. Il Venerabile non lasciava occasione di parlare in pubblico e in privato per il bene dei suoi soggetti, e noi ricevevamo le sue parole con rispetto e ne facevamo profitto. Ricordo in particolare i cosiddetti "sogni", nei quali, uno ogni anno, indicava lo stato della nostra coscienza, che manifestava poi ad ognuno privatamente, prendendo occasione per dare a ciascuno avvisi e consigli opportuni»[8].

Ma l’Allamano, di natura riservata, rifuggiva dalla vita movimentata e rumorosa che si manifestava tra i giovani dell'Oratorio in cori, gare sportive, esplosioni di gioia, e si rifugiava negli spazi che gli erano più consoni, come lo studio, la preghiera, l'amicizia. Risalgono a quei giorni gli incontri che caratterizzarono la sua vita all'Oratorio: con Giacomo Camisassa, tre anni più giovane di lui, ragazzo intraprendente, dotato di molte qualità, di bel canto e di finezza d'animo; con gli educatori salesiani Giovanni Battista Francesia, direttore degli studi; con Francesco Cerruti, Marco Pechenino e Celestino Durando, rispettivamente compilatori dei dizionari e vocabolari di lingua italiana, greca, latina che ebbero larga fortuna editoriale presso seminari e licei di mezza Italia; con il castelnuovese Giovanni Cagliero, compositore verdiano e maestro del coro a Valdocco, vicario apostolico della Patagonia e futuro cardinale.

A Valdocco in quegli anni ferveva il lavoro delle mani e della mente: attorno all'attività scolastica si contavano iniziative di ogni genere, alcune delle quali a carattere educativo, raccomandate dallo stesso Ministero della Pubblica Istruzione, per offrire letture idonee alla gioventù scolarizzata. Rispondono a questo disegno educativo le collane di opuscoli e libri attorno a temi religiosi, economici, sociali e fatti di Chiesa, secondo uno stile popolare, diffuse in tutta la penisola. Le "Letture Cattoliche", come erano chiamate, miravano alla classe giovanile dei ceti popolari e in particolare a quelli delle aree rurali che si avventuravano verso la città in cerca di lavoro[9].

Ai libri delle "Letture Cattoliche" improntati a carattere pedagogico e morale, seguiranno altri di natura scolastica e culturale, i libri della cosiddetta "Biblioteca della Gioventù", sia italiani che stranieri, purgati dei riferimenti offensivi alla religione o alla moralità.

Non rispondeva a questi criteri Beatrice Cenci, il romanzo dello scrittore e patriota Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873), che narrava la vita tormentata della patrizia romana, condannata a morte per avere istigato i fratelli a trucidare il padre, uomo violento e dissoluto, che la teneva rinchiusa nella Rocca di Petrella Salto (Rieti).

«Ci era proibita la lettura di qualunque romanzo - scrive l'Allamano - e furono cacciati dall'Oratorio alcuni miei compagni che furono trovati in possesso di romanzi cattivi. Ricordo di essere stato severamente rimproverato dal Venerabile, perché durante le vacanze avevo letto il romanzo "Beatrice Cenci" del Guerrazzi, e questo rimprovero mi fece molta impressione e mi fu salutare per l'avvenire»[10].

Curavano la collana delle opere di letteratura commentate, che formavano la "Biblioteca della Gioventù", alcuni dottori in lettere, tra cui don Matteo Picco, che nel 1862 era direttore del ginnasio. Componevano il corpo insegnante: don Vittorio Alasonatti per la grammatica latina, don Angelo Savio per l'insegnamento della matematica, e alcuni giovani chierici universitari per la lingua italiana.

I programmi ministeriali prevedevano, oltre l'insegnamento della grammatica latina, le esercitazioni orali e scritte, seguite dalla lettura e commento di brani scelti di autori allo scopo di introdurre gli studenti ai tesori della letteratura. Per questo scopo si usava ogni anno assegnare a uno studente il compito di segnalare, per le prime tre classi del ginnasio, opere e autori. Nell'anno 1864-1865 (anno dell'inaugurazione della tipografia dell'Oratorio) tale compito era toccato al giovane Giuseppe, allievo della III ginnasio, del quale si conserva tuttora un quaderno contenente le letture valide fino al 15 luglio, data dell'esame finale. Tra i prosatori: Cesare (De bello Gallico), Cicerone (Contra Verrem e De amicitia) e Tito Livio. Tra i poeti: Ovidio, Tibullo, Virgilio[11]. Non è certamente trascurabile, nel bel mezzo del fervore editoriale oratoriano, questa singolare menzione, che lo associa ai bei nomi della prima scuola salesiana.

Il compagno degli anni giovanili con il quale l’Allamano condivise tempo e intimità fu Innocenzo Pietro Cantarella, originario di Alessandria, che al termine dei suoi studi all'Oratorio entra nel seminario di Alba per diventare sacerdote diocesano. Anche Giuseppe, compiuti i corsi ginnasiali, lascia Valdocco e si reca in famiglia per le vacanze, senza avvertire alcuno della sua intenzione di non fare ritorno. A Castelnuovo deve affrontare la resistenza del fratello maggiore, Natale, che, per motivi comprensibili, lo vorrebbe con sé a Valdocco fino alla fine del liceo [12]

Il fascino della chiamata

Ciò che sta avvenendo nella coscienza di Giuseppe è molto simile a un innamoramento di fronte al quale anche le leggi della parentela crollano e l'unica preoccupazione dell'uomo è di ascoltare la voce dell'altro e di dare la sua risposta. Per cercare sollievo, Giuseppe si immerge nello studio. In realtà, la sua mente è in cerca di una soluzione che possa metterlo in condizione di rispondere alla chiamata di Dio senza turbare la quiete familiare.

Improvvisamente- racconterà- si sente colto come da una voce misteriosa che gli sussurra: «Oggi Dio ti chiama, chissà se fra tre anni ti chiamerà ancora?». Depone i libri e si reca dal fratello: «Vado in seminario», gli dice perentoriamente. E da quel momento la sua decisione fu irremovibile.

In questa disputa non entrano in gioco né la madre Maria Anna né lo zio don Giovanni, abituati come sono a rispettare le scelte altrui. Ma, una volta che Giuseppe ha chiarito le sue intenzioni, essi accorrono in aiuto, come usano fare i genitori e gli angeli custodi. La domenica 14 ottobre 1866, festa della Maternità di Maria Vergine, il parroco di Castelnuovo gli impone l'abito talare, mentre lo zio don Giovanni provvede al pagamento della quota mensile e alla sua ammissione nel seminario, assicurando con lettera il rettore Alessandro Vogliotti che «il giovane dà ottime speranze, sì per la pietà che per lo studio come potrebbe accertarsi dal Signor D. Bosco presso cui fece i suoi studi» [13].

Il riferimento a don Bosco equivale a un lasciapassare: erano molti i preti di Torino che provenivano dalle aule e dai cortili di Valdocco, dove insieme a don Bosco e ai suoi Salesiani avevano appreso a studiare, giocare, pregare e vivere, prima di intraprendere la strada verso il sacerdozio. Era naturale che su qualche elemento di valore don Bosco avesse posato gli occhi nel desiderio di arricchire la sua incipiente Società Salesiana. Nel caso dell'Allamano, poi, subentravano dei legami di buon vicinato e di affinità culturale. Il giovane, suo conterraneo, aveva frequentato la scuola che pochi anni prima aveva ospitato tra i suoi piccoli alunni Domenico Savio, del quale lo stesso don Bosco aveva tracciato una biografia popolare proponendolo alla gioventù come modello. Don Bosco che, al dire dell'Allamano, leggeva nel cuore dei giovani, quella volta non era riuscito a leggere in anticipo nel pensiero dell'alunno il proposito di lasciare l'Oratorio per entrare, come molti avevano fatto prima di lui, nel seminario e diventare sacerdote diocesano. È probabile che in cuor suo non nutrisse dubbi sul ritorno del ragazzo a Valdocco per continuare il resto degli studi. Invece le strade cominciarono a prendere direzioni diverse e a tracciare percorsi imprevedibili.

Non è dato di sapere per certo quali siano stati i reali motivi che hanno indotto il giovane Allamano a ricorrere a una decisione così radicale e così poco consona al suo animo delicato. Ogni congettura potrebbe rivelarsi azzardata. «Me l'hai fatta grossa - lo rimprovererà amorevolmente don Bosco, incontrandolo più tardi. - Se sapevo che andavi in seminario, non t'avrei lasciato uscire così facilmente dall'Oratorio». È comprensibile la sua amarezza di fronte alla perdita di un elemento di grandi speranze, ma è ugualmente spiegabile il passo del giovane studente che aveva succhiato con il latte materno la spiritualità discreta e silenziosa dello zio Cafasso e vi si sentiva attratto per affinità di carattere.

Un fatto tuttavia è certo: l’Allamano, il solo in grado di spiegare le ragioni di quella decisione inaspettata e fuori stile, non lo fece né allora né poi, pur conservando stretti rapporti con l'Oratorio, dal quale fu abbondantemente ricambiato. Dal seminario di Torino scriverà all'amico Cantarella raccontando come, costretto a letto per un forte attacco d'emicrania, ricevesse la visita di don Cagliero e i saluti di don Durando e don Savio. Dalle sue parole si deduce che anche don Bosco e don Francesia sarebbero accorsi al suo capezzale se in quei giorni non si fossero recati a Roma per sbrigare importanti affari [14].

Se poi esistevano ragioni personali che potessero giustificare la "fuga" dall'Oratorio nessuno può dire; è certo però che ce n'erano altrettante per restarvi abbarbicato, prima fra tutte l'incontro folgorante con il cappuccino cardinal Guglielmo Massaja, piemontese, vicario apostolico dei Galla d'Etiopia, la cui figura mitica epos·-sente, incontrata a Valdocco nel corso di una visita, incarnava l'impresa avventurosa e fantastica dell'Africa, e dal quale l'Allamano aveva ricevuto un primo e inequivocabile segnale di consacrazione alla missione. «Ho visto il cardinal Massaja», racconterà a se stesso e agli altri con la gioia di chi ha provato il folgorante fascino della chiamata. A lui si ispirerà nella realizzazione del progetto di fondazione.

 

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[1] I. TUBALDO (a cura), Le "Conferenze" del Servo di Dio Giuseppe Al/amano, gli autografi e le trascrizioni dalla viva voce, 3 voll., Edizioni Missioni Consolata, Torino 1981 (trascrizione del p. Umberto Costa [1885-1918]). Per distinguere le Conferenze ai missionari da quelle alle missionarie, d'ora in avanti si useranno le forme: Conferenze ai missionari e Conferenze alle missionarie.

[2] Il nome Tanganyika era in uso prima dell'indipendenza per indicare il paese che oggi si chiama Tanzania (Repubblica del Tanzania), dopo la fusione di Tanganyika e di Zanzibar nel 1964. In questo libro si userà la forma Tanganyika.

[3] Il padre di Giuseppe Allamano muore improvvisamente il 2 dicembre 1853 e la madre il 15 dicembre 1869. L'Allamano ne ricorda l'anniversario e invita il fratello Ottavio a fare altrettanto: «Ricordiamoci di loro» (cfr. C. BONA, Quasi una vita. Lettere scritte e ricevute dal Beato Giuseppe Allamano, con testi e documenti coevi, 9 voll., Edizioni Missioni Consolata, Roma 1990-1999, I, p. 43). D'ora in avanti, si userà la forma semplificata: Lettere, I, p....,

[4] Lettere, I, p. 639.

[5] Cfr. L. Nicolis De Robillant, San Giuseppe Cafasso, fondatore del Convitto Ecclesiastico, Edizioni Santuario della Consolata, 2ª ed., Torino 1960, p. 55lss.

[6] Cfr. L. SALES, Il Servo di Dio. canonico Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, Istituto Missioni Consolata, Torino 1936, p. 16.

[7] Il Collegio degli Artigianelli è stato fondato per «assistere, educare cristianamente e addestrare al lavoro professionale giovani poveri, orfani e abbandonati».

[8] Congregatio pro causis sanctorum, Canonizationis Servi Dei Joseph Allamano, sacerdotis Fundatoris Missionum a Consolata (1851-1926), Positio super virtutibus, Roma 1986, p. 99. D'ora in avanti si userà la forma: .Positio, ecc.

[9] Cfr. P. STELLA, Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), Libreria Ateneo Salesiano (LAS), Roma 1980, p. 355.

[10] A. MATTEA, Quattro anni a Valdocco con San Giovanni Bosco, in «Il Servo di

Dio Giuseppe Allamano», 20 (1979), p. 335.

[11] Cfr. F. TRANIELLO (a cura), Don Bosco nella storia della cultura popolare, SEI, Torino 1987, pp. 156-157.

[12] Non è escluso che il fratello Natale si richiamasse alla legge del 4 ottobre 1848, che non riconosceva validi gli studi compiuti nei seminari vescovili senza un esame pubblico a norma delle leggi vigenti. In seguito Natale, alla morte della mamma, ruppe i ponti con il resto della famiglia (cfr. Lettere, I, p. 97).

[13] Lettere del 15 e 29 ottobre, in Positio, p. 101, nota 39. Cfr. C. BONA, La fede e le opere. Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, Edizioni Missioni Consolata, Roma 1989, p. 95, nota 1.

[14] Cfr. Lettera dell'Allamano al Cantarella, Torino, marzo 1867, in Lettere, pp. 5-6.