“… Attestiamo pubblicamente la Nostra riconoscenza verso di te, della quale tu Ci sembri degno in modo particolare per le moltissime benemerenze che, durante questo lungo spazio di sacerdotale ministero, ti sei acquistato verso la Chiesa di Dio, nonché nell’umano e ne civile consorzio.
“A re infatti, eletto da 43 anni Rettore del Santuario della Consolata e all’ardente tua pietà verso la beata Vergine, i Torinesi danno il merito di aver non solo ampliato e quasi dalle fondamenti restaurato codesto Santuario, ma ancora di esserti adoprato con ogni cura ad ornarlo con opere d’arte e si preziosissimi marmi rivestirlo.
“Questa tua lode, per quanto grande, è tuttavia da porsi in secondo luogo, se confrontata con l’assidua opera e sollecitudine che hai spesa per sì lungo tempo: sia per la santificazione delle anime, che per promuovere l’educazione e santificazione del clero.
In te, infatti, non appena incominciasti l’esercizio del sacro ministero, ebbero i chierici del seminario di Torino un sapiente maestro di pietà; da tempo poi in cui, Rettore della Basilica della Consolata, assumesti la direzione dell’attiguo Convitto Ecclesiastico, è mirabile quanto tu abbia lavorato e quanto affaticato ti sia per arricchire di dottrina e di virtù i sacerdoti che quivi sono educati. Cosicché a centinaia e centinaia si contano i sacerdoti – tra i quali molti Vescovi e arcivescovi – che godono di essere stati da te formati ad una vita degna di uomini ecclesiastici…”
Pio Papa XI (per il giubileo Sacerdotale del Can Allamano)
La benedizione di un Santo.
Nacque Giuseppe Allamano a Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco) il 21 gennaio 1851: quarto di cinque figli donati da Dio ai coniugi Giuseppe e Maria Anna Cafasso. Il dì seguente, col battesimo, era rigenerato alla vita della grazia, avendo a padrino Giuseppe Ostino e a madrina Francesca Cafasso: ambedue imparentati con gli Allamano.
Per la morte del babbo avvenuta tre anni dopo, la direzione della casa e l’educazione dei figli passò interamente alla madre, degna sorella del Santo Giuseppe Cafasso. “Era caritatevole – ci dicono le testimonianze – verso tutte le forme di necessità, e sollecita del bene altrui”. – “E assisteva e aiutava gli ammalati in tutti i modi” – “Era sempre lei a preparare il necessario per il santo Viatico in casa degli infermi”. Una donna insomma sì virtuosa, che lo stesso parroco, Teol. Antonio Cinzano, soleva dire ai figlioli: “Dovreste baciare ove passa vostra madre”.
Poiché era accetta a dio, non poteva mancarle la prova. Nel 1866, il male alla spina dorsale di cui da tempo accusava i sintomi si aggravò al punto da renderla inabile ad ogni lavoro e impedirle poi ancora, qualsiasi movimento. Per sette anni, e cioè fino alla morte, rimase in quello stato, seduta su di un seggiolone, immobile e cieca. Dicevasi di lei: “Non s’è mai vista una creatura con tanti mali addosso!”.
Morì il 15 settembre 1871, si racconta, e lo stesso can. Allamano confermava che, nel punto di morire, vedesse la Madonna. Sì era infatti sollevata in uno slancio, aveva sorriso e pronunziato il nome della Vergine, mentre i suoi occhi, già da più anni spenti, si fissavano luminosi su di un punto avanti a sé.
Da sì virtuosa madre ebbe il nostro Giuseppe la prima educazione. “Sapeva educare bene i figli – egli stesso affermava di lei – non severa ma precisa, e soprattutto: ordine. ciò che sempre mi colpì in famiglia era l’ordine che vi regnava. Ci dava vestiti da contadini ma puliti; il vitto era semplice e frugale”. Il fratello Ottavio racconta a sua volta, che, quando da piccoli commettevano qualche fallo, invece di sfuggire il castigo della mamma, andavano ad infinocchiarsele davanti, confessavano la colpa, ascoltavano i rimproveri e ne facevano riparazione”. Un altro particolare della fanciullezza di Giuseppe l’abbiamo in ciò che di lui attesta una certa Placida Gilardi, nipote del Santo Cafasso: “Giuseppino dimostrava fin da fanciullo un carattere posato. Alieno dal chiasso, quasi un ometto assennato. Andando al pascolo, portava sempre con sé qualche libro di scuola”.
Fu nel 1757, all’età quindi di sei anni, che il fanciullo ebbe il primo ed unico incontro con lo zio: Don Giuseppe Cafasso. Venuto questi a Castelnuovo per rallegrarsi dei suoi concittadini, che si erano opposti ad un tentativo di propaganda protestante, la Maria Anna gli condusse e gli presentò a uno a uno i propri figlioli, perché li benedicesse. Quell’incontro e quella benedizione lasciarono nell’anima di Giuseppe Allamano una scia luminosa: fu come ne avesse ereditato lo spirito, apostolato e le virtù.
Sessantatré anni dopo (1925), il Cafasso saliva all’onore degli altari. Il can. Allamano – che ne aveva promossa la causa di beatificazione – recatosi a Castelnuovo per i festeggiamenti, volle rivivere la scena d’infanzia. Si fece portare una sedia, e postala nel luogo preciso dove Don Cafasso s’era seduto a ricever l’omaggio dei nipotini, con voce commossa esclamò: “Qui ebbi la sua benedizione”.
Poi l’anno dopo. Zio e nipote si ritrovarono in cielo.
Una maestra apostolo
Un’altra persona concorse alla formazione spirituale del nostro Giuseppe, fin dai teneri anni: la Maestra Benedetta Savio, Direttrice dell’Asilo infantile. Il Can. Allamano, come non dimenticò quegli anni d’infanzia, così sempre ricordò con riconoscenza il bene ricevuto dalla sua Maestra, della quale anzi avrebbe voluto che si scrivesse la vita. Si mantenne in costante relazione epistolare con lei, e di lei si serviva per fa giungere la carità ai poveri di Castelnuovo.
In una lettera alla medesima, egli la chiama: “madre putativa di tanti piccoli Gesù”. Nessun più bell’elogio si poetava fare delle virtù e dell’apostolato di questa donna. Don Bosco stesso, quando fondò la Congregazione delle Suore di Maria ausiliatrice, pensò alla Benedetta savio, come a soggetto idoneo per essere la prima Superiora. Mandò infatti due dei suoi sacerdoti a Castelnuovo, che la persuadessero a venire a Torino, ciò che non si poté ottenere. “Dicano a Don Bosco – aveva ella risposto – esser volontà di Dio ch’io faccia la monaca in casa, come me l’ha assicurato il m io confessore, Don Cafasso”.
E fu veramente monaca in casa. Quale direttrice dell’asilo, era esattissima nell’adempimento del dovere; aveva modi affabili e i bimbi li trattava con amorevolezza squisitamente materna. Facendosi piccola coi piccoli, sapeva far penetrare in quei cuoricini puri, i germi di quelle virtù ch’erano in lei preclari. Considerava la scuola un apostolato, e dell’apostolo aveva il grande fervore e lo spirito di sacrificio. “Sono 48 anni – scriveva ella sul tramonto della vita al Can. Allamano – che faccio scuola e che mi trovo in mezzo ai fanciulli, che sono gli amici di Gesù. Chissà qual rigoroso conto dovrò rendere a quel dio che tutto vede! chissà se avrò coltivato bene queste tenere pianticelle, e se saranno tutte degne di essere trapiantate nel giardino celeste! Piuttosto che una sola di queste tenere pianticelle avesse a perdersi a causa della mia negligenza, vorrei piuttosto morire mille volte, al fin di dare con la mia morte la vita a queste anime elette.
Morì nel 1896, dopo oltre cinquant’anni di così santo e fruttuoso apostolato, e la sua memoria è oggi ancora in benedizione fra i Castelnovesi.
La famiglia, la scuola, la chiesa: ecco i tre campi d’apostolato, che a vicenda si completano, per la formazione dell’infanzia e della gioventù. Ed ecco ancora la spiegazione, a parer nostro, dell’ammirabile fioritura di Santi, in Castelnuovo, nella stessa epoca.
Alla scuola di un altro santo
Il 17 ottobre 1860 Giuseppe Allamano riceveva il sacramento della Cresima che doveva far di lui u sì valoroso soldato della Chiesa. Non sappiamo invece l’anno in cui avvenne il suo primo incontro con Gesù della santa Comunione, sappiamo però che anche della prima Comunione celebrava con devozione l’annuale ricorrenza.
Terminate con onore le scuole elementari del paese, il fanciullo fu alcun tempo indeciso sulla via da scegliere. Amava, sì, gli studi, ma di staccarsi dalla mamma non si sentiva proprio. Era tanto affettuoso! Il Signor intervenne in modo singolare.
Capitarono un dì, in casa Allamano, il sindaco e il maestro. Durante una conversazione con la mamma, presente Giuseppino, l’un d’essi venne fuori a dire:
“Ma questo figliolo non lo fate studiare?” – “Quanto a me – rispose la Maria Anna – nulla in contrario, se egli vuole”. A tali parole Giuseppino si rincantucciò tutti in lacrime. “Via, via – insistettero i due – non bisogna lasciarlo perdere, farlo studiare bisogna!”. E così fu deciso.
Giuseppe, all’età di 11 anni, entrava nell’Oratorio salesiano di Torino per gli studi ginnasiali. D’ingegno vivace, poté compierli in soli 4 anni, sempre primo della classe. Nel suo terzo anno ebbe anche la carica di assistente.
Testimoniano inoltre la sua applicazione allo studio i quaderni di scuola di quegli anni, ogni dei quali è un piccolo modello di ordine e nettezza. Scriveva tutto e tutto conservava, il che per un ragazzo non ancora quindicenne è indice di diligenza non comune.
Più d’ogni altro l’amava e lo stimava lo stesso Don Bosco, suo confessore per tutto quel tempo. Buon conoscitore di giovani, egli avrebbe voluto fermarlo all’Oratorio e indurlo a entrare nella Società Salesiana. Ma non ci fu verso. Avvenne invece che, per sottrarsi a nuove insistenze, il giovanetto lasciasse l’Oratorio, insalutato ospite.
Più tardi, Don Bosco gliene muoveva dolce rimprovero: “Me l’ahi fatta grossa!... Sei andato via senza salutarmi”. S’ senza salutare Don Bosco, ma portando con sé lo spirito di lui, nonché una profonda riconoscenza verso il grande Maestro.
Era Iddio che guidava gli eventi secondo i suoi mirabili fini.
L’ora di Dio
Per ogni anima eletta scocca sempre un’ora da cui dipende la sua missione nel mondo e, da questa, la propria santificazione e quindi la gloria futura.
Così fu per il giovane Allamano.
Il Signore voleva da lui un atto di generosità in risposta al dono eccelso della vocazione sacerdotale, permise che questa gli venisse per alcun tempo ostacolata dai fratelli. Non ch’essi fossero contrari a tale vocazione, ma avrebbero voluto che Giuseppe frequentasse prima il liceo pubblico, affinché se poi avesse dovuto uscir di seminario, non si trovasse “piantato”.
Speciosa ragione, valevole forse per gli eternamente perplessi, ma fuori di luogo nel caso nostro, trattandosi di vocazione provata e sicura. Bisogna anche ammettere che il demonio, sempre all’erta impedire il bene, mettesse lo zampino avanti.
D’altra parte, la grazia di Dio non stava inoperosa e, sotto l’impulso soave della medesima, il giovane si sentiva per niente tranquillo nel procrastinare l’entrata in seminario. No, non così si trattano i doni di Dio! egli voleva una cosa sola: conoscere la volontà di Dio per seguirla a tutti i costi.
Intanto soffriva e pregava.
E un giorno gli venne dall’alto la luce che chiedeva, e la grazia di dio lo investì in pieno. S’alzò di botto dal tavolo di studio, respinse da sé i libri di materie profane, si presentò ai fratelli e: “Il Signore mi chiama oggi… non so se mi chiamerà ancora fra due o tre anni!”. Il tono risoluto non ammetteva replica.
Quel giorno e quell’atto decisero dell’avvenire di Giuseppe Allamano nel tempo e per l’eternità
Il beniamino di Gesù
Nella festa della Maternità di Maria SS. – 11 ottobre 1866 – Giuseppe Allamano faceva il primo passo nella milizia sacra della Chiesa, vestendone le divise: poi entrava nel seminario di Torino.
Ne era Rettore il venerando can. Alessandro Vogliotti; ma di fatto lo reggeva, e con mano fermissima, il can. Giuseppe Soldati, che rivestiva la carica di Direttore Spirituale, e che dal 1875 al 1884 fu poi anche Rettore.
Il ch. Allamano non tardò a imporsi all’ammirazione di Superiori e compagni. “Era primo per merito di studio e di virtù”, attesta di lui Mons. G. B. Ressia, suo condiscepolo e poi Vescovo di Mondovì. E il primato nella scienza teneva più per forza di volontà. Che di ingegno, per quanto anche questo elettissimo; e il merito era anche maggiore, tenuto conto della ferma salute del chierico, ancor più infiacchita da una malattia contratta il primo anno di seminario.
Il suo primo impegno: non perdere tempo, non la più piccola particella, valorizzando anche quei pochi istanti che corrono tra studio e scuola, tra scuola e scuola. Poi massima attenzione alle lezioni, alle quali si presentava dopo aver sempre letto almeno una volta la materia da spiegarsi; e delle materie principali si faceva brevi sunti che ci vennero conservati, e i trattati stessi corredava di note e appunti. Fra i suoi propositi di quel tempo troviamo: “Studierò con passione ma per Iddio, per salvarmi e salvare anime”. Ottimo programma per un seminarista: amare lo studio con la forza di una passione, e questa dirigere unicamente alla gloria di Dio.
Cultore scrupoloso della disciplina per carattere e per virtù, onde non trasgredire alcuna regola, tutte le aveva mandate a memoria, seguendo ad litteram il suggerimento di Mons. Gastaldi, arcivescovo di Torino che le regole stesse aveva date al Seminario. Non sappiamo quant’altro ne imitassero allora o ne abbiano tutt’ora seguito l’esempio.
Egli era soprattutto un’anima di vita interiore, che respirava al pietà. In quei tempi di strascichi giansenisti, alla comunione quotidiana non era molto in uso nemmeno nei seminari. Il ch. Allamano era uno dei pochi a praticarla, e appunto il timore di dar nell’occhio l’avrebbe a volte trattenuto, se ad incoraggiarlo non interveniva il Direttore: “La faccia, la faccia!”. “Ma i compagni diranno che voglio apparire più buono…”. “E lei la faccia per divenir più buono”. Né egli restringeva ai brevi istanti della comunione sacramentale, l’amore e l’unione don Gesù:
“Dividerà la giornata tra il ringraziamento della Comunione fatta e la preparazione alla Comunione seguente”.
“Ogni desiderio di cibo lo rivolgerò subito verso Gesù Sacramentato, e così la tentazione frutterà una Comunione spirituale”.
“Durante i pasti terrò fisso il pensiero nel pane Eucaristico, chiedendo a Dio al grazia che il cibo materiale non diminuisca in me il desiderio del cibo spirituale”.
“Mi raffigurerò di prender cibo in compagnia della Sacra Famiglia e ogni boccone l’avvicinerò prima al costato di Gesù”.
“Voglio camminare alla presenza di Dio, desiderare l’unione intima con Lui, slanciarmi nel cuore di Gesù con aspirazioni e Comunione spirituali”.
“Mi unirò il più possibile a Gesù con la Comunione, la vera fonte di santità”
Tutti propositi suoi, affidati ad un taccuino personale, che è come la storia dell’anima sua.
Nutrito di questo cibo sostanziale, dissetato alla fonte d’acqua di vita eterna, il ch. Allamano compiva le prime ascensioni sul monte degli eletti. L’occhio fisso alla luminosa vetta della santità:
“Il sacerdote deve essere santo; santità e sacerdozio si equivalgono”
“Non sarò un santo sacerdote, se non sarò stato un santo seminarista”.
“Non è lo stare in seminario che faccia santi, ma il fare tutte le cose che si debbono fare e nella maniera che van fatte”.
“Voglio occuparmi dell’unico affare: farmi santo e non solo buono; fare e non aspettare”.
Una volontà, dunque, fermamente decisa a tendere alla perfezione; una perfezione non di parole, ma di fatti. E che cosa fosse, ne fa fede il predetto Mons. Ressia: “Ogni sacerdote è l’amico di Gesù. nessun dubbio che tale sia stato l’Allamano. Lo direi anzi un beniamino di Gesù, un suo prediletto. Aveva da pochi giorni vestito l’abito chiericale, e per sette anni divisi con lui e con gli altri compagni di corso la vita nella scuola, nello studio, nelle ricreazioni e passeggi, nelle opere di pietà. Egli era il nostro modello per il fervore nella preghiera, per le Comunione frequenti, per la pazienza e amabilità con noi, per l’obbedienza, per lo splendore dell’angelica virtù. Perciò nessun di noi ne fece le meraviglie, al vederlo ben presto dai Superiori addetto al servizio della sacrestia e dell’altare; né quando, l’ultimo anno teologico, ci fu dato a prefetto di Cappella, cioè il primo di tutti i chierici del seminario. Si sapeva da tutti che il più vicino al Cuore di Gesù, il più amico era l’Allamano, cui nessuno avrebbe osato paragonarsi.
Tanto fervore di virtù non veniva mano durante le vacanze, le quali, del resto, si riducevano per l’Allamano a ben poca cosa. Aveva la mamma inferma e passava i giorni presso di lei, circondandola di tenerissime attenzioni, fino a darle il cibo in bocca, in sostituzione della persona di servizio. Finché l’inferma ebbe buono l’udito, egli le faceva pie letture; dopo, invece, era lui ad ascoltare le sue sagge esortazioni, rispondendole con tocchi di mano. Allo stesso modo le faceva da interprete, quando il parroco veniva a confessarla.
Dopo la morte della mamma, poté godere di maggior sollievo, ma non seppe mai cosa fosse dissipazione. S’era imposto un regolamento, con ben distribuite lungo la settimana le materie di studio, nonché le ore di preghiera e di sollievo, e vi si atteneva strettamente. Parecchie persone di Castelnuovo ricordano ancora il chierico Allamano nelle vacanze: il suo fare riservato e corretto, sì da attirarsi rispetto e benevolenza; ‘edificante contengo in chiesa e il raccoglimento durante le funzioni. Il parroco, Teol G. B. Rossi (poi Vescovo di Pinerolo), succeduto sa Cinzano nel 1870, portava al nostro chierico sì grande stima e paterno affetto, da volerlo ogni domenica a pranzo con sé.
L’altissima meta
Se la preparazione ai Sacri Ordini deve cominciare fin dai primi anni di seminario, è pur giusto ch’essa sia intensificata all’approssimarsi dei medesimi. Il ch. Allamano ne sentiva il grave obbligo. Più tardi egli di dirà e ripeterà senza stancarsi: “Procurate di prepararvi per tempo. Nessuna preparazione, per quanto intensa, è mai troppa; e tutti, chi più chi meno, il giorno dell’ordinazione proviamo rincrescimento di non essersi preparati abbastanza. E ciò fosse solo per umiltà, ma purtroppo è verità”.
Ch’egli pure avesse sentito tale rincrescimento non fa stupire, ma era per umiltà. Nulla infatti aveva da rimproverare a sé stesso. “Voglio farmi santo, non solo buono” aveva scritto a capo dei suoi propositi, entrando in seminario. Aveva camminato per questa via, senz’arresti, con crescente fervore. Ed ora, giunto al quarto anno teologico, lo vediamo come proteso in un supremo sforzo di buona volontà.
Volontà non velleità. Volontà che edifica non sull’arena delle vaghe risoluzioni, ma sulla salda pietra dei propositi pratici; e questi in correlazione alle virtù di cui si fa specifica professione nei sacri Ordini. Preparandosi alla Tonsura e minori (21 maggio 1872), propone:
“Procurerò di avanzare nello spirito e nel desideri di povertà”.
“Farò continui atti di distacco e frequenti piccole elemosine”.
E preparandosi al Suddiaconato (21 dicembre 1872):
“voglio preparare la bella virtù della castità per l’Ordinazione del Suddiaconato”.
“Scaccerò prontamente, invocando Gesù e Maria ogni pensiero che potesse aver sentore contro la purezza”.
“A passeggio, modestia massima”.
“Ogni giorno farò due mortificazioni di occhi e di gola”.
“Ogni giorno offrirò la mia castità a Maria SS. Perché la prepari Ella stessa. Ogni sabato aggiungerà alle solite, qualche altra mortificazione”
È dunque sotto il manto di Maria. Che il chierico Allamano vuol camminare, per compiere la preparazione prossima alle sacre Ordinazioni. E ancora prima di ricevere il Suddiaconato, quasi ad accelerare don desiderio l’offerta di sé, e come per dar alla medesima un carattere di maggiore spontaneità, nella festa della Madonna del Carmine (16 luglio 1872), depone nelle mani di Maria il voto di castità, con la seguente formula da lui composta: “O Maria, Regina e Madre dei vergini, io, miserabile peccatore, vi offro e interamente vi consacro in questo momento, per le mani degli Angeli e San ti tutti, e principalmente di S. Giuseppe vostro purissimo sposo, del mio Angelo custode e di S. Luigi, la mia verginità, pregandovi di mondarmi dalle sozzure di cui l’avessi macchiata; e, ornata del candore della vostra, presentarla a Gesù vostro Divin Figlio, perché la custodisca nel suo Sacratissimo Cuore. Ottenetemi la grazia, così intatta, per le vostre mani, la possa presentare nel dì del giudizio, sì che possa formare in Paradiso una stella della vostra corona…”.
Poi ancora, alla vigilia del Diaconato, tutto si consacra e in perpetuo alla SS. Vergine: “Oggi, 25 marzo 1873, festa dell’Annunciazione di Maria SS., l’ho eletta, e spero che abbia accettato, per MIA CARISSIMA MADRE. E ciò per ottenere specialmente di vincere la superbia, perché nell’umiltà, come nella castità e amor di Dio. voglio imitarla. Chiamerò Maria: MIA CARISSIMA MADRE in ogni necessità, e ne sarò devoto, mostrandomi meno indegno figlio”.
Da questo momento il suo pensiero è costantemente rivolto alla meta suprema; e aspirazioni, preghiere, mortificazioni e propositi, tutto fa convergere all’unico punto: la Messa! “Voglio assistere al maggio numero possibile di Messe, facendo l’impossibile col desiderio. Fin d’ora tutte le assito con l’intenzione d’ottenere di celebrarle poi santamente”.
I suoi compagni ricevettero il presbiterato nella festa della SS. Trinità (1873). Egli invece, per difetto d’età dovette attendere fino al 20 settembre. Entrando negli Esercizi Spirituali di preparazione, scriveva a un amico: “Vengo per dispormi alle s-acre Ordinazioni del Sacerdozio, oggetto di tanti sospiri, meta di tanti anni di studio. L’animo mio è occupato da due diversi sentimenti. Di timore della sublime dignità che sto per ricevere, ma anche di confidenza in Dio, che vorrà operare in me le meraviglie che in tante anime operò”.
Ricevette l’Ordinazione Sacerdotale nella Chiesa Metropolitana di Torino per le mani dell’arcivescovo mons. Gastaldi. Cantò la prima Messa a Castelnuovo, ove si celebrava la festa della SS. Addolorata.
Or ecco un tratto dello spirito dell’Allamano. Come la sua preparazione al Sacerdozio era stata tutta e unicamente spirituale, così egli volle che il giorno della prima Messa passasse in unione intima col suo Dio, nulla permettendo che ve lo potesse distogliere. Quindi niente pranzo di gala, niente chiasso profano. Pregò egli stesso il parroco di dar pranzo in canonica, con invito ai soli fratelli. Nel pomeriggio invece, terminate tutte le funzioni, radunava il clero in casa sua per una bicchierata. Niente più.
Economo parrocchiale
Dopo che fu sacerdote, l’Allamano tenne per tre anni la carica di Assistente in seminario, conseguendo anche – a pieni voti con lode – la laurea in Teologia. In questo tempo soleva egli trascorrere le vacanze a Passerano, presso lo zio parroco, Don Giovanni Allamano. Nell’agosto 1876, questi s’ammalò gravemente, e il nipote era chiamato d’urgenza al capezzale dell’infermo. Vi giunse che già recitavano le preghiere degli agonizzanti. Anzi il sacerdote che l’assisteva, nel suo zelo, incalzava senza tregua con giaculatorie e pie riflessioni che, per essere troppe finivano d’esaurire le poche forze del moribondo. Questi allora, non appena si vide vicino il nipote, gli disse (in dialetto) con quel fil di voce che gli rimaneva: “Toglimi un po’ questo noioso!”.
Il Can. Allamano raccontava sovente questo aneddoto e sorridendo alle parole del morente, commentava: “Vedete?... non bisogna stancare i moribondi con tante parole, corriamoli pericolo di indurli a fare atti d’impazienza. Diciamo sì, ad intervalli qualche giaculatoria rivolta all’infermo, ma poi lasciamoli in pace. Preghiamo invece molto noi, anche in modo da poter essere uditi dal moribondo, il quale potrà unirsi alle nostre preghiere senza troppi sforzi”.
Don Giovanni Allamano morì il 21 agosto, in età di 76 anni, dopo 35 di parrocchia. Nel testamento lasciava erede il nipote. “Ciò mi fu di grande sorpresa – asseriva poi il can. Allamano – essendo che mai una sola volta lo zio m’aveva accennato di questa sua intenzione”. Era la Divina Providenza che fin d’allora disponeva le cose in ordine alla grande opera che l’Allamano avrebbe fondato.
Morto lo zio. L’Allamano ebbe ordine di fermarsi a Passerano fino a che non fosse venuto altro sacerdote a sostituirlo. Vi rimase tre mesi, durante i quali ebbe campo di far risplendere la sua grande carità verso ogni specie di bisognosi, nonché l’infaticabile suo zelo nella cura delle anime. “Era sottile come uno stecco – dicono le testimonianze - sembrava non potesse reggersi in piedi, eppure si trovava sempre dappertutto ed era sempre pronto a tutto”. Conserviamo manoscritti di sue prediche tenute nei paesi circonvicini, scritte per disteso in dialetto. Una lapide, nell’interno della chiesa, ricorda pure le sue sollecitudini e la generosità sia nel promuover e il decoro sella Casa di Dio.
Seppe insomma in sì breve tempo, attirarsi talmente la stima e l’affetto della popolazione, che essa l’avrebbe voluto parroco, e fu lo stesso Conte Radicati di Passerano a rendersi interprete presso l’arcivescovo, del voto unanime dei Passeranesi. Voto che non poté essere esaudito, avendo Mons. Gastaldi già scelto l’Allamano per latro importante ufficio.
Questa prova, per quanto brevissima, di ministero parrocchiale, fu ricordata sempre dall’Allamano con sentimenti di riconoscenza verso il Signore, per il giovamento che ne ritrasse: sia per sé, come per la formazione del giovane clero.
Direttore spirituale
Trascorsi tre mesi, ai primi di novembre, come da ordini ricevuti, il Teol. Allamano si portò in seminario, dove apprese la sua nomina a Direttore Spirituale. Quando Mons. Gastaldi gliene diede comunicazione, egli non poté trattenere una esclamazione di sorpresa:
- -Monsignore, che dice mai!?
- -Sì, ti ho nominato Direttore spirituale ne seminario di Torino; hai delle difficoltà?
- -Ma… veda… la mia intenzione era di andare vicecurato e poi forse parroco in qualche paesello. -volevi andare parroco? Ebbene, ti do la parrocchia più insigne della Diocesi: il seminario.
- -Ma, Monsignore, io sono tanto giovane…
- -Oh, vedi, è un difetto che si perde a poco a poco; e poi ti vogliono bene.
- -Allora, Monsignore, mi benedica.
Entrò in carica lo stesso giorno, senz’altre cerimonie o querimonie, pur sentendone tutta la responsabilità. Disdisse infatti ogni altro impegno, né più ne accettò di nuovi; e così pure, nei quattro anni di direzione, non una volta sola si permise d’uscir di seminario nelle ore in cui i chierici erano soggetti alla sua sorveglianza. Va notato che, in quei tempi, il Direttore spirituale presiedeva pure all’osservanza della disciplina.
Il metodo adottato e poi sempre seguito dall’Allamano nella formazione del giovane clero, fu quello del fortiter et suaviter: mai, cioè lasciar passare alcun fallo senza correggerlo, almeno per quando la prudenza lo permette; ma correggere sempre in bei modi. Se mai, eccedeva in soavità. Ciò era provvidenziale, venendo così moderare lo zelo un tantino eccessivo. E a correggere il carattere alquanto impulsivo del rettore, can. Soldati, per altro esemplarissimo sacerdote e ottimo superiore. Questi era il padre severo, l’Allamano la mamma pietosa. Era valso il detto fra i seminaristi, alludendo ai due: “Justitia et pax osculatae sunt!”.
Accoglieva i chierici al loro ingresso, coi modi più affabili. Riservatissimo nel tratto, amava tutta via la giovialità, prendendo parte alle loro conversazioni. Sì era scritto su un taccuino i loro nomi e vi faceva sopra di tanto in tanto un po’ d’esame. Trovando che ad alcuno non avesse ancor parlato in particolare, cercava la maniera d’avvicinarlo, anche in ricreazione. Vigilava perché nelle refezioni nulla mancasse; per gli infermi aveva premure e attenzioni materne. Somma deferenza usava verso i superiori subalterni, e mai che alla presenza dei chierici dimostrasse loro del risentimento, anche se avessero mancato ai loro doveri.
Dal viso giulivo traspariva un’inalterabile serenità di spirito. Se sentiva in lui l’uomo spoglio di sé stesso, per vivere unicamente per i chierici, farsi tutto a tutti. Nulla di poliziesco, di pedante e di pesante nella sua direzione. Sempre uguale a sé stesso, sempre in pace, faceva regnare attorno a sé l’ordine e una soave e grata disciplina.
Non già che fosse impassibile. Era anzi facile accorgersi quanto soffrisse nello scorgere, in qualcuno, mancanza di spirito ecclesiastico. Allora non transigeva, senza però mai dare in escandescenza; si riservava d’ammonire, differendo talora la correzione anche d’un mese, per farla a tempo e luogo idoneo ad ottener e il maggior frutto. Come sapeva, all’occorrenza, cambiar la longanimità in severità, fino all’espulsione dei colpevoli, come avvenne un giorno che ne partirono cinque in una volta.
Il compito principale del direttore era però quello della formazione spirituale dei chierici, alla quale l’Allamano attendeva sia in pubblico che in privato. Parlava soventissimo ai chierici, cuore a cuore, con un’unzione che andava all’anima ed era frutto di santità. Di lui, infatti, gli antichi alunni parlano con entusiasmo commovente, tratteggiandone “la nobile, dignitosa figura” rilevandone “la vasta cultura teologica e la somma esperienza nelle cose dello spirito”, esaltandone le virtù:
- “Era inappuntabile in tutto”.
- “Mai nessuno di noi l’ebbe a criticare su alcun punto”.
- “Il suo stesso aspetto incuteva venerazione; bastava un suo sguardo a far conoscere la sua bontà”. “noi ritenevamo che avesse mantenuta illibata la stola battesimale, che non vi fosse in lui quasi idea di peccato”.
- “Aveva un’impronta di devozione sincera senza affettazione, di devozione stabile senza alti e bassi”.
- “la pietà formava in lui come un vestimento, tanto gli era abituale lo spirito di preghiera e d’unione con Dio”.
“Mons gastaldi ci ripeteva sovente il detto: Si sapiens es doce os, si prudens es rege nos, si sanctus es ora pro nobis. Questo detto l’Allamano lo fece proprio in tutte le sue parti. Egli fu il sapiens, il prudens, e soprattutto il sanctus”.
Non è quindi a stupire che tanto l’amassero, fino ad accordarsi di tutto fare per accontentarlo; e che avessero in lui piena confidenza. Alla sua camera c’era sempre ressa. Riceveva i chierici con cortesia, con rispetto persino, e dava loro ampia libertà di parola. era d’un intuito fine e giusto, per cui entrava nell’anima, scopriva la piaga e preveniva il motivo del ricorso a lui. Dalla sua camera ognuno usciva soddisfatto, rasserenato, disposto a seguire i suoi consigli per superare le molte difficoltà dei primi anni di seminario.
“Sono passati da quel tempo circa cinquant’anni – scrive il can. Silvio Moschietti - ciò nondimeno ricordo benissimo la bella figura del can. Allamano: serena, calma, dignitosa. Figura che se imponeva rispetto, non scemava per nulla la confidenza in lui. Direi anzi che ai nostri cuori questa confidenza era spontanea, a motivo anche del leggero sorriso che splendeva quasi abitualmente sul suo viso paterno. Grave era il suo tratto e pur piacevole: dignitoso il suo contegno, ma niente burbero. La sua cultura teologica e quella, direi, aureola di spiritualità che lo caratterizzava, faceva sì che a lui si ricorresse con rispettosa familiarità e sicura fiducia, convinti come si era di averne dei consigli prudenti e maturi…”.
La prova, splendida invero, della saggezza della direzione dell’Allamano, l’abbiamo in questo: che dei chierici da lui diretti e ammessi al sacerdozio, neppure uno diede dei fastidi al proprio vescovo, ma tutti compirono il proprio ufficio con onore, soddisfazione dei superiori e vantaggio delle anime.
Quanto bene ne verrebbe al mo (qui manca qualcosa)
Dottore collegiato
Nel primo anno che fu Direttore spirituale (1976-1977), l’Allamano ottenne la aggregazione alla facoltà Pontificia Teologia. Era stato il Collegio stesso dei Dottori a rivolgergli invito di concorrere ad un posto resosi vacante. Sapendo di fa cosa gradita all’arcivescovo, accettò e cominciò prepararvisi col solito impegno, sacrificando a ciò le ore notturne.
Gli esami erano due: l’uno privato e l’altro pubblico.
L’esame privato consisteva in due prove. Nella prima doveva difendere una tesi fattagli conoscere tre giorni prima, ignorando affatto le obbiezioni che l’attendevano. La disputa durava un’ora, alla presenza di Professori e Consiglieri delle Facoltà. – La seconda consisteva nel far lezione per mezz’ora su una tesi estratta un’ora prima. A lui toccò parlare sul panteismo.
Nell’esame pubblico, invece, la disputa durava tre ore, in lingua latina, difendendo sei tesi prescelte da tutta la Teologia morale, Speculativa e Biblica, contro obbiezioni mossegli da sei Dottori designati dalla sorte per sperimentarlo. A costoro nell’esame sostenuto dall’Allamano, si unì lo stesso Arcivescovo.
Inoltre, il candidato all’esame pubblico d’aggregazione doveva pubblicare una trattazione teologica a saggio del suo sapere, scegliendo liberamente il tema. Quello scelto e trattato dall’ Allamano fu: De admirabili Filii Incarnatione.
I concorrenti erano due: il Teol. Allamano e il teol. Paschetta. “Son certo che il Paschetta parlò meglio di me” confessava umilmente l’Allamano. Quello che si sa è che Mons. Gastaldi, Gran cancelliere della Facoltà teologica, decise lui della scelta, la quale cade sull’Allamano a ragion dell’età.
Restauratore e Rettore del Convitto Ecclesiastico.
Nel settembre 1880, il Teol. Allamano era nominato Rettore del santuario della Consolata.
Valendosi della facoltà concessagli dall’Arcivescovo, scelse a coadiuvarlo, col titolo di Vice Rettore, il Teol. Giacomo Camisassa: colui che noi oggi veneriamo quale con fondatore delle Missioni della Consolata.
In seguito alla chiusura del Convitto Ecclesiastico – avvenuta due anni prima, d’imposizione dell’Arcivescovo Mons. Gastaldi, a causa di contrasti dottrinari e per motivi disciplinari – era rimasto nel convento della Consolata, un Ospizio di preti vecchi: istituzione idealmente santa, ma praticamente impossibile a sostenersi. Alla venuta dell’Allamano, essa era già prossima all’esaurimento, e nel 1882 non contava più che un solo ricoverato, e per di più non troppo sano di mente. Marcava, infatti, una strana fissazione per microbi. Non toccava i soldi se non con una zampetta di gatto, e se toccato lui da qualche persona, correva a disinfettarsi. Con la morte del poverino, fu pace non solo all’anima sua ma anche all’Ospizio, che per due anni aveva formato la croce dell’Allamano facendogli esercitare una pazienza eroica, e che non risorse più.
Ora mentre quest’istituzione s’andava esaurendo, si faceva al contrario sempre più sentire la necessità del ristabilimento del Convitto alla Consolata: sia per i bisogni del Santuario già risorto a nuova vita, come per la formazione stessa del giovane clero. Era però necessario che qualcuno si facesse avanti con apostolico coraggio, quale intermediario fra l’Arcivescovo e il clero; e doveva essere una persona che di tutti godesse la fiducia, non compromesso nelle passate, ma ancor recenti dolorose vicende, e capace di dar affidamento per il futuro buon andamento del Convitto.
Tale era il Teol. Allamano.
Nel giugno 1882 egli scriveva dunque, a questo scopo, una lunga lettera a Mons. Gastaldi. E questi, colpito e convinto dalle ragioni in essa addotte, acconsentiva alla riapertura del Convitto alla Consolata, alla condizione unica, ma assoluta: che l’Allamano stesso assumesse al carica di capo delle conferenze di Morale.
“O a questa condizione – gli disse l’Arcivescovo - non se ne parla più”.
Per amore del giovane clero, dopo aver pregato ed essersi consigliato, l’Allamano accettò la dura condizione, così contraria alle sue inclinazioni, così superiore alle sue forze.
“Monsignore – disse con molta franchezza all’Arcivescovo, notificandogli la decisone – assumo la scuola ma non adotterò i suoi trattati”. “Non importa, fa come credi, di te mi fido”.
(Li riteneva incompleti e troppo imprecisi; e ciò perché l’autore non poteva disporre del tempo necessario per simili studi.)
E tenne la cattedra di Morale fino a che, con l’elezione del Card. Alimonia ad arcivescovo di Torino 81883), fu richiamato al Convitto il venerando e dottissimo Mons. G.B. Bertagna, compaesano e amicissimo dell’Allamano.
Non diremo del funzionamento del Convitto Ecclesiastico, né dell’opera compiuta nei 44 anni che fu Rettore; tanto sarebbe ripetere tutto ciò che l riguardo fu scritto del suo Santo Zio. Una cosa va però rilevata ed è: che il Convitto egli l’amò., l’amò intensamente, l’amò sino alla fine, ad esso legando in testamenti i manoscritti e i cimeli sacri del San to Cafasso.
E come l’amò, così sempre di sue paterne cure lo circondò, che se ad esso non poté mai applicarsi esclusivamente, a motivo delle altre incombenze, riuscì tuttavia a dargli un’impronta sua particolare, con felicissimi risultati.
Quando poi, alla somma di occupazioni e preoccupazioni per la direzione e restauri del Santuario, s’aggiunse il pensiero della fondazione dell’Istituto delle Missioni, l’Allamano, con atto di prudenza e di saggezza insieme e col consenso dell’Arcivescovo, smembrò la sua carica, chiamando a coadiuvarlo un Direttore, al quale affidare la disciplina e la formazione individuale dei Convittori, ritenendo per sé la cura e responsabilità dell’andamento generale del Convitto. Las scelta da lui fatta del can. Luigi Boccardo a primo Direttore sembra a noi debba annoverarsi tra le più cospicue benemerenze dell’Allamano in favore del giovane clero.
Al Direttore dava le norme da seguire, e dal medesimo voleva essere informato minutamente d’ogni cosa, riservando a sé le parti più odiose di correzioni e di rimproveri di qualche importanza. Non parlava più in pubblico che raramente, lasciando tale compito al Direttore: tuttavia l’andamento generale del Convitto sera da lui sempre attivamente sorvegliato. Fatto è che l’Allamano, benché appartato, conosceva a fondo i Convittori, in modo che, al termine del biennio, quando avevano luogo le destinazioni, egli poteva tranquillamente proporli per quei luoghi ch’erano più adatti alla loro indole, capacità e attività; il che destava non poca ammirazione fra i Convittori stessi.
Il bene pertanto compiuto dall’Allamano quale Rettore del Convitto Ecclesiastico, non può essere conosciuto quaggiù che in parte: in quanto ciò sta scritto nel cuore e rifulge nelle opere di coloro che ebbero al fortuna di formarsi allo spirito sacerdotale sull’esempio delle sue virtù. “È una falange di sacerdoti – scrive Mons. Pella, Vescovo di Casale - che, sparsi in tutto il Piemonte, portano ovunque la luce della scienza e l’ardore della carità”; tenendo vive le nobili tradizioni di quel clero piemontese che ha dato alla Chiesa tanti santi e così sante istituzioni.
E son essi che, oggi. Alzano la voce in un coro unanime di riconoscenza e d’ammirazione per lo scomparso Maestro e Padre:
“Era stimato da noi tutti”.
“Non si parlava di lui che con venerazione”.
“Era di quelle persone che più si conoscono, più si stimano”.
“Era soprattutto ammirabile il suo giusto orientamento nella direzione del giovane clero”.
“Aveva tutte le doti di un buon educatore del clero e queste doti rapivano i cuori”.
“Era il vir sapiens nella precisa espressione; conosceva il giovane intus et in cute”.
“Si sentiva in lui una superiorità per intelligenza, per governo e per virtù”.
Ma l’elogio che vince ogni elogio, è quello che di lui e dell’opera sua fede il Sommo Pontefice Pio XI il Breve indirizzatogli per il Giubileo sacerdotale, da noi parzialmente riportato in capo a questa prima parte della biografia.
Rettore del Santuario della Consolata
Il Santuario della Consolata, quando l’Allamano ne assunse la direzione, era così deteriorato, da esse chiamato: la travà d’la Consolà (la travata della Consolata). E non c’erano cespiti.
“Ti mando alla Consolata – gli aveva detto Mons. Gastaldi – ma sappi che non c’è di che tirar avanti sino a fine d’anno”.
E il Rettore qualche giorno dopo gli poteva osservare: “Monsignore, non solo non ce n’è da tira avanti, ma neppure per cominciare”.
Con tutto ciò, appena cinque anni dopo (1885), egli aveva già speso nei soli restauri esterni del Santuario più di 125 mila lire! Poi nel 1899, s’accingeva all’opera invero colossale dell’ampliamento del Santuario stesso, poi ancora a quella dell’abbellimento interno. Quand’egli espose al Conte Ceppi la sua idea, il celebre architetto ebbe uno scatto: “Ma lei vuole un miracolo!”. “Ebbene – rispose tranquillamente l’Uomo di Dio – si farà il miracolo”.
“Ma ha pensato che un milione non basta?”. “Se non basta uno, ne spenderemo due e quanti sono necessari, anche Torino abbia un Santuario degno della sua Patrona”.
Infatti, le spese superarono il milione, e il milione venne, venne così, spontaneamente, colle offerte del popolo, come vennero, in un solo mese, i 759 brillanti, tutti veri e preziosissimi, per le corone del bambino e della Vergine. Come ancora si conclusero felicemente le varie sottoscrizioni per le colonne marmoree e il nuovo pavimento, esso pure di marmo. E oggi il Santuario della Consolata, fulgente d’oro e di marmi, è un monumento d’arte e di fede, degno della capitale del Piemonte.
Nello stesso tempo che s’abbelliva il tempio materiale, l’Allamano cercava con sempre nuove iniziative di ridestare nel cuore del popolo il culto alla Vergine Consolatrice. Accenneremo alla pia pratica dei Nove Sabati in preparazione alla festa annuale, a quella dei Sabati Quaresimali, alla Consacrazione delle case alla SS. Consolata, all’istituzione d’una nuova sezione della Compagnia della Consolata, alla fondazione del Periodico “La Consolata”, che iniziò le pubblicazioni nel 1899 e fu uno dei primissimi del genere.
(In seguito, il Periodico si sdoppiò così: Il Santuario della Consolata, organo del Santuario stesso; - e “Le Missioni della Consolata” organo dell’Istituto della Consolata per le Missioni estere – Corso Ferrucci, 14 – Torino)
Ma è soprattutto il buon funzionamento del santuario e il decoro del culto divino, che la devozione alla SS Consolata raggiunse durante il 46 anni di rettorato dell’Allamano, la sua epoca aurea. Ed ecco le sante Messe a tutte le ore, dal mattino prestissimo fino a mezzogiorno; - i confessori in numero sufficiente da poter rispondere non solo sollecitamente ad ogni chiamata, ma nelle ore di maggior frequenza trovarsi pronti in confessionale ad attendere i penitenti; - la santa comunione distribuita ai fedeli quasi di continui; - le cerimonie compiute alla perfezione; la pulizia della chiesa curata sino allo scrupolo; - nella sacrestia, per turno, dal mattino alla sera, sempre un sacerdote pronto ricevere i fedeli; - poi ordine in tutto e massima puntualità nell’orario prestabilito; - poi ancora, e soprattutto, preghiera e santità di vita.
E le anime buone che seguono il profumo della virtù come le api anelano ai fiori olezzanti, non tardarono ad accorgersi che il Santuario funzionava bene, che alla direzione c’era in Uomo di Dio, e si strinsero attorno a lui, crescendo di numero giorno per giorno. Basta ricordare le feste centenarie del 1904, che costituirono indubbiamente il più stupendo spettacolo del rifiorire della devozione verso Maria Consolatrice; - e il susseguirsi di funzioni speciali, cresciute ad un numero straordinario; - e il numero sempre più grande di sante comunioni fatte ai piedi della SS. Vergine fino a sorpassare il 200.000 all’anno.
Il culto alla Vergine si ridestò, così, possente. Il Santuario della consolata divenne il centro della pietà quotidiana, il tesoro più caro, la gloria più pura di tutto il popolo. I due splendori dell’oro e del culto si unirono in un inno incessante a Colei che si si asside dispensatrice munifica di grazie!
Il “NO!” di un santo
Non è a stupire che il demonio si facesse avanti per ostacolare tanto bene alle anime. Avvenne infatti che il card. Alimonda, in seguito a false informazioni, in pensiero forse di togliere l’Allamano dal Santuario, gli chiedesse i registri per la revisione dei bilanci. Per un uomo della rettitudine e della sensibilità del ca. Allamano, e dopo quanto aveva fatto per il santuario, l’affronto era grave. Ne soffrì indicibilmente fino a uscirgli sangue dalla bocca; ma si mantenne calmo e sereno, ponendo tutta la sua fiducia nella SS. Vergine.
Inviò dunque all’Arcivescovo i registri, che sempre teneva in perfetto ordine, accompagnandoli con una lettera deferentissima. Ma il card. Alimonda mutato subito consiglio, glieli ritornò e non ne fece mai più parola.
Tuttavia, l’Allamano dopo tale atto di sfiducia, ritenne di dover dare le dimissioni dalla carica; e l’avrebbe fatto se la SS. Vergine non fosse intervenuta a impedirne l’effettuazione. Mentre infatti s’avvia all’arcivescovado, ecco incontrarlo il P. Carpignano, Prete dell’Oratorio, suo confessore e già in fama di santità, che, lettogli sul volto l’interno affanno, gli domanda ove sia incamminato. Avutane la risposta: “No, - gl’intima – non ci deve andare!”. E intanto lo prende con sé e s’accompagnano conversando, finché si trovano invece che all’arcivescovado, davanti alla chiesa di S. Filippo. Quando si separarono, l’Allamano riprendeva la via della Consolata.
Il card. Alimonia, alla morte del can. Soldati affidava all’Allamano la carica di Superiore delle Suore Giuseppine, insistendo perché accettasse almeno per un anno. Il Rettore obbedì, ma, trascorso appena l’anno, si presentò per rassegnare l’incarico.
“No, no! – esclama l’Alimonda. – Le cose van troppo bene, continui pure. Poi, abbracciandolo: “Ah, sul suo conto ero stato ingannato!”.
L’efficace benedizione dell’Allamano.
A sì grande amore di figlio, non poteva non rispondere con sovrana bontà la Madre delle consolazioni. Le grazie ricevute dai devoti della Consolata, stando solo a quelle riferite alla sacrestia del pio Rettore, al quale si ricorreva come al tesoriere della SS. Consolata!
Ricordiamo in particolare la guarigione dal mal caduco d’un giovane di distinta famiglia torinese. gli attacchi del male eran sì frequenti, che il poverino era ormai relegato in casa. La mamma afflittissima, pensò d’avvicinare l’Allamano, che la consigliò a far prima un triduo alla SS. Vergine, e a condurgli poi il figliolo. Quando questi gli fu presentato, l’Allamano recitò alcune preghiere, quindi lo benedisse. Da quel momento il male scomparve, senza lasciare traccia di sorta.
Degna pure di essere ricordata è la guarigione di un giovane medico ricoverato da tre anni in un sanatorio. Il fatto avvenne nel 1923, e così lo racconta la madre del graziato: “Una cugina mi suggerì di rivolgermi al can. Allamano. M’indussi a stento, tant’ero sfiduciata. Appena fummo alla sua presenza, io diedi in uno scoppio di pianto. Parlò per me la cugina. Io intanto guardavo il Canonico e aspettavo ansiosa la risposta. Non dimenticherò mai quel volto così raccolto, gli occhi assorti in cielo come in preghiera. Mi chiese in qual sanatorio fosse ricoverato il figlio. Si concentrò ancora un momento, poi con un accento di gioia e a voce forte: “Oh, ma suo figlio è guarito, è guarito!... lo faccia uscire subito dall’ospedale”. Mentr’egli parlava, una vivissima speranza mi si accendeva in cuore.
“Ora vadano – egli soggiunse – ad ascoltare una Messa all’altare della Consolata, e lei preghi per l’anima di suo figlio, sì preghi tanto!”. Appena a casa scrissi al figlio, e quindici giorni dopo egli era in famiglia completamente ristabilito, tanto che poté sposarsi e non ebbe mai più alcun malessere”.
Abbiamo sott’occhio scritta di suo pugno la storia di una povera figliola che, inesperta della vita e senza pensare alle conseguenze del suo agire, conviveva da tre anni con colui che si diceva suo fidanzato, ma che di sposarla non voleva più saperne, anche per l’opposizione dei genitori. Un giorno, aggirandomi per Torino in preda alla disperazione e ruminando dentro di sé tristi propositi, si trovò, senza sapere come, davanti al Santuario della Consolata. “Subito – essa scrive – mi venne ‘ispirazione di entrarvi, poi mi sentii spinta a gettarmi a un confessionale, che seppi in seguito essere quello del can. Allamano. Aprii a lui il mio cuore. Egli mi confortò, mi esortò a pregare, disse che mi avrebbe ricordata nella Messa del domani, e mi benedisse. M’alzai trasformata e come rinata a nuova vita. Il giorno seguente, essendo ritornata in casa del fidanzato, trovai lui e i suoi parenti affatto cambiati a mio riguardo, tanto che essi per primi mi proposero di regolare il mio stato; il che fu fatto e ora viviamo felici!”.
Nelle memorie torinesi del monastero della Visitazione, leggiamo d’una novizia che, prima di fare la professione solenne, andava soggetta a continuo mal di capo. Il can. Allamano, allora Superiore, dopo averla incoraggiata, le diede la benedizione, ingiungendole di fiutar tabacco per un po’ di tempo. Ciò che le costava assai, lo fece tuttavia per alcuni giorni, e d’allora il mal di capo scomparve per sempre.
Il P. Sandrone M.C. in procinto di partire per le missioni, confidava al can. Allamano le proprie apprensioni, per il frequente rinnovarsi delle febbri malariche contratte in Albania durante la grande guerra.
“Sta tranquillo – gli rispose il Rettore - ti do la benedizione, pregherò per te e vedrai che le febbri se ne andranno.
Così avvenne. L’ultima volta che n’ebbe a soffrire, fi la notte precedente la partenza; dopo non più.
Ad un pover’uomo , cui i medici avevano consigliato d’uscire di famiglia per paura di contagio, il ca. Allamano diceva: “Confidi, la SS. Consolata le farà la grazia”. E intanto lo benedisse. Due giorni dopo, era guarito; e, a distanza di trent’anni, poteva attestare di godere ancora ottima salute.
Ricorda il can. Marchino che, da chierico, avendo un giorno raccomandato all’Allamano una zia gravemente inferma, s’ebbe per risposta: “Abbi fede; domani pregherò per lei e la benedirò nella Messa”. Il domani la zia era fuori pericolo, poi in pochi giorni si ristabilì completamente.
La guarigione dell’ossessa
Il fatto risale ai primi anni che l’Allamano era alla Consolata. Una giovane donna, ritenuta ossessa, era stata portata a Torino; e mons. Gastaldi aveva consigliati i suoi famigliari a condurla alla Consolata, autorizzando il Rettore a fare gli esorcismi, se era il caso. Ma quando ritrattò di introdurla nel tempio, non fu possibile, benché due uomini v’impiegassero tutta la forza. Sembrava inchiodata al suolo; e fu giocoforza desistere dal tentativo.
Intanto si venne a pregare l’Allamano che si portasse presso l’infelice, nella casa ospitante. Ed ecco al suo porre piede in quella casa, l’indemoniata, che era chiusa in una camera al piano superiore, ricomincia ad agitarsi, poi a slanciarsi violentemente contro le pareti e sempre nella direzione in cui, al di fuori, veniva a trovarsi il sacerdote, additandolo attraverso le mura come lo vedesse, seguendolo passo passo e vomitando al suo indirizzo ogni sorta di vituperi.
L’Allamano volle prima accertarsi che si trattasse d’ossessione. Entrò nella camera senza stola o altro oggetto sacro; la donna restò calma. Rientrò con la stola celata dal soprabito… e subito furono urla e strepiti e convulsioni. Altra prova: le si avvicinò con un soldo… ed essa immobile. Tornò ad avvicinarsi con una medaglia, e la poverina divenne belva furente.
Raccolse allora i famigliari nella camera attigua, li fece pregare alquanto, indi s’alzò risoluto: “Possibile – esclamò – che il demonio abbia a vincerla sulla SS. Consolata?” spalancò la porta, entrò nella camera dell’ossessa e, come trasportato lui pure da una forza superiore, con un balzo le cacciò tra le labbra la medaglia della Consolata, gridando al demonio: “T’impongo di riconoscer la tua Regina!”. Fu un attimo… la poverina cadde a terra come svenuta. L’Allamano le fece somministrare un cordiale; e le prime parole che la donna pronunciò, furono: “Grazie, o Vergine Santissima!”.
Il dì seguente si portava al santuario della Consolata per una Messa di ringraziamento, e insieme a ringraziare colui che era stato lo strumento nelle mani della Vergine, d’una grazia tanto segnalata.
Superiore di Monasteri
Nel 1873, appena ordinato Sacerdote, per desiderio e quasi comando del Superiore della Piccola Casa della Divina Provvidenza (il Cottolengo), l’Allamano assumeva l’ufficio di confessore ordinario delle Taidine. Alla solita obiezione della giovane età per un ufficio tanto delicato, Padre Anglesio rispondeva: “Anche Don Cafasso cominciò da giovane a lavorare per le anime!”. Non ci voleva altro per decidere lui pure, il Nipote, a intraprendere quel primo apostolato. Lo tenne però breve tempo, avendovi rinunciato non appena eletto Direttore spirituale in seminario.
Nel 1886, come già accennammo, il card. Alimonda lo nominava Superiore delle Suore di San Giuseppe. Con quale comune soddisfazione egli assolvesse questo compito, sta scritto nelle note di cronaca di detta Congregazione, dove si parla delle sue “virtù sacerdotali”; - della sua “fermezza di carattere unita ad una bontà veramente paterna”; - della sua distinta saggezza e carità”; - del suo “tatto squisito”; - della sua “prudenza più unica che rara”, talché “lo spirito religioso, l’osservanza regolare, la disciplina ebbero dai suoi consigli vantaggio e incremento”. E ancora si parla di lui come di “un superiore oculato, di grande aiuto pratico alla superiora, vigile al bene d’ogni singola suora come dell’intera comunità, sollecito dell’incremento delle varie opere, animatore degli studi secondo le esigenze dei tempi e degli uffici”. Nel 1891, per troppa moltitudine di occupazioni, l’Allamano si dimetteva dalla carica, “lasciando la comunità nella più profonda afflizione”.
Nel 1899 troviamo il can. Allamano Superiore delle Suore della Visitazione. “Nei sei anni che tenne la carica - si legge nella relazione stesa dalle rev. Madri – egli esercitò con rande fedeltà, facendo ogni anno la Visita come prescritta dal nostro santo Fondatore. Nelle sue esortazioni era chiaro e preciso, rispettoso per tutto ciò che riguarda l’Istituzione, molto delicato nell’osservanza religiosa fin nelle minime cose. Coi mostri statuti alla mano, ripeteva recisamente: - Ha parlato San Francesco di Sales e basta” -. Dava una particolare importanza nello scegliere i confessori adatti alla comunità, sia quelli ordinari che quelli straordinari.
“la sua parola, improntata sempre ad alta spiritualità, era un lampo di luce che d’un tratto dissipava ogni dubbio ed invogliava alla virtù. La sua direzione era limpida, sicuro il suo consiglio dato con poche parole, ma che pareva ispirato e lasciava l’anima sempre appieno tranquilla.
“Da vero Padre, egli prendeva a cuore tutto ciò che riguardava la Casa, e con mente vasta e con cuore largo provvedeva nelle circostanze critiche e difficili.
“Il 13 maggio 1906, sopraccarico di preoccupazioni per la fondazione dell’Istituto missionario, prese occasione del trasloco del Monastero a Pozzo Strada per dimettersi dalla carica di Superiore, e fu d’uopo rassegnarsi. Promise però che sempre ci avrebbe considerate per sue figlie e ce ne diede continue prove…”.
Un santo confessore
Oltre che nella direzione spirituale dei predetti Monasteri, in quella delle due Famiglie religiose da lui fondate, le eminenti doti del can. Allamano, quale direttore di spirito, rifulsero in modo particolarissimo al confessionale.
Modellato alla scuola del Cafasso, fece infatti del confessionale un campo d’intenso apostolato. Si sarebbe detto che il confessare fosse per lui l’occupazione più gradita, tanto che si dimostrava contento d’esercitare questo ministero, e più soddisfatto ancora dopo aver mandato in pace qualche anima. Confessava abitualmente alla Consolata, nel retro-sacrestia, luogo appartato e di facile accesso. Non solo passava lunghe ore del mattino in confessionale, ma anche del pomeriggio, ed erano allora a ricercarlo per lo più uomini d’alta condizione e d’affari.
Moltissime personalità sia ecclesiastiche che civili, l’avevano come direttore di spirito. Egli però non faceva distinzione di sorta; solo scorgendo uomini che dimostravano premura, o ragazzini impazienti, li chiamava a sé e li mandava in pace per primi. Questa preferenza usava soprattutto quando si trattava d’individui che da molto tempo in si accostavano ai Sacramenti. Era bello e commovente vedere questi poveri sperduti quando lasciavano il confessionale: si leggeva sui loro volti una santa soddisfazione, che talora esprimevano a parole, promettendo di non più abbandonare le pratiche cristiane.
La porzione eletta dei suoi penitenti furono però i sacerdoti. Quanti venivano da lui! Persino da fuori Piemonte, condotti dalla grazia divina per una decisiva rinnovazione spirituale. il buon Padre ne riceveva le ferite dell’anima, e li rimandava in pace dopo aver benedetti i loro propositi.
Un’altra classe di penitenti a cui l’Allamano dedicò le sue paterne cure, fu quella degli scrupolosi.
Sembra ch’egli avesse ricevuto da Dio un dono speciale per tranquillizzare queste anime in pena; e sembra anche che il buon Dio gliene mondasse un buon numero: sacerdoti, persone religiose, secolari. Se sacerdoti, li accompagnava fin sulla sacrestia, li assisteva perché celebrassero al Messa, poi nuovamente li riceveva in camera, e finalmente rimandava in pace con imporre loro l’obbedienza. Era questo, l’obbedienza, il rimedio quasi unico da lui usato.
Non erano però solo le anime pie che ricorrevano all’Allamano, bensì anche poveri peccatori “quatriduani” desiderosi di uscire dal sepolcro della colpa. Un giorno capitò nella sacrestia del Santuario una signora, che con molta franchezza confidò al sacerdote del servizio: “di on essersi confessato da oltre vent’anni. Ora voleva farlo, ma desiderava un confessore che sapesse comprenderlo”. Si pensò subito al Rettore. Egli venne ed entrò in confessionale. Dopo un quarto d’ora il penitente ne usciva raggiante esclamando: “Ho trovato un confessore santo!”
Parlando dell’efficacia della grazia, l’Allamano raccontava d’un altro peccatore che venuto a confessarsi da lui, non voleva saperne di lasciare l’occasione prossima di peccato. Se ne stava lì indifferente, e quasi si burlava delle esortazioni che gli venivano fatte, fino a rispondere con arroganza: “Se non mi dà l’assoluzione, ne farò senza!”. Non sapendo più che dire per toccare quel cuore, l’Allamano alzò gli occhi al cielo in una fervida invocazione allo zio: “O Don Cafasso, convertitelo!”. Ed ecco, si volta… e vede che il poverino piange dirottamente. La grazia di Dio l’aveva in quel momento colpito. Si convertì e continuò a vivere da buon cristiano, quantunque ciò gli costasse gravi sacrifici.
Soventissimo poi era chiamato al letto dei moribondi e induriti; e se riusciva ad avvicinarli, la conversione non mancava mai.
In Paradiso per obbedienza.
Non meno numerosi erano gli infermi che richiedevano l’assistenza del can. Allamano, e mai ch’egli si lamentasse d’essere disturbato di giorno o di notte. Nei casi più gravi assisteva l’infermo fino alla morte, con immenso conforto del morente e dei famigliari.
Ciò ci porta a rendere pubblico un fatto, che l’Allamano era solito narrare parlando dell’obbedienza. Esso risale al 1899 e si riferisce alla santa persona del Prof. Ing. Edoardo Felizzati, già per molti anni Assistente alla cattedra di geometria nella nostra Università: insegnante di matematica nel Liceo Cavour; precettore, nella stessa scienza, del Principe Ferdianndo, figlio primogenito del Duca di Genova.
Cattolico fervente, praticava la religione con la nobile franchezza dell’esempio e della parola, sapendo tuttavia nascondere all’ombra di una umiltà singolare i meriti e il profumo delle sue sante opere. Delicatissimo di coscienza e quasi scrupoloso, aveva sempre bisogno d’una parola autorevole che lo tranquillizzasse e l’animasse a far la Comunione quotidiana. Questa parola gli veniva dal can. Allamano, che gli fu padre spirituale affettuosissimo.
Improvvisamente, nel novembre 1899, il Felizzati s’ammalava e le sue condizioni parvero subito allarmanti. La sera del 19, l’Allamano era chiamato d’urgenza al capezzale dell’amico. L’assistette tutta la notte, poi al mattino, vedendolo tranquillo, gli disse: “Senta, caro ingegnere, io vado a celebrare la Messa, poi ritornerò”.
“No – risponde l’infermo – non vada… non mi lasci…”. “Vedo che sta meglio, ritornerò subito dopo. L’infermo non s’acquietava,e a un certo punto saltò su a dire: “Allora… mi comandi per obbedienza di andare in paradiso”. E l’Allamano, dopo un attimo di sorpresa, in tono risoluto: “Ebbene, sì, le comando per obbedienza di andare in paradiso!”. Nello stesso istante l’infermo reclinò il capo e spirò.
Il talento trafficato
La doti di consigliere, come già quelle di direttore di spirito, parvero rivestire nell’Allamano il carattere di vera e propria missione affidatagli da Dio. Parve infatti che in lui si riaccendesse la luce che s’era eclissata con la scomparsa del Santo Cafasso, cosicché anche a lui si può applicare con tutta verità ciò che le testimonianze del processo di beatificazione asseriscono del Cafasso: che per aver consigli dal Servo di Dio si ricorreva da tutte le parti, e i ricorrenti appartenevano a ogni classe di persone e a tutte le condizioni sociali.
Non si svela del resto nessun segreto, dicendo che all’Allamano ricorrevano per consiglio gli stesi arcivescovi di Torino. Fu egli infatti il principale consigliere sull’Arcivescovo Davide Riccardi; mentre Agostino Richelmy ebbe sempre fiducia altissima e altissima stima; e il card. Giuseppe gamba, alla morte dell’Allamano, fu udito esclamare: “Adesso non c’è più nessuno a Torino a cui rivolgersi per consiglio!”.
Lo stesso si dica degli Ecc.mi Presuli di molte Diocesi del Piemonte. In occasione delle conferenze dell’Episcopato Subalpino alla Consolata, si poteva osservare che tutti i vescovi cercavano d’intrattenersi con lui, e i più gli parlavano dell’andamento delle loro diocesi per averne consiglio.
Non poi esagerazione affermare che a lui ricorreva quasi tutto il clero diocesano, dai parroci più anziani al più giovane dei sacerdoti: “Ogni angusta personale – scrive mons. Pinardi – o disorientamento d’azione o perplessità di decidere, affluiva a quel remoto angolo del Convitto Ecclesiastico, e ne ritornava con una parola definitiva ed energica.
Parlava raramente ai sacerdoti Convittori, ma al Convitto i sacerdoti ritornavano per consultare il Superiore conosciuto da lontano, venivano ad apprendere le direttive che davano luce alle situazioni più intricate, e che soprattutto sostenevano nei primi passi del ministero. L’Uomo segregato nel silenzio, diffondeva potentemente la su azione nell’Archidiocesi”.
Come il clero, così i laici: dal più umile dei popolani ai Principi di Casa Reale. Con lui s’intratteneva volentieri in famigliari conversazioni il Principe di Carignano, nelle sue settimanali visite al santuario della Consolata; e la Principessa Clotilde di quando in quando lo faceva chiamare al castello di Moncalieri e la Palazzo Reale della città. Ai consigli dell’Allamano si deve gran parte delle fondazioni pie fatte dalla Principessa. Inoltre, buon numero del patriziato torinese, ricorreva ai consigli di lui, sia nelle iniziative private, come per circostanze politiche e sociali.
Possedeva tutte le doti del buon consigliere. Cortesissimo e squisitamente gentile, sempre ilare e sorridente, andava incontro al visitatore a capo scoperto, l’introduceva premuroso nel salotto, lo faceva sedere vicino a sé e l’ascoltava con edificante pazienza, senza mai dimostrare noia o premura.
Era poi l’uomo della prudenza. Il meraviglioso successo delle sue opere a cui pose mano, dopo che a Dio, deve attribuirsi alla sua prudenza. Mai che agisse per impulso o irriflessione, sia nelle grandi che nelle piccole cose. Non c’è quindi da stupire che i suoi consigli portassero tutti il timbro di questa importante virtù.
Alla prudenza accoppiava un’ammirabile perspicacia, una conoscenza eccezionale del cuore umano; non meno che degli affari e delle cose del mondo. sempre che lo si avvicinava, si rimaneva colpiti dalla veggenza penetrante delle cose e degli uomini in ordine agli stessi interessi umani. Né ci meraviglia udire da professori di Università: “cha davanti all’Allamano sentivano una tale quale inferiorità in ciò che è concezione pratica della vita”.
Il miglior pregio dei consigli dell’Allamano stava però nella sicurezza con cui li dava. Come con sorprendente spontaneità dava la risposta, tracciava la via da seguire. Non era di quelli che, richiesti di un consiglio, se ne stanno incerti lasciano incerti sul da farsi; egli invece pronunziava sempre il suo giudizio che infondeva coraggio.
È lecito dunque concludere che il can. Allamano ebbe da Dio il dono soprannaturale del consiglio: dono prezioso, non a tutti elargito, e a pochi elargito nella maniera in cui l’ebbe. Per parte sua, questo talento non certo seppellì, ma da servo buono e fedele lo trafficò il più possibile e fino all’ultimo giorno di sua vita.
Lo sguardo nel futuro
Non solo l’esperienza s’incaricava di dimostrare la saggezza dei consigli dell’Allamano, ma non di rado essi risultavano vere profezie.
Ad un sacerdote che chiedeva consiglio sull’opportunità o meno di presentarsi al concorso parrocchiale, l’Allamano rispondeva: “Si presenti pure, ma quella parrocchia non l’avrà. La Provvidenza la chiama a più ardua prova”. Non passò molto tempo che, contro ogni umana previsione questi si trovava impegnato nell’erezione di un nuovo tempio.
Nell’assegnare al Teol. Mascarelli la destinazione di vicecurato di s. Secondo in Torino, l’Allamano gli diceva: “Vada volentieri: lei starà lì due o tre anni, poi il Signore vorrà altro da lei”. Qualche anno dopo il Mascarelli era nominato Direttore spirituale in seminario.
Di un novello sacerdote diceva: “Darà gravi fastidi ai Superiori, ma prima di morire si ravvedrà”. Nel giro di pochissimi anni, tutto s’avverò ad litteram.
Scrive il Teol. G. Alberione, fondatore della Pia società S. Paolo di Alba: “Sentii l’Allamano dare un consiglio sulla vocazione di due giovani chierici. Egli, che aveva avuto appena pochi minuti di tempo per ascoltarli, parve comprendere immediatamente il loro stato, perché subito diede il suo parere. Non fu seguito perché altri avevano giudicato diverso. Ma le cose accaddero alla lettera come l’Allamano aveva detto. So dovette, tardi però e con danni morali, riprendere la via già indicata dal can. Allamano. Di uno di esso specialmente le cose andarono così, che mi domando ancora se l’Allamano non avesse avuto qualche illustrazione speciale.
Nei tempi in cui si minacciavano leggi ostili alle Congregazioni, una persona andò a confidargli le proprie inquietudini sulla sorte del Monastero della Visitazione, trasferitosi da poco a Pozzo Strada. Ed egli: “Le Suore siano buone e nulla di male avverrà”. Tale risposta venne riferita alla Superiora, che ne fu veramente colpita, e la trasmise alla Suore perché ne facessero profitto. Il monastero non ebbe a soffrire danno ed è tuttora fiorente.
Ancora un fatto. Esso si riferisce a quella cotal Fumagalli, di tristissima memoria negli annali di Torino e d’Italia. S’era costei incapricciata di dare il titolo della “Consolata” ad una certa sua istituzione. L’Allamano, interpellato al riguardo, negò il consenso: “Son io il Rettore ed è mia responsabilità del buon nome della Consolata. L’usurpazione da parte sua di questo titolo le porterà maledizione”. Ella non obbedì, e avvenne quello che avvenne. Dalla sua istituzione, qualche anno dopo, partiva il segnale di quella che fu una delle più tremende bufere che mai si siano scatenate in Italia, contro l’onorabilità del sacerdozio cattolico e contro le stesse istituzioni cattoliche.
Tutte le opere di bene
Per la stessa qualità di consigliere, il can. Allamano fu strumenti nelle mani di Dio del sorgere o consolidarsi di non poche istituzioni pie e benefiche della città. Ne elenchiamo alcune: fu lui a consigliare il rev.mo è Giuseppe Giacobbe, dei Dottrinari, d’assumersi la costruzione della Chiesa parrocchiale di Gesù Nazzareno, aiutandolo poi anche con offerte.
Fu per consiglio dell’Allamano, che la Signora Orsola Turchi fondava l’Istituto per cieche, sorto prima in via del Deposito (ora via Piave), poi trasferito in Corso Napoli, dove la carità attiva del can. Boccardo lo fece grandemente fiorire.
Per suo consiglio, le Sorelle Fianchetti iniziarono il Laboratorio della Consolata, avente per scopo di addestrare abili sarte in un ambiente moralmente sano e religioso. Della stessa istituzione fu il più insigne benefattore.
Il Rev.mo mons. Edoardo Bosia attribuisce ai consigli e all’aiuto dell’Allamano la fondazione da lui fatta dell’Oratorio San Felice.
Il Collegio dei Rosminiani in Torino, per testimonianza del Superiore della Congregazione venne aperto dietro il consiglio del can. Allamano, il quale inoltre ne predisse l’attuale florido stato.
Fu l’Allamano a consigliare ai PP. Giuseppini d’iniziare il processo di beatificazione del Murialdo, loro Fondatore, e da lui conosciuto personalmente. Della stessa Congregazione fu sempre apprezzato consigliere.
Prima di metter mano alla fondazione della Pia Società San Paolo di Alba, della quale è noto lo sviluppo meraviglioso e il bene immenso già operato, il Teol. Giacomo Alberione si rivolse per consiglio all’Allamano e agì in conformità del medesimo.
Né si deve tacere delle benemerenze dell’Allamano qual Membro del Consiglio della Regia Opera di Mendicità istruita; - Membro del Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale Maggiore della nostra città; - membro ancora delle principali Commissioni Arcivescovili.
Stampa e Azione Cattolica
Anche per quanto riguarda il Movimento cattolico nelle sue varie manifestazioni, il can. Allamano fu di idee larghe e di perfetto equilibrio.
Egli appartenne alla gloriosa guardia che respingeva il giornale liberale come un’umiliazione e un pericolo per il clero. Per contro, il giornale cattolico ebbe sempre in lui un ispiratore convinto ad un sostenitore efficace, nonché un giusto estimatore. Lo voleva agile e ben fatto, dicendo che certe innovazioni di forma e di tecnica non bisogna aver paura di applicarle.
Era largo di conforto a coloro che si occupano di questo apostolato, perché, al contrario di quanto il volgo può pensare, la vita giornalistica ha non poche amarezze e delusioni.
Ma al giornale cattolico l’Allamano dava qualcosa di più di semplici incoraggiamenti; dava ciò di cui il giornale ha bisogno per tirare avanti: il denaro. Ad occasione sapeva servirsi del medesimo per le opere a cui dedicava la sua instancabile attività: Santuario e Missioni. Ma lo faceva con tanta discrezione e con sì belle maniere, che i giornalisti erano felici di mettersi a sua disposizione e cercavano con grande zelo di meritarsi la sua gratitudine, che non mancava mai, anche per il minimo sevizio, ed era sempre degna del suo gran cuore.
Quando uscì l’Italia Reale, l’Allamano fu dei pochi che non s’accontentarono di sterili auguri, ma vi concorse con ripetute offerte. Lo stesso fece per i successivi giornali cattolici, come pure per Conquiste Giovanili, il settimanale della Federazione Cattolica Torinese. E a riguardo della Voce dell’Operaio (oggi Voce del Popolo), ecco ciò che racconta un illustre Ecclesiastico: “In un giorno del 18890, il fondatore della Voce, cav. Giraud confidò all’Allamano, che col termine dell’anno ne avrebbe sospesa la pubblicazione, cause le sue occupazioni nella conceria Giacomo De Luca. Il can. Allamano fissò ad entrambi un appuntamento per il sabato seguente, e quando furono alla sua presenza, si rivolse senz’altro al De Luca: “Questo galantuomo – gli disse indicando il Giraud – vuol sospendere la pubblicazione del Periodico, perché non trova più tempo ad occuparsene. Ciò non deve avvenire; perciò lei, signor De Luca, fin da oggi gli metterà a fianco un segretario che lo sostituisca nella fabbrica, s’ che egli possa liberamente occuparsi della sua pubblicazione, che d’or innanzi, anziché quindicinale, sarà settimanale”. E così fu fatto, senza replica, perché per ambedue la parola dell’Allamano era parola di Dio”. sappiamo pure che è dietro consiglio e interessamento dell’Allamano che nacque il Risveglio Cattolico di Mondovì. Anche il celebre Padre Paul Bailly, fondatore de La Croix, asseriva d’aver avuto l’ispirazione della fondazione e del titolo del glorioso quotidiano dei cattolici francesi, pregando ai piedi della Santissima Consolata di Torino e d’essersi più volte consigliato coll’Allamano.
Del pari che la stampa, amò l’azione Cattolica, in favore della quale introdusse nel Convitto Ecclesiastico in corso di lezioni settimanali. Sempre poi permetteva ai sacerdoti Convittori d’intervenire a Congressi, adunanze e conferenze nelle quali ci fosse da imparare per il ministero sacerdotale.
“Amò gli Operai Cattolici – scrive di lui mons. Pinardi - gli antesignani che, rispondendo a nuovi bisogni del tempo, entrarono poi con una più organica sistemazione nelle file dell’azione Cattolica. “La conobbero, la sua grand’anima, le Donne Cattoliche che, in un’ora tragica per la Patria e l’umanità, lanciavano l’iniziativa di un’ora di adorazione settimanale per implorare sul mondo intero la misericordia divina. Fu al santuario della Consolata che poté effettuarsi il loro desiderio.
“E ancora il can. Allamano molti lo ricordano sul pronao del Santuario nella primavera del 1921, accanto al compianto card Richelmy, per assistere alla memoranda sfilata dei giovani. Fu una giornata meravigliosa d’entusiasmo e di fervore; ed il venerando canonico, demolito dagli anni, era come pervaso da un fremito di vita nuova. Era l’anima che trionfava sulla debolezza delle forze cadenti, e salutava in quei giovani cattolici la bella vittoria dei suoi sacerdoti e le consolanti promesse dell’avvenire”.
Azione sociale
Pure nel ramo dell’azione sociale il can. Allamano volle che il giovane clero avesse un’educazione in conformità ai bisogni del tempo, che nulla si dovesse trascurare di questo può rendere efficace il ministero sacerdotale. A questo fine affidava al can. Dott. Antonio Cantono, competentissimo in materia, un corso di studi sociali per i Sacerdoti del Convitto.
Solo voleva, e giustamente, ch’esse attendessero primieramente alla loro cultura ed educazione profondamente sacerdotale. Aveva infatti previsto assai bene il pericolo: che un eccessivo entusiasmo per l’apostolato esterno sarebbe stato a scapito, nel clero giovanissimo, d’una sicura educazione ascetico-interiore che aiuta il giovane prete a vincere le dure ed infide battaglie personali contro il mondo e i suoi seguaci.
Apprezzava assai l’importanza del fatto che i cattolici fossero bene uniti e decisi a far sentire la loro influenza morale nella vita pubblica. Incoraggiava di proposito a lavorare in mezzo agli umili e studiare il loro bisogno, per renderli così più saldi nella fede.
Di politica propriamente detta non ne faceva, e non permetteva che ne facessero gli alunni degli Istituti da lui diretti. Come già il Beato Cafasso, così l’Allamano era solito dire che il sacerdote non deve conoscere altra politica se non quella delle anime. Quando però i cattolici erano chiamati ad opporsi con l’arma del voto alle invadenti forze sovversive, l’Allamano non dubitò mai un istante di lanciare nella lotta la schiera compatta dei sacerdoti Convittori e degli alunni missionari, precedendoli con l’esempio.
Esercizi spirituali al clero e ai secolari
Altra opera di zelo a cui l’Allamano attese col cuore d’apostolo per oltre quarant’anni fu quella degli esercizi spirituali al clero e ai secolari, a sant’Ignazio, sopra Lanzo Torinese, seguendo da vicino anche in questo le orme del Santo Cafasso
Vi dava la massima importanza. Prima sua cura era di cercare predicatori efficaci, ripieni di zelo, di vita intemerata, che predicassero più con l’esempio che con la parola. Voleva poi che il trattamento egli esercitandi fosse premuroso e minuto, onde eliminare ogni causa di distrazione e a questo fine salva a Sant’Ignazio alcuni giorni in antecedenza, per assicurarsi che tutto fosse in ordine.
All’arrivo degli esercitandi si portava sul piazzale della Chiesa e tutti riceveva a capo scoperto, quasi fosse il servitore di tutti, a ciascuno rivolgeva una buona parola, appropriata alla loro dignità e ai loro bisogni. Ciò praticava con particolare affabilità con quelli che vi fossero stati inviati dai Superiori ecclesiastici. Costoro egli seguiva più da vicino, passo passo, procurando d’incontrarli ne tempo del sollievo, per rivolgere loro quelle parole che sapevano aprire il cuore alla più illimitata confidenza.
Ci consta di sacerdoti, che datano la loro trasformazione dagli esercizi fatti a Sant’Ignazio, e precisamente degli intimi colloqui avuti col can. Allamano. Come sappiamo di secolari che proprio nella camera dell’Allamano, ai suoi piedi, ebbero al luce e la forza di dire a sé stessi: “Surgam et ibo ad patrem meum!”.
Fra tutti, ci commosse il racconto d’un povero giovane che si recò a Sant’Ignazio in condizioni pietose. Afflitto da nevrastenia acuta aveva crisi violentissime che, mentre prostravano il suo fisico, formavano un incubo continuo per i familiari, che più non sapevano quale rimedio tentare. Era andato a sant’Ignazio, portatovi da un amico. Il can. Allamano, supernamente illuminato, non tardò a leggere in quel cuore. Chiamatolo un giorno a sé, dopo alcune buone parole l’interrogò: “Mi dica un po’, caro signore, ma sia schietto, questa malattia è solo fisica oppure…”. Non ebbe da compiere la frase. “Lei ha indovinato!” – gridò il poveretto -. Poi versò il suo cuore in quello del Padre buono; e se ne tornò poi a casa completamente trasformato nel fisico e nel morale.
Solamente in cielo, pertanto, ci sarà dato conoscere il bene immenso operato dall’Allamano anche in questo campo.
Beatificazione dello Zio Don Giuseppe Cafasso.
Un cenno va pur fatto sulla causa di beatificazione di Don Giuseppe Cafasso, introdotta per iniziativa del can. Allamano. Non diremo delle varie fasi attraverso le quali essa passò, solo ricorderemo che durò esattamente trent’anni e che gravò esclusivamente sulle spalle del can. Allamano. Egli fu a prepararla con la massima diligenza fin dai minimi particolari, a vigilarla, e si può dire condurla, perché il vero Postulatore era lui. Or, per poco che si sia addentro a queste cose, è facile comprendere quanto questa causa sia costata all’Allamano in fatiche e sacrifici d’ogni genere.
Una volta che dopo una giornata di terribile emicrania, trovammo il buon Padre a tavolino intento a lavorare intorno al processo dei miracoli dello zio, non potemmo esimerci di muovergli un affettuoso rimprovero: “Ma lei, Padre, si stanca troppo!”. Ed egli con aspetto sofferente, ma tranquillo: “Oh, per i santi si fa questo ed altro”. Egli, infatti, non si accinse a questa fatica che per motivi soprannaturali. Diceva: “Se fosse stato solo perché il Cafasso è mio parente, non avrei fatto tutto questo. È per dar gloria di Dio”. Ed altra volta: “Davvero che di sacrifici se ne son fatti molti! Ma posso dire che ho messo mano a questa causa non per affezione di o parentela, ma per il bene che può vanire dall’esaltazione di questo santo sacerdote”. Un giorno, che gli si augurava un rapido e felice esito della causa, rispose: “Oh, del resto io non perdo la pace e tranquillità. Ho più interesse a sollevare un’anima, che a riuscire in questo processo di beatificazione, perché penso che a Dio ne viene più gloria”.
È soprattutto la santificazione del clero, ch’egli intendeva. Dare ai sacerdoti un potente Protettore in cielo e un perfetto esemplare di virtù sacerdotali. Per alcun tempo, anzi, egli accarezzò l’idea, non effettuata poi, di preparare e proporre al Sommo Pontefice uno schema d’Enciclica ch’esortasse i Vescovi a fondare nelle rispettive diocesi il Convitto Ecclesiastico sull’esempio di Torino, mentre il Beato Giuseppe Cafasso ne sarebbe stato il Patrono universale.
La vetrificazione del Cafasso ebbe luogo il 2 maggio 1925. l’Allamano, benché già infermo, poté tuttavia prendervi parte. Era raggiante. Quando l’effigie dello Zio apparve ai suoi occhi nella gloria, tra gli applausi della moltitudine, i suoi occhi vi si fissarono un istante, per subito abbassarsi. Rimase così, raccolto in sé stesso, assente da quanto lo circondava, come annientato da tanta spirituale esultanza.
Quando, nella funzione del pomeriggio, impartita la benedizione del santissimo il Sommo Pontefice Pio XI ricevette i doni rituali, accolse con particolare effusione il can. Allamano, che commosso e lacrimante cercava di ringraziarlo. E li disse, accennando ai magnifici doni: “Voi ci avete fatti ricchi!”.
Nella successiva udienza, concessa ai pellegrini piemontesi, il Papa, non appena s’incontrò col canonico Allamano presentatogli dall’arcivescovo di Torino, card. Gamba, esclamò: “E chi non conosce il can. Allamano? È da molto tempo che lo conosciamo, specialmente attraverso il benemerito Istituto delle Missioni!”.
Ed è precisamente di quest’opera, importantissima fra le importanti intraprese dal can. Allamano, che noi dobbiamo ora parlare.