“…Tutto questo però che abbiamo con lode menzionato, non bastava ancora al grande amore di cui tu ardi per le anime, ed ecco che nell’anno 1901 fondavi l’Istituto dei Missionari, e nel 1910 quello delle Suore Missionarie, entrambi denominati “della Consolata”, per le Missioni Estere. E tale è già il numero dei missionari e delle suore partiti per le terre infedeli, e con tale ardore disimpegnano i faticosi doveri dell’apostolato, che i tuoi, o diletto figlio, benché scesi gli ultimi nel campo, non sembrano cederla né punto né poco ai veterani degli altri Istituti…”.

PIO PAPA XI
(pel Giubileo Sacerdotale del can. G. Allamano)

“…Come sarebbe possibile dimenticare che i migliori anni del Suo Sacerdozio furono in modo speciale consacrati al bene delle Missioni? L’Istituto Missionario della Consolata rimarrà monumento perpetuo dello zelo sacerdotale, delle forze, energie e mezzi generosamente dati da Lui alle sante Missioni della Chiesa. Per esso si verificherà la parola: Defunctus adhuc loquitur; poiché continuerà esso nel santo spirito del suo fondatore ad essere un drappello eletto di missionari e salvatori d’anime…”.

CARD. G.M. VAN ROSSUM
Prefetto di propaganda Fide

 

Fiamma erompente

L’Istituto della Consolata per le Missioni Estere fu una fiamma erompente dal fuoco sacro che era nel cuore del can. Allamano: l’amore verso Dio; il quale trabocca nella carità verso il prossimo; e questa nello zelo; e lo zelo abbraccia tutte le creature e tutta l’immolazione

L’origine dell’Istituto è lì, e lo dichiara espressamente Pio XI nelle parole surriferite.

Né, se si prescinde da questo principio soprannaturale, si potrebbe spiegare come un uomo sempre malaticcio, con già sulle spalle il gravissimo peso della direzione del Convitto Ecclesiastico e del Santuario della Consolata, e proprio mentre fervevano i dispendiosi lavori di restauro del santuario stesso, abbia avuto l’ardire di lanciarsi in un’impresa così estremamente delicata, irta di difficoltà e non scevra di paurose incognite, qual è la fondazione d’un Istituto per le Missioni Estere!

La più bella rivincita

Fra le cause umane, poi, di cui Dio si servì per preparare il suo servo al grande compito, dobbiamo annoverare il fatto d’essere sempre stato vivo nella Diocesi di Torino lo spirito missionario, grazie soprattutto allo zelo dei vari Direttori dell’Opera della Propagazione della Fede.

Ai tempi in cui l’Allamano era seminarista, teneva questa carica il can. Giovanni Ortalda, il quale, oltre allo zelare con geniali iniziative la cooperazione missionaria, aveva fondato certe Scuole Apostoliche con il duplice scopo: di provvedere chierici alla Diocesi subalpine e missionari per l’estero. L L’istituzione ebbe vita breve, ma non priva di frutti: come quello di destare nuovo fervore di vocazioni missionarie nei seminari, di dove infatti alcuni partirono per le Missioni, mentre altri, ugualmente volenterosi, ne furono impediti da cause diverse.

Fra questi vi fu il chierico Allamano. Sin dal primo anno di Seminario aveva risoluto, con due altri compagni, d’entrare dal Collegio Apostolico di Brignole Sale, e s’era già addirittura congedato dalla mamma. Ma per la malferma salute venne consigliato di superiori a differire l’entrata, e così l’anno dopo, e negli anni seguenti, finché… fu fermato in diocesi.

Ma tenne vivo nel cuore l’amore alle Missioni, alimentandolo con la lettura degli scritti del Massaia, da cui trasse l’ispirazione per l’evangelizzazione dei popoli Galla; e con una particolarissima devozione a S. Fedele da Sigmaringa, Protomartire di Propaganda Fide, portandosi sovente in pellegrinaggio durante le vacanze, alla chiesa del Monte o a quella della Madonna di Campagna, dov’era una statua del Santo.

Quando poi fu Direttore spirituale in seminario, non tralasciava d’inculcare ai chierici lo zelo per le Missioni, e di promuovere l’obolo per le Opere missionarie. Sapeva anche sfruttare abilmente allo scopo ogni occasione, un giorno in ricreazione, avendo un chierico tratto di tasca una moneta d’argento di cinquanta centesimi per farla vedere ai compagni (era allora una rarità avere spezzati d’argento, tutto era carta), e un d’essi, con un colpetto alla mano, avendola fatta rotolare per terra, subito, a quell’argenteo tintinnio, il Direttore si appressò al cocchio: “Si gioca forse a pila e croce?”. “Oh no, - rispose l’interessato – facevo solo vedere questa moneta, ricordo di persona cara”.

Ed egli con voce amorevole, ritirando la moneta: “Bella questa” per quanto mi sappia, finora i ricordi stavano nel cuore, mentre adesso starebbero in una moneta”… Faremo così: la manderemo all’Opera della Propagazione della Fede, così sarà in Signore a ricordarsi di lei”.

Piccolo episodio, che dimostra però quanto gli stessero a cuore le Missioni.

Dal seminario, lo zelo apostolico dell’Allamano passò al Convitto Ecclesiastico dove, fra l’altro, favoriva l’iniziativa dell’annuale lotteria pro Missioni, concorrendovi con doni personali.

E intanto andava maturando nel suo spirito il progetto di quell’istituzione a cui il suo nome è legato nei secoli. Sarà la sua apostolica rivincita. Impedito di andare nelle Missioni, vi sarà tuttavia presente, e per tutti i secoli, nella persona dei suoi Missionari e delle sue Suore Missionarie.

Progetti e ostacoli

Il primo progetto di fondazione risale al 1885-86. fu in quel tempo che l’Allamano divisò di istituire un’opra quasi simile a quella del canonico Ortalda. già fallita - dandole però un carattere esclusivamente missionario: raccogliere giovani sacerdoti aspiranti alle Missioni, prepararli convenientemente e quindi metterli a disposizione di Propagande Fide, che li avrebbe inviati nelle Missioni, alle dipendenze delle varie Congregazioni missionarie già esistenti. Sennonché per l’opposizione di alcuni Vescovi che lamentavano la scarsità di clero, dovette differire l’impresa.

Erano le prime difficoltà, e cioè il segno certo che l’Opera era da Dio.

 Questa temporanea sospensione si dimostrò infatti provvidenziale; ché, nel frattempo, nella mente dell’Allamano il progetto prese forma più vasta e perfetta: non sarà più solo una succursale d’altri Istituti, ma un Istituto a sé, con superiori propri e Missioni proprie.

Cos’ modificato e studiato in ogni particolare, il progetto venne ripreso nel 1891. il primo passo dell’Allamano fu di conoscer in proposito il pensiero di Propaganda Fide, e la risposta che giunse da Roma fu d’altissima approvazione e d’incoraggiamento. Ma la morte sopravvenuta nel frattempo dell’Arcivescovo di Torino, card. Gaetano Alimonia (30 maggio 1891), e poi quella del card. Simeoni, Prefetto di propagande Fide (14 gennaio 1892), fu giocoforza sospendere le pratiche relative.

Nel marzo seguente (1892) prendeva possesso della cattedra di S. Massimo il nuovo Arcivescovo, Mons Davide Riccardi, non ci risulta che l’Allamano gli facesse parola del progetto, mentre risuonavano da ogni parte lagnanze sulla scarsità del clero.

Terminava così nell’insuccesso, anche questo secondo tentativo, senza lasciar adito a migliori speranze per un prossimo avvenire.

Le vie di Dio

Ma Iddio, che l’opera aveva ispirata, e voleva attuarla, andava preparando quegli eventi che l’avrebbero portata a compimento.

Abbiamo dapprima l’elezione del Card Agostino Richelmy ad Arcivescovo di Torino, in successione a mons. Davide Riccardi spentosi il 20 maggio 1897. Ora il Richelmy era compagno di seminario dell’Allamano e ammiratore delle virtù di lui; inoltre, piissimo e devotissimo della SS. Consolata, non meno dell’Allamano bramava che le sue glorie venissero predicate a tutti i popoli.

Poi un altro fatto provvidenziale, che doveva assicurare al fondando Istituto la prima casa madre. Verso la metà di maggio 1897 s’imbatteva per via con Mons. Demichelis, pio prelato torinese, fondatore dell’”Istituto della SS. Annunziata” per studentesse delle scuole magistrali. Prima d’allora non v’erano stati rapporti speciali fra i due, e l’Allamano semplicemente lo salutò. Ma quello lo fermò e prese a discorrere del suo istituto e dell’intenzione di chiuderlo, per i risultati quasi nulli, e su ciò chiedeva consiglio.

“Per intanto – gli rispose l’Allamano – vada avanti ancora. Quando poi sarà proprio deciso a chiuderlo, le suggerirò ciò che si potrebbe fare”. Insistendo l’altro per saperlo subito, l’Allamano gli confidò il suo progetto.

Un anno e mezzo dopo, 23 ottobre 1898, l’Allamano era chiamato d’urgenza al letto di Mons. Demichelis che, in condizioni gravissime per un colpo apoplettico, desiderava vederlo. V’andò, gli fece coraggio, lo benedisse, poi volle ritirarsi. Ma l’infermo, che non poteva parlare, lo tratteneva per mano. “Vuole che mi fermi?” quegli accennava di sì. Sedette accanto al letto: ed ecco la persona di servizio, cogliendo un momento favorevole, mettergli in mano un plico: “Ho l’ordine di consegnarlo a lei”.

In quel momento entra il medico e l’Allamano si ritira in altra camera; quivi apre il plico… e trova essere il testamento, e lui l’erede universale. Fortemente stupito ritorna dall’infermo: “Ma che ha fatto?... io non posso occuparmi del suo istituto…”.

L’altro a stringergli la mano. Gli si porta carta e matita perché scriva. E l’infermo scrive: “Abbia pazienza”. Il giorno dopo, sempre assistito dal canonico Allamano, mons. Demichelis se ne volava al cielo.

Il primo passo dell’Allamano fu di recarsi dal card. Richelmy e narrargli l’accaduto. “Ha fatto bene! – rispose il santo arcivescovo – Così facessero tutti i preti!”. “Ma io, Eminenza, non posso prendermi cura dell’istituto della SS. Annunziata…”. “Intanto accetta, poi si vedrà il da farsi”.

Fra i beni ereditati, v’era la sede del predetto Istituto dell’Annunziata – una palazzina in Corso Duca di Genova 49 -: la futura casa madre dei Missionari della Consolata.

Altro provvidenziale incontro

A questo punto si riscontra nell’Allamano una certa perplessità sulla forma definitiva da dare all’opera, cui sta per accingersi: se cioè fondare un nuovo Istituto – quest’idea di “fondare” l’impressionava piuttosto – oppure ritornare alla prima idea: una semplice succursale di qualche Istituto già esistente. In questo caso le sue preferenze erano per l’istituto dei SS. Pietro e Paolo di Roma.

(L’Istituto dei SS. Pietro e Paolo di Roma si univa più tardi a quello di Milano, che assumeva il titolo di Pontificio seminario per le Missioni Estere)

Recatosi pertanto a Roma nell’aprile del 1899 per i processi di beatificazione del Cafasso, andò a battere alla porta del predetto Istituto desideroso di conferire con Superiore. Questi non c’era, e neppur altri superiori. “C’è solo un padre tornato da poco dalla Cina” gli rispose il portinaio. “Bene parlerò con lui”.

Era il padre Giovanni Bonzano. L’Allamano gli espose il progetto, ma quegli: “No, no, non così.

Faccia lei a Torino”. “Un nuovo istituto dunque?”. “Sì, un Istituto a sé”.

Per l’Allamano fu quella la voce di Dio e su questo punto non ebbe più mai alcun dubbio.

Mirabili vie della Provvidenza! Qualche anno dopo, il Bonzano veniva consacrato Vescovo, poi creato Cardinale e diveniva il primo Cardinale Protettore dell’Istituto della Consolata per le Missioni Estere!

Guarigione miracolosa

Superati gli ostacoli e svaniti i dubbi, quando non rimaneva all’Allamano che accingersi all’impresa, eccolo ammalarsi e sì gravemente da ridursi in fin di vita.

Si era nel gennaio 1900 e infieriva l’influenza. Il 18 del mese, il can. Allamano veniva chiamato per assistere un moribondo, poi ancora, nelle prime ore del mattino a confortare una povera inferma, su in una soffitta. Questa era ghiaccia, e già l’Allamano sentiva i sintomi del male: a stento si trascinò fino a casa.

La malattia ebbe da principio caratteri benigni, s’ che in pochi giorni parve scomparsa. Ma ecco, la sera del 24, ritorna la febbre e questa volta così violenta e insistente, che il dì seguente fece sospettare e poi tosto riconoscere lo svilupparsi di una gravissima polmonite. Si decise un consulto medico e il risultato fu che la constatazione d’una pleuro-pneumonia al polmone destro con vari cenni d’assalto al sinistro. Ben presto il respiro si fa affannoso e la febbre si eleva oltre i 40°.

All’aggravarsi precipitato del male e ai sintomi di prossimo delirio, i dottori consigliano i Conforti religiosi, che gli vengono amministrati la notte del 26. l’assistenza intelligente quanto amorevole dei medici non riesce però ad arrestare il progresso inquietante del male., e dopo un continuo alternarsi di accessi febbrili, i dottori finiscono col dire: “È inutile! Il male progredisce con i sintomi più gravi e la sua non è costituzione da resistere.

La dolorosa notizia, annunziata dai giornali, chiamava tosto al letto dell’infermo i più cospicui personaggi del clero e del laicato. Primo fra tutti il cardinale Arcivescovo che, rivolgendo all’infermo la sua confortate parola, gli dice: “Ebbene cosa facciamo?”. Andiamo in Paradiso…”. Ma e la fondazione dell’Istituto?”. “Ci penserà un altro…”. “No, no, non morrai. Si deve fondare l’Istituto e devi fondarlo tu!”

Frattanto si dà principio nel Santuario ad un triduo per ottenere dalla SS. Vergine il che non si spera più alle risorse umane. La partecipazione dei cittadini è commovente. Si vedono madri portare i pargoli, cui fanno alzar le innocenti manine alla Vergine in atti supplichevole; persone attempate che lasciano febbricitanti il letto per portarsi al Santuario e unirsi alla moltitudine orante; si prega ancora negli Istituti e nelle Congregazioni della città, e in molte parrocchie dell’Archidiocesi.

Tante sì fervorose preghiere, e la speciale benedizione del Santo Padre, non potevano rimanere senza effetto. Ed ecco, sulla mezzanotte fra il 28 e il 29 (festa di San Francesco di Sales) la febbre rimasta sempre sopra i 40°, scendere rapidamente sotto i 38° e rimane stazionaria. Il mattino seguente, mentre il giornale cattolico dava il laconico annunzio dell’imminente catastrofe, il canonico Allamano è fuori pericolo.

I dottori non sapevano che dirsi. Una pleuro-polmonite doppia che, incominciata ed avviata in modo violentissimo, si stroncava improvvisamente al quarto giorno, è qualcosa di eccezionale in medicina. Nel caso nostro poi, tenuto conto della costituzione fisica della persona colpita, non si poteva non riconoscere una grazia specialissima della SS. Vergine Consolata.

“Nel tuo nome getterò le reti”

In riferimento a questa guarigione il can. Allamano soleva dire: “Non c’è da pensare che vi siano state delle rivelazioni; né le cerco, né le desidero. Quand’ero presso a morire feci promessa, se fossi guarito, di non più ritardare la fondazione dell’Istituto. Guarii e mantenni la promessa”.

Si portò infatti per la convalescenza a Rivoli, di dove scrisse al card Richelmy una lunga lettera; se continuare l’Istituto della SS. Annunziata nella forma attuale, o dargli nuovo indirizzo, oppure impiegare l’eredità in altro scopo migliore. E qui tornava a ripetere le ragioni che lo facevano propendere per un Istituto della Missioni. D’altra parte, non mancava d’esporre, ingrandendoli anche, i motivi che sembravano dissuaderlo dal mettere lui mano a tale fondazione. Poi concludeva: “Ecco, Eminenza, quanto a scarico di coscienza e per la maggior gloria di Dio pensai di manifestarti una volta ancora. Rifletti alla cosa presso il Signore e, ritornando io a Torino, mi darai la risposta”.

Il 24 aprile, festa di S. Fedele di Sigmaringa, pose la lettera sull’altare durante la celebrazione della Messa, , quindi la spedì. Come si vede, dopo tante prove già avute della volontà di Dio al riguardo, il can. Allamano, nell’atto di fare il grande passo, voleva come un esplicito comando del Superiore.

E questo venne.

“Eh – gli disse l’Arcivescovo, quando l’Allamano gli si presentò – nella lettera hai messo più contro che in favore della fondazione. Tuttavia devi farla, perché Iddio la vuole”. “Ebbene, Eminenza, nel tuo nome getterò le reti!”.

La fondazione

Il 12 settembre 1900 il can. Allamano presentava all’Episcopato Subalpino, riunito in Consiglio interprovinciale alla Consolata, il progetto di fondazione, col relativo regolamento, ottenendo l’unanime approvazione e l’encomio dei 17 Presuli.

Il 29 gennaio 1901, ad un anno preciso della miracolosa guarigione di cui abbiamo parlato, il cardinale Richelmy, che già aveva dettato per il nascente Istituto un prezioso rescritto di benedizione, emanava il Decreto d’erezione canonica col quale eleggeva a Superiore dell’istituto lo stesso can. Allamano.

Ottenuta l’approvazione si pensò subito alla Casa Madre, iniziando i lavori di sistemazione della palazzina di Corso Duca di Genova. Fu l’affare i pochi mesi. Il 18 giugno dello stesso anno (1901) l’Em.mo card Arcivescovo, assistito dai canonici Allamano e Camisassa, alla presenza di numeroso pubblico, compiva la solenne funzione della benedizione della cappella e della casa.

In questo benedetto nido, si raccolse ben presto un primo nucleo do volenterosi sacerdoti per ivi attendere alla preparazione indispensabile all’apostolato; mentre l’Allamano, validamente coadiuvato dal Can. Camisassa, intensificava le pratiche relative la capo di Missione da affidare ai Missionari della Consolata.

Abbiamo detto come le mire dell’Allamano fossero ricolte ai popoli dei galla, già campo di evangelizzazione del card. Massaia. Si fecero infatti, a tale intento, lunghe laboriose pratiche, che però tutte naufragarono nel pelago delle difficoltà politiche.

Era la divina Provvidenza che, mirabilmente guidando gli eventi, e differendo i tempi migliori l’entrata dei Missionari della Consolata fra i Galla, li voleva per intanto e li conduceva in una regione fra le più belle dell’africa Orientale, e più ricche di apostoliche speranze, dove l’opera loro era richiesta con maggiore urgenza: il Kenya.

Fissata per tal modo la località ove iniziare l’impresa, si dispose per l’immediata partenza dei Missionari, la quale doveva necessariamente limitarsi a pochi individui, stante la difficoltà d’un primo impianto in luoghi sconosciuti e non ancora aperti alla civiltà. Essa era composta di soli 4 missionari. Due sacerdoti: P. Tommaso Gays e P. Filippo Perlo; e due coadiutori: Celeste Lusso e Luigi Falda.

La funzione di partenza ebbe luogo ai primi di maggio 1902, nella cappella dell’Istituto, con intervento del card. Arcivescovo; poi. L’8 del mese i fortunati prescelti lasciavano Torino. L’Allamano volle essere presente alla partenza. La separazione fu dolorosa per tutti. Piangevano i parenti dei missionari, e più di tutti piangeva e singhiozzava un caro giovane, Benedetto Falda, fratello del coadiutore Luigi. L’Allamano allora gli si avvicinò, l’accarezzò, poi posandoli la mano sul capo e fissandolo dolcemente: “Adesso piangi – gli disse – ma fra non molto partirai tu pure per le Missioni.

La predizione s’avverava ad un solo anno di distanza.

Un fatto forse unico

Se i nuovi missionari erano partiti fra l’ammirazione di molti, altri non pochi s’erano invece dimostrati e continuavano a dirsi scettici sulla riuscita dell’Opera: tacciando anche di temerario il tentativo, e persino d’imprudenza la scelta del paese, la cui popolazione era ritenuta feroce e sanguinaria.

A dare maggior ansa a tutte queste critiche e nere previsioni, permetteva il Signore un fatto forse unico nella storia degli istituti religiosi: volgiamo dire la defezione immediata e simultanea dei restanti membri di casa madre; la quale perciò rimase deserta, e all’Allamano non restò che chiuderla, intascare le chiavi e ritornarsene alla Consolata. Quivi si prostrò ai piedi della SS. Vergine in una fervida preghiera. “SS. Consolata, l’Opera è vostra, pensateci Voi!”.

La Vergine ci pensò. Un mese dopo, la casa si riapriva ad accogliere un gruppo di otto chierici, seguiti da altri e da alcuni giovani sacerdoti, cosicché in breve tempo s’ebbe una vera organica comunità.

Ad attirare di più le benedizioni del Signore sulla nascente istituzione, il can. Allamano, nel primo venerdì di novembre 1902, ne faceva ufficialmente la consacrazione al SS. Cuore di Gesù, dichiarando nel fervorino d’occasione: “che da essa si aspettava ogni bene per l’Istituto, la venuta di degni confratelli, la santità dei medesimi e l’ardore di apostoli nelle Missioni”. Il Cuore di Gesù rispondeva, come sempre, con regale dovizia. Alla distanza di un solo mese, già si poteva effettuare la seconda spedizione di missionari per l’Africa; poi due spedizioni nel successivo anno 1903; mentre casa madre era in grado non solo di colmare il vuoto, ma d’accrescere il numero dei suoi membri.

…e una rinunzia molto rara

A procurare all’Istituto un più vasto consenso morale, giovò assai il fatto, il quale ci fa conoscere, fra l’altro, lo spirito del canonico Allamano.

Il 12 febbraio 1904 decedeva a Torino l’Abate Luigi Nicola di Robilant. Dopo nove anni di penosissima malattia, durante la quale l’Allamano l’aveva moralmente e spiritualmente assistito con tutta la carità del suo gran cuore.

Recatosi poi a celebrare Messa in casa del defunto, gli si notificò dai famigliari la sua nomina ad erede di alcuni beni. “Ah, - esclamava l’Allamano – questo proprio non me l’aspettavo!”. Poi dopo un istante di riflessione: “Io rinuncio a questo lascito. Non vi offendete, son sempre venuto per ministero e non voglio si possa dire che lo facevo per interesse. Le Missioni hanno più bisogno del buon nome che del denaro”.

E si portò difilato dal notaio a far atto di rinuncia.

Ma questa è bella – andava ripetendo il notaio – non ho mai udito una cosa simile!”

e l’Allamano sorridendo: “ebbene un’altra volta non potrà più dire così”. Anche il card. Richelmy gliene faceva poi le meraviglie: “Come, hai fatto questo?... Ma era mica per te, era per le Missioni”.

“Sì, Eminenza, ma io debbo tutelare il buon nome dell’Istituto”.

La notizia di questa rinuncia – fatta proprio nel momento in cui la nuova istituzione era in estrema necessità – si propagò rapidamente, specie fra il clero, ed è facile comprendere quanto servisse ad accrescere la stima verso l’Allamano, nonché il favore verso l’Istituto da lui fondato.

Una profezia del Card. Cagliero

Superate in tal modo le prime difficoltà e vinte le molte diffidenze, l’Istituto poté camminare a celeri passi nella via del proprio sviluppo.

Già nel 1905, coll’erezione della Provincia del Kenya in Missione indipendente, l’Istituto passava dalla vita d’infanzia alla vita di attività aperta, a cui l’approvazione di Roma gli dava diritto.

Il 1908 vedeva sorgere, a fianco dell’opera principale, l’altra importantissima del Piccolo seminario San Paolo, con i primi sette apostolini. Minuscolo seme, che doveva però germogliare e crescere rapidamente, fino a raggiungere insperate proporzioni. Oggi gli apostolini si contato a centinaia.

Nel 1909 si aveva l’erezione della Missione del Kenya in Vicariato, con la nomina del P. Filippo Perlo a Vicario Apostolico. La consacrazione del Primo Vescovo dell’Istituto –avvenuta a Torino, nel s-antuario della Consolata, il 23 ottobre 1909 – coincise con l’inaugurazione della nuova casamadre il corso Ferrucci: grandioso edificio costruito su un’area di 8.000 metri quadrati.

Le spese della costruzione furono ingenti e l’Allamano v’impiegò tutto il suo. Ma non fu mai la questione finanziaria ad angustiarlo. Ebbe un sol timore per alcun tempo, e questo causato dalla sua profonda umiltà; e lo manifestava al card. Prefetto di propaganda Fide, che gli aveva chiesto informazioni sulla nuova casa: “Ho timore che l’ingegnere abbia fatto un disegno troppo grande… Chissà se la riempiremo”. “Ma sì. Lasci fare – gli rispondeva il card. Gotti - ; non bisogna legare le mani alla Provvidenza!”.

Ugualmente l’andava incoraggiando il card. Cagliero, compaesano e amicissimo dell’Allamano: “Canonico, la faccia più vasta la casa!”. “Ma se le dico che ho paura che sia troppo grande…”, “La faccia più vasta, la faccia più vasta!”.

E il card. Cagliero fu profeta. La nuova casamadre in assai breve tempo divenne a sua volta insufficiente, sì che si dovette pensare a sloggiarvi il Piccolo Seminario, poi anche il Noviziato, quindi ancora a rialzare e aggiungere fabbricati, e tutta via essa era appena adeguata ai bisogni.

Aggiungeremo che il 28 dicembre dello stesso anno (1909), la Santa Sede poneva il suggello alla stabilità dell’Istituto col Decretum laudis.

Le Missionarie della Consolata

Fin dagl’inizi del loro apostolato, i Missionari della Consolata avevano fatto ripetute istanze presso il Superiore per avere in aiuto le Suore, la cui opera era vivamente reclamata: sia per il buon andamento materiale delle singole case; sia per le cure mediche specialmente alle donne; come ancora per gli orfanotrofi, gli asili, i collegi femminili. le scuole, i catechismi ed altre opere minori.

L’Allamano si rivolse al Superiore della Piccola Casa della Divina Provvidenza, P. Ferrero, che di buon grado acconsentì di dare in aiuto ai figli della Consolata le figlie di S. Vincenzo de’ Paoli. Nell’aprile 1903 partiva da Torino il primo drappello di otto Suore Vincenzine, seguito a distanza di pochi mesi da un altro di dodici, e poi da altri successivi, s’ da portare il numero delle missionarie a una cinquantina.

Sennonché necessitano un sempre maggiore numero di suore in correlazione allo sviluppo delle Missioni, né potendo al Piccola Casa imporsi ulteriori sacrifici di personale, si presentò all’Allamano un problema d’urgente soluzione. Nel corso di un’udienza particolare avuta da Pio X nel 1909. egli esponeva al Santo padre tale stato di cose, e la difficoltà di avere dalle Congregazioni religiose un numero sufficiente di suore per i bisogni della Missioni.

“Bisogna – gli rispose il papa – che voi stesso diate principio d’un Istituto di Suore Missionarie, così come avete fondato quello dei Missionari”. “Santità, vi sono tante Famiglie Religiose femminili…”. “Sì, ma non esclusivamente per le Missioni”. “Ma, Beatissimo padre, io non ho la vocazione di fondare delle suore”. “Se non l’avete, ve al do io”.

Nel desiderio del Sommo Pontefice l’Allamano vide la volontà stessa di Dio, e sì accinse con animo risoluto alla nuova grave fatica. Riferendosi a questo dialogo col Papa, diceva poi alle suore: “Vedete? Non sono stato io a volervi, ma il papa. Voi dovete perciò essere ‘papaline’ più delle altre suore”.

Il 29 gennaio 1910 la palazzina di Corso Duca di Genova, già casa madre dei missionari si riapriva per essere casa madre della Suore Missionarie della Consolata. Il 5 aprile facevano ingresso le prime sei postulanti, con le quali aveva inizio alla vita dell’Istituto. Al chiudersi di quell’anno esse erano già una ventina. Il 21 novembre, sempre del 1910, aveva inizio la funzione delle prime vestizioni religiose; il 5 aprile 1913 le prime professioni religiose; il 3 novembre 1913 la prima spedizione di Suore della Consolata nelle Missioni.

A 25 anni dalla fondazione dell’Istituto, il numero delle Suore Missionarie della Consolata superava già il 500, di cui oltre 300 nelle Missioni.

Prevenendo i tempi

Ben si può dire che l’Allamano, con la fondazione dei due Istituti missionari, penetrasse con lo sguardo nel futuro: prevedesse cioè quel consolante movimento missionario che doveva più tardi sorgere in Italia, e dall’Italia estendersi a tutto il mondo cattolico.

Aggiungiamo che l’Allamano vi portò anche il suo prezioso contributo, con un’iniziativa alquanto ardita: chiamare a raccolta gli Istituti Missionari d’Italia per un’azione collettiva, da esprimersi a mezzo d’una petizione al Sommo Pontefice, onde ottenere un’enciclica sulle Missioni: che fosse richiamo ai cattolici per una maggior comprensione del problema missionario e del dovere della cooperazione.

Nell’agosto 1912, l’Allamano indirizzava, a tale scopo, una lettera ai superiori dei vari istituti, i quali tutti ritennero opportuna l’iniziativa, e furono unanimi nell’affidare allo stesso can. Allamano il compito di redigere una supplica. Questa venne presentata al Sommo Pontefice nel dicembre di quell’anno.

Pio X, in data 31 gennaio 1913, si degnava rispondere con prezioso pubblico documento, che se non compiva perfettamente i desideri dei firmatari, era però il primo squillo di quella sacra diana che, pochi anni dopo, per opera di Benedetto XV e di Pio XI, doveva risuonare possente da un capo all’altro del mondo.

Di questo spirito preveggente dell’Allamano, troiana un’altra prova nel fatto delle Prefettura Apostolica del Kaffa (poi Vicariato del Gimma), venuta ad aggiungersi nel 1913 al Vicariato del Kenya. Che fosse questo il sogno dell’Allamano fin dagli inizi della fondazione, fu ripetutamente accennato. Che se insormontabili difficoltà s’erano sempre opposte, non per questo l’Allamano aveva perduta la speranza o abbandonato il progetto di inviare i suoi Missionari sulle orme del Massaia. Ed ecco a distanza di 12 anni, realizzarsi finalmente la sua ardente aspirazione.

 La storia della Prefettura del Kaffa, fatta d’eroismi ignoti, resterà un delle più belle pagine degli annali della propagazione della fede. A noi basta però mettere in relazione questo così vivo e costante desiderio dell’Allamano: di avere i suoi Missionari in Etiopia, con la recente occupazione italiana di quel paese; garanzia alla quale, tutto un vastissimo impero apre finalmente le porte al libero esercizio dell’apostolato cattolico. E i Missionari della Consolata, che già a costo d’inenarrabili sacrifici ne avevano forzata la porta, possono oggi, insieme con altri Istituti Missionari scesi in campo, lavorare con più fondate speranze a riportare l’Etiopia in seno alla Madre Chiesa Cattolica.

Il Superiore Generale

Il Can. Allamano fu anche, sua vita durante, Superiore Generale dei due Istituti da lui fondati, quantunque il superiorato molto gli pesasse, sì da chiederne insistentemente l’esonero. Questo sentimento della responsabilità, mentre lo invogliava a deporne il peso, lo rendeva peraltro scrupoloso nell’adempimento dei doveri di superiore, ch’egli compendiava in tre parole: pregare, vigilare, ammonire.

Impossibilitato – per il suo ufficio di rettore del Santuario e del Convitto della Consolata – di dimorare in casa madre, si faceva rappresentare da un Direttore. In pratica, però l l’ufficio di questo si limitava alla vigilanza della disciplina, mentre la vera direzione e formazione degli alunni fu sempre esclusivo compito dell’Allamano. E nulla invero egli tralasciò per formare gli alunni allo spirito dell’istituto, che era poi il suo spirito.

Tanto per sfiorare alcuni principi generali, diremo che egli cominciava ad andare a rilento nell’accettazione degli aspiranti. Il numero lo spaventava, per tema che fosse a scapito della formazione dei singoli. Aveva fatta sua e ripeteva sovente la frase del card Vives, Prefetto di Propaganda Fide: “Ci vuole una porticina e un protone”. La porticina per gli accettandi, il portone per i dimittendi.

Ad un Vescovo, già suo discepolo, che gli aveva scritto per l’accettazione di un chierico, l’Allamano rispondeva: “Se ti rincresce perderlo, mandalo; altrimenti tienitelo”.

Dagli alunni chiedeva in primo luogo: retta intenzione. Chi fosse entrato nell’Istituto con fine diverso da divenire Missionario della Consolata, doveva sapere ben chiaro “di essere un intruso e di dover rendere conto a dio, alla Casa e ai benefattori”.

Quindi grande stima della vocazione – non credersi di aver fatto un regalo a Dio seguendo al divina chiamata, mentr’essa era un dono di predilezione da parte di Dio – e conseguentemente: corrispondenza piena, generosa, cordiale alla medesima. Corrispondere alla vocazione, vuol dire corrispondere al fine dell’Istituto, che è “la santificazione dei membri e la conversione degli infedeli”. Prima dunque la santificazione propria, poi le anime. Non scambiare i termini. E, inoltre, una santità “maggiore che della dei semplici cristiani, superiore a quelle dei semplici religiosi, più distinta che quella dei sacerdoti secolari; una santità anche eroica, ed all’occasione straordinaria da operare miracoli”. Questo concetto fondamentale, il punto centrale di tutta l’istruzione ascetica che l’Allamano impartiva agli alunni missionari.

Mezzo primo e indispensabile per tendere a cos’alto fine: la pietà. Di essa parleremo in seguito. Ricordiamo qui soltanto come la norma che l’Allamano dava ai superiori subalterni, fosse questa: “non disperare di un giovane, anche se portato a frequenti mancanze di carattere, purché dedito alla pietà, per quant’altre belle doti possa avere”. La sua lunga esperienza di educatore del giovane clero l’aveva convinto che: “la maggior parte delle defezioni si debbano attribuire ad in corrispondenza alla grazia, e questa a mancanza di pietà”. Lamentava perciò che persino nei seminari ci fosse talora: “una barriera tra la scuola e la cappella, mentre invece lo studio, nonché inaridire la pietà, dev’essere incentivo alla medesima”.

Per altra parte lo studio, così santificato dalla pietà, egli poneva accanto a questa e sulla stessa linea di necessità nella formazione dell’alunno missionario. Aveva parole forti di sdegno per coloro che asseriscono: bastare al missionario una mezza cultura e doti di secondo ordine. “No, - esclamava – non così. Il missionario deve essere di prima classe in virtù e in dottrina”. Era anzi sua convinzione che necessitasse al missionario una scienza più ampia e più profonda che non quella dei semplici sacerdoti, perché mentre il missionario si trova in maggiori necessità, non ha sovente modo e tempo di consultare libri o chiedere consigli. Era perciò inesorabile nell’espellere quegli alunni che dimostrassero scarsa capacità o poca voglia nello studio.

Parte integrante della formazione all’apostolato era, secondo gl’insegnamenti del can. Allamano, il lavoro manuale. Ne fece infatti un punto nelle costituzioni: “Ad imitazione dell’Apostolo san Paolo che si procacciava il vitto col lavoro delle sue mani, i missionari attenderanno anche all’esercizio dei lavori manuali, e per ben riuscirvi si faranno un impegno di abilitarsi nella arti e mestieri utili per i luoghi di Missione”. Nell’intenzione dunque del Fondatore, il lavoro manuale doveva essere esercizio di povertà e mezzo insieme d’apostolato.

Fra le virtù proprie dell’aspirante missionario, insisteva di proposito su due: distacco dalla propria volontà, dai comodi, dai aprenti; e grande energia: “Per le mezze volontà che oggi sono fuoco e domani più niente, per gli apatici che non danno forse dispiaceri ai superiori ma nemmeno consolazioni, per i pusillanimi e i fiacchi, per gli eterni malcontenti, per gli incorreggibili sussurroni, per tutti costoro nessuna possibilità di seria formazione, nessuna speranza di lavoro proficuo in missione. Per essi dunque il portone se ancora novizi, o se già professi, relegarli in un canto come materiale d’ingombro”.

In quest’opera di formazione occupano un posto distinto le conferenze spirituali dell’Allamano. Avevano luogo nel pomeriggio della domenica e degli altri giorni festivi. Una prima conferenza teneva alle Suore, poi passava dai Missionari. Anche nel cattivo tempo, per pioggia o vento o neve veniva ugualmente, incurante della malferma salute.

Oggetto delle conferenze erano tutte le virtù, in particolare quelle proprie del sacerdote, del religioso e del missionario; poi anche la liturgia, le feste della Chiesa, il Vangelo o l’Epistola del giorno. Non erano cose straordinarie che diceva, ed eran dette in tono di semplice conversazione, ma quanta dottrina, precisione, e unzione soprattutto! Non stancava mai anche se la conferenza durava più di un’ora, così bene egli sapeva renderla interessante con esempi, o cenni a fatti e ricordi personali. Aggiungeremo che i soli appunti manoscritti delle sue conferenze riempiono 16 quaderni fittissimi.

L formazione degli alunni era integrata dai colloqui privati. In ogni sua visita a casa madre il Rettore era sempre pronto a ricevere chiunque l’avesse desiderato. Ma anche alla Consolata la sua camera era aperta per noi a tutte le ore. non mai avvenne che alcuno di noi non fosse ricevuto, o si scorgesse sul suo volto un qualsiasi segno di disappunto per essere stato disturbato. E da ogni contatto con lui, si usciva con una gioia intima, con nel cuore un qualcosa che stimolava dolcemente ma irresistibilmente alla perfezione.

Nell’impossibilità di avvicinarlo così sovente come so avrebbe voluto, i colloqui privati erano a volta sostituiti dagli scritti. Ogni alunno aveva la piena libertà di scrivergli e fargli recapitare lo scritto a piacimento. Egli poi dava la risposta a voce, o più comunemente in calce alla stessa lettera ricevuta. Anche qui poche righe, ma che raggiungevano sempre lo scopo.

La nostra confidenza in lui era piena, ma assolutamente libera; egli non la pretendeva, né voleva che altri lo facesse. La ispirava con la santità della vita, con la paterna affabilità, con l’amor grande che ci portava. Questo traspariva dallo sguardo buono, dal lieve e perenne sorriso. Dal parlar soave, da quel sentirsi felice in mezzo a noi. Ma specialmente lo si scorgeva nelle circostanze dolorose: alla morte di qualche confratello, come ad ogni partenza per le Missioni. Come dimenticare la scena dell’addio tra Padre e figli, alla stazione, pochi istanti prima della partenza? L’ultimo abbraccio e bacio paterno ai singoli partenti? Poi l’ultima benedizione al gruppo dei medesimi e dei confratelli e dei aprenti genuflessi ai suoi piedi? Nel pallor estremo del suo volto, nel commosso accento della voce, nel lucido sguardo rivolto al cielo, oh come ci si accorgeva che i figli missionari erano davvero i suoi prediletti, così come l’Istituto era la pupilla degli occhi suoi! Come si sentiva la sincerità di quanto ci diceva: “Ogni volta che si rinnovano queste partenze, il cuore ne soffre, specialmente il mio. Si stacca come una parte di me stesso. se è commovente per tutti, per me, ve lo confesso, sono chianti!”. E la verità di quest’altre non meno testuali parole: “Il Signore avrebbe potuto scegliere un altro per fondare l’Istituto: uno più capace, con più salute, con più doti. Ma uno che vi amasse di più, non credo!”. Oppure: “Per quanto i vostri aprenti vi possano portare un affetto apparentemente più grande di quello ch’io nutro per voi, in realtà esso non l’è, assolutamente no!”.

È naturale che al suo grande amore di Padre corrispondesse il nostro di figli. Sempre l’amammo con la spontaneità dell’entusiasmo. E nonché scemare con la sua dipartita e con gli anni, l’affetto nostro è oggi più vivo che mai, come sempre più grandeggia nella nostra venerazione la figura del santo Fondatore.

I parenti dei missionari

La stessa premurosa carità, gli stessi affettuosi riguardi usava verso i parenti dei missionari, che chiamava “i primi benefattori”. Li accoglieva con estrema bontà e li colmava di tante cortesie, che più non si sarebbe potuto fare.

A un alunno che gli domandava un giorno, un po’ confuso, di potergli presentare suo fratello con la sposa perché li benedicesse, il buon Padre con solo rispondeva affermativamente, ma concertava di più di far loro un regalo, o sceglieva due artistiche medaglie della Consolata, a tergo delle quali faceva incidere la data del matrimonio. Ad una altro che si recava a casa per una festicciola di famiglia, diede da portare in regalo una bottiglia di vino qualificato. Questi tratti di affettuosa cortesia sono continui.

Alla morte dei genitori di un missionario, l’Allamano si assumeva il delicato compito di comunicare a voce o per iscritto la dolorosa notizia al figlio, e le sue parole erano sempre il più confortante balsamo alla sanguinosa ferita. Inoltre non tralasciava d’inviare le sue personali condoglianze alla famiglia in lutto. Anche nelle Costituzioni volle inserire un paragrafo sui suffragi da farsi dalla comunità per i aprenti dei missionari.

Un testardo sui generis

Ne avveniva che anche i genitori più ostili alla vocazione dei figli, dopo un colloquio con lui, uscissero confortati e alle volte trasformati. Interessante a questo riguardo quanto scrive il P. Gallea, oggi Economo Generale dell’Istituto:

“Avevo fatto domanda per l’accettazione, ed era stata accolta. La mamma, messa al corrente, non voleva saperne a nessun costo e, visto di non potermi smuovere, tentò l’ultimo mezzo. Io giorno stabilito per presentarmi al can. Allamano, volle accompagnarmi. Fummo introdotti in uno dei parlatori del Convitto Ecclesiastico, e dopo qualche minuto d’attesa, ecco comparire sorridente il canonico Allamano. C’invitò a sedere e incominciò la conversazione. Non parlai gran che quel giorno; parlava la mamma, che incominciò a dare sfogo a quanto aveva nel cuore, a portare tutti gli argomenti che s’era preparati. Il can. Allamano lasciava dire, poi con poche parole rispondeva in modo che la mamma doveva ricorrere ad atri argomenti. Solo quando mi domandò se entravo volentieri e se avrei messa buona volontà, risposi con un monosillabo.

“Ricordo che fra gli altri argomenti, la mamma portò le strettezze famigliari (che allora erano vere e reali) e chiese se, accettandomi poteva promettere un sussidio per la famiglia. Il canonico rispose: - La nostra casa non può assumersi impegni verso la famiglia, ma chi se li assume è la Consolata - . verso al fine della conversazione, la mamma vista l’insussistenza dei suoi argomenti si rivolse a me stizzita: - Ma allora, se questa era la tua intenzione, potevi dirlo prima e non adesso che abbiamo fatto dei debiti”.

Abbassai il viso arrossendo. Il Canonico intervenne subito:

  • Avete fatto dei debiti? E quanto?
  • Mi pare rimanessero circa duecento lire di pensione da pagare al seminario.
  • Ci penserò io – dichiarò l’Allamano.
  • La mamma non sapeva più che dire e cominciarono a piovere le lacrime.
  • Là… si faccia coraggio… vedrà che si troverà contenta. D’altra parte il figlio deve ancora sperimentare la vita dell’Istituto, ed è sempre libero di ritornare in famiglia.
  • Ah – interruppe con forza la mamma – quel testone lì?!... non cambia più, non cambia più”

A quell’uscita l’Allamano rise di cuore, poi dopo altre parole, le concesse di darmi pur solo quel tanto di corredo di cui potevo disporre. Giunta a casa, mio padre l’interrogò dell’esito del tentativo. Ed essa: Che vuoi!... rispondeva in modo che non si poteva più dir nulla. Tra i nostri sacerdoti e quello lì c’è una differenza!...

Le direttive per l’apostolato

È cosa come il can. Allamano, senza aver mai visto terra di Missione, si dimostrasse tuttavia espertissimo nel dirigere l’opra di evangelizzazione in paesi pagani, anche per quanto si riferisce ai mezzi, al metodo e all’organizzazione. Le direttive per l’apostolato sono contenute nelle lettere Circolari ai Missionari d’africa. Eccole per sommi capi.

A base dell’apostolato, come già della formazione all’apostolato, l’Allamano pone la santificazione dei missionari: “Dovete pensare alla santificazione vostra. Non per motivi umani siete venuti in Africa, ma solo per farvi più santi e così salvare molte anime”. Li mette perciò in guardia contro “l’eresia dell’azione”: il credere cioè che l’apostolato consista principalmente o, peggio, si esaurisca nel fare grandi cose a scapito della propria santificazione. Fra i mezzi di santificazione raccomanda: gli esercizi spirituali annuali, il ritiro mensile, la scrupolosa fedeltà agli esercizi di pietà, un grande amore all’abito religioso.

A trarre poi dall’apostolato il maggior frutto possibile, inculca per prima cosa l’unità d’indirizzo: “Il vostro lavoro dev’essere illuminato riguardo al metodo da seguire”. E ciò perché l’apostolato è una battaglia, a vincere la quale non basta l’entusiasmo, e neppure il disporre di mezzi e personale, ma ci vuole metodo e organizzazione. Prescrive dunque delle conferenze annuali, da tenersi in occasione degli esercizi spirituali, “per studiare e fissare di comune accordo le norme di vita e di azione apostolica che l’esperienza ha suggerite più adatte al raggiungimento del fine comune”.

All’unità d’indirizzo deve corrispondere l’unità d’azione da parte dei sudditi: “Chi non sa rinunciare alle proprie vedute per accettare cordialmente quelle della maggioranza dei compagni, e più ancora dei superiori, lavora invano e forse distruggerà il bene fatto da altri”. Condizione perciò assolutamente necessaria per un lavoro concorde è l’obbedienza. Ecco la virtù magna nello spirito e nell’insegnamento dell’Allamano. In tutte le sue Lettere un cenno vi manca mai; e dopo averla proclamata nelle costituzioni “virtù fondamentale dell’Istituto”, la proclama altresì “fondamentale per un qualsiasi proficuo e duraturo apostolato”; dichiarando: “La trasformazione civile di cotesto popolo avverrà, credetelo, più o meno presto, più o meno largamente e profondamente, a misura che ognuno di voi sarà nel proprio ufficio esemplare nell’obbedienza”.

L’obbedienza non basta tuttavia a raggiungere una perfetta unità d’azione nell’esercizio dell’apostolato. È necessario ancora che i missionari si sorreggano a vicenda. Unti ai superiori mediante l’obbedienza, lo devono essere fra di loro con la carità fraterna. Il testamento che l’Allamano lasciava ai figli partenti era uno ed uguale per tutti: che si amassero scambievolmente. Come il testamento di Gesù. e li ammoniva: “State attenti, perché il giorno in cui cominciassero le critiche vicendevoli, segnerebbe tosto la sterilità delle vostre fatiche, e sarebbe il principio della dissoluzione dell’Istituto.

Tracciate così le direttive per un lavoro organico e concorde, l’Allamano procurava d’indurre i suoi missionari a perfezionarsi nello spirito apostolico, che è essenzialmente spirito di sacrificio. Lo zelo infatti non si esaurisce nella preghiera e nell’azione. La sua espressione più perfetta, in ordine alla conversione delle anime, è il sacrificio. L’Allamano incoraggiava e sosteneva i suoi figli in questa via di generosa immolazione: sia nelle privazioni inerenti alla vita apostolica, come nelle prove che contraddistinguono le opere di dio. aggiungeva però: “Se alla gloria di Dio e la nostro maggior bene saranno convenienti le tribolazioni, io prego che queste provengano dal mondo e dai suoi membri fuori dell’Istituto, non dall’interno e dai suoi membri, per mancanza nei medesimi delle virtù del nostro stato”.

Tra queste prove, una delle più dolorose e pericolose è lo scoraggiamento di fronte alla sterilità reale o apparente delle fatiche apostoliche, che sempre si verifica negli inizi della Missione. Egli li preveniva con la sua parola buona e autorevole: “Primieramente, non è vero che i frutti ottenuti siano tanto scarsi. Grazie a Dio s’è già ottenuto molto e, ve lo dico sinceramente, più di quello che io sperassi. Questi frutti non sono tutti palesi a voi, come la madre che ha sempre il bambino sott’occhio, non s’avvede quasi del suo crescere di statura; ma pure ci sono già… E poi non dimenticate che ognuno riceverà la propria mercede secundum proprium laborem, e non secondo il risultato ottenuto”. L’Allamano vedeva giusto. La sterilità di quei primi anni era solo apparente; ciò che la ingrandiva agli occhi dei missionari, era il loro stesso zelo. Ma la divina semente germogliò tempore opportuno, ed è oggi albero rigoglioso.

Sulle relazioni fra missionari e indigeni, le direttive dell’Allamano si possono compendia in una sola parola: mansuetudine. Le sue esortazioni al riguardo rivelano il tenerissimo affetto paterno che egli nutriva per quei poveri figli neri: “Amateli, questi infelici, trattateli in bei modi, vincendo per amore delle anime la ripugnanza che v’ispirassero i loro tratti grossolani, e non perdendo la pazienza quando per ignoranza o testardaggine non corrispondessero ai vostri desideri”. Una volta sola, dalla fondazione dell’Istituto fino alla morte, troviamo che il can. Allamano si sia valso del diritto di comandare in virtù di santa obbedienza, e fu precisamente su questo punto: per proibire ai missionari di comunque maltrattare gl’indigeni.

Su queste direttive, con la grazia di Dio, i Missionari della Consolata hanno già raccolto una messe copiosa. Con al fedeltà alle medesime, la messe sarà sempre più abbondante.