Premessa

Sessant'anni fa, il 16 febbraio 1926, dopo aver dato un ultimo intenso e quasi estatico sguardo alla venerata immagine della Consolata, moriva Giuseppe Allagano, sacerdote della diocesi di Torino. Lasciava il santuario della Consolata che, in quarantasei anni, aveva rinnovato spiritualmente e nelle strutture. Ne aveva fatto il centro ispiratore e propulsore di innumerevoli attività pastorali. Lasciava un Convitto per la formazione di giovani sacerdoti, che aveva reso fiorente, dopo un periodo di abbandono. E ancora, due giovani e dinamici Istituti missionari da lui fondati, che già sostenevano quattro circoscrizioni ecclesiastiche in Africa e si aprivano ad uno sviluppo ancora maggiore.

Usciva dalla scena di questo mondo una persona considerata come «una istituzione, un programma, un centro di operosità spirituale che non dovrebbe scomparire mai”[1]. I giornali del tempo, nel rievocarne la figura, parlarono di “un vuoto che sarà sentito con pena in tutta Torino” e “che non si sa come e da chi possa essere colmato”[2]. Si scrisse pure che “la sua figura di maestro, di padre spirituale, di organizzatore rimane scolpita a caratteri d'oro nella storia della Chiesa torinese” [3]. Ma pure l'oro può sbiadire e la storia si può dimenticare! Non così lo spirito dell'Allamano. Gli Istituti missionari da lui fondati ne hanno raccolto l'eredità, vivono del suo carisma e del suo insegnamento. Essi lo incarnano nell'attuale contesto socio-ecclesiale e nell'azione missionaria. Lo fanno guardando anche all'esempio di santità del loro Fondatore. Vita e dottrina si integrano a vicenda.

Questa è stata l'esperienza dei primi missionari. “Tutto ciò che ci diceva — attesta L. Sales — lo vedevamo praticato in lui in modo superlativo. E se già ci facevano impressione le sue parole, posso attestare per esperienza propria e di moltissimi confratelli, che ben più ci faceva impressione e del bene, il suo esempio”. L'Allamano avvinceva per la convinzione, la semplicità, l'entusiasmo, per la sua ansia paterna; cose tutte che trasparivano nella voce, nei gesti, nel volto. Infatti, “mentre egli era sempre calmo e misurato in tutte le sue azioni, quando parlava di Dio e dell'amore di Dio si infiammava talmente da trasfigurarsi. Tanto che molti dei suoi uditori temevano che avesse a soffrirne nella salute” (A. Borda Bossana).

Un altro dei primi missionari, che l'Allamano mandò in missione ancora chierico, ribadisce: “Così erano le espressioni del nostro caro Padre Superiore: efficaci, penetranti, indimenticabili; si sentivano, perché le sentiva prima di noi; entravano nel nostro cuore perché partivano dal suo cuore; persuadevano perché era lui il primo a praticarle con la più intima convinzione. Certo che non diceva cosa che non avesse sentito in sé profondamente” (G. Cravero).

Un altro, scorge un rapporto tra il clima che si viveva nella comunità e l'esempio del Fondatore e ne vede quasi un riflesso: “Ogni nuovo aspirante che metteva piede nell'Istituto, riceveva l'impressione di entrare in una vera famiglia. Superiori e confratelli andavano a gara per rendere piacevole l'accoglienza al postulante, dandogli il più cortese benvenuto. Questi si sentiva subito a suo agio, ed era profondamente impressionato vedendo un superiore, un confratello venirgli incontro sorridente, aiutarlo con il bagaglio, servirlo a tavola, preparargli il letto, informarsi cortesemente degli eventuali bisogni, fornirgli tutte le informazioni occorrenti... Egli non poteva fare a meno di collegare questo trattamento dei confratelli con l'impressione ricevuta nel primo incontro con il Fondatore e scorgerne l'origine” (M. Bruno).

Nella stessa prospettiva si pone questo volumetto. Non ci si sofferma nel delineare la vita e l'opera dell'Allamano, che si può ricavare da altre presentazioni. L'intento è più modesto: evidenziare alcuni tratti, frammenti appunto, della sua personalità umana e spirituale, soprattutto quelli che con maggiore insistenza, si ritrovano anche nel suo insegnamento. E non tutti. La ricchezza spirituale del Servo di Dio Giuseppe Allamano richiederebbe una più ampia e approfondita analisi.

Ci basterebbe evidenziare che tutta la sua poderosa attività scaturisce da una forte umanità, arricchita da intensità di vita spirituale. Egli era convinto che prima di fare bisogna essere, per dare occorre avere. Per questo ritenne prioritario dedicarsi a una continua, instancabile opera di formazione del clero diocesano e dei suoi missionari e missionarie. Chi ha responsabilità, specialmente nella missione della Chiesa, dev'essere luce e sale, per illuminare il cammino degli uomini e dargli senso. Ma la luce deve risplendere, e il sale non deve perdere il sapore. Fu questa la prima preoccupazione dell'Allamano. A lui sono attribuite queste parole: Se nel mondo si lodi Dio, si serva, si onori voi lo sapete al pari di me. La maniera di vivere, di parlare, di pensare degli uomini fanno conoscere quanto ne siamo lontani. Almeno l'ecclesiastico, tra tanta depravazione del tempo e della vita, tenesse fermo al suo destino e fosse come un fanale! Guai se questo lume si estinguesse” 4. È un messaggio di cui ancor oggi si sente la necessità e la validità.

 

 ----------------------------------

[1] Il Momento, 17 febbraio 1926.

[2] La Voce dell'operaio, 20 e 28 febbraio 1926.

[3] Ivi, 20 febbraio 1926. 4 Citate da C. PERA, La spiritualità missionaria nel pensiero del Servo di Dio Giuseppe Allamano, Torino 1973, p. 230.