“Regala a me uno di quei sorrisi dolci che mi consolavano e spronavano ad essere più buono”.

Così si rivolge all'Allamano, nell'annunciarne la morte ai suoi diocesani, il Vescovo di Mondovì, Mons. Giovanni Battista Ressia. Molti altri lo ricordano allo stesso modo: “irradiato da un sorriso, luce della sua anima candida e serena, che aveva qualcosa del sorriso di S. Francesco di Sales”[1]. Con espressione sorridente, calma, affabile si faceva incontro ad ogni persona che l'avvicinava. Era tutto per essa come avesse null'altro da fare. Si interessava con viva partecipazione alle questioni, incoraggiava, indicava la via. Muoveva alla confidenza “anche a motivo del leggero sorriso che risplendeva quasi abitualmente sul suo volto” (G. Moschietti). E conquistava l'animo dell'interlocutore: “guadagnava le simpatie, i cuori; a parlare con lui ci si lasciava subito vincere, egli diventava il nostro padrone; gli si metteva il cuore in mano”[2]. Fin dal primo incontro esercitava come una misteriosa forza di attrazione. Ecco qualche testimonianza:

“Io rimasi conquiso dallo sguardo dolce e insieme penetrante dei suoi occhi lampeggianti. Ed incoraggiato dalla sua parola, presi animo, intimamente persuaso di trovarmi dinanzi a una persona veramente superiore, veramente un santo” (N. Baravalle).

“L'impressione che provai al mio primo incontro con lui, fu di aver trovato un padre che mi ispirava la più grande confidenza e m'incoraggiava a parlare con lui con sentimenti filiali” (Sr. Francesca G. Tempo).

“Ero impacciato — racconta un sacerdote — ma il suo sorriso incoraggiante mi disgelò. Allora aprii il sacco e parlai a lungo di tante cose... Nella sua voce sapeva mettere tanta dolcezza da conquistare il cuore dei suoi interlocutori. Veramente dulcis in ore, dulcis in facie, dulcis in corde” (Don Robione).

E V. Dolza, presentatosi a ventidue anni per farsi missionario, commenta: “Quanto mi colpì l'amabilità del suo tratto e la grazia delle sue parole! Fin da quei primi incontri compresi tutta la straordinaria bontà del Signor Rettore, e l'impressione rimane anche oggi”.

Il segreto di questa influenza conquidente: “aveva veramente imparato da Nostro Signore il monito: "imparate da me che sono mite e umile di cuore"“ (F. Tiboni). Trattava con uguale delicatezza e senza complessi con Principi, Papi, Vescovi, professionisti e gente semplice. Aveva un solo galateo per tutti, uguale attenzione, rispetto sommo della persona. Seppe così intrattenere una fitta rete di amicizie con ogni ceto di persone. Poté esercitare un apostolato capillare, personale, da cui venne anche il sostegno delle sue imprese. Al momento opportuno poteva far conto sulla persona giusta e intervenire per risolvere le questioni più intricate. D'altro canto a lui si ricorreva e il suo parere era ascoltato come “voce di Dio”. Quello del P. Moriondo non è che uno dei tanti casi che si potrebbero citare, in cui la parola dell'Allamano diventa determinante e decisiva. Aveva già deciso di lasciare l'Istituto e si recò dall'Allamano. “Mi ricevette nel suo studio — racconta — mi fece sedere al suo fianco. Mi parlò per un momento al riguardo e poi, fissandomi, mi disse: "No, no; tu devi ritornare; sono io che te lo dico; devi ritornare all'Istituto". Mi bastarono queste sue poche parole decise, a far• mi cambiare partito, e farmi ritrovare nell'Istituto. La mia vocazione fu salva da quel "sono io che te lo dico" del Signor Rettore. Qualunque altra persona non sarebbe riuscita. Solo la forza del can. Allamano, unita alla sua santità, riuscì a smuovermi”.

È la forza dei santi. Ma di una santità amabile, che sa attirare con la dolcezza. Un dono di natura, ma anche frutto di continuo esercizio per essere sempre attenti e presenti a se stessi. La dolcezza magnetica dello sguardo dell'Allamano scaturiva anche da conquista interiore. Fin dagli anni del seminario si era proposto di “trattare sempre bene tutti, di evitare tutto ciò che può ferire il prossimo”. Aveva un carattere vivo ed energico, pronto e immediato. Dovette compiere un duro lavoro per temperare i suoi moti e raggiungere mitezza d'animo e soavità di modi. “Che dovesse lottare era evidente, conferma L. Sales. Talora lo si vedeva irrigidirsi nello sforzo per mantenere il dominio di sé; tal altra era un fiotta di sangue che gli colorava il volto, ma pure si dominava. Anche negli ultimi anni si poteva scorgere lo sforzo che si faceva per non eccedere nelle parole e negli atti. Lo si vedeva come irrigidirsi su se stesso, ma non scattava. Questo è il punto in cui ebbe a lottare di più, ma è anche quello che più di ogni altro dimostra la sua virtù”.

Era convinto che le anime si attirano così. Faceva notare che solo a questo riguardo Gesù si è esplicitamente proposto come modello: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Riteneva che quanti devono trattare con il prossimo, specialmente sacerdoti e missionari, hanno un particolare dovere di imitare l'esempio di mansuetudine del Divin Maestro. Lo ripeté con insistenza ai suoi missionari; lo lasciò scritto nelle Costituzioni che diede loro; lo consegnò come ricordo ad ogni partenza di missionari. Ad uno di questi disse: proponi in questo momento e rinnova il proponimento ogni mattina dopo la S. Comunione di volerti conservare dolce e mansueto nonostante tutte le occasioni e gli ostacoli, e stima perduto quel giorno e quell'ora nel quale mancassi al grave proposito”[3].

Secondo l'Allamano, questa virtù è d'importanza “straordinaria per i missionari. Ed egli vuole che i suoi missionari siano “dolci e mansueti, sempre e con tutti”. E delicati. “Nessuno dica: tanto devo andare solo in Africa. E che! Forse che gli africani non sono uomini come noi? Forse che non sanno comprendere e distinguere fra chi è educato e chi è grossolano? Sotto la pelle nera hanno un cuore buono, un sentire delicato... E poi, chi ha mai udito che Nostro Signore parlasse o si comportasse da grossolano, solo perché doveva convivere con gli Apostoli, che erano gente comune? Io vorrei che, appunto perché andate in Africa, foste più educati e più delicati” 4[4]. E osserva L. Sales: “su questo punto egli era e ci voleva ineccepibili, spiegando che la cortesia e le buone maniere fanno parte della carità”. Solo questa permette di andare oltre i comportamenti e le debolezze dei fratelli, per vedere in essi persone amate da Dio, redente dal sangue di Cristo. Con questo atteggiamento di rispetto l'Allamano presentò il popolo presso cui mandava i suoi missionari: “gente di carattere schietto, di portamento dignitoso e ospitale con lo straniero, facile alla compassione, energicamente fiera, di mente pronta e sveglia” [5]. Ma intuiva pure che occorre andare oltre le prime impressioni. Infatti, ai primi passi dei missionari in un mondo del tutto nuovo, completamente estraneo ad ogni influsso cristiano, molte cose li impressionarono sfavorevolmente. Qualcuno usò espressioni piuttosto forti nei riguardi degli africani. L'Allamano li esortò a incominciare col farsi accettare, interessandosi delle loro necessità, del loro modo di pensare, degli usi e costumi. Chiese ai missionari di presentarsi come uomini diversi, mediante la mansuetudine e la bontà. Così, con l'amicizia, la conoscenza, i contatti personali, cambiò l'atteggiamento di reciproca diffidenza. Gli africani affollarono le missioni, si stringevano attorno al missionario in occasione delle sue visite ai villaggi, ascoltavano la sua parola. E i giudizi dei missionari divennero più positivi. Apprezzarono le doti naturali che già l'Allamano aveva messo in risalto, il rispetto degli anziani, l'abilità, la prontezza nell'apprendere. Scrive uno di essi nel suo diario: “Si conservano in una bontà naturale che fa stupire. Senza leggi divine e umane che regolino la moralità delle loro azioni, è sorprendente davvero trovare tanto buon costume, rispetto dei vecchi, delicatezza nel parlare e più di tutto riservatezza nei tratti”[6].

L'Allamano seguiva da lontano questo cammino. Raccomandò di continuare su questa strada, senza voler bruciare le tappe. A un missionario troppo zelante nel combattere manifestazioni che sembravano poco conformi alla morale cristiana, suggerì prudenza e pazienza: “Per carità si vada adagio, come qui tra noi per il ballo, sebbene sia più cattivo. Dobbiamo dissimulare il male, perché è impossibile ora vincere la cosa e sarebbe di pregiudizio alla conversione il combatterlo di fronte. Leggevo alcuni giorni or sono come nella Cina la conversione procedeva trionfale quando il padre Ricci, gesuita, tollerava certe oblazioni ai morti. Qualche testa piccola vi si oppose e ciò provocò la persecuzione e la fine del bene. A togliere il male ci vuole tempo e pazienza”[7].

É la via dell'evangelizzazione, come appare specialmente nel Vangelo di Luca. Gesù conquista le folle con la misericordia, la mansuetudine, l'interessamento alle miserie umane. Quindi può fare le proposte più esigenti: “Chi vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua... Chi non odia il padre e la madre, non può essere mio discepolo... Se il tuo occhio è di scandalo, cavalo”[8]. Così l'Allamano, dopo che i missionari si erano assicurata l'accettazione, li esortò ad andare oltre: “Vi siete attirati la confidenza, l'istruzione religiosa l'avete sparsa largamente e grazie a Dio fu ben accolta; ma ora è la pratica delle massime cristiane che dovrebbe cominciare. Sono le volontà e i cuori che debbono piegarsi al l'osservanza delle leggi di Dio... Resta il più difficile, la rinuncia, cioè, a quanto nelle loro abitudini è contrario ai divini comandamenti, iniziando la vera vita cristiana”[9].

È un cammino che può essere intralciato se il primo passo invece di avvicinare, allontana. Perché “i non cristiani si fanno l'idea di Dio da quelli che loro la predicano. Se vedessero che abbiamo gli stessi loro difetti direbbero: si presentano come uomini di Dio e sono come noi”[10]. Perciò, l'Allamano pianse quando seppe che qualche missionario non trattava bene gli africani e diede severe norme in proposito. Ricordò le parole della prima enciclica di S. Pio X: “non si attirano le anime con lo zelo amaro; anzi il rinfacciare duramente gli errori, il riprendere con asprezza i vizi, torna sovente più a danno che ad utilità”. E non si stancò di ripetere, riguardo alle relazioni con gli africani: “Amateli, trattateli con bei modi”[11].

Un messaggio ancora pienamente valido. Non si evangelizza veramente senza amore per le persone evangelizzate. Amore non paternalistico, ma che si esprime nella stima e nel servizio. Non si accontenta di porgere aiuti materiali, ma educa i popoli a fare da sé. La situazione è diversa da quella del tempo dell'Allamano. Dall'attività missionaria è sorta una Chiesa che sta acquistando una propria identità, si fa gradualmente autonoma. Anzi, mentre Paolo VI esortava gli africani a essere “gli evangelizzatori di se stessi”, Giovanni Paolo II riconosce che “la Chiesa d'Africa entra in una nuova era, un'era in cui essa sarà chiamata sempre più ad espandersi generosamente oltre le proprie frontiere nazionali e continentali, e a mettere le proprie risorse e i propri doni al servizio della Chiesa universale”. “L'Africa comincia a pensare ai missionari che essa stessa manderà nei Paesi in cui c'è bisogno. Vuole restituire il dono che ha ricevuto”[12]. Il missionario, artefice dell'evangelizzazione in Africa, si mette ora a servizio del nuovo cammino della Chiesa africana. Gli è richiesto un maggiore spirito di umile e intelligente collaborazione. È un servizio che richiede capacità di dialogo, di ascolto, di rapporti interpersonali profondi, per i quali è indispensabile la mansuetudine, la dolcezza, l'attenzione alla persona e alla sua cultura. Anche oggi “occorrono all'Africa missionari che amino l'Africa e gli africani, che siano armati di molta pazienza, che sappiano farsi perdonare i loro benefici... che sappiano obbedire ai loro Superiori africani e diventare loro umili ausiliari”[13]. E questo vale di tutte le situazioni missionarie del mondo. Per tutte è attuale l'esortazione dell'Allamano sul comportamento con gli africani: “Amateli! Trattateli bene”.

 

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[1] A. CANTONO, in La Voce dell'operaio, 28 febbraio 1926.

[2] Ivi.

[3] Conferenze, I, 266.

[4] VS, 171-172.

[5] La Consolata, novembre 1900.

[6] A. Borda Bossana, 21 gennaio 1903.

[7] Lettera a F. Pelo, 1° aprile 1904.

[8] Cf. Lc 9, 23-26; 14, 25-27; Mt 18, 8-9.

[9] Lettera circolare, 8 dicembre 1906.

[10] Conferenze, I, 281.

[11] Lettera circolare, 27 novembre 1903.

[12] Cf. Discorso di GIOVANNI PAOLO II a Nairobi, 16 ago sto 1985, e all'udienza generale del 21 agosto 1985.

[13] A. RETIF, La Missione. Elementi di teologia e spiritualità missionaria, Torino 1965, 263.