“Lavoriamo, lavoriamo. Ci riposeremo in Paradiso”. È un'espressione del Cafasso, che l'Allamano fa sua, ripete e vive. Con compiacenza racconta di un suo compagno di seminario che si era fissato un orario preciso, con il quale si industriava di utilizzare tutti i ritagli di tempo. Così guadagnava tutti i cinque minuti che di solito si perdono iniziando un'azione. Lo chiamavano Domine quinque. Ma egli, pur non essendo un genio, riuscì bene [1]. Forse alludeva un po' a se stesso, “che aveva fatto il proposito di non perdere un solo minuto di tempo, valorizzando nello studio anche i brevi intervalli tra lezione e lezione” (L. Sales). La sua riuscita negli studi è dovuta alla sua applicazione e tenacia. Anche durante le vacanze si faceva un orario, in cui tutta la giornata è distribuita minutamente tra studio, preghiera, occupazioni varie.

Fu un uomo di grande attività. Divenuto sacerdote, trovò tempo per i suoi doveri di assistente in seminario, la frequenza alle lezioni al Convitto ecclesiastico, la preparazione degli esami di laurea. Alla Consolata iniziò una febbrile attività per attendere alle persone, avviare i lavori di restauro, curare la vita spirituale del santuario con numerose iniziative, seguire l'andamento del Convitto, prepararsi all'insegnamento. Rimise in luce la figura del Cafasso: raccolse testimonianze, ne pubblicò le opere, seguì la preparazione della biografia e, infine, ne promosse la Causa di Beatificazione seguendola nelle sue varie fasi. E man mano crescevano altri impegni in diocesi: Superiore e confessore di Congregazioni religiose, esaminatore sinodale, membro di commissioni. “Ogni giorno cresceva il cumulo delle sue occupazioni, senza che diminuissero quelle che aveva in antecedenza” (F. Perlo). E contatti a non finire con personalità ecclesiastiche e del laicato cattolico, con autorità civili, e con quanti ricorrevano a lui per le loro necessità. Ed era una vera ressa. “Quando andavo alla Consolata per parlargli — attesta Sr. Chiara — qualche volta dovevo attendere delle ore, perché c'erano sempre molte persone di ogni ceto che andavano da lui per consiglio. Venuto il mio turno, mi accoglieva così paternamente e mi ascoltava con tanta bontà, che pareva non avesse altro da fare. Si interessava di tutto”. Le giornate passavano sempre piene e attive. “La sua vita era una occupazione continua; mai ricreazione, all'infuori di quel sollievo che prendeva alla mensa comune”; “concedeva poco tempo al riposo, perché alla sera andava a letto tardi, fermandosi a pregare, e al mattino si alzava presto” (N. Baravalle e G. Cappella). “Non stava mai in ozio, e tutto il tempo che aveva libero dalle sue occupazioni lo impiegava nella preghiera” (C. Scovero).

Quando diede avvio alla fondazione dell'Istituto dei Missionari e poi delle Missionarie della Consolata, aveva già una intensa attività in diocesi, e poteva bastare per un uomo ormai provato nella salute e giunto a un'età in cui si comincia a pensare alla pensione. In modo spiritoso egli stesso lo dice alle Suore: “senza la preoccupazione dell'Istituto avrei potuto fare il Canonico signore e starmene tranquillo... andrei fino in coro; poi me ne andrei a pranzo, poi leggerei un po’ la gazzetta, e poi mi metterei a dormire un poco, e poi e poi... (con forza) e poi me ne morirei da folle. questa la vita che si deve fare? Vedete, siamo destinati a voler bene al Signore. Dobbiamo fare del bene il più possibile”[2].

Quale carico si sia addossato con la fondazione missionaria è impossibile qui descrivere: lunghe pratiche con vari organismi ecclesiastici, ricerca del campo di lavoro, preparazione delle spedizioni, formazione dei membri, organizzazione giuridica e materiale, ricerca di aiuti, costruzione delle due Case Madri, contatto costante con i missionari e le missionarie sul campo di lavoro e con i loro parenti, che conosceva e seguiva quasi tutti. Sapeva farsi aiutare ed ebbe ottimi collaboratori, specialmente il Can. Giacomo Camisassa che con lui divise tutto il peso della fondazione e conduzione dell'opera missionaria. Ma la direzione fu sempre sua; voleva essere al corrente di tutto, seguire ogni cosa di persona. Non è eufemismo dire che l'Allamano e il Camisassa morirono consunti dal lavoro [3].

Anche su questo punto l'insegnamento dell'Allamano riflette la sua esperienza di vita attiva, costruita sul trinomio: pietà, studio, lavoro. Egli vuole missionari attivi, sempre impegnati nella propria formazione, nella preghiera, nelle opere di apostolato, e anche nel lavoro materiale. Il lavoro è un dovere, ma anche un onore, perché è stato santificato da Gesù, dalla Madonna, da S. Giuseppe, da S. Paolo, che si gloriava di provvedere a se stesso con il lavoro delle proprie mani. Perciò, fin dal primo Regolamento, l'Allamano propose ai missionari: “Ad imitazione dell'Apostolo Paolo che si procurava il necessario con il lavoro delle sue mani, tutti gli alunni si applicheranno all'esercizio dei lavori manuali”. E per coloro che erano in missione: “Nelle località in cui sia possibile iniziare a promuovere colture di prodotti necessari od utili I Missionari della Consolata si distinsero in questo. Arrivati nel Kenya, si imposero per il loro dinamismo. Installarono una segheria nella foresta per ricavare il materiale necessario alla costruzione delle missioni; avviarono fattorie per l'allevamento del bestiame, la coltivazione di caffè, ortaggi, cotone, la conciatura delle pelli. Era un mezzo per contribuire con le proprie mani, oltre che con la mente e il cuore, all'evangelizzazione. Ma, anzitutto, era un metodo: farsi conoscere e apprezzare attraverso il lavoro, educare al lavoro, base di benessere e progresso. Proprio come proponeva il Fondatore. Alcuni missionari si specializzarono nei vari tipi di lavoro; altri curarono il settore delle lingue locali, componendo le prime grammatiche, vocabolari, catechismi. Un altro passo di grande valore in questa opera di elevazione con il lavoro compirono con l'impianto di una tipografia a Nyeri. Fu una delle prime a funzionare in Africa, tanto da dover presto essere in attività “giorno e notte” (L. Perlo). Stampò sussidi didattici per le scuole, catechismi, libri di lettura e dal 20 giugno 1916, il periodico Wathiomo Mukinyu (= L'ospite amico), che continua ancora oggi le sue pubblicazioni. Quanto questo abbia contribuito alla formazione umana e cristiana degli africani è facile comprendere. L'Allamano era convinto del valore della stampa nella formazione cristiana delle coscienze. A Torino, quanti si impegnavano con coraggio e sacrificio in questo settore, ebbero sempre in lui “un ispiratore convinto e un sostenitore efficace”, e godettero del suo “autorevolissimo e cordialissimo appoggio”. Li incoraggiava ad essere all'altezza del loro compito, in modo che il giornale cattolico fosse “agile e ben fatto”, applicando le risorse che le nuove tecniche suggeriscono” [4]. “Ricordo — attesta N. Baravalle — che dal Servo di Dio veniva il famoso Avv. Scala, fondatore e direttore dell'Italia Reale..., il Barone Ricci, amministratore del giornale cattolico Il Momento, il can. Berta, direttore dello stesso giornale, il Teol. Caselli Bernardino, direttore del giornale cittadino Il Corriere, Don Reffo..., direttore della Voce dell'operaio e quanti lavoravano nel campo cattolico. A tutti era largo di consigli e di direttive che si dimostravano quanto mai pratici e aderenti alla realtà”. Questa sua esperienza e convinzione volle trapiantata nell'evangelizzazione in Africa.

Il decreto di approvazione dell'Istituto scorge una caratteristica dei missionari dell'Allamano nel fatto che essi “non si limitano a introdurre la religione, amministrare battesimi, raccogliere bambini abbandonati... ma con lo splendore della fede portano a quei popoli la luce della civilità, ammaestrandoli nell'agricoltura, allevamento del bestiame, esercizio delle arti più usuali, trasportati per questo dall'Europa macchine e utensili di ultima invenzione”. L'Allamano ne godette, sentendosi sulla scia di altri grandi missionari, specialmente del Massaia e del P. Ricci, “il quale per penetrare nella Cina, ed ottenere credito a sé e ai missionari, e quindi aprirsi la via alla conversione di quelle genti, incominciò coll'insegnare le matematiche, col comporre mappamondi ed orologi solari; cose che lo resero stimato e benemerito, e poi creduto per quanto insegnava sulla fede cristiana” [5].

Perciò riteneva particolarmente necessario al missionario avere senso pratico, allenamento al lavoro, preoccupazione di non lasciare trascorrere il tempo invano, ma occuparlo nel fare del bene, il più possibile. Diceva: “Il lavoro, la fatica, amarli... Non dire: c'è solo più poco tempo! Anche un minuto, lavorare! Non sempre dolcemente, pensando a quando mai finisca, come gli operai di fuori; ma anche quando c'è più poco tempo, occuparlo tutto. Bisogna non perdere il tempo” [6].

Le situazioni variano secondo i tempi, le circostanze, i Paesi. Quando è necessario, il missionario non ha paura di sporcarsi le mani. Altre volte dovrà essere capace di dedicare il suo tempo e la sua disponibilità nell'ascoltare gli altri, nel dialogo, nell'intrecciare rapporti interpersonali. Altre ancora gli sarà chiesto di dedicarsi all'insegnamento, di approfondire la conoscenza del mondo religioso e culturale, di entrare nei problemi della giustizia e della liberazione dei popoli. Ma rimane che per il Regno di Dio si deve dare tutto, anche un minuto: più c'è da fare e più si fa, più c'è da lavorare e più si lavora, diceva l'Allamano.

Egli con il suo esempio dà valore alla sua affermazione: “La nostra vita vale in quanto è attiva per noi e per gli altri” [7].

 

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[1] Cf. Conferenze, III 730-731.

[2] Cf. Conferenze alle Suore, 21 gennaio 1917 e 17 aprile 1919.

[3] Il motto del Camisassa era: «lavoro, lavoro, lavoro». In occasione della malattia che lo portò alla tomba, l’Allamano disse di lui: «ha la smania di lavorare: vorrebbe saper tutto, vorrebbe far tutto; è tutto attività… Tutti dicono che è un uomo sfinito, consunto, un uomo che ha già lavorato per 90 anni”. Ivi, 6 agosto e 21 luglio 1922.

[4] Testimonianze di G. Pinardi, B. Caselli, A. Canton.

[5] Lettera circolare del 12 ottobre 1910.

[6] Conferenze, I, 534-535; cf. I, 522.

[7] VS, 482.