L'espressione è del P. Pera e mette in risalto un altro tratto della personalità dell'Allamano. Ebbe un fisico debole e per tutta la vita soffrì per una forma di tubercolosi manifestatasi fin dal primo anno di seminario. Egli stesso lo descrive in una lettera a Pietro Cantarella. “Fatto rossastro e perfino nericcio, non potei più nascondermi, e parlatone ai Superiori, ben videro subito la catastrofe che in me operavano gli inizi di una malattia non scherzevole... Mi coricai nell'infermeria con buona speranza di presto riavermi. Ma coricatomi un sabato, ne passò un secondo, un terzo, poi un quarto e più ancora di un quinto e che più? Dopo molteplici e vari medicamenti si venne al togliere il sangue. Figurati come mi fossi dopo 8 salassi, uno meglio dell'altro, e dopo una perfettissima dieta di più di 20 giorni, tranne sempre ghiaccio e rinfreschi”.
Da allora, ogni sforzo per particolari studi e esami gli causò sbocchi di sangue, mal di testa, debolezza di stomaco, esaurimento fisico, tanto che “dai Superiori e compagni si dubitava – scrive – che io potessi continuare negli studi”. Non solo, ma in terza teologia si temette per la sua vita: “Non te l'abbiamo detto, ma ti avevano salutato come per l'ultima volta”, gli diranno poi i compagni. Un anno dopo l'Ordinazione, nel luglio 1874, lo sforzo per sostenere gli esami di laurea gli causò totale esaurimento di forze e sbocchi di sangue. Lo stesso avvenne nel novembre 1876, tanto che gli fu amministrato il Viatico. Nel giugno 1877 ancora un collasso fisico, da cui si riprese molto lentamente. Non userà, quindi. eufemismi, quando dirà che l'impegno nello studio e il conseguimento dei titoli accademici, gli costarono sangue.
Nel gennaio 1900 una broncopolmonite lo porta in fin di vita. Ne esce miracolosamente. Ma il fisico si indebolì ulteriormente, con conseguenti malesseri, febbriciattole, periodiche emicranie che gli sfiguravano il volto e gli rendevano impossibile qualsiasi attività. “Data la sua debolezza di costituzione – disse E. Bosia – mi stupisce che abbia potuto raggiungere un'età così avanzata”. Andando avanti con gli anni si aggiunsero difficoltà di circolazione, gonfiore alle gambe, scompenso cardiaco e altri malanni. Specialmente dopo la morte del Camisassa (18 agosto 1922), declinò rapidamente “come una candela che si spegneva lentamente” (F. Perlo), tanto da fargli dire: “sono come di vetro”.
Ciononostante poté compiere un lavoro immane, imponendosi con la forza della volontà sulla debolezza fisica. Egli è comunemente descritto come un “carattere forte e deciso”, “forte e volitivo”, “dotato di una tempra forte”. Dice Don Robione: “la sua volontà era dura, forte come l'acciaio”. E L. Sales: “Fu un volitivo in tutto il senso della parola. Nessuno avrebbe immaginato che in un fisico così debole, albergasse un'anima così forte. Fin dal suo ingresso in seminario, tra i suoi propositi, troviamo quel "voglio" che fu poi di tutti i giorni di sua vita, senza venir meno davanti a qualsiasi ostacolo”.
Fortezza dimostrò fin da giovane nella scelta della vocazione. Gli costò molto lasciare la mamma alla quale era attaccatissimo e di cui, secondo la sua stessa attestazione, era un po' il beniamino. Rimasto per quattro anni all'oratorio salesiano con Don Bosco in cui riversava ogni sua confidenza, “dicendogli sempre tutto”, e nel quale aveva trovato un padre, dovette fare violenza a se stesso per lasciarlo, non sentendosi fatto per la vita salesiana. Uscii° dall'oratorio per entrare in seminario, incontrò resistenza in un fratello che voleva frequentasse il liceo pubblico. Questa opposizione “gli cagionò una grande sofferenza. Mi raccontava egli stesso scrive L. Sales – che un giorno, mentre stava studiando, sentì come una ispirazione improvvisa, come se una voce interna gli dicesse: oggi Dio ti chiama, chissà se fra tre anni ti chiamerà ancora. Buttò via i libri e andò da suo fratello dicendogli con risoluzione: vado in seminario”. Non si pentirà mai di questa decisione: era fatto per il sacerdozio e lo visse con intensità e gusto. Nelle sue conferenze parlerà poi spesso del necessario distacco dai parenti per seguire la vocazione. Un linguaggio che egli stesso riteneva duro, ma riferiva la sua esperienza e la sua gioia di aver dato a Dio il primo posto nel seguire la chiamata.
Usò la sua forza di volontà nel continuo controllo e dominio di sé. Infatti, “essendo forte e irascibile di carattere, dimostrava uno sforzo continuo di dominarsi e di tendere così al perfezionamento di se stesso” (A. Bertolo).
Così il Cappella poté affermare: “ebbi campo di osservarlo per lunghi anni e posso attestare che in ogni circostanza, tanto lieta che dolorosa, lo riscontrai sempre uguale a se stesso: sempre amorevole e mai sdolcinato, sempre fratello maggiore e padre che accoglie con bontà, che ama veramente secondo lo spirito di Nostro Signore”.
La stessa energia mise in atto nell'adempimento dei suoi doveri e nelle grandi iniziative cui pose mano. Non si spiegano senza una grande forza di volontà per superare difficoltà, salute precaria, opposizioni. Ponderava a lungo le cose, ma quando aveva presa una decisione, convinto che fosse voluta dal Signore, l'attuava senza spaventarsi di qualunque difficoltà. Allora, l'espressione "non sono capace" per lui non c'era. Conosciuta la volontà di Dio e confidando pienamente in lui, si metteva all'opera e diceva: “Se il Signore vuole questo, ho la grazia per compierlo, quindi sono capace. Posso tutto in colui che mi conforta”.
La forza della volontà era sostenuta da illimitata fiducia in Dio e nella Consolata: “Con Gesù nel cuore, ai piedi della Consolata si aggiusta tutto”, diceva. E così fu nelle difficoltà quotidiane e nei momenti umanamente più disastrosi, come quando accettò l'ufficio di Rettore del santuario della Consolata, dove l'Arcivescovo non aveva trovato nessuno che accettava di andare; quando vide svuotarsi la casa appena partiti i primi missionari; quando ebbe la sensazione di essere messo da parte dall'Istituto; alla morte di missionari, e soprattutto del P. Costa e del Camisassa. Con quest'ultimo perdeva l'amico, il sostegno di cui sentiva estrema necessità. Eppure, dopo aver offerto la sua vita per lui, si rimise alla volontà di Dio; scoppiò in pianto, ma subito si compose; diede le disposizioni per i funerali e si ritirò in camera; e “per quante insistenze gli venissero fatte dai suoi figli, di permettere loro di tenergli compagnia in quei momenti così tristi per lui, egli rifiutò energicamente, dicendo che in quell'ora così dolorosa preferiva trovarsi solo con il Signore: mi basta il Signore” (Sr F. G. Tempo).
Con grande fortezza, calma e serenità, accettò la croce continua delle malattie. Attesta il suo domestico: “Non l'ho mai sentito lamentarsi di alcun male, pur sapendolo sovente sofferente. Nelle sue sofferenze ho sempre ammirato la sua perfetta rassegnazione alla volontà di Dio” (C. Scovero). E P. Barlassina conferma: “Ebbi occasione di avvicinarlo mentre soffriva delle sue periodiche crisi di emicrania, che lo sfiguravano in volto per il grande dolore che gli causavano. Ma pur rimanendo chiuso in camera per l'impossibilità di attendere a qualsiasi occupazione, non si turbava e non si lamentava”.
Dovette affrontare pure quelle opposizioni sottili che si riscontrano in ambienti ristretti e con molto clero, come era Torino. Sui lavori fatti alla Consolata qualcuno sussurrò che aveva abbondato nel decoro del tempio. Quando progettò la fondazione dell'Istituto si insinuò che per la sua posizione avrebbe potuto detrarre alla diocesi i migliori elementi, e fu bloccato per dieci anni. Fondato l'Istituto, da alcuni si disse che si era gettato in un'impresa superiore alle sue forze e ne pronosticavano l'insuccesso. Lo stesso Mons. Bertagna andava dicendo che si trattava di un fuoco di paglia. L'Allamano fu ferito da questi pettegolezzi, ma lasciava dire e andava avanti. Quando, poi, i primi missionari partirono per il Kenya, si alzarono ugual. mente voci di critica, quasi che li avesse mandati all'avventura, incontro all'ignoto e alla morte. Ancora, nel successo delle missioni si ebbe a ridire sul metodo di apostolato, poi pubblicamente lodato dalla Santa Sede nel decreto di approvazione dell'Istituto. P. G. Barlassina gli dà questa testimonianza: “Immensamente superiore alle grandi miserie umane, non dimostrò mai di preoccuparsi delle eventuali critiche o ingiurie cui per la molteplicità delle sue opere e delle sue relazioni poteva essere facilmente esposto; anzi, dimostrò di essere superiore ad ogni men che lusinghiero apprezzamento”. È il prezzo che deve essere disposto a pagare chi si impegna a far qualcosa di diverso, chi escogita vie nuove. L'Allamano si preoccupò sempre di studiare bene i. suoi piani e di essere certo della necessità di agire, seguendo il manifestarsi della volontà di Dio attraverso gli eventi e la voce dei Superiori. Quindi agiva senza lasciarsi condizionare dalle dicerie e dai commenti degli uomini. “Quando si trattava della virtù, della giustizia e della salvezza delle anime, era di una fortezza granitica” (G. Nepote). Egli stesso ebbe a dire: “Se ad ogni ostacolo che si frapponeva ci fossimo arrestati, o anche solo disanimati, il santuario sarebbe ancora oggi quello che era cinquant'anni fa, e l'Istituto di là da venire. Invece, conosciuta la volontà di Dio, si va avanti, fidando ciecamente nel divino aiuto” (G. Gallea).
Così voleva anche i suoi missionari, in considerazione pure delle difficoltà a cui dovevano andare incontro: “soggetti energici; non mezze volontà, ma volontà di ferro. Diceva: "le mezze volontà non sono per noi" [1], e alle suore aggiungeva: “vi voglio virili, d'una virtù soda” (Sr. Chiara). Il suo insegnamento su questo punto è costante: “Prima dote del missionario è l'energia, la costanza; chi non ha energia, è inutile che venga a farsi missionario” i. E per energia intende impegno, costanza, fermezza nel compiere il proprio dovere. Non pretende gente perfetta, ma che tenda alla perfezione, decisa ad andare fino in fondo nel compimento del proprio dovere. Il pensiero del Fondatore è illustrato bene, per le suore, dalla loro prima Superiora, Sr. Margherita De Maria: “Le missionarie, secondo gli insegnamenti dell'Allamano, dovevano essere energiche, pronte a molto lavoro, a gravi fatiche e sacrifici, munite di grande costanza e prontezza... Non voleva caratteri molli, indecisi, facili allo scoraggiamento, ma suore virili, e diceva che nella via della perfezione, più si fa e più si farebbe e che, in missione specialmente, la fortezza per una missionaria è assolutamente e sommamente necessaria”.
E L. Sales aggiunge: “Quand'egli, con tanta forza ci parlava di volontà di ferro, di energia, di costanza nell'esercizio delle virtù, non faceva che comunicarci ciò che sempre egli aveva fatto... E quando con tanta convinzione, egli esprimeva la sua avversione per caratteri fiacchi, per le mezze volontà... non faceva che attestare indirettamente com'egli fosse ben lontano, agli antipodi di questa classe”.
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[1] Cf. Conferenze, I, 161; II, 80-84, 199-202, 380-387; 486-488; III, 485-488, 608-609.