“Il sacerdote e più ancora il missionario è l'uomo della carità”. E “solamente ai veri amanti –continua l'Allamano – Iddio affida le anime. Gesù, dopo la sua risurrezione, là presso il lago di Tiberiade, così interrogò Pietro: Simone mi ami tu?... Ecco a chi Gesù affida le anime: a chi lo ama di un amore triplice e superlativo... solo chi ama ha zelo forte e costante”[1].
L'amore dell'Allamano per Dio “era così vivo, così grande che traspariva all'esterno in modo evidente e conquidente. Parlava frequentemente e volentieri e con fervore dell'amore di Dio. Il suo occhio si illuminava, lo sguardo pareva fisso in qualcosa di soprannaturale, ma a lui ben nota e familiare, l'espressione per nulla affettata, ma direi celestiale; si vedeva in lui come un bisogno di comunicare agli altri un po’ dell'abbondanza di quel fuoco di carità che ardeva nella sua anima” (Sr. Margherita De Maria). Gli è, infatti, riconosciuta “una particolarissima abilità nel comunicare ai suoi ascoltatori l'ardente fiamma di carità per il Signore, che gli bruciava il cuore” (A. Borda Bossana).
Le sue conferenze rivelano l'esperienza di una persona in cui l'amore per Dio era traboccante: vi si percepisce il gusto di Dio, della preghiera, della liturgia, della Sacra Scrittura. Tutto il suo linguaggio rivela grande entusiasmo per le cose di Dio, capacità contemplativa e forte intensità spirituale.
Ma l'amore si dimostra nei fatti, nel cercare Dio sopra ogni cosa, nel fare la sua volontà, nel consumarsi per l'avvento del suo Regno. L'Allamano ebbe come programma di vita: “Piacere solo a Dio”, avere di mira solo la sua gloria. Perciò non voleva che lo si chiamasse “Fondatore”, né che si abbondasse nell'esaltare quello che aveva fatto, dicendo: “Ho fatto solo il mio dovere”. A riguardo della fondazione dell'Istituto poteva asserire: “La coscienza mi attesta che fin da principio purificai la mia intenzione di fare ogni cosa a gloria di Dio, e a ciò ottenere pregai il Signore a non risparmiarmi prove e pene, se necessario. Piuttosto che commettere un solo peccato di vanagloria, chiedo al Signore che incenerisca tutto quanto abbiamo qui e in missione. Voglio poter morire senza aver acconsentito a un solo pensiero di vana gloria” (L. Sales). Voleva “poter dire fino all'ultimo di non aver mai cercato altro che fare la volontà di Dio”.
Di qui scaturisce un vivissimo, ardente desiderio di aderire a quello che Dio sommamente vuole: che tutti gli uomini giungano alla pienezza della verità e siano salvi in Cristo. Chi ama veramente Dio, si immedesima con la sua volontà salvifica universale e se ne fa strumento. L'Allamano, perciò, vede nella vocazione missionaria la chiamata più alta, perché è quella che maggiormente identifica con il misterioso disegno di salvezza di Dio. “Il missionario è chiamato a cooperare con Dio alla salvezza delle anime che ancora non lo conoscono; a consacrare la sua persona alla grande opera della conversione del mondo. È una missione divina” [2]. È la vocazione più sublime, perché universale come la volontà salvifica di Dio Padre. “Questa vocazione – scrive l'Allamano ai missionari – vi eleva sopra i cristiani, i religiosi e gli stessi sacerdoti dei nostri paesi, ai quali non è dato di far conoscere ed amare Dio da tanti che non l'avrebbero potuto conoscere ed amare” [3].
È ancora una vocazione che configura in modo speciale a Gesù Cristo, la cui identità è di essere l'Inviato del Padre per il mondo intero. Con vivo senso di presenzialità, l'Allamano lo ripete ai missionari che stanno per partire per le missioni: “Gesù Cristo da questo altare rivolge a voi le solenni parole che disse un giorno agli apostoli: andate, predicate alle genti, battezzatele; ecco io sarò con voi tutti i giorni... Come dicesse: essendo in me ogni potere – col medesimo fui mandato dal Padre sulla terra a salvare gli uomini – questo stesso potere trasmetto a voi perché continuiate la missione ch'io ricevetti dal Padre... Siete costituiti in pieni poteri salvatori di anime, tanti Gesù in terra. Quanto dovete santamente gloriarvi e ringraziare il Signore!” [4]. E con la missione, quello a cui l'Allamano è massimamente attento: la presenza: “Egli vi assiste continuamente, e non come tutti i cristiani, ma con un'assistenza particolare; quando sarete in missione, egli sarà il vostro sostegno. Questo pensiero dev'essere la vostra consolazione; il Signore parte con voi e sarà sempre con voi, non in modo generale, ma tutto particolare... non solo di tanto in tanto, ma tutti i giorni e tutte le ore del giorno” [5].
Nella vocazione missionaria, l'Allamano scorge la realizzazione dell'aspirazione fondamentale di tutta la sua vita: essere una cosa sola con Dio, vivere alla sua presenza, fare la sua volontà, lavorare per la sua gloria. La missione diventa l'espressione più alta della sua ricchezza interiore, del suo amore. Vede molto chiaramente la successione, secondo cui si attua il disegno di Dio: “L'Eterno Padre ha mandato Figlio, il Figlio ha mandato la Chiesa, e la Chiesa per mezzo mio manda voi” [6]. E da questa coscienza scaturisce il senso di preziosità della chiamata alle missioni: “Considerate pure le varie vocazioni con cui una creatura può legarsi a Dio; non ne troverete una più perfetta della vostra. Il Signore per voi ha come esaurito il suo infinito amore in fatto di vocazione. Non saprebbe, e non potrebbe, darvene una più eccellente, perché vi ha dato la sua stessa missione”. [7]
Logica è pure la conseguenza che ne trae. Per essere missionari, bisogna essere animati da una più ardente fiamma di carità. E poiché tutti sono chiamati alla santità, tutti possono essere missionari. Infatti, tutti i santi lo desiderarono. Per esserlo di fatto, più che una vocazione speciale, si richiede più amore, più zelo per le anime, più generosità: “non si richiede che un pò più d'amor di Dio, di zelo per la propria santificazione e di quella delle anime” [8]. Perciò esorta costantemente i missionari a tendere al di più, a essere prima santi, a essere anzitutto “uomini di orazione, e non aver paura di pregare troppo” [9]. Per essere missionari è necessaria adesione alla volontà del Padre, intima unione con la missione del Figlio, luce e forza interiore dello Spirito. Occorre una santità “maggiore di quella dei semplici cristiani, superiore a quella dei semplici religiosi, più distinta di quella dei sacerdoti secolari. La santità dei missionari deve essere speciale, anche eroica, e all'occasione straordinaria da operare miracoli” [10].
Per questo aveva paura del numero. Ne voleva pochi, ma buoni, generosi, di prima qualità. Per la missione esigeva il meglio, dagli individui e anche dalle Chiese locali. Se, infatti, per gli uni è espressione della loro maggiore carità, per le altre è espansione del loro dinamismo e della loro vitalità. Non dovrebbero avere paura di dare i loro migliori elementi. L'Allamano ne ebbe chiara coscienza fin dall'inizio. Manifestando il suo progetto, scrive a Roma: “ho un certo numero di sacerdoti (i laici non mancheranno), che hanno da poco terminato la loro educazione, giovani di buona condotta e di belle speranze, ai quali avendo io lasciato intravvedere la speranza d'incominciare un istituto regionale di missionari, mi stanno giornalmente attorno, sollecitandomi di mettere mano a quell'opera, pronti a dedicarsi tosto con slancio e uno zelo del quale alcuni hanno dato buona prova nell'esercizio del sacro ministero” [11].
E ancora: “un'opera che come questa toglierà alla diocesi parecchi giovani sacerdoti esemplari e di grande zelo, quali sono appunto quelli che ho di mira... sarà naturalmente poco benvista al vescovo locale, a meno che questi sia persona da sapersi elevare sopra le idee ristrette che generalmente predominano, e sappia comprendere come un clero diocesano può anche avere una missione più ampia” [12].
Idee che stentarono a farsi strada e fu ostacolato per dieci anni, proprio per timore che la fondazione togliesse alla diocesi le forze migliori. Ma l'Allamano terrà sempre fermo su questo principio. A un vescovo amico che si dichiarava disposto a dare qualcuno dei suoi pochi chierici, rispondeva: “se sono farina da far ostie (cioè, di prima qualità), fa il sacrificio, se no tienitili pure” [13].
D'altra parte era convinto anche che una Chiesa locale, finché non si apre alla missione, finché non sa guardare oltre le proprie frontiere e necessità, non raggiunge la pienezza dell'amore e della configurazione a Cristo. Egli si meravigliava che la sua Chiesa di Torino, fiorente di tante istituzioni caritative e apostoliche, non avesse espresso con chiarezza la caratteristica missionaria. Scriveva: “Recherà non poca meraviglia l'osservare quanto piccola parte di detto clero (Piemontese) siasi finora dedicata alla conversione degli infedeli”. Non mancavano significativi esempi. Ma “paragonando il loro numero a quello dei missionari che partono da altre nazioni cattoliche..., il contingente da noi fornito alle missioni è senza dubbio troppo più scarso di quel che dovrebbesi aspettare” [14]. Inoltre, mentre le principali regioni d'Italia avevano visto sorgere un loro Istituto missionario, Torino ne era priva. “Hanno missioni i Salesiani, scriveva al Card. Richelmy, ma per loro questo è un fine accidentale, essendo i Collegi e l'educazione della gioventù il loro vero scopo” [15]. E si impegnò perché alla sua Chiesa non mancasse questa chiara nota di missionarietà, segno di autenticità e vitalità.
Stupiscono queste intuizioni in un sacerdote pienamente impegnato nel servizio della sua diocesi. Ma sono comprensibili se si considera il suo cammino spirituale. “Lo zelo è effetto dell'amore, ma di un amore vivo, intenso... Come è doppio l'oggetto del nostro amore: Dio e il prossimo, così di due sorta è lo zelo: l'onore e la gloria di Dio, e la salvezza delle anime” [16]. Dalla vivezza del suo amore per Dio, dalla intensa vita spirituale, il cuore dell'Allamano si allargò a dimensioni universali. Non si accontentò di stare a guardare, di fare lamenti su quello che mancava, di ripetere semplicemente quello che già c'era. “Fare e non aspettare”, proponeva fin da giovane seminarista. Lo zelo genera iniziativa, dinamismo, novità. Egli vide la necessità che la sua Chiesa si aprisse alla missione; costatò l'urgenza di aiutare tante vocazioni missionarie a realizzarsi; intuì il vertice spirituale che la missione rappresenta. E si mise all'opera. t diventato padre di apostoli, non soltanto perché ha dato vita a una famiglia missionaria, ma per la via che ha tracciata, la formazione apostolica che vi ha impresso.
Il fuoco interiore, il desiderio ardente che il Signore sia glorificato, rende capaci di cogliere le esigenze del momento presente, e queste sono di stimolo all'azione, ad aprire cammini nuovi. Le grandi imprese nascono nel silenzio, nella contemplazione del mistero di Dio e delle necessità degli uomini.
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[1] VS, 315; Conferenze, I, 129.
[2] Ivi, III, 449.
[3] Lettera circolare ai missionari del Kenya, 12 ottobre 1910.
[4] Conferenze, I, 83.
[5] Ivi, III, 470; I, 84.
[6] Ivi, III, 469.
[7] VS, 65; cf. Conferenze, II, 692-693.
[8] Ivi, I, 302.
[9] Ivi, III, 497.
[10] Ivi, I, 616-617.
[11] Lettera a C. Mancini, 6 aprile 1891.
[12] Lettera a p. Barbagli, 22 luglio 1891.
[13] Conferenze, I, 575.
[14] Prefazione al Regolamento del 1891.
[15] Lettera del 6 aprile 1900.
[16] Conferenze, I, 474.