Una delle espressioni più frequentemente usate dall'Allamano, specialmente nella corrispondenza personale, è: “Avanti in Domino”, avanti nel Signore. E dava tanta forza. Infondeva coraggio. Lanciava in iniziative anche gravose e rischiose.

Tre semplici parole, che racchiudono la sua fede e la sua speranza. Egli aveva il dono singolare di comunicare agli altri la sua ferma fiducia nel Signore e nella Consolata. Una fiducia che fa camminare.

Avanti! “Non bisogna mai star fermi, ma andare sempre avanti”; “non starsene come automi, senza iniziative proprie, per paura di sbagliare”; “non lasciarsi rimorchiare”; mai dire: “non tocca a me” [1]. E ancora, quasi al termine della vita, scriveva ai missionari del Kenya: “Nelle comunità talora si sente il lamento che non c'è più lo spirito della fondazione. Invece di questi inutili lamenti, ed invece di pretendere la perfezione dagli altri, ognuno pensi sul serio a procurare la perfezione in se stesso. Se tutti così facessero, lo spirito ritornerebbe in tutta la comunità” [2].

Ciò vale per ogni aspetto della vita. Sta qui la capacità di essere ministri di consolazione, come lo fu l'Allamano. Consolazione che è confortare, alleviare le sofferenze, animare e vivificare, ma anche interpretare la realtà e spingere gli uomini a intraprendere azioni che producano rinnovamento, portino novità, cambino situazioni di dolore. Come Maria che, povera di tutto ma ricca di Dio, ha generato la novità, la luce delle genti, la Consolazione.

“Avanti in Domino”, sembra ripetere ancora l'Allamano al suo Istituto. Avanti nelle nuove situazioni che deve affrontare per l'evangelizzazione del mondo e la promozione umana. Avanti nello sforzo di essere all'altezza della sua missione. Sicuro della volontà di Dio e pienamente abbandonato in lui, l'Allamano non ebbe dubbi sulla riuscita della sua opera. In un momento di grave difficoltà disse a un missionario: “Vedi, l'Istituto andrà giù, giù, ma non si perderà perché è della Consolata” (D. Ferrero). “L'Istituto è opera di Dio, e passerà tutte le prove per meglio rifiorire” [3]. Con questa garanzia deve guardare avanti, con un occhio fisso al futuro, e uno al passato: al Fondatore di cui deve conservare e sviluppare lo spirito. “Voglio che abbiate il mio spirito, diceva. Il Signore dà a me lo spirito da dare a voi. Sì, io lo ricevo dal Signore: voi ubbidite a me. Il mio spirito lo dò a quelli che stanno uniti a me”. Di questo egli si è soprattutto preoccupato. Non ha mai pensato al suo Istituto in termini di quantità, di grandezza, ma di qualità e di fedeltà all'ispirazione avuta dal Signore. “La Chiesa non ha bisogno di tanti soggetti; senza di loro continuerà la sua missione; ha più bisogno di ministri dotti e ben formati nello spirito” [4]. “Lo spirito è ciò che dà forma e vita alle singole istituzioni, come ai singoli membri. Ogni istituzione ha il suo spirito, del quale vive e per il quale vive; e gli individui in tanto son membri vivi dell'Istituto cui appartengono, in quanto ne hanno lo spirito. Dovete avere lo spirito dei Missionari della Consolata nei pensieri, nelle parole e nelle opere” [5].

Il ruolo di ispiratore e guida che l'Allamano ha avuto, viene dallo Spirito di Dio. Nella sua sostanza, ha valore perenne. Qui se ne sono colti alcuni aspetti. Da essi è possibile comprendere che Dio l'ha preparato, fornito di doni di natura e di grazia per la missione che gli avrebbe affidato. Quanti hanno avuto il privilegio di avvicinarlo di persona, di avere la sua formazione e direzione, hanno compreso l'intimo rapporto tra la sua vita e il suo insegnamento, tra il suo spirito e la vitalità dell'Istituto.

I sentimenti espressi da uno di loro, scrivendo ai Fondatore dopo il suo arrivo in missione, dovrebbero essere di tutti, sempre: “Le confermo che ho mai sentito di amarla come ora, amatissimo padre, perché mi ha aperto la via tanto desiderata... Non posso non esternarle il mio cuore e dirle, padre, che voglio esserle fedele fino alla morte, agendo sempre secondo i suoi consigli e insegnamenti” [6].

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[1] Cf. VS, 159; Conferenze, I, 272.

[2] Lettera del 15 ottobre 1921.

[3] Conferenze, III, 133, 386.

[4] Conferenze, III, 311. “Noi non abbiamo la mania di molta terra, e non le mani per lavorarla; meglio poche mis sioni, ma curarle molto. Il Signore ne mandi altri. Ma roba di prima classe! Questo voglio... ognuno di noi dev'essere capace di fare per molti altri”. Ivi, III, 715.

[5] VS, 88.

[6] Lettera di P. Mario Botta all'Allamano, 24 febbraio 1923.