1932 ZANNI Luigi

 

Il fratello coadiutore Luigi Zanni (1896 - 1970), missionario prima in Kenya e poi in Italia, ha tenuto un breve colloquio sull'Allamano il 16 febbraio 1932 alla comunità di Torino. Il suo linguaggio è semplice e anche povero nello stile, ma esprime bene rapporto che il Fondatore era riuscito ad instaurare con il gruppo dei coadiutori. Proprio perché non erano sacerdoti, l’Allamano curava i fratelli coadiutori in modo speciale e li chiamava affettuosamente i “suoi beniamini”.

 

«Sei anni sono già passati dacché il cielo ci ha rapito il nostro veneratissimo Padre Fondatore Can. Giuseppe Allamano. Celebriamo questa memorabile data, non con dolore per ricordare tanta perdita, ma con vera gioia e profonda letizia per dirci che il nostro Ven.mo Padre vive proprio vicino a noi, ed è in mezzo a noi della sua famiglia missionaria sempre, ma in modo tutto particolare lo è in questo momento.

Siamo riuniti per meglio ricordarcelo e far risuonare alle nostre orecchie ed al nostro cuore le sue indimenticabili parole, consigli ed esortazioni per meglio far vivere in noi il suo spirito, che lo Spirito Santo dettò per meglio raggiungere il nostro scopo e quello dell’Istituto, per cui il Signore ci ha chiamati a fare parte dei Missionari della Consolata.

Io mi limiterò solo ad accennare a qualche sua parola, udita durante i pochi mesi che ho avuto la fortuna, da postulante, di fermarmi qui in Casa Madre, e poi quando mi recavo da Camerletto a Rivoli, dove nei mesi di estate egli veniva a passare le vacanze nella sua villa. Mi domandava come mi trovavo e desiderava sapere di tutte le singole azioni della giornata, e si tratteneva molto volentieri, anzi desiderava che andassi da Lui tutte le volte che si presentava l’occasione. Diceva: “Voialtri coadiutori siete i miei beniamini”. Quasi ci guardava e ci trattava come le pupille stesse degli occhi suoi.

Soggiungeva: “Perché il vostro ministero è più difficile che non quello del Sacerdote, e siete stimati di fronte al mondo, ed anche dai confratelli stessi, per gente da poco, mentre avete tutti i doveri che hanno quelli che, per la loro vocazione, sono messi più in alto di voi. Perciò vi necessita maggior virtù, e bisogna essere sempre stretti al Signore, per corrispondere alla vostra vocazione. Io ammiro la vostra sorte, per cui potete farvi maggiori meriti del missionario Sacerdote. Ancora perché il vostro ministero è umile, e quando credete di fare qualche cosa che meriterebbe lode, non ricevete che ingratitudine dagli uomini. Allora bisogna sempre sprofondarsi nell’umiltà e la vostra corona sarà così più bella in Paradiso”.

E finiva dicendo: “Io sono già vecchio, non voglio biasimare la vocazione sacerdotale che è divina ed è il massimo dei doni che il Signore possa fare ad una creatura, quella di essere sacerdote, ma voialtri la uguagliate, se non nell’altezza, nella profondità. Ed ora non mi rimane che me ne vada in Paradiso. Qui sulla terra non posso più fare tanto. Ho sempre cercato di fare del mio meglio per servire il Signore. In Paradiso potrò fare molto di più per voi. E di lassù vi vedrò tutti, anche quelli dell’Africa, e se non fate bene, vi tirerò le orecchie!”.

Prima di andare in noviziato (che si faceva nella casa di Sanfrè), salutandolo ci raccomandò di imparare a fare bene la meditazione, dicendoci che la vocazione si conserva se si medita, aggiungendo che tutti i santi si sono fatti tali per avere imparato a fare la meditazione, ed in modo speciale: “la meditazione è fatta più per voi che per i Sacerdoti. I Sacerdoti devono meditare perché il loro ministero li porta a meditare, ma poi essi hanno la S. Messa da celebrare, il breviario e poi tante altre belle preghiere. Ma per il missionario coadiutore (la meditazione) deve essere il suo pane”.

In fine ci diede la sua Santa Paterna Benedizione, dicendoci di volere Lui pure venire a Sanfrè per vedere la nuova casa, che quindi ci avrebbe di nuovo veduti. “Altrimenti ci rivedremo in Paradiso”. Infatti nel mese di ottobre venne a Sanfrè ed era rimasto contento di trovarsi in mezzo ai suoi figli novizi, dicendoci che se non morrà verrà qui a passare l’estate, ed a tale proposta il Rev,mo Padre Maestro gli aveva fatto preparare un appartamentino apposta per Lui.

Ma purtroppo dopo pochi mesi, e precisamente sul finire del mese di gennaio si ammalò; poi sembrava che si ristabilisse di nuovo, ma ai primi di febbraio, una sera, il Rev.mo Padre Maestro ci disse di pregare per il Padre Fondatore che era gravemente ammalato, ed a tale scopo si incominciò un triduo di preghiere, e poi un secondo. Il Signore, verso la fine di questo triduo, lo volle prendere Seco e trapiantarlo nella sua aiuola eletta dei santi in Paradiso, lasciando noi tutti suoi figli orfani nel dolore.

Dolore che si mischiò con allegrezza, sicuri di averlo in Paradiso vicino al Cuore di Gesù ed alla SS. Consolata sua e nostra Celeste Madre, ed al suo zio Beato Giuseppe Cafasso, intercederà presso il trono di Dio e della SS. Consolata per tutte quelle grazie delle quali ciascuno di noi ed in modo speciale l’Istituto abbisognano. Beati i morti che muoiono nel Signore, perché riceveranno il premio delle loro fatiche e benedizioni sulle loro opere.

Come figli di tanto Padre cerchiamo di farne rivivere lo spirito col praticare quelle virtù che ci ha insegnato col suo esempio, facendo sempre la volontà di Dio riconosciuta nella voce dei Superiori. Così saremo sicuri di continuare bene l’opera sua in questa terra e di formare poi un giorno la sua più bella corona in Paradiso».