[vol. V, pp. 100-105, n. 555]

Torino, 7 settembre 1908

Carissimi in Gesù Cristo,

Dal vostro amatissimo Superiore ho saputo con piacere che gli Esercizi Spirituali vi furono dettati con molta sodezza di dottrina e sacra unzione, e che voi tutti vi avete atteso con speciale impegno e in modo edificante. Ne sia ringraziato il Signore, e la Sua grazia faccia sì che il frutto ricavatone sia duraturo a vostra santificazione e a bene di cotesti poveri neri.

Anche dell’esito degli esami di S. Cerimonie e di lingua kikuyu ho motivo di essere consolato, massimamente per quest’ultimo devo esprimere la mia soddisfazione ai missionari e alle Suore che riportarono i migliori voti per teoria e per pratica, e mi auguro che negli esami futuri tutti abbiano a imitarli.

Dalle conclusioni delle conferenze vedo pure con piacere che andate sempre più perfezionandovi nella conoscenza delle credenze e consuetudini degli indigeni e nei metodi da seguire nella loro evangelizzazione, e approvo le risoluzioni adottate in questa circostanza e le pratiche di pietà stabilite per tutti.

Alle spiegazioni che per mezzo del vostro Superiore mi chiedete riguardo alla regola N° 12 del capo IV, pag. 33, rispondo: 1. Che la parola confratelli, come a pag. 29 e 35, si deve intendere (e così usano tutte le regole di altri Istituti religiosi) tanto dei sacerdoti che dei fratelli laici, i quali tutti debbono perciò scrivermi ogni 3 mesi. 2. Il superiore d’ogni stazione certamente soddisfa già in parte a questo con le relazioni trimestrali, che mi sono sempre trasmesse sollecitamente. Però questo non è sufficiente perché, essendo alla direzione di una casa, ha una responsabilità specialissima dell’andamento di essa, per cui deve tenersi anche in speciale comunicazione almeno trimestrale con il Superiore generale. Del resto, crederei farvi torto nell’insistere sull’obbligo di questa cosa, perché più che un obbligo dovrebbe essere un bisogno del cuore l’aprirsi sovente a chi vi ama tutti qual padre, e che sente da parte sua il bisogno di condividere le vostre gioie e le vostre pene, e di darvi quei consigli che gli suggeriscono l’esperienza propria e le grazie dell’ufficio.

La scusa, che qualcuno ha messo fuori, che scrivendo a me si possa ingenerare nei confratelli della stazione il sospetto di relatore dei fatti altrui, non merita risposta, perché si fa un torto ai confratelli con il crederli capaci di queste meschine e puerili supposizioni. La conseguenza è dunque che tutti devono seguire questo articolo del regolamento e farsene un vero impegno più che non si sia fatto da parecchi in passato.

Un altro articolo del regolamento su cui è necessaria una spiegazione è il N° 7 del capo I, riguardo ai beni privati di ciascuno. Su ciò io dico che sono da considerarsi tali i beni posseduti anteriormente e quelli che i parenti danno del proprio e per ragione di parentela. Perciò sono dell’Istituto e non dell’individuo: 1° tutte le offerte venute da persone non parenti, ancorché fatte all’individuo o con l’esplicita dichiarazione che se ne serva egli stesso o in uso della sua missione: dichiarazione che non ha valore perché contraria al vostro voto di povertà. 2° quel che i parenti dessero non del proprio, ma semplici esecutori delle liberalità di persone estranee. 3° quello che i parenti danno allo scopo generico di promuovere l’opera delle Missioni. Queste norme riguardano tanto le offerte in denaro come di oggetti in natura. Aggiungo, poi, che la S. Congregazione interpellata riguardo all’uso dei beni di cui il missionario ha la proprietà, ha dichiarato che per questo è ancora necessario il permesso del Superiore non potendosi il vero voto conciliare con la libertà di usare dei beni. Volendo, quindi, mettersi in regola, i missionari dovranno chiedere questo permesso a me oppure al P. F. Perlo il quale non potrà darlo che agli individui in particolare e con le limitazioni stabilite al riguardo per il maggior bene dei missionari, della comunità e dell’opera dell’apostolato.

Con questa materia ha relazione l’acquisto e spedizione di oggetti e prodotti di costì indirizzati a parenti o conoscenti, nel che, per ovviare a inconvenienti successi in passato, ho deciso che d’ora innanzi nessun missionario possa spedire di tali oggetti sia direttamente sia con il rimpatrio di confratelli o suore. Permetto solamente che ciascun missionario nel venire in Italia porti seco, con l’approvazione del P. Perlo, poche cosette e non voluminose, sempre inteso che siano acquistate con denari propri; escludo poi in particolare qualunque cosa di cui il governo inglese proibisce l’esportazione, come pure di cui il governo italiano vieta l’importazione. A questo proposito permettetemi di aggiungere che ho constatato con pena come qualcuno, tanto nel raccogliere come nel mandare tali cose, si sia mostrato più preoccupato di favorire i parenti che non il Museo dell’istituto, destinando a quelli anziché a questo le rarità più interessanti.

A evitare le confusioni e altri inconvenienti che possono succedere con il crescere del numero dei missionari, dopo serie considerazioni e dietro consiglio di persone competenti, sono venuto nella determinazione di stabilire che tutti i missionari, sacerdoti e fratelli, si diano scambievolmente del lei. Tale è anche la pratica di tutti gli Ordini e Congregazioni religiose, nelle quali non si danno più del tu gli stessi fratelli e sorelle.

Dopo la benedizione del SS. Sacramento si canti il Laudate Dominum omnes gentes, come si fa nella Casamadre, essendo tale orazione veramente appropriata ai missionari. Il Vi adoro... si reciti solamente nell’uscire di Cappella.

Sono certo che nel vostro buon volere e buon spirito religioso vi farete un impegno di osservare quanto vi ho detto finora, e vi assicurerete così le benedizioni di Dio su di voi, sull’Istituto e sulle care popolazioni affidateci dalla Provvidenza.

Nei nomi SS. di Gesù e di Maria vi benedico con effusione di cuore e godo dirmi ognora Vostro affezionatissimo Padre

Testo B

Circolare

1.  Si parla troppo, si critica, s’inventa sull’istituto, regole superiori. Forse lettere clandestine. Sottoporle tutte alla lettura del superiore P. Perlo.

2.  Troppo parlare e studio del cibo e bevanda e vestiti (cibi ultramarini). Habentes... his contenti simus (V. libro C. Vives). Quindi mormorazioni contro il magazzino e chi può si aggiusta. E il voto di povertà?

3.  Il voto nostro permette la proprietà dei beni propri o provenienti dagli stretti parenti (padre, madre, fratelli e sorelle) e non altronde che si devono tenere dati intuitu missionis. Ma quelli pure devono usarsi secondo il voto di povertà, che esige il permesso o licenza del Sup. T. Perlo, il quale non lo permetterà per procurarsi vitto o vestito diverso o leccornie. Così quanto di vitto (cibo e bevanda) vien loro mandato da qualsiasi, sia pure la famiglia, deve porsi in comune, e solo usarlo come permetterà il Superiore; il fare diversamente sarebbe ancora mancanza di carità fraterna e incentivo della propria superbia.

Su di ciò interrogai la S. Congregazione, che mi rispose non potersi concepire vero voto di povertà senza che almeno si esiga il permesso di servirsi per quando è tollerata la proprietà, come si usa presso i Padri Lazzaristi e le Suore di Carità; quindi per l’approvazione delle nostre Regole dalla S. Sede, si deve spiegare a questo modo la norma (R. p. 16), e fin d’ora c’imposero di metterci su questo terreno.

4.  A proposito delle regole, so essersi sparsa la voce che un bel dì queste saranno cambiate dalla S. Sede o altrimenti. Ciò è falso. La S. Congregazione non muterà certamente il fine, la natura e l’essenza del nostro istituto, quindi gli individui saranno sempre e solo addetti alle nostre missioni, e con i tre voti religiosi. La sua revisione ed approvazione riguarderà solo le cose accidentali, come preghiere, pratiche, ecc. Che se per caso portasse variazione sulla durata dei voti, obbligando a farli perpetui prima della partenza per l’Africa, ciò toccherà solo i futuri missionari, e non i presenti in missione, i quali, come successe ai missionari di Verona, verranno interpellati prima, e poi lasciati liberi di farli subito perpetui, o di aspettare il termine del quinquennio.

Per i sacerdoti a titolo di patrimonio si esige il giuramento “inserviendi perpetuo missionibus”, e questo è chiaro per essere iscritti ad una diocesi; non essendo obbligati i vescovi, secondo le ultime decisioni della S. C. dei Vescovi e Regolari, a ordinare per le loro diocesi chi non si ferma in esse, né riceverlo quando volesse venirvi. Tuttavia tale giuramento non fa che i missionari siano fissi per sempre alle nostre Missioni, ma con il permesso della S. Congregazione, potrebbero passare ad altre Missioni. Del resto tale disposizione non toccherebbe che il quinquennio dei voti temporanei, e non esisterebbe se ci fossero i voti perpetui prima di venire in missione.

Ad ogni modo per chi ha buon spirito, e lo penso di tutti, i voleri ed anche i desideri della S. Sede gli saranno dolci e di buon grado finora si sottometterà a quanto per il bene dell’istituto e delle missioni la divina sapienza della S. Sede stimerà conveniente, e nel capo I, articolo 5 del Regolamento ne facciamo professione. Così successe ai Salesiani, ai Giuseppini e a quanti vollero sottoporre, com’è di dovere e per goderne i molti privilegi, al giudizio ed approvazione le loro regole; vi ebbero tutti variazioni. Ma come già dissi, state tranquilli nelle disposizioni di Dio che saranno sempre per il maggior bene nostro e delle nostre fatiche.

5.  Il vostro superiore a vostro nome mi chiede spiegazione della Regola art. 12, p. 30 del Regolamento. A me pare chiaro che qui sono compresi tutti i missionari, anche i superiori di stazione, per i quali più milita il bisogno o la convenienza di essere in frequenti rapporti anche con il superiore di Torino, e questa fu la nostra intenzione nel formulare quella regola, sebbene non si sia potuto a priori tutto prevedere ed esprimere ogni cosa in modo inappuntabile. Tutte le regole delle Congregazioni non uscirono subito perfette ma si perfezionarono con il tempo e l’esperienza. Come sapete io non parlo come Cicero pro domo sua, poiché il poco tempo che il Signore mi lascierà ancora su questa terra, e l’affetto che personalmente mi portano tutti i missionari non abbisognano di questa regola per scrivermi sovente, com’io vivamente desidero per partecipare alle loro gioie e alle loro pene, e nel caso per dar loro i consigli che la mia esperienza, avvalorata dalla posizione divina di vostro padre-superiore, richiede. Ed a proposito non vorrei che qualcuno fosse impedito dallo scrivermi sovente ed in lungo dalla paura che altri pensi o dica che fa la spia presso i superiori, raccontando le vicende degli altri. Questo sarebbe nei compagni cattivo spirito, ed anche mala insinuazione contro i superiori, i quali ricevono e giudicano le lettere solamente per conto di chi le scrive. Similmente non venga ad alcuno in capo ch’io violi il segreto di quanto si scrive dai missionari; il fatto prova loro il contrario, e nessuno finora ebbe ragionevolmente a pensare tale cosa. Voi ben sapete come io legga talora le vostre lettere ai vostri confratelli nell’istituto, ma non tutte, e sovente solo in parte e direttamente, cioè in quelle cose che mentre edificano i confratelli e li fanno vivere di voi e delle missioni, non contengono segreti, e voi stessi le avete per tal fine scritte. Ma le cose confidenziali, vi ripeto, mai le lessi, anzi quelle di coscienza tutte le annullai.

Concludendo questo punto doloroso, vi invito a maggior semplicità nell’ubbidienza e nell’umiltà, giacché i santi missionari scrivono per il bene ed edificazione e non temono di anche apparire difettosi; siavi esempio S. Francesco Zaverio nelle molte sue lettere stampate e sparse in tutto il mondo anche lui vivente.