[vol. VII, pp. 232-238, n. 962]

Torino, 3 novembre 1915

Caro Monsignore,

Abbiamo ricevuto la tua cara lettera del 12 settembre e ci siamo subiti rallegrati che non fosse più una delle molto rare e brevissime tue lettere, ma che tu abbia finalmente cominciato a scrivere più ampiamente e dirci aperto il tuo pensiero come dovrai fare e sovente d’ora innanzi, giacché sarà poi soprattutto da te che dovremo sapere l’andamento delle tue future missioni.

Venendo al contenuto di tua lettera ti diciamo anzitutto che non hai ragione di lasciarci intravvedere un po’ di disgusto perché non t’abbiamo, mentre eri a Torino, informato minutamente di quanto si progettava e che poi si fece per mezzo di P. Dalcanton e Compagni. Visto che i passi fatti a Roma dal Vice Rettore, e poi quelli che tu stesso e tuo fratello faceste perché ti fosse facilitato l’ingresso nel Kaffa erano riusciti a niente, scrivemmo ripetutamente a Mons. Perlo che studiasse lui sul posto se era possibile un qualsiasi tentativo d’entrata, e che lo facesse a qualunque costo. Dopo averci egli risposto che non sapeva proprio come attuare la cosa veniamo a sapere, molto dopo che fu tentata, la spedizione del P. Dalcanton che ci si diceva sperava arrivare a Mojale per l’Immacolata, e poco dopo a Burgi, vi giunse invece più mesi dopo, cioè molto dopo che tu eri ripartito per l’Africa. Del pochissimo che sapemmo di tale spedizione ti abbiamo sempre informato mentre eri qui; in Africa poi potevi informarti da Mons. Perlo. Quanto al darti norme sulla tua futura andata… era impossibile te ne dessimo, non conoscendo quei paesi e la vita possibile colà, cose che capimmo soltanto dalle lettere scritteci da P. Dalcanton la prima in data 20 giugno di quest’anno e l’altra dell’agosto successivo. La conseguenza si è che per avere norme sia per il viaggio, sia per la permanenza colà potevi e dovevi rivolgerti a Mons. Perlo che da tanto tempo è a piena conoscenza delle nostre vedute per il Kenya e, per quanto è possibile, anche per il Kaffa. E devi stimarti fortunato d’avere una guida e una sponda simile, poiché anche tu, come tutti qui, hai potuto constatare quale intraprendenza e giustezza di vedute abbia dimostrato nella quasi creazione della Missione del Kenya.

Bisogna pertanto mettere da parte i piccoli pettegolezzi, ma che forse sono aumentati dai soliti malcontenti capaci solo di criticare e non di fare – ma s’intende far bene – e appoggiarti fiducioso a quanto egli ti suggerirà ora e per l’avvenire, poiché siamo certi che egli ha un unico scopo: la riuscita del Kaffa come la riuscita del Kenya, per il bene vostro e la salute delle anime. Invece dunque di quasi tirarti da parte per evitarlo, dovresti cercare tutte le occasioni per avvicinarlo, intrattenerti con lui e far tesoro delle buone norme che può darti, e noi sappiamo ti darà volentieri, riguardo al tuo prossimo e lontano avvenire. Sappiamo bene che di lui quel che più dispiace a parecchi è la fermezza con cui esige moderazione e ordine nelle spese, ma ciò fu appunto uno dei segreti della riuscita delle missioni del Kenya, oltreché è un dovere che tutti hanno costì per l’esigenza del voto e virtù della povertà, sul che spero di scrivervi fra non molto apposita circolare. Preparazione materiale, e non lasciare pensarvi Monsignore.

Venendo all’affare di P. Luigi troviamo anzitutto che non facesti bene ad opporti alla sua andata a Mogadiscio. Era politica elementare che non ci dovevate né tu né Mons. Perlo, e che questi passi fossero tentati da una persona quasi estranea e inferiore a voi due, perché in caso che non riuscissero, voi due non eravate umiliati né compromessi. D’altra parte è certo che sia per la conoscenza delle lingue sia per la perspicacia d’ingegno e tenacia d’esecuzione egli era il più adatto, per andar a fare questi sondaggi, e sarebbe stato un bene vi fosse andato. Questa sua andata in Somalia però non era decisa da noi che non ne fummo informati (e non potevamo esserlo) come pure della sua gita ad Addis, la quale aveva come la prima uno scopo soltanto politico per così chiamarlo, e cioè di tastare il terreno alla corte abissina e presso il Conte Colli per vedere se era possibile ottenere un esplicito ed ampio permesso d’entrata per voi. Egli non era dunque destinato, per ora almeno, come membro delle tue missioni.

Ciò però non vuol dire che tu potessi rifiutarlo anche se destinato come tale, perché è cosa certa che i Superiori di Torino hanno facoltà di destinare un membro dell’Istituto a questo o quel Vicariato senza che i rispettivi vicari possano rifiutarlo. Difatti se un Vicario lo rifiuta e l’altro anche, cosa dobbiamo fare noi di quell’individuo: mandarlo via senz’altro? Ma questa espulsione non può farsi che per cause canoniche e gravissime. Il Superiore Gen.le di qui poi non solo può pretendere che un Vicario di costì accetti generica mente nelle sue missioni questo o quell’individuo, ma anche assegnargli di qui un impiego speciale, indipendentemente dal Vicario Apostolico, come p. es. di visitatore, di procuratore o simili. Di tal diritto non intendiamo valerci per ora, però ti avvertiamo d’aver scritto a Mons. Perlo che se le cose andassero in tal modo che egli credesse con il tempo quasi necessaria o molto utile una gita di P. Luigi ad Addis, ve lo mandi pure a nostro nome: sempre per ora, con quel solo mandato politico sopraindicato.

E giacché parliamo di P. Luigi le critiche da te riferiteci sul suo conto nell’Istituto non ci sono per nulla una cosa nuova: è regola generale che chi fa qualche cosa sia criticato da chi è estraneo a ciò e che ignora, quindi le direzioni dei Superiori al riguardo. Così avvenne per lui che doveva tener fermo sulle spese, e dare un ordinamento ai vari uffici, suo ed altrui, nell’Istituto, e ciò fare senza tener conto delle suscettibilità dei singoli, che perciò se la prendevano con lui quasi s’immischiasse nelle attribuzioni loro. Il fatto sta ed è che l’ordinamento da lui compiuto nella Casa Madre fu provvidenziale, e se tuttora va innanzi ordinatamente bisogna riconoscere a lui il merito, che ha appunto una capacità organizzatrice come l’ha in grado molto superiore suo fratello Mons. Perlo. Con ciò non diciamo che gli mancassero difetti, ne aveva, come tutti abbiamo i nostri, e ne lo avvertimmo replicatamene, e ci parve si sforzasse ad emendarsene, per cui non si ebbero dubbi nell’ammetterlo alla professione perpetua. Non illuderti di riuscire tu ad accontentare tutti – quegli che contenterà tutti, dice un proverbio, non è ancor nato – a meno di lasciar andare tutto per terra… con dissoluzione della disciplina religiosa e rapido decadimento dell’istituzione stessa. Allora si contentano forse gli uomini, ma si incontra una gravissima responsabilità davanti a Dio: noli fieri iudex, dice l’Ecclesiastico VII. 6, nisi valeas virtute irrompere iniquitates. Niente di più deleterio in una comunità che un Superiore con il sistema di darla dolce a tutti e cedere su tutto per tema delle critiche dei soggetti. Quella co munità è perduta.

Ti abbiamo già detto che norme tassative e precise sul tuo apostolato non te ne demmo perché non conoscevamo abbastanza quell’ambiente. Una sola parola t’avevamo detto che credevamo allora (e la crediamo tanto più adesso dopo le lettere di P. Dalcanton) compendi tutto il vostro piano d’azione colà: far dell’apostolato all’uso del Massaia. È tutto un sistema diverso da quello seguito nel Kenya, ma che è assolutamente da attuare nel Kaffa dove un governo semibarbaro e disordinato non garantisce la sicurezza né delle persone né degli averi; le concussioni, i latrocini e persecuzioni ingiustificate vi sono all’ordine del giorno… e l’attuale prigionia dei due nostri colà ne è una prova. In tali condizioni è impossibile stabilirsi solidamente e tranquillamente: bisogna stare come un uccello sul ramo sempre pronti a vedersi spogliati di tutto e dover fare fagotto… senza poter far valere le proprie ragioni. Basta poi che quelli là si figurino che siate ricchi perché si svegli in essi l’appetito di rubare e spogliarvi di ogni cosa, sicuri di non essere puniti, o che la punizione sarà sempre differita con nuovi cavilli… fino a sfuggirla pienamente. Questa è la condizione del paese dove avete da recarvi e conseguentemente bisogna fissare fin d’ora il tenore del vostro apostolato in rapporto a tale situazione.

Per prima cosa dunque rinunziare a tutti i grandi impianti agricoli e industriali, e commerciali tentati nel Kenya. Una capanna all’uso indigeno sia pure più ampia, sana e pulita e nulla più in fatto di abitazione. Nessuna grande coltivazione, nessun laboratorio industriale, nessun allevamento pastorizio, nessun commercio di caffè o di qualsiasi altro prodotto del suolo (e s’intende commercio né da soli né uniti con altri, come già vorrebbe fare P. Dalcanton): unicamente un orto per ortaglie e legumi, ma d’ampiezza solo proporzionata ai bisogni di ciascuna missione. L’inizio dell’apostolato poi sarà, come nel Kenya, curando i malati ma non con medicine europee (che adesso non possiamo più mandarvi essendo proibita l’e sportazione dall’Italia) sebbene con quelle cure empiriche a base di vegetali che vi confezionerete sul luogo specialmente usando purgativi che sono in generale la miglior medicina per quella gente che mangiando male digerisce male ed ha sempre bisogno di purganti; lo stesso Massaia faceva sempre solo così. I medicinali europei siano unicamente per voi, non mai per gli indigeni, fino a che non ti scriveremo di cambiar metodo. Soccorsi a indigenti non darne mai, perché si apre una porta che non si sa come poi chiuderla. Per l’apostolato contentarvi per molto tempo di spiegare e inculcare le verità fondamentali della fede Deum esse et remuneratorem… la cui conoscenza basta in caso di necessità a salvar un’anima. Una norma imprescindibile da seguire rigorosamente fino a nuovo ordine è quella di non tentare la conversione di quelli che sono già cristiani copti o abissini; questi ancorché vi cerchino, voi non dovete accettarli, ma respingerli sempre in bel modo. Vi parrà doloroso e crudele far così, eppure bisogna farlo in vista dei gravi inconvenienti che produrrebbe il fare diversamente. L’esempio del Massaia e di quanti gli succedettero nel Kaffa ci prova che tutte le persecuzioni cui furono soggetti ebbero sempre inizio dalle conversioni di copti, e ciò per subornazione dei preti abissini, gelosi di vedersi rapiti i loro seguaci. Lasciateli dunque a parte e lavorate solo sui pagani, in attesa di tempi migliori.

In relazione a queste norme dovrà essere regolata la preparazione della vostra carovana, e la riserva di danaro per i vostri bisogni.

Quanto alla preparazione della carovana è necessario che vi accudiate personalmente voi stessi: tu e i tuoi due compagni, e non aspettare che faccia tutto Mons. Perlo. Certo che da lui dovete dipendere per il quantitativo delle provviste, e per i mezzi di trasporto, giacché egli è al corrente delle nostre intenzioni quanto alle spese che l’Istituto può fare per la nuova Missione. Un accenno di sua lettera a quasi 50 mila lire per tale spedizione ci ha spaventati, e gli telegrafammo subito che riducesse di molto tale cifra, poiché se si va di quel passo si rovinerebbe l’Istituto, e l’Istituto, non bisogna dimenticarlo, è essenziale alle Missioni, dovendo provveder a rifornire di personale le Missioni. Se queste non possono farsi con l’ampiezza da voi progettata, si limitino ad un campo strettissimo, ma ripeto che non roviniamo l’Istituto. Non hai che a contare le offerte annuali del Periodico e vedrai che non arrivano alle 80 mila delle quali ben 18 mila costa la sola stampa e spedizione del periodico… E poi nell’Istituto sono 140 persone da mantenere… col caro viveri presente… una questione che ci fa studiare giorno e notte… senza contar imposte spese fabbricati e via via. Sarebbe perciò bene la finissero quelli della solita canzone leggendaria del pozzo… e tu sai a quali alludo. Si tengano quindi presenti queste cose nella preparazione e provviste della carovana… e quanto a spese future dopoché sarete sul posto basta portiate con voi una piccola scorta… e poi tu sai che c’è il mezzo di mandarvene a rate per mezzo degli agenti del governo inglese che vanno e vengono da Moiale. Ripetiamo poi che colà facciate tutte le possibili economie… perché se quella missione per le condizioni locali finisse per esigere spese troppo rilevanti, saremo costretti a ritirarvi… Così tu sai che fecero i Cappuccini del Piemonte con il Massaia, il quale riuscì poi a tirar innanzi alla meglio con i sussidi della Francia, causa per cui ai Cappuccini francesi passarono poi le sue missioni.

Queste supposizioni però sono fatte tanto per dire e noi siamo i primi a credere che abbiano mai a verificarsi, anzi abbiamo ferma fiducia che riusciate a fissarvi stabilmente e che cotesta Prefettura, con il tempo, gareggerà spiritualmente con quella del Kenya. Mettiti dunque con grande coraggio e con ancor più grande confidenza in Dio.

Con l’averti proposto a Prefetto della difficile Missione abbiamo dimostrato fiducia in te; e teniamo per certo che con la grazia di

Dio riuscirai nell’impresa. Bisogna che non ti lasci smarrire dalle prime difficoltà, né dalle miserie degli uomini. Il Signore ha detto che proteggerà chi in Lui solo confida, ed a Lui riferisce ogni buon esito: Protegam eum quoniam cognovit Nomen meum. Noi preghiamo; ed il caro D. Meineri che si esibì Vittima per il Kaffa, dal Paradiso perorerà la tua causa. Abbiamo pure fatto voto di dedicare una delle prime Stazioni a S. Michele Arcangelo perché scacci i demoni che da tanti secoli posseggono quelle regioni.

Questa risposta alla tua lettera fu da me concertata pienamente con il V. Rettore e in essa troverai i nostri pensieri e desideri. Procura di attenerti ai medesimi, e la SS. Consolata benedirà l’opera tua.

Ti ripeto di scriverci sovente, in lungo ed in dettaglio, quanto farai, le idee e le proposte; noi ti risponderemo e ti consiglieremo. Uno solo è lo scopo comune, fare il bene, il maggior bene a sola gloria di Dio. Ti benedico con i compagni.