[vol. VIII, pp. 190-191, n. 1228]
Torino, li 2 settembre 1918
Carissimo P. Gays,
Ho ricevuto non è molto le due sue lettere di Febbraio e Maggio. Ringrazio delle belle espressioni di condoglianze per la dipartita del caro P. Costa. Certamente l’Istituto ha fatto una gravissima perdita, tanto era necessario per la formazione dei giovani missionari; per noi poi vecchi era un vero sostegno per il suo spirito tutto in armonia con il nostro. Ma fiat voluntas Dei: dal Paradiso per l’affetto che aveva all’istituto continuerà a proteggerlo, e implorerà tante grazie perché compia la sua missione.
Mi piacque poi la prima lettera, che ricevetti qualche tempo prima della seconda. Mi stupii però del suo contenuto. V. S. ringraziato il Signore della grande vocazione, passa a chiedere scuse e perdoni. Le assicuro che non ne capisco. V. S. fu sempre rispettoso a me e al V. Rettore, e non ne avemmo che a lodare la di lei obbedienza. Mons. Perlo nelle sue lettere parlò sempre di V. S. con encomi, incominciando da quando si dimise da superiore; al che si oppose in ogni modo Monsignore, scrivendomi che non accettassi le di lei dimissioni. È Monsignore che mi scrisse che contro qualcuno che mise fuori l’idea di formazione di un governo, V. S. sorse risoluto contro, e disse della loro ingratitudine e stoltezza. In tutto poi aiutò sempre secondo le proprie forze il bene e il progresso delle missioni, specialmente con l’importantissima formazione dei catechisti. Il bene fatto da V. S. un po’ all’oscuro Dio lo vide, e venne sempre apprezzato da me e dal V. Rettore. Perciò io lo incoraggiai con mia lettera. Non tutti sono fatti per operare girando; ma ciascuno secondo le proprie forze e vocazione.
In conclusione sappia che nulla abbiamo a perdonarle; anzi molto da ringraziarla a nome di Dio, per il cui onore ha speso tanti anni. Anzi V. S. si metta nello stato d’indifferenza per quanto il Signore volesse del suo avvenire. Come sin da principio, forse a lei solamente aprii il mio cuore, dicendole che fondato l’istituto, l’avrei poi assistito come padrino (e me ne ricordo); così alludono le parole che contro mia intenzione si stamparono nella lettera sulla Povertà; e penso a questo avvenire.
Per ora non posso dirle di più; ma preghiamo. Con le benedizioni della nostra cara Consolata mi abbia. Suo aff.mo in G. C.