[vol. VIII, pp. 400-401, n. 1291]
J. M. J.
Torino, 2 luglio 1919
Caro P. Rosso,
Ho ricevuto una tua lettera mentre eri negli Ospedali; in essa parlavi del contegno delle Suore non chiaramente. Avresti dovuto riferirne a Monsignore perché vi ponesse rimedio, oppure scrivermene più dettagliatamente.
Nella lettera del 1 gennaio mi parli degli orrori della fame costì. Ti compatisco; ma nei disegni di Dio avrai avuto occasione di salvare molte anime.
Vengo alla terza lettera del 3 aprile. Ti dico subito che mi fece pena il tuo scritto ispirato forse da un solo che tenta in ciò come in altro di disturbare l’istituto e le Missioni. Ma l’opera è di Dio e nulla può contro di essa anche un padre Balbo. Sta attento, mio caro, a non perdere lo spirito ed i meriti dell’Apostolato. Ricordati del compagno, il santo P. Costa, che dal Paradiso ti assiste per giungere lassù dopo tante fatiche dell’Apostolato.
Riguardo al voto di povertà io ripeto quanto ebbi già a scrivere costì dopo il 1909. Nel 1° regolamento provvisorio diocesano io, pur sapendo che povertà secondo la teologia morale non può conciliarsi con la libera amministrazione dei beni, ritenni che come la S. Sede aveva fatto eccezione per il possesso dei beni ritenuti dai singoli con i Lazzaristi e Figlie di carità, avrebbe forse concesso l’amministrazione libera non quoad omnia, ma limitatamente ai beni di famiglia, e per questo inserii tale libertà nel regolamento; ma con la pregiudiciale messa in capo al Regolamento stesso di essere disposti ad uniformarsi non solo ai comandi ma alle semplici direttive della S. Sede.
Nel 1909 presentato il Regolamento a Roma affin di ottenere il Decretum Laudis questo ci fu concesso ma a condizione di togliere quelle parole libera amministrazione, sostituendovi la limitazione di ciò fare sotto la dipendenza dei superiori, e quindi ritornando al principio generale che la povertà non poteva stare senza la dipendenza dai superiori per l’amministrazione di qualunque sorta di beni.
La cosa fu ancor comunicata a Mons. Perlo prima che ritornasse in Africa nel 1909-10, poi scrissi io in Africa che fosse comunicata a voi tutti, e la ripeté pure a voi tutti in occasione delle Conferenze del 1911 il Rev.mo V. Rettore C. Camisassa quando fu in Africa. Perciò non potete protestare l’ignoranza della cosa, né dirlo tranello, tanto più che eri allora a Nyeri, e facesti il giuramento perpetuo due anni dopo, cioè in dicembre 1913. Fu soltanto la spiegazione fatta con la circolare sulla povertà che allarmò qualcuno, ma ingiustamente perché il giuramento fu sempre fatto con piena adesione preventiva a tutte le decisioni della S. Sede, cosa d’altronde obbligatoria per ogni religioso. D’altra parte tutta questa agitazione, ridotta ad una o due teste è irragionevole perché non vi toglie la facoltà di amministrare, ma vi impone solo l’obbligo di chiedere licenza preventiva ai superiori che ragionevolmente mai non la negano come si fece finora.
Da’ pure comunicazione di questa mia a chi ne abbisogna, in particolare a P. Balbo. Tu poi hai buon senso e spirito da non perderti e lasciarti deviare dalla santa vocazione.
Nella stessa lettera ti lamenti di non ricevere lettere dai genitori. La colpa è tua che loro scrivi troppo raramente. Non è molto che venne da me tuo padre tutto sdegnato dicendo che non aveva più figlio. Io lo quietai, e gli promisi di scrivertene ecc.
Chiudo benedicendoti, invocando su di te le grazie per un santo Apostolato. Abbimi in Domino aff.mo