[vol. IX/1, pp. 180-182, n. 1469]
Torino, 21 novembre 1921
Carissimo Monsignore
Non essendo mai venuta V. E. a domandarmi il mio sentimento a riguardo delle Missioni ed allo stato del personale, per quanto avesse comodità di farlo in tutto questo tempo, credo mio dovere di esporle per iscritto le mie impressioni ed intenzioni a bene del personale e delle Missioni.
È un lamento generale che in Africa si ha ben poco di mira il punto fondamentale delle Costituzioni, che è di procurare in primo luogo la santificazione del personale addetto alle Missioni, e che V. E. tenda quasi unicamente a far rendere questo personale sopraccaricandolo di lavoro, e lasciando poi che si aggiustino quanto all’interesse nell’andamento delle Stazioni, e questo con pregiudizio del voto di povertà. Si dice da più di uno che V. E. non è un padre, ma un generale e che non s’interessa abbastanza del loro stato spirituale, ed ancora che non si provvede a tempo e luogo ai loro bisogni particolari, facendo troppo sospirare cose di vera necessità, anche dopo che ne hanno fatto più volte domanda.
Una cosa che mi fa pena, come lo fece a molti missionari, e che può con il tempo riuscire di danno alle Missioni, è di sapere che si hanno troppo frequenti vertenze sia con i rappresentanti del Governo e sia con privati per questioni di contratti e di lavori. Io non so se ora il male si sia aggravato per il carattere di P. Luigi; ma certo ci fu già sempre più o meno questo inconveniente. Mi pare che si deve trattare con più di sincerità e prudenza sia con il governo sia con i privati e che si deve aver più cura del buon nome dell’Istituto e dei suoi membri.
Dicono pure che è successo sovente, massime nella fattoria, di dovere lavorare nei giorni festivi in cose di non assoluta urgenza; io invece tengo a ricordarle che i giorni festivi devono essere giorni di riposo e di preghiera.
Il Padre Luigi non deve aver a fare niente con i missionari e le missionarie delle Missioni perché lo trovano troppo duro; e non dovrebbe dirsi, come mi fu scritto, che vi domina la ditta Perlo.
Affinché non si rinnovi poi per le nostre Suore la perdita come di quelle del Cottolengo, bisogna che esse siano trattate meglio dai missionari, aiutate nel vivere da vere religiose secondo le proprie regole, sempre sotto la dipendenza e le direttive della V. Superiora, conformandosi alle norme che ad esse sono date dal loro Superiore di Torino. Il cambiamento da una Stazione all’altra deve essere prima approvato dalla V. Superiora generale in Africa; l’elezione poi alle cariche di Assistenti per le Case dev’essere concordata con il Superiore di Torino.
È mia precisa volontà che non si dovrà mai ammettere personale bianco estraneo a convivere o lavorare assieme o cibarsi con i missionari, coadiutori o suore; così ne ho già scritto a Mons. Barlassina per il Kaffa.
Riguardo al Padre Rossi io ripeto come ho già scritto più volte in passato, che non credo sia da ammettere alla professione perpetua. Se egli si ostina a voler restare nei luoghi di Missione, osservando però i voti come i missionari, V. E. domandi ancora separatamente e segretamente il parere dei missionari più anziani, per sapere se la di lui presenza non sarà nociva al buon andamento delle missioni, e poscia lo ritenga o no in base a tali informazioni, che devono però essere scritte e poi a me trasmesse da ciascuno degli interpellati.
Stante l’insistenza di Propaganda nel chiedere personale per Iringa, è bene che Ella appena arrivata, ne mandi due, provvedendoli del necessario, come avrà già fatto per gli altri. A ciò potrebbero destinarsi i padri Spinello e Albertone.
Ecco le cose principali che mi credo in dovere di osservare a V. E., pensando al bene dell’Istituto e delle Missioni, e al rendiconto che forse tra non molto tempo dovrò dare al tribunale di Dio. V. E. non abbia a male la mia schiettezza, e in Domino