«Io da giovane ero molto più debole di salute che non ora; ogni quindici giorni un'emicrania che non mi lasciava più far nulla. Allora andavo in refettorio e mangiavo più poco in modo che niuno se ne accorgesse; in studio me ne stavo coprendo la fronte colle mani parendo che studiassi, insomma, niuno mai si accorse di questo mio male». Così Giuseppe Allamano nella maturità rievocava le sue vicende di salute in seminano.

Vicende poco allegre, perché aveva un fisico piuttosto fragile, non molto adatto alla fatica dello studio e al rigore degli orari. Già nel primo anno dovette starsene un mese a letto a subire una serie di salassi, che poi provocarono anche un'emorragia. E la soggezione all'emicrania cominciò appunto così. (Più avanti nel tempo, alla visita militare nel febbraio 1872 in Asti, l'avrebbero «riformato», cioè scartato, avendo il capitano medico notato in lui «un fisico sanissimo, ma di gracile costituzione ed esaurito dagli studi»).

Era così, infatti. Esagerava. Agli inizi aveva addirittura voluto aggiungere alle materie del seminario quelle del liceo pubblico. Forse un atto di cautela per l'eventualità di un abbandono, secondo l'ipotesi pessimistica affacciata dai fratelli? Non si sa. Potrebbe essere stato anche uno sforzo per saperne di più arrivando al sacerdozio; anche per il sacerdozio. Era una delle sue convinzioni più profonde: «Forse fa più male un sacerdote ignorante che uno cattivo», insieme con un'altra: «San Francesco di Sales scrisse che causa del protestantesimo fu l'ignoranza del clero di quei tempi». E tra i suoi appunti su un corso di esercizi spirituali si incontra così trascritta l'esortazione di un predicatore: «Dopo la taccia di dissoluto, per un prete la taccia di ignorante è la più obbrobriosa e nociva al suo ministero».

Di anno in anno i suoi risultati si mantenevano ottimi in tutte le materie, soprattutto perché era un infaticabile sgobbone. E per di più organizzatissimo ed efficiente in materia di appunti, sintesi, compendi ordinati delle lezioni e dei corsi: quelle pagine gli sarebbero state ancora utili anche in età avanzata. Altrettanto ordine metteva poi nella pianificazione della sua vita interiore. I superiori, e lo spirito dei tempi, incoraggiavano la tenuta di diari spirituali, di giornali dell'anima, di regolamenti per la devozione personale, ma anche per lo studio. E così faceva anche lui (l'avrebbe fatto per tutta la vita) preferendo il regolamento con la concretezza degli orari, degli impegni, delle letture personali.

Il regolamento gli serviva anche per analizzare se stesso, rintracciare errori e debolezze, organizzare fin nei particolari minimi l'autocorrezione. Ce l'aveva spesso con la superbia, «il mio vizio dominante»; e per combatterla s'imponeva riflessioni e preghiere speciali, attenzione precisa alle massime dei santi. (Qualcosa di simile pare accadesse una trentina d'anni dopo, in Bergamo, al chierico Angelo Giuseppe Roncalli, anche lui pronto ad accusarsi di questo peccato capitale nel Giornale dell'anima: «.. .io sono tanto impastato di superbia, che manco anche quando non ci penso, quando magari mi sembra di far bene, di usare carità... Oggi per esempio ho portato per la prima volta il turibolo nei vespri solenni, e ho fatto quella figura che meritavo, io che voglio sempre fare la critica agli altri. Tutti mi hanno riso dietro, e ben mi sta»).

Gli accadeva a volte di soccorrere condiscepoli in crisi, con una singolare autorevolezza che andava acquistando, sia per il profitto negli studi, sia per quella cortese fermezza di carattere già evidente, e che rendeva così persuasive le sue risposte, le esortazioni. Molti anni dopo avrebbe detto: «Io quando uscii dal seminario, ero tranquillo, sapevo quello che dovevo fare». Dai ricordi e dalle testimonianze di vari condiscepoli par di capire che ad essi appariva già così, preparato e sicuro, anche prima di finire gli studi.

I due anni di filosofia, i cinque di teologia, votazioni sempre ottime. Un cammino tranquillo verso il sacerdozio, senza arresti e senza volate. Giuseppe Allamano concluderà la carriera seminaristica con lo stesso passo del primo giorno. Ha dovuto anche fare qualche rinuncia: per esempio, al sogno di andare missionario. Con la sua poca salute, è impensabile (e anche a don Bosco è andata così). In quel momento per lui l'ideale del missionario non era qualcosa di astratto: aveva le dimensioni fisiche e il volto di Guglielmo Massaia, il grande abuna degli etiopi, che un giorno egli aveva visto arrivare nel cortile di Valdocco tra mille feste.

E poi ha incominciato a fare una scoperta. Ha ritrovato Giuseppe Cafasso. Non più lo zio prete, barba preive di Castelnuovo, ma il Cafasso di Torino, della cattedra e del confessionale. Il maestro. Ne identifica via via le orme nel suo cammino di futuro prete, nel ricordo di altri preti; ne riascolta la voce dai suoi maestri. Già fin dal tempo di Valdocco egli visitava frequentemente la sua tomba nel cimitero di Torino. Ma ora lo va ritrovando vivo, sempre più presente. È quasi inevitabile che pensi a raccontarne la vita, che incominci un lavoro di raccolta degli elementi per una biografia.

Questo cammino tranquillo di Giuseppe Allamano è tuttavia interrotto da colpi duri che si abbattono sulla sua famiglia. Nel 1868, nel mese di maggio dedicato alla Madonna, suo fratello Ottavio sta suonando le campane della parrocchiale per l'Ave Maria serale, quando il braccio sinistro gli si impiglia nella corda, che lo frattura e lo stira brutalmente. Il primo soccorso prestato sul posto peggiora ancora la situazione; e quando finalmente arriva un medico competente da Torino, la sentenza è inappellabile: amputazione al più presto. Per Giuseppe questo è un dolore speciale, perché Ottavio resta sempre per lui il fratello più piccolo, quello che è stato suo compagno di collegio a Valdocco. Verrà poi in aiuto di Ottavio lo zio prevosto, don Giovanni: ed egli potrà laurearsi in legge all'università di Torino.

Muore la mamma

Marianna Cafasso aveva già cominciato a soffrire di dolori alla colonna vertebrale nel 1866, prima che Giuseppe entrasse in seminario, come abbiamo visto; e anche per questo il figlio soffriva nel distacco. Ma la madre fu pronta a togliere via gli impacci: «Gli lascio fare quello che vuole». La malattia andò poi facendosi sempre più grave, trasformandola in una invalida bloccata a letto. E non era finita. Nel suo letto divenne cieca e più tardi perdette anche l'udito. Finché poté sentire, Giuseppe nelle vacanze dal seminario le faceva lettura, le parlava, trascorrendo con lei tutto il tempo libero dalle funzioni della chiesa. Alla fine, con la sordità, comunicava battendole colpetti sulla mano, con un loro codice affettuoso che li aiutava a capirsi. E a volte era la madre a. mandarlo fuori dalla camera: «Va' a prendere un po' d aria... ».

Legati com'erano, Giuseppe non ha poi potuto assisterla negli ultimi momenti. È morta il 15 dicembre 1869 a completa insaputa di lui. Era accaduto uno di quei fatti che hanno dell'incredibile, così riferito nella testimonianza di suor Maria degli Angeli Vassallo di Castiglione, delle Missionarie della Consolata: «(L' Allamano) ci diceva che quando essa morì, egli non era presente, trovandosi in seminario, e che chi doveva recargli la notizia aveva dimenticato la lettera in tasca». Nella biografia di padre Sales è detto che egli non poté neppure vederla morta e partecipare ai funerali. Seppe poi che negli ultimi istanti lei si era convinta di averlo vicino, perché qualcuno di casa le dava quei colpetti sulla mano, come lui.

Fu poi costretto a tornare a casa dopo Natale, in stato di abbattimento generale aggravato da sbocchi di sangue. Gli avevano dato un permesso di quindici giorni, ma dovette rimanere a Castelnuovo per due mesi. Al ritorno riprese a studiare. L'esame del terzo anno di teologia gli andò bene come gli altri.

In questo frattempo Torino aveva riavuto dopo diciassette anni un arcivescovo, ma per poco tempo: monsignor Alessandro Riccardi di Netro, entrato in diocesi nel 1867, partecipò già malato al concilio Vaticano I; anzi le sue condizioni lo costrinsero a lasciare Roma prima ancora della sospensione dei lavori per la guerra franco-prussiana e l'entrata delle truppe italiane nell'Urbe. Morì nel dicembre 1870. La nomina del successore fu uno di quegli affari che si trattavano allora in colloqui pressoché clandestini tra emissari governativi e pontifici, visto che allora Santa Sede e Stato italiano ufficialmente si ignoravano.

La difficoltà stava in questo: il papa intendeva naturalmente dare a ogni diocesi il suo vescovo, rifiutando però di dar notizia ufficiale delle nomine al governo, giacché l'atto avrebbe comportato il riconoscimento di Vittorio Emanuele II come re d'Italia. E il governo, mancando il riconoscimento, negava l'exequatur ai nominati, sicché essi non potevano entrare in diocesi. Si era allora trovata una formula di compromesso: laddove il nome di un nuovo vescovo risultava gradito alla Santa Sede e al governo, l'autorità civile lo lasciava insediare accontentandosi di una notificazione; ma non gli concedeva le cosiddette temporalità. Cioè non gli lasciava metter mano sui beni della diocesi che restavano congelati. Di conseguenza numerosi vescovi di nuova nomina non potevano occupare i loro episcopi. E così avvenne a Torino, dove il seminario nel 1871 ospitò il successore di monsignor Riccardi, l'arcivescovo Lorenzo Gastaldi, cinquantasei anni, nato a Torino da famiglia oriunda chierese. Amicissimo di don Bosco e già suo collaboratore (aveva pensato a lui persino nel testamento) era stato suggerito a Pio IX appunto da don Bosco nel 1867 come vescovo di Saluzzo, e tre anni dopo come arcivescovo di Torino. Anzi, col fondatore dei salesiani il papa si era lasciato sfuggire l'intenzione di fare «qualcosa di più» per Gastaldi, anche a riconoscimento del suo impegno in concilio per la definizione dell'infallibilità pontificia. Il «di più» era assai probabilmente la porpora cardinalizia. E don Bosco a sua volta si lasciò sfuggire la frase del papa con Gastaldi; non accorgendosi che egli pativa moltissimo quella sorta di protettorato.

Sotto l'arcivescovo Gastaldi si succedono per Giuseppe Allamano le tappe canoniche verso il sacerdozio. Il 25 maggio 1872 riceve, con gli ordini minori, la tonsura, che fa di lui un membro del clero torinese: «incardinato» nella diocesi, come si dice. E per questo ha dovuto provvedersi del cosiddetto patrimonio ecclesiastico; cioè rendersi proprietario di beni sufficienti a garantirgli almeno la sopravvivenza. Come dicono le ordinanze vescovili, è richiesto un insieme di beni il quale «referat bis centum et quadraginta libellas italicas», cioè che renda non meno di duecentoquaranta lire italiane all'anno. Il patrimonio viene costituito a suo nome sui beni ereditari.

Il 21 dicembre dello stesso 1872 egli riceve il suddiaconato, dopo aver fatto gli esercizi spirituali a Chieri. Questo è un passo importantissimo, decisivo, giacché il suddiacono pronuncia anche il voto di castità perpetua. La preparazione e il compiersi del rito sono perciò tutti orientati, come vuole il clima dell'epoca, alla considerazione dell'impegno tremendo che ogni giovane si assume, e del rischio di dannazione che incombe su chi violasse gli impegni di questo momento. Dice solennemente monsignor Gastaldi a Giuseppe Allamano e ai suoi compagni: «Oggi, o suddiaconi, vi è stata messa sul capo una corona che vi rimarrà in eterno: o a vostra gloria in cielo o a vostro tormento nell'inferno. Fate che né io abbia a pentirmi di avervi ordinato, né voi un giorno (abbiate) a maledire questo momento».

II 23 marzo 1873 riceve il diaconato, e da diacono farà a Castelnuovo d'Asti la sua prima predica in chiesa, nella festa dell'Assunta.

Questa estate del 1873 ha visto a Torino uno spettacolo di fasto inaudito: la visita dello scià di Persia «sfolgorante di diamanti», mentre assai più modestamente si è comportato il re di Danimarca, arrivato in incognito con la qualifica ài conte di Falster. Ma Torino vede anche altro in questi anni. Il 9 giugno 1868 è stata consacrata la grande chiesa di Maria Ausiliatrice, cuore della Società Salesiana che appunto con questo nome riceve l'anno successivo l'approvazione pontificia. Nel 1872 è nata la congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, con le prime dieci ragazze raccolte a prendere il velo assieme a Maria Mazzarello (per questo compito, come si è detto, don Bosco aveva dapprima pensato alla maestra Benedetta Savio di Castelnuovo). Nel giorno di san Giuseppe dello stesso 1873, la cappella del Collegio degli Artigianelli ha accolto un gruppetto di preti e chierici per una cerimonia quasi clandestina: intorno al teologo Leonardo Murialdo, e di fronte a due testimoni, tre preti e due chierici hanno pronunciato i voti. E con questo atto ha preso vita la Congregazione dei Giuseppini per l'Educazione della Gioventù. È il tempo in cui a Torino si racconta la storia della «processione dei santi», così riferita da Jose Cottino nella sua biografia di Luigi Anglesio, successore del Cottolengo: «Un gruppo di turisti inglesi, giunto a Torino, era stato avviato verso il Cottolengo, "meravigliosa opera di carità - avevano loro detto -; anzi, là troverete anche un santo". Andarono, e al termine della visita chiesero proprio all'Anglesio se potevano parlare al santo di cui era stato fatto loro cenno. Il Padre rispose: "Se volete vedere un santo, dovete andare in Borgo San Donato al Conservatorio di Santa Zita". A Santa Zita risiedeva il venerabile Francesco Faà di Bruno, animatore di opere sociali per le persone di servizio, il quale parlava anche l'inglese. Faà di Bruno li accolse cortesemente, fece visitare l'istituzione; poi, alla stessa domanda, li mandò sorridendo a Valdocco da don Bosco. Don Bosco non fece che ripetere tutta la scena, inviandoli di nuovo al Cottolengo».

Le mani sul capo

In seminario, frattanto, dall'anno scolastico 1872-1873 egli è «prefetto di cappella» insieme e sopra a due altri allievi che sono «prefetti di camerata». Insomma, dice padre Sales, è ufficialmente diventato «capo dei suoi compagni di corso, che doveva sorvegliare, correggere, ammonire». E questo è una sorta di sigillo ufficiale all'autorità amabile che egli già di fatto esercitava per le sue qualità native in mezzo ai compagni.

Viene il tempo dell'ordinazione sacerdotale, e per lui c'è un prolungamento dell'attesa. Non ha ancora ventidue anni e mezzo all'epoca delle ordinazioni di giugno, e per questo «difetto d'età» deve aspettare fino a settembre. Esercizi spirituali, ascolto intensivo di prediche da qualsiasi predicatore (questo sarà uno degli interessi di tutta la sua vita) e vacanze a Castelnuovo, in attesa della grande chiamata. Scrive a un amico conosciuto già alt 'Oratorio di don Bosco, arrivato anche lui all'ordinazione nel 1873, Pietro Cantarella, che poi andrà parroco nell'Alessandrino: «Come puoi sapere io verrò per dispormi prossimamente alla santa ordinazione del sacerdozio, punto di tanti sospiri, meta di tanti anni di studio... ». La lettera è del 31 agosto 1873; all'ordinazione mancano venti giorni e il giovane è naturalmente proteso verso l'evento, tutto concentrato in esso: «Le vacanze non mi parvero mai così lunghe e vorrei nascondermi a ogni sguardo umano per solo pensar al solenne atto che mi attende; invece mi tocca involgermi in tante cose che mi distraggono... ». Ha presente il valore enorme della condizione sacerdotale, ma non ne sembra atterrito come accade ad altri, e come procurano di fare certe predicazioni. Ne appare piuttosto affascinato. Parla di «timore, ognor crescente più vado innanzi, della sublimissima dignità, che sto per indossarmi». Ma subito esprime poi la «confidenza grande in Dio che voglia egli operar in me quelle meraviglie che in tante anime operò».

E il sabato 20 settembre, eccolo in duomo con altri due chierici, Francesco Ghione e Vincenzo Roppolo, di fronte a Lorenzo Gastaldi, arcivescovo di Torino. Ecco le domande e risposte preliminari, ecco le insistenti preghiere che la Chiesa suole pronunciare in questi momenti capitali, ed ecco infine sul suo capo le mani dell'arcivescovo, che fanno di lui un sacerdote per sempre. Poi il vescovo Lorenzo si rivolge a tutti e tre: «Cari miei, pensate seriamente a ciò che avete ora compiuto. Vi siete intieramente dedicati a Dio, per lavorare e soffrire per sua gloria e salute dei prossimi. Sacrifici grandi vi aspettano, ma colla garanzia di Dio li supererete, e quante consolazioni non vi aspetteranno... Animo dunque e generosità col Signore; ora solo date principio a faticare; né credetevi in tempo di riposo; il riposo l'avremo in Paradiso... ». Nel mese di novembre, dopo le vacanze, don Giuseppe Allamano entra nel Convitto Ecclesiastico di Torino per completare la sua preparazione. Dal 1871 il Convitto si trova presso il santuario della Consolata, e lo dirige il canonico Bartolomeo Roetti, mentre sulla cattedra di morale siede monsignor Giovanni Battista Bertagna, da Castelnuovo d'Asti. Il giovane sacerdote si è appena familiarizzato con l'ambiente quando gli arriva una nuova proposta: tornare in seminario con l'incarico di primo assistente o prefetto. Ossia col compito di seguire i chierici uno per uno, nello studio e nelle altre attività, intervenendo anche a correggere sbagli o negligenze. Gli spiega l'arcivescovo che non si deve trascurare nulla, neppure le mancanze più modeste: «Come un maestro di musica, che non lascia passare una nota falsa colla scusa (che) è piccola ... ».

E lui, don Giuseppe, che cosa pensa di questo lavoro e di chi lo fa? Lo spiegherà dopo anni, scrivendo al chierico Luigi Boccardo, chiamato al medesimo compito: «Veda: dei prefetti di seminario alcuni pochi riescono a danno comune; molti, anzi moltissimi, sono esseri inutili, se pure non sono anche da dir dannosi per la loro inutilità; pochissimi adempiono bene tale ufficio». E per adempierlo bene, prosegue, bisogna rispettare per primi le regole, controllare e intervenire con semplicità e spesso «correggere solo con qualche segno di pena... per questa o quella mancanza». Inoltre, liquidare le minuzie a quattr'occhi senza coinvolgere sempre i vertici, cosicché gli alunni capiscano che il prefetto non è «un censore studioso di incolparli presso i superiori, ma un amico che li ama e vuol loro molto bene». In questa lettera don Giuseppe si fa l'autoritratto senza volerlo, e non soltanto come prefetto di seminario.

II nuovo incarico non gli impedisce tuttavia di seguire come esterno i corsi del Convitto. In più, nel 1874 riesce anche a laurearsi con lode presso la Facoltà Teologica Pontificia, appena istituita da monsignor Gastaldi dopo la soppressione di quella che esisteva presso l'Università Regia.

Ma ormai questi sforzi li paga cari. Alla fine dell'anno scolastico, eccolo ripiombare nello sfinimento, peggiorato dal manifestarsi crudo dell'emottisi. Si rimette piuttosto lentamente durante le vacanze, e in autunno può tornare al servizio in seminario e ai corsi del Convitto. Nell'esercitare il ministero si allena a celebrare la Messa sempre più tardi nella mattinata, naturalmente col rigoroso digiuno dalla mezzanotte secondo le prescrizioni del tempo; così, egli pensa, sarà pronto a celebrare le ultime Messe, affidate sempre ai vicecurati. In questo momento egli vede così il suo futuro. Un pochino, anzi, già lo anticipa durante le vacanze estive: ora infatti le trascorre a Passerano, aiutando lo zio don Giovanni in parrocchia.

Il momento della nuova destinazione potrebbe essere la fine dell'anno scolastico 1874-1875, o al più tardi l'inizio del successivo; alla scadenza, insomma, del biennio di servizio in seminario. Invece per lui si fa un'eccezione: nell'autunno 1875 viene confermato per un altro anno.

Don Giovanni di Passerano

Poi gli arriva un altro incarico certamente inatteso. Padre Luigi Anglesio, successore del Cottolengo nella guida della Piccola Casa della Divina Provvidenza, gli chiede di diventare il confessore delle Taidine. Siamo sempre nel 1876, afferma padre Sales; don Giuseppe ha venticinque anni, e le Taidine sono una famiglia molto speciale tra quelle create dal Cottolengo. La cosa è cominciata con una casarifugio da lui destinata all'accoglienza di donne che volevano togliersi dalla strada. Da questo gruppo, ospitato a Gassino Torinese, è poi emersa la volontà di alcune, decise a costituirsi in comunità religiosa. Il Cottolengo ha aderito, dando loro una regola di vita modellata su quella carmelitana, e chiamando appunto alcune monache del Carmelo a guidare la nuova comunità. Il nome Taidine deriva da «Santa Taide», una figura del tutto leggendaria di cortigiana che poi sarebbe passata a intensa vita religiosa. Alla proposta don Allamano replica mettendo avanti la propria inesperienza; è ancora troppo giovane, appena agli esordi in confessionale. Ma padre Anglesio ha una replica breve e conclusiva: «Anche don Cafasso ha cominciato da giovane». Non rimane che accettare, e così fa don Giuseppe, dedicandosi a questo compito fin che gli sarà possibile.

Dunque, padre Anglesio, il Cottolengo, il Cafasso. Un gruppuscolo di santi, si direbbe, incomincia a occuparsi di lui. Senza ancora capire, Giuseppe Allamano comincia a entrare nel loro giro.

Ben vengono le vacanze estive del 1876, dopo un inverno fra i più lunghi e freddi per Torino. (Nevicava a settanta centimetri per volta, in certi giorni la città era un deserto bianco). Giuseppe Allamano parte per la campagna di Passerano. Ma è l'ultima volta: lo zio don Giovanni - non vecchissimo, in verità, ha sessantotto anni -  sta morendo. Il nipote lo assiste e lo conforta fino all'ultimo, con altri sacerdoti. Ma tra questi ce n'è uno che non sa stare con i moribondi, e affligge don Giovanni suggerendogli senza respiro invocazioni e preghiere, finché lui trova il fiato per dire al nipote: «Ma levami di torno questo noioso!».

Il 21 agosto don Giovanni si spegne, dopo trentacinque anni di parrocchia, e il nipote lo sostituisce temporaneamente come vicario economo, con la sua consueta «precisione». Anche se l'incarico è provvisorio, lui non improvvisa. C'è l'abituale diligente preparazione per ogni atto di ministero, ogni predica ha la sua scaletta di appunti, e per alcune egli scrive addirittura il testo completo, in piemontese.

I parrocchiani sarebbero felici di averlo come successore dello zio, e piacerebbe anche a lui. Si muove a questo scopo anche la famiglia più cospicua, quella dei conti Radicati, ma a Torino si fanno altri progetti per don Giuseppe. Infatti, tornando in seminario ai primi di novembre, egli scopre che non gli hanno rinnovato l'incarico di assistente, e che lo aspetta l'arcivescovo. Il quale gli comunica senza preamboli il suo nuovo ufficio: direttore spirituale del seminario torinese.

Sui compiti di questo personaggio monsignor Gastaldi ha dato istruzioni assai diffuse, che padre Igino Tubaldo riassume così: «Deve curare con grande zelo quanto serve a formare lo spirito degli alunni, secondo le norme che Gesù Cristo e la Chiesa stabiliscono per i suoi ministri. .. li abitui a giudicare tutto alla luce della fede, a mantenere l'unione con Dio, e riempirli di spirito di preghiera; con grande costanza, prudenza e carità studi l'indole e le attitudini di mente e di cuore di ciascun alunno; procuri di conoscere virtù e difetti per giudicare se siano atti o meno al ministero sacerdotale; li ammonisca dei loro difetti, usando sempre grande carità; dimostri di avere fiducia in essi e sempre si comporti nei loro riguardi come amico e padre... » [1] E non basta, deve anche controllare ogni momento e azione di ciascun seminarista, vivendo continuamente in mezzo a loro.

Per vedere di quante cose sia tenuto a occuparsi un direttore spirituale, al di là di quelle già indicate, basta leggere alcuni «avvisi» che Giuseppe Allamano deve rivolgere ai chierici, e che naturalmente si appunta con «precisione». Innanzitutto, stiano attenti durante le prediche, partecipino con fede alla preghiera in cappella e alla Messa, evitando anche rumori col naso. E poi: «Nel dar da mangiare al gatto non imbrattare il pavimento». «Nello studio è proibito scrivere musica». «Nei cessi sempre silenzio e non scrivere». «Non cantare né sibollare» (fischiettare).

È una responsabilità enorme: si tratta di valutare le attitudini al sacerdozio di ognuno, concorrendo a farlo accettare o respingere. Ci vogliono perspicacia non comune e anche molta attenzione, molta vigilanza. C'è facilmente da rendersi odiosi a questi ragazzi. Ma i «vigilati» di Allamano finiranno per volergli bene, come mostrano numerose testimonianze. Li conquistava con la finezza del tratto e l'amabilità con tutti. Non pochi parlano della sua dolcezza. La quale però non si accompagnava mai a qualche flessibilità di fronte alle regole, a qualche accomodamento con la disciplina. Al contrario, la dolcezza era una delle sue armi per farsi obbedire. Il vescovo dunque comanda, don Giuseppe accetta. Sarà direttore spirituale. Anzi: appena nominato, lo è. Non fa alcun noviziato, come efficacemente spiega padre Sales: «Alcuni penseranno che il nuovo Direttore, almeno per i primi giorni, si dimostrasse conturbato, o stentasse a ritrovarsi nella sua importantissima carica, o si profondesse in discorsetti di scusa e proteste di incapacità e altre simili cerimonie. Nulla di ciò. Entrò in carica quello stesso giorno, e in quello stesso giorno cominciò a disimpegnare le sue attribuzioni con tanta tranquillità e padronanza dei suoi atti, come se non avesse mai fatto altro. I chierici ne erano sorpresi».

 

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[1] I. Tubaldo, Giuseppe Allamano, il suo tempo, la sua vita, la sua opera, 1982.