Agli esordi di Giuseppe Allamano nel nuovo incarico c'è un nuovo attacco di emottisi che lo colpisce nella seconda metà del novembre 1876. È grave più dei precedenti, al punto che gli si amministra il viatico. Il recupero, tuttavia, è abbastanza rapido ed egli si rimette a studiare: prepara gli esami di concorso per essere accolto, «aggregato», nel collegio dei docenti della Facoltà Teologica. Il 22 dicembre supera il primo esame, detto privato, trovandosi in tal modo ammesso al successivo, davanti a tutti i professori riuniti, ai quali si aggiunge anche l'arcivescovo: è il 12 giugno 1877. Esaminatori e candidato dialogano in latino, e infine il solenne annuncio «probatus est» sanziona la sua accettazione nel corpo dei docenti.

Per un direttore spirituale di seminario è importante anche questa prestigiosa qualifica di «dottore collegiato». Ma la sua influenza nell'istituto dipende prima di tutto da come è fatto lui. I chierici non tardano a capire che questo direttore non farà ribassi e non concederà deroghe in materia di regolamenti, per pignoli che essi siano. Non è davvero un innovatore in questo campo. Tuttavia, sa mettersi con tutta spontaneità al loro fianco, purché si tratti di aiutarli a obbedire. Non si isola tra i superiori e non fa il demagogo in mezzo alla truppa. Però ogni chierico sa di potersi rivolgere a lui con fiducia, specie nei momenti di crisi; ognuno sa di essere ben conosciuto da lui. Anche troppo, qualche volta; pare che legga anche nelle loro teste. Dice uno di essi: «Procuravamo tutti di non tenere pensieri inutili, pensando di essere scoperti dal direttore». E anche la sua maniera sommessa di rimproverare lascia il segno. Un altro allievo: «Non temo le sfuriate del rettore, sono come un temporale d'estate... ma quel "mi rincresce, mi rincresce", detto dal direttore con quella vocina, mi va al cuore e me lo mette in subbuglio per almeno tre mesi».

Regolamenti e divieti, però, difficilmente possono impedire che in seminario si parli o si mormori degli ultimi avvenimenti, perché nell'ambiente diocesano si tratta di vere bombe. Nel settembre 1876 l'arcivescovo Gastaldi ha bruscamente esonerato monsignor Bertagna dall'insegnamento della teologia morale al Convitto Ecclesiastico, che ora ha sede presso il santuario della Consolata. Il gesto ha una risonanza drammatica, dato il prestigio del Bertagna per scienza e per integrità di vita (un po' meno per carattere). Ma non è inatteso. Già prima l'arcivescovo gli aveva mandato certi suggerimenti e chiarimenti scritti che avevano il sapore della correzione. Nel 1875, poi, era ricorso a una specie di referendum tra centinaia di sacerdoti diocesani, chiedendo a ciascuno un giudizio scritto sulla teologia morale che s'insegnava al Convitto. Sembra che una forte maggioranza abbia dato valutazioni negative, anche se non sono mancate prese di posizione molto decise in favore. Infine, prima che incominciasse l'anno scolastico 1876-1877, ecco arrivare per monsignor Bertagna il provvedimento umiliante. (Che egli, tuttavia, accoglie con estrema dignità. E poi accetta l'invito del vescovo di Asti, che lo chiama nella sua diocesi, e lo farà vicario generale).

Il caso Bertagna è ancora un residuo «fatto d'arme» del conflitto che travaglia la Chiesa piemontese da decenni. Finché c'era, la Facoltà Teologica dell'Università Regia è stata la roccaforte di quanti formavano i nuovi preti a una morale austera ed esigente, come medicina indispensabile contro la fede mal vissuta e i costumi degradati. Per essi, Dio è innanzitutto giustizia, e chi non ne vuol tener conto perché teme di spaventare i fedeli, in realtà li inganna e li aiuta a perdersi. E a questi apostoli del rigore i loro avversari meno riflessivi davano del «giansenista».

All'università si è contrapposto fin dai suoi inizi il Convitto Ecclesiastico, bastione della morale alfonsiana; quella cioè insegnata nel Settecento da Alfonso de' Liguori, beatificato da Pio VII nel 1816 e canonizzato da Gregorio XVI nel 1839. Combattuti come «benignisti» o lassisti dagli alfieri del rigore, i seguaci di Alfonso non volevano certo lasciar correre in materia di costumi. Miravano piuttosto, sottolineando nell'Onnipotente la misericordia, a rinfrancare il peccatore presentandogli una salvezza sempre possibile, e facendogli anche un po' di credito. Ossia assolvendo chi in confessione dava segno di autentico pentimento, anche quando lo si sapeva recidivo. In tale caso, invece, la parte rigorista sosteneva il dovere di rinviare l'assoluzione, e a volte addirittura di rifiutarla.

L'insegnamento del Cafasso al Convitto Ecclesiastico, tutto orientato sul polo alfonsiano (con l'arricchimento della sua personale sagacia e del suo realismo) era stato continuamente lodato, in vita e in morte sua. Basterà ricordare ciò che ne disse don Bosco: «Chi lo chiama un novello san Luigi per innocenza e purità di costumi; altri lo dicono un san Francesco di Sales per mansuetudine, pazienza e carità; chi lo dice un Vincenzo de Paoli per la grande carità che egli usò ad ogni sorta di infelici. Havvi poi chi non esita a chiamarlo un san Carlo Borromeo per la rigidezza della vita e per l'austerità usata con se medesimo. E mentre rimangono sorpresi al rigido suo tenor di vita, lo chiamano un novello sant 'Alfonso per dolcezza, accondiscendenza e bontà».

E il Bertagna era via via cresciuto in autorità appunto come continuatore dell'indirizzo cafassiano. Anche se lo continuò un po' a modo suo: predicatore sì di misericordia e benevolenza, ma anche personaggio parecchio spigoloso nella sua integrità.

Aveva avversari in diocesi: certi anziani sacerdoti di formazione universitaria, che giudicavano lassisti tutti i giovani vicecurati giunti nelle parrocchie dal Convitto. E si trovava in rotta di collisione con l'arcivescovo e con la sua estesa, estesissima concezione dell'autorità episcopale. Di qui il contrasto dapprima più o meno coperto, e infine il licenziamento. Col quale, osserva padre Sales, monsignor Gastaldi ha potuto tranquillizzare «i rigoristi di fuori». Ma ha pure messo fine alla tranquillità dentro il Convitto. Infatti il nuovo insegnante, canonico Ludovico Chicco, si trova subito i convittori contro. Dopo un'altalena penosa di accuse, di scuse e di nuove accuse, il Chicco nel novembre 1879 si dimette dall'incarico. L'arcivescovo allora chiude il Convitto Ecclesiastico, trasferendo i convittori dalla Consolata al seminario; e decide di sovrintendere di persona all'insegnamento della morale. Anni durissimi per Lorenzo Gastaldi. Nel gennaio 1878, morto a Roma il re Vittorio Emanuele II, egli è stato tra i vescovi che con più calore hanno preso pubblicamente parte al lutto italiano. Ed ha così offerto - se ce ne fosse stato ancora bisogno - altri argomenti ai suoi avversari, che attraverso articoli su giornali laici e libelli anonimi giungeranno a intimargli addirittura le dimissioni. Per costoro, nel vescovo ogni cosa è sospetta: intanto proviene dall'Università Regia, con la sua scuola rigorista e «giansenista»; dopodiché è addirittura entrato nell'Istituto della Carità di Antonio Rosmini (trascorrendo anche un decennio in Gran Bretagna come missionario) e dunque è impossibile che non gli sia rimasto addosso un po' di quel rosminianesimo che ha così poca fortuna ai vertici della Chiesa, specialmente adesso con il nuovo papa Leone XIII. E allora, la sua severità verso il Convitto non potrebbe essere una sorta di sua vendetta anti-alfonsiana? Insomma, questo Gastaldi non sarà magari un po' liberale, come tanti altri dannati rigoristi? Queste accuse vengono sventolate anche in una lettera spedita da convittori in Vaticano.

Ma non basta, c'è ben altro. I giornali laici continuano ad attaccarlo come campione di autoritarismo e nemico della libertà. E soprattutto è giunto alla fase più acuta e insostenibile il suo conflitto con don Bosco. In parte esso era nelle cose. Le concessioni che papa Pio IX faceva al fondatore dei salesiani per incoraggiarne l'opera, spesso finivano col nuocere all'autorità e responsabilità del vescovo, nella capitale materia delle ordinazioni di nuovi sacerdoti. Lorenzo Gastaldi si vedeva spesso scavalcato da don Bosco, proteso a far tutto e subito, ad avere più preti e al più presto; e d'altra parte anche Roma sembrava assecondare questi metodi, come se appunto i vescovi non contassero. E non contasse in particolare lui, il vescovo Lorenzo che al concilio Vaticano del 1870 era pur stato un campione del primato pontificio.

Il conflitto stava arrivando ormai alla sua esasperazione estrema, che avrebbe poi indotto Leone XIII a imporre d'autorità la «concordia» ai contendenti.

Brutti tempi. Ma la realtà torinese non era tutta qui. Negli stessi anni e giorni circolavano in città e diocesi almeno una ventina di persone oggi sugli altari o vicine a salirvi: santi, beati, servi di Dio.... Operanti tutti, con differenza di funzioni e di vicissitudini, nella stessa Chiesa torinese in convulsioni; tutti variamente in rapporto con l'arcivescovo Gastaldi; e più d'uno in conflitto con lui, un bel momento. Di qui può nascere anche la tendenza a considerarlo quasi l'antagonista dei santi, quello che ha sempre torto e che sbaglia tutto. E sarebbe la peggiore ingiustizia.

Come dice il suo biografo più aggiornato[1]: «II conflitto tra don Bosco e Gastaldi è stato anche obiettivamente il conflitto tra l'arcivescovo di Torino e la S. Sede, tra l'esercizio dell'autorità vescovile e quello del primato papale. E questo all'indomani del Vaticano I, che aveva definito primato e infallibilità papale. Il comportamento di Gastaldi in questa vicenda soprattutto, ma anche in altre, va visto anche come sintomo di un disagio ecclesiologico di fronte a una ecclesiologia dominante, che tendeva a passare con indebita disinvoltura sull'autorità episcopale».

I santi che ebbero contrasti con lui non sono certo per questo «meno santi». E lui, possiamo forse dire, rifiutò sempre di essere «meno vescovo». Un rifiuto espresso a volte nelle forme meno opportune; ma, quanto alla sostanza, difficile da trasformare in capo d'accusa.

«Va' alla Consolata»

Dal suo osservatorio avanzato in seminario, don Allamano ha naturalmente visto tutto giorno per giorno, e chissà quante ne ha ascoltate. Quando poi il vescovo sospende l'attività del Convitto Ecclesiastico, è a lui che vengono affidati in seminario i preti convittori tolti dalla Consolata. Una sua lettera all'amico don Cantarella contiene un rapidissimo cenno a questo fatto e alla «mutazione di cose». Ma non si sa altro dei suoi pensieri e stati d'animo in mezzo al ciclone. (Il canonico Roetti, dimissionario da rettore del Convitto e della Consolata, se n'è andato dal santuario semplicemente lasciando le chiavi all'economo).

Il 1880 è cominciato per la sua famiglia con un lutto. Il 26 gennaio, nell'abitazione appena messa su in via Carlo Alberto, è morto il suo fratello minore Ottavio: una polmonite, a ventisei anni. Si era sposato nell'ottobre del 1877 con Benedettina Turco di Castelnuovo, da cui aveva avuto una bambina, Pia Clotilde. Aveva preso la laurea in legge nel luglio 1878, dando avvio a una carriera promettente. Se n'è andato in pochi giorni, assistito da don Giuseppe.

Nel settembre 1880, mentre si trova con i chierici all'Eremo di Torino, ecco la sorpresa. Convocato dall'arcivescovo, si sente offrire la carica di rettore della Consolata, che comporta anche il rettorato del Convitto e del santuario di Sant'Ignazio a Lanzo Torinese. Il vescovo ha pronta la risposta all'obiezione prevedibile di questo prete ventinovenne: meglio ancora se è giovane, così se sbaglia avrà tempo per correggersi. E lo sollecita, quasi lo spinge a entrare in funzione al più presto.

Il 2 ottobre 1880 Giuseppe Allamano arriva al santuario della Consolata senza annunci né preavvisi (il decreto di nomina uscirà solo in novembre). È quasi un clandestino, appena entrato. E viene a trovarsi in cima a quindici secoli di storia, di tradizioni, di leggende su quel luogo nel quale già san Massimo protovescovo, a cavallo tra IV e V secolo, avrebbe costruito una chiesa in onore di sant'Andrea. E vi avrebbe collocato pure un 'immagine di Maria col Bambino: su di essa sono poi fioriti racconti, difficilmente controllabili, di lunghe sparizioni e ritrovamenti prodigiosi. Ma c'è anche una storia documentata: questo luogo di culto, di secolo in secolo, ha visto la gente di Torino radunarsi in preghiera nei momenti della sofferenza - guerre, epidemie, calamità pubbliche - e in quelli sereni. Una generazione dopo l'altra, essi hanno fatto della chiesa dedicata a Maria - col nome di Consolatrice e poi di Consolata, espressione popolare che può anche richiamarsi al biblico «piena di grazia» - la chiesa del popolo torinese. L'hanno gradualmente adottata. E anche, attraverso i tempi, plasmata fino alle forme e dimensioni attuali dopo una lunga evoluzione così descritta da padre Igino Tubaldo:

«La chiesa di S. Andrea per opera del monaco Bruningo si presentava dal 1000 fino al tempo del Guarini (1679) a tre navate, diversamente orientate rispetto alla costruzione attuale. Nel secolo XV l'edificio subì un prolungamento. Con questo prolungamento fu creata una nuova facciata, ma senza entrata; fu resa invece principale l'entrata che nella chiesa di Bruningo era laterale. Nell'elaborazione successiva del Guarini (1679), del Juvara (1714) e del Ceppi (1904) al tempo dell'Allamano, la chiesa originale muta completamente e prende quella forma ellittica comune a molte chiese del Piemonte dei secoli XVII e XVIII (ad esempio il santuario di Vicoforte a Mondovì e a chiesa parrocchiale di Foglizzo). Col Ceppi il santuario vero e proprio fu ampliato con quattro cappelle ovoidali, alle quali si accede dalla chiesa di S. Andrea attraverso due gradinate».

Qui si sono succedute anche varie comunità religiose. I benedettini della Novalese hanno officiato per seicentosessant'anni, dal 929 al 1589. Poi sono seguiti i cistercensi dal 1589 al 1834; gli Oblati di Maria Vergine dal 1834 fino alla loro espulsione del 1855. Dopodiché il governo ha insediato i Minori osservanti. Nel 1871 si trasferisce alla Consolata il Convitto Ecclesiastico, mentre vi nasce anche un ospizio per vecchi sacerdoti. Dal 1871 è la curia torinese a gestire il complesso, nominando rettore un suo sacerdote, mentre i Minori, alle dipendenze del rettore, continuano l'officiatura del santuario.

Nel momento in cui Giuseppe Allamano inizia il suo rettorato, la situazione è la seguente: il Convitto Ecclesiastico è chiuso; i Frati Minori sono ridotti a quattro, in età avanzata. Oltre all'ospizio per i vecchi sacerdoti c'è anche un pensionato per sacerdoti giovani che studiano all'università. Vecchi e giovani mangiano insieme. E non mancano problemi con i più malandati, insoddisfatti del trattamento.

Arriva lui con quella gravità cortese, l'abito sempre rigorosamente in ordine, la «vocina» che sembra chiedere favori anche quando comanda. Forse lo tenta un po' questa sfida: affrontare ogni giorno le bizze dei poveri vecchietti rispondendo con la sua fraternità elegante. Sì, un po' di esercizio della carità se l'era proposto. Ma non basta tutta la sua dedizione per tenere in piedi questa istituzione quasi senza mezzi, istituita con tanta buona volontà dall'arcivescovo Riccardi di Netro, ma sprovvista di troppe cose. Nel giro di un paio d'anni l'ospizio verrà infatti chiuso. In diocesi, del resto, non mancano altre opportunità per il clero anziano.

Cesserà di funzionare anche il pensionato per i giovani preti, e infine il rettore Allamano affronterà l'ultimo problema. Ossia quello dei Frati Minori, anch'essi in età, rimasti in quattro e poi in tre. Proprio non sono più in grado di badare al santuario, ma il loro congedo deve avvenire nella massima dignità. Don Allamano assegna a ciascuno di essi una pensione di quattrocento lire annue. L'arcivescovo, quando viene a saperlo, l'aumenta a cinquecento con fondi della curia. Queste sono soltanto le opere di pronto intervento, indispensabili alla sopravvivenza del santuario e di quanto lo circonda. Ma non è ancora vita. Occorre ben altro. Occorre innanzitutto che il Convitto Ecclesiastico riprenda a funzionare in pieno; e a funzionare lì, alla Consolata.

Giuseppe Allamano è arrivato al nuovo posto, come abbiamo detto, quasi di nascosto e da solo. Ma solo è rimasto un giorno appena. Poi lo ha raggiunto un prete ancora più giovane di lui: ventisei anni. Si chiama Giacomo Camisassa, e in lui Giuseppe Allamano incontra il personaggio più portante e incisivo di tutta la sua vita.

Giacomo Camisassa è nato a Caramagna Piemonte il 27 settembre 1854, da Gabriele e da Agnese Perlo, penultimo di sei figli. Dopo le elementari è andato a fare l'apprendista fabbro, perché le risorse della famiglia sono scarsissime. E riusciva bene nel mestiere, ma sua sorella Anna Maria, la maggiore, d'accordo col parroco è riuscita a fargli riprendere lo studio. Ginnasio a Valdocco, da don Bosco, dove il ragazzo è diventato celebre anche nel coro, per il vigore della sua voce. Il maestro, Giovanni Cagliero, futuro missionario e cardinale, ne era entusiasta, ma lui si preoccupava piuttosto dello studio. E di qualcos'altro: aveva deciso di farsi prete. Diocesano, però: un altro contributo di don Bosco alla Chiesa torinese. Dopo il seminario minore in Chieri, ha frequentato quello metropolitano di Torino, imparando a conoscere un direttore spirituale che si faceva obbedire da tutti dando sommesse esortazioni con la sua «vocina»: Giuseppe Allamano. Ordinato sacerdote nel giugno 1877, si è laureato l’anno dopo, entusiasmando tutta la facoltà teologica in seminario. Poi ha frequentato il biennio (quello infuocato) nel Convitto Ecclesiastico, dopodiché nell'autunno 1880 era pronto per andare vicecurato a Pecetto Torinese.

Ma per la strada lo ha fermato una lettera di Giuseppe Allamano. Il quale, prima di accettare l'invito di monsignor Gastaldi a reggere la Consolata, ha posto la condizione di scegliersi da solo l'economo. L'arcivescovo ha acconsentito e lui ha detto: Camisassa. Con quegli occhi che «leggevano i pensieri», l'ha conosciuto e pesato in seminario. E subito gli scrive, con l'invito di raggiungerlo alla Consolata il più presto possibile.

Lui, Allamano, entra al santuario il 2 ottobre 1880. E Camisassa il 3. Per quarantadue anni vivranno e lavoreranno insieme. Nella lettera d'invito, Allamano gli dava del «lei». Quarantadue anni dopo si daranno ancora del «lei».

Si riapre il Convitto

Mentre andava mettendo ordine alla Consolata (partecipando di persona anche alle pulizie in senso letterale) il suo problema rimaneva il Convitto Ecclesiastico: non morto e non vivo, non soppresso e non funzionante in pieno. I giovani sacerdoti del biennio frequentavano i corsi nel seminario, ma in mezzo a nuovi contrasti, che poi rimbalzavano sempre più polemicamente nelle parrocchie. Non era solo questione di nominare questo o quell'insegnante di teologia morale, questo o quel ripetitore. L'istituzione-Convitto, già fiore all'occhiello della diocesi, restava come confinata in un limbo, isterilita nella sua creatività. C'era anche chi pensava che tutto ciò fosse il prologo di una liquidazione pura e semplice, e ne dava naturalmente colpa all'arcivescovo: in fondo questo Gastaldi rosminiano, si vociferava, ce l'ha da sempre con sant' Alfonso, vuole cancellarne l'insegnamento, e del Convitto farà terra bruciata oppure una cosa diversa e contraria a quella che ne vollero fare Lanteri e Guala, e il Cafasso, quella che Bertagna continuava a far vivere, ed è poi finito come si sa... Giuseppe Allamano è stato nominato, come sappiamo, rettore della Consolata, del santuario di Sant' Ignazio a Lanzo e del Convitto. Sicché ha una sua primaria responsabilità e certi doveri di intervento; per salvare l'istituzione o comunque per fare chiarezza. E in effetti interviene, con una lettera che i suoi biografi giudicano un documento capitale. È infatti quello che più compiutamente rispecchia la stoffa del suo autore, come prete e come uomo.

Lui non mormora, non ha mai mormorato. E, dovunque senta nominare l'arcivescovo, subito interviene a parlarne bene, benissimo. Rispetta l'autorità e ha viva stima per l'uomo. Anzi, gli vuole bene; e forse è uno dei non molti, intorno a quest'uomo così combattivo e combattuto. Ma, appunto per tutte queste ragioni, non gli nasconde nulla e non gli abbellisce la verità. La «vocina», di cui parlano i seminaristi, sa dire anche le cose sgradite.

Di far tornare il Convitto alla Consolata, ristabilito nel suo pieno funzionamento, ha già parlato col vescovo. Ma nel luglio I 882, trovandosi a Sant'Ignazio, affronta la questione frontalmente scrivendo la famosa lettera, che Giacomo Camisassa porterà subito a monsignore.

Esordisce dicendo: tra gli allievi del Convitto c'è un «profondo disgusto e abbattimento», che invece di attenuarsi va crescendo. «Tante volte ho riflettuto sui motivi di quel malumore; e sebbene riconosca che le lingue maligne pronte ognora a sparlare d'ogni disposizione del superiore vi abbiano avuto molta parte non si può nullameno negare che non mancano altre ragioni... ». Il vescovo intende nominare professore un teologo che (almeno in teologia morale) sembra poco apprezzato; Allamano sconsiglia la nomina, tentando di varare invece quella di Agostino Richelmy (futuro arcivescovo di Torino). Ma poi passa al cuore del problema: è ora di riportare il Convitto alla Consolata anche per rinsanguarne la vitalità («nel santuario cominciano a mancare le Messe»), per lasciar spazio in seminario ai chierici. Ma soprattutto per chiudere una brutta storia: « ... non sarà il caso di pensare esser giunto il vero momento della giustificazione di monsignore in faccia alla diocesi? L'espulsione dei convittori dalla Consolata quattro anni or sono fu diversamente giudicata dai buoni e dai tristi. Questi ultimi la dissero malignamente effetto di antiche avversioni a quell'istituzione ed alla dottrina di S. Alfonso. Fra i buoni poi molti, sebbene non ignari del decadimento dello spirito del Convitto, stimarono tuttavia eccessivamente rigorosa quella misura, quasi non se ne potessero altrimenti togliere gli abusi. Altri poi meglio informati e pur illuminati riconobbero giusto un colpo radicale; ma nella speranza di veder presto quel Convitto rinascere a nuova vita».

Insomma, molti hanno disapprovato la «punizione» del Convitto; e se la storia durasse ancora, la condanneranno tutti. E allora, «qual più bella giustificazione per monsignore che dimostrare ora col ristabilimento di questo Convitto che nel sopprimerlo non fu guidato da basse mire, ma da necessità di applicare gravi rimedi richiesti dalla gravità dei mali, curati i quali, egli medesimo lo rimette in fiore trasformato secondo il suo spirito e i bisogni del clero? Non sarebbe ciò una chiara prova della rettitudine delle sue intenzioni, e che mentre chiude la bocca ai tristi confermi le aspettazioni dei buoni?». Infine lo rassicura anche circa il timore di perdere la faccia: «Né chi guarda solo superficialmente potrà dire che monsignore torni indietro: perché l'opera compiuta spiegherà gli atti precedenti, e come questi mirassero tutti a prepararne l'esecuzione».

«Mi hai scritto una lettera... hai fatto bene». La schiettezza di questo prete trentunenne piace a Lorenzo Gastaldi, e anche le ragioni che porta. Dunque, il Convitto risorgerà, con una condizione sola: che il maestro di teologia morale sia precisamente lui, Allamano teologo Giuseppe, dottore collegiato. È una condizione piuttosto minata, trattandosi della cattedra che ha già fatto vittime illustri; qualcosa come il seggio pericoloso di Camelot, che aspetta per la Pentecoste «il suo signore», intorno alla Tavola Rotonda. Giuseppe Allamano accetta di sedervisi perché l'arcivescovo ne ha fatto la condizione sine qua non, e a lui preme troppo ristabilire la scuola, mettere fine a quattro anni disastrosi. E restituire a Torino, alla gente torinese anch'essa molto disorientata, la sua casa più amata di preghiera e di incontro, far rifiorire la Consolata.

Così, il 6 novembre 1882, il Convitto Ecclesiastico riprende in pieno la sua attività presso il santuario, sotto la direzione di don Allamano e del suo gruppo di collaboratori: teologo Luigi Fassini, teologo Giacomo Bertolone, canonico Ignazio Dematteis. Più, naturalmente, don Giacomo Camisassa. Questi diventa numero due anche nell'insegnamento della morale, come «ripetitore» dell'Allamano.

In diocesi di Torino stanno andando a posto alcune cose. Già dal 1874, ottenuto finalmente l'exequatur governativo, monsignor Gastaldi ha potuto lasciare il domicilio provvisorio in seminario, tornando a casa sua in arcivescovado. Ora torna a funzionare nella sua sede propria il Convitto. E questo significa che ritroverà più vita anche il santuario della Consolata, perché i giovani sacerdoti convittori assicureranno un servizio continuo. Dopo gli anni della decadenza con quei pochissimi frati stanchi, i fedeli ritrovano tutto in funzione, celebranti per le Messe, liturgia accurata, preti disponibili per le confessioni e anche soltanto per ascoltare uno sfogo, dare un consiglio.

Torino ha circa 253.000 abitanti a fine 1881 (Milano 321.000, Roma 284.000) e non si può ancora dire guarita dal trauma della perdita della capitale. Ma i segni di un nuovo brio ci sono. In parte perché è migliorata la situazione italiana in genere. Dal 1866 al 1880 il paese ha avuto il suo primo periodo di pace, quattordici anni, mentre i diciotto anni precedenti avevano visto (tra Regno Sardo e Regno d'Italia) tre guerre più la spedizione di Crimea. Nel 1876, prima di cadere, i governanti della Destra hanno portato il bilancio statale al pareggio a colpi di tassazioni, confische, corso forzoso della carta moneta. Nel 1880 il governo Cairoli-Depretis ha potuto abolire finalmente l'odiosissima tassa sul macinato. L'Italia è ancora molto lontana dalla prosperità, e lo dimostra l'emigrazione: dal 1871 al 1880 se ne sono andati all'estero 235.000 italiani, quasi la popolazione di Torino... Ma si è perlomeno dissolto lo spettro della bancarotta imminente, ossessione di tanti anni. È persino diminuita (ma di poco, di poco... ) nelle classi dirigenti la diffidenza verso il «paese reale». Tanto che si arrischia una minuscola estensione del diritto di voto: dal 2,2 per cento degli abitanti al 6,9. Nelle elezioni politiche del 1882 gli elettori sono così passati da 621.000 a oltre due milioni. Ma come di consueto l'astensionismo è stato forte: 800.000 non votanti.

A Torino sono nate nel 1880 due imprese di lunga vita: la fabbrica di caratteri tipografici Nebiolo e le Officine Nazionali di Savigliano, e nel decennio 1871-1881 in Torino sono aumentati del 5 per cento gli occupati nell'industria. Un ceto imprenditoriale vero e proprio ancora non c'è: sta formandosi con le prime prove in tante direzioni. E con i primi errori, come le speculazioni edilizie in Roma e altrove, finite in catastrofe. C'è invece, pronto, un ricco retroterra scientifico e tecnico, preparato nel passato recentissimo da uomini come Germano Sommeiller e Carlo Ignazio Giulio, e ora rappresentato da Galileo Ferraris vercellese, che studia il primo motore a campo magnetico rotante. E anche da Alessandro Cruto di Piossasco, coetaneo di Ferraris (nati entrambi nel 1847). Cruto ha perfezionato la lampada a incandescenza di Edison, trovando modo di rafforzarne i filamenti. E a Torino nel 1881 gli esperimenti di illuminazione elettrica delle strade si susseguono: alla Galleria Subalpina, alla stazione di Porta Nuova.

Re Umberto I, prima di andare a Vienna per fare la Triplice con Francesco Giuseppe, è venuto a Torino per la prima pietra del nuovo ospedale Mauriziano. I tram a cavalli cominciano a cedere il passo a quelli mossi dal vapore. Si costruiscono anche nuove chiese. Nel 1882 ne saranno consacrate tre: quella di San Gioachino, quella di San Giovanni Evangelista e quella di San Secondo. Le feste per quest'ultima hanno provocato accese manifestazioni anticlericali, perché monsignor Gastaldi l'ha concepita anche con monumento in onore di Pio IX: si doveva infatti collocare una sua statua sulla facciata. Visto il clima, è stata invece eretta nell 'interno della chiesa.

Aggirandosi nel suo santuario della Consolata, anche Giuseppe Allamano incomincia a pensare a cose nuove. È venuto il tempo di cambiare molto anche qui. Occorreranno consensi, autorizzazioni, denaro. Ma intanto il giovane rettore incomincia a preparare i progetti, senza rumore.

 

[1] G. Tuninetti, Lorenzo Gastaldi 1815-1883. Ed. Piemme, 1988.