Eccolo dunque seduto, Giuseppe Allamano, sulla cattedra di teologia morale al Convitto. I sacerdoti allievi sono cinquantasette, divisi nei due corsi del biennio. In certi anni successivi saranno anche di più. «Sembrano tornati - si dice - i tempi del Cafasso».
Il Cafasso. Questo zio sempre misterioso e sfuggente nei suoi ricordi personali (la vaga memoria di un incontro da piccolo, i discorsi della mamma, sua sorella) adesso gli si viene rivelando di giorno in giorno nelle vicende del Convitto che è stato così profondamente suo. E soprattutto nell'insegnamento, nella materia in cui tutti lo ricordano maestro; ad ogni passo s'incontrano giudizi e pareri suoi, continuamente si fa ricorso alla sua autorità.
Giuseppe Allamano non è nato luminare della cattedra, come non è nato asso della predicazione. Il suo campo vero è il colloquio, con l'arma di quella vocina che a tu per tu è efficacissima, ma nelle aule e anche nelle navate si perde un po'. Inoltre i suoi impegni sono molti: l'incarico di fare anche scuola gli è arrivato imprevisto e sicuramente non cercato, anzi. Ma adesso lui è lì: avendo accettato per obbedienza, sente il dovere di dare il meglio, e vi si impegna con tutto il suo amore per la preparazione accurata, le lezioni pianificate, gli appunti, i riferimenti ai grandi autori. Insegna a trattare i penitenti al modo predicato da Alfonso de' Liguori, naturalmente. E con le tecniche del tempo.
Non può certo rivoluzionare - lui esordiente, a quell'età - la moda della morale affettata in tanti sottilissimi casi specifici da risolversi uno per uno. Nel solco di questo insegnamento non gli accadrà di ricevere accuse di lassismo, come avvenne al Bertagna con gran fastidio dell'arcivescovo; ma nemmeno egli si appiattisce sugli indirizzi di quest'ultimo. Sembra anzi che accettando l'incarico abbia detto a monsignore: «Obbedisco, ma non userò i suoi trattati». «Ma io di te mi fido», gli avrebbe risposto lui. Poi in verità ha deciso di usare quei testi, ma non vuole dipenderne in maniera esclusiva. Senza ritenersi un maestro, è seriamente consapevole di quello che può dipendere dal suo modo d'insegnare ai futuri parroci e confessori. Per questo si tiene aggrappato al Cafasso, che di grandi preti ne ha formati molti. E col tempo sembra che il lavoro cominci a piacergli; è un fatto, comunque, che le contestazioni dei convittori sono cessate del tutto, da quando lui è seduto a quel posto.
Monsignor Gastaldi si fida di questo trentenne anche in casi che d'ordinario si affidano a ecclesiastici anziani e sperimentati: quelli, per esempio, di supposte possessioni diaboliche. Egli stesso nel 1916, nelle conferenze spirituali ai suoi missionari, ha ricordato un fatto del maggio 1881: una donna di Loranzé, in diocesi di Ivrea, fu mandata dal suo vescovo alla Consolata, nella speranza di vederla liberata da un' «ossessione diabolica». Siccome ella rifiutava di entrare nel santuario, chiesero al rettore Allamano di andarla a esorcizzare nella casa che l'ospitava.
«Ma io ho subito risposto: "Io non ci vado!". E allora sono andati da monsignor Gastaldi che mi mandò a dire che ci andassi anche per consolare un po' quella gente, e io allora ci sono andato: e quella povera donna aveva tutti i segni di essere veramente indemoniata. E vi dirò poi quali siano questi segni. Appena entrato con una medaglietta benedetta della Consolata, essa si avventa contro di me e se non la tenevano bene mi sarebbe saltata addosso. Quando venivo senza niente era allegra e non si accorgeva di nulla, ma quando venivo con la stola, anche l'avessi in tasca, essa si voltava subito verso di me e mi indicava ai circostanti, anche che io fossi in altre stanze; ed abbiamo fatto parecchie prove, ed essa sempre stava voltata verso di me se avevo la stola, e se non l'avevo non si accorgeva più che io ci fossi. E se entravo da lei senza stola, era niente. Ma guai se entravo con la stola anche in saccoccia. Dopo qualche prova, visto che non potevamo niente ci siamo messi a pregare e fare gli esorcismi con la stola; e allora essa si indispettiva, mandava grida e urla... diceva nomacci (insulti), e parolacce tali che io non avevo mai sentito né sentirò più in vita mia... ». Infine ne tentò un'altra: «Prendendo la medaglia della Consolata, mi getto nella camera, gliela impongo lì sulla bocca, dicendo: "Riconosci la tua Padrona!". Era fatto: ella è caduta come morta! Allora sono venuti gli altri, le hanno dato alcuna cosa per farla ristabilire, ed è rinvenuta ed ha ringraziato tanto la Consolata e tutti gli anni è sempre venuta in pellegrinaggio alla Consolata a ringraziare la Madonna. E questo l'ho visto io... e questo è avvenuto nel secolo XIX; questi sono fatti e nessuno ha potuto spiegarli naturalmente».
Il rifiuto iniziale («io non ci vado!») è un segno di diffidenza, e Giacomo Camisassa aggiunge che l'arcivescovo gli chiese per due volte di esorcizzare la donna di Loranzé, prima con un biglietto e poi a voce. Poi ci sono le sue prove: con la stola, senza stola, e infine il gesto della medaglia. Un insieme di atti che da un lato lo rivela attento a vicende e situazioni che non si sente di negare: «Certe volte sono solo inganni - diceva spesso - ma dei casi veri ce ne sono». Ma rivela anche una cautela piuttosto occhiuta prima di credere e lasciar credere, in un'epoca così pronta a mettere di mezzo gli spiriti per incoraggiare la fede oppure per combatterla. Come si è già detto, l'arcivescovo lo ha nominato rettore anche del santuario di Sant'Ignazio a Lanzo, dove i cicli di esercizi spirituali attirano ogni anno folle di preti e di laici. È appunto lui che sovrintende a questi incontri. Ormai è un uomo di punta nell'apparato diocesano che Lorenzo Gastaldi tra mille difficoltà ha messo insieme; un gruppuscolo di uomini nuovi, in genere sui trent'anni. Tra essi, con Allamano, c'è Giuseppe Maria Soldati, messo a capo del seminario metropolitano di Torino; e Giuseppe Aniceto, che a Giaveno realizza il piano gastaldiano: trasformare il Convitto arcivescovile in seminario per ragazzi, destinato a diventare un vivaio preziosissimo di vocazioni nuove.
C'è in diocesi chi non è d'accordo con queste scelte. Non con tutte, almeno, perché in verità su Giuseppe Allamano non si sentono obiezioni. Altri invece, quasi tutti immeritatamente, vengono definiti «fanciulloni incapaci» da autorevoli ecclesiastici. Ormai c'è un dissenso permanente fra una parte del clero e l'arcivescovo. Il quale in sovrappiù ha a che fare con una salute in declino, con situazioni di esaurimento che a volte lo aiutano a sbagliare. Giuseppe Allamano l'ha visto in questi momenti vuoti, andandolo a trovare. «Era là solo e mi disse: "Mi sento tanta malinconia che piangerei sempre. Il segretario mi ha messo qui dei canarini perché mi rallegrassero e invece mi fanno venir ancor più voglia di piangere". E poi soggiunse: "Ma come? Io devo piangere? No, che non piango"».
Un gran segno della sua fiducia nel rettore della Consolata: non teme di lasciarsi vedere da lui in questo stato, di confidare queste crisi. E poi in un momento più sereno decide di ricompensarlo per la riapertura del Convitto, nominandolo canonico onorario del duomo di Torino. Onorario significa senza compensi, perché i benefici di cui godeva un tempo il capitolo dei canonici sono stati fortemente ridotti dalle confische. Il riconoscimento però è importante anche per la giovane età del neocanonico: il decreto è del febbraio 1883, Giuseppe Allamano ha trentadue anni.
Ma improvvisamente arriva per loro il momento dell'ultimo incontro. Il 24 marzo di quell'anno, sabato di Pasqua, l'arcivescovo come sempre è andato alla Consolata a pregare. Venendo via con l' Allamano al fianco, dà un'occhiata all'edificio: «Com'è brutto!». Allamano risponde che ha già pronto il progetto di restauro, e il vescovo lo incoraggia:
«Mettiti pure all'opera. Io cominciai a costruire il seminario di Giaveno che non avevo un soldo in tasca; spesi centomila lire e non ho un soldo di debito». Restano intesi che l' Allamano firmerà il contratto per i lavori già il lunedì successivo, e andrà a pranzo dall'arcivescovo il martedì. Intanto dovranno vedersi l'indomani per il pontificale in duomo, con l'esordio di Allamano in cappa da canonico.
Invece l'indomani mattina, Pasqua del 1883, il segretario ha trovato l'arcivescovo a terra privo di sensi alle 7,30; e poco più di due ore dopo era già morto. «La città di Torino, popolo e autorità, partecipò coralmente al lutto della diocesi. Nella mattinata di mercoledì, 28 marzo, l'arcivescovo, tra due fitte ali di folla, calcolata a 150.000 persone, fu accompagnato per l'estremo saluto alla sua cattedrale. Si disse che non si era più vista tanta gente dai funerali della regina Maria Adelaide» (G. Tuninetti). Onori quasi di trionfo dopo undici anni di governo travagliatissimo.
Dunque non si sono più visti a Messa né a pranzo lui e Giuseppe Allamano; ma quest'ultimo mantiene l'impegno del sabato santo: il lunedì successivo firma il contratto per il restauro del santuario. I lavori dureranno due anni, con un costo di 125.000 lire. E padre Tubaldo li descrive sinteticamente così: «L'opera di restauro iniziando dall'esterno venne affidata all'ingegner G. B. Ferrante. Senza alterare le linee primitive impresse alla costruzione dal Guarini e dallo Juvara, si liberò la cupola grande da un ballatoio che la cingeva con poca eleganza; furono pure eliminati gli speroni che sporgevano dai tetti più bassi; i capitelli e le basi del tamburo della cupola e altre parti esterne furono rivestite di pietra; si migliorarono le condizioni della galleria sovrastante alla chiesa di S. Andrea; così pure per l'intero perimetro esterno del santuario si applicò un massiccio zoccolo di pietra; tutto il complesso fu cinto da una cancellata in ferro. Altro restauro impegnativo e costoso fu la copertura in piombo della cupola e dei tetti, sostituendo le tegole con lastre di pietra».
Arriva il cardinale
Otto mesi dopo la morte di Lorenzo Gastaldi, Torino riceve il suo nuovo arcivescovo. Il quale non è un piemontese, magari un vescovo promosso a Torino da qualche diocesi subalpina, come è avvenuto altre volte. La Santa Sede, ora, manda un cardinale da Roma, un uomo di curia. È il ligure Gaetano Alimonda, già vescovo di Albenga, sessantacinque anni, oratore famosissimo (lascerà dodici volumi di omelie). A Roma, spesso, era chiamato a parlare in nome e quasi in vece del papa, quando Leone XIII giudicava di non potersi esporre personalmente. È già invecchiato più dei suoi anni, ha un'indole mite e un vero orrore per i conflitti.
Ricevere un arcivescovo con la porpora è un onore raro per la diocesi, che al momento non è ancora «cardinalizia». Ma la nomina di matrice tutta romana ha l'aria di un commissariamento o giù di lì. Preannuncia radicali mutamenti, epurazioni. E si affrettano a interpretarla così vari ecclesiastici torinesi, subito pronti a lavorarsi il pacifico Gaetano Alimonda prima ancora che arrivi. È tutto un consigliare, un suggerire, un insinuare; anche al limite dell'offesa, come quando il famoso giornalista don Margotti vuole pure spiegargli come regolarsi addirittura con re Umberto. Il risultato è prevedibile: il nuovo arcivescovo arriva a Torino completamente disinformato, e imbottito di prevenzione contro i «gastaldini», che gli sono stati dipinti come pozzi di iniquità. (Il suo - 18 novembre 1883 - è proprio un semplice arrivo in diocesi, non un ingresso solenne. Carrozza chiusa fino al duo-
mo e poi, nel breve tratto della scalinata, urla e fischi dalla piazza, che lo obbligheranno poi a lasciare la cattedrale da un'altra porta).
Facce nuove (o vecchie) in arcivescovado. Il cardinale si lascia pilotare, un po' per la sua indole benigna, un po' per stanchezza. Accetta le cose come gli vengono presentate - almeno agli inizi - con scarsa propensione a vedere e controllare da sé (scoprirà a un certo punto con stupore che la cittadina di Carmagnola appartiene alla sua diocesi; non lo sapeva).
L'avvenimento più clamoroso del nuovo corso è un atto di riparazione dovuto. Monsignor Bertagna, che Lorenzo Gastaldi aveva bruscamente allontanato, viene richiamato con tutti gli onori da Asti, dov'è vicario generale. Il 1º maggio 1884 il cardinale Alimonda lo consacra vescovo, nominandolo suo ausiliare; e lo pone anche a capo di tutti i seminari. Ciò comporta la destituzione dal seminario metropolitano del rettore Soldati, il quale da alcuni è accusato di durezza eccessiva, «gastaldiana». Ma il modo della sua estromissione resta inaccettabile. E non riesce a sopportarlo lui, che sopravvive per due anni appena. Sarà Giuseppe Allamano a confortarlo un po', in tanti incontri alla Consolata.
E lui, Allamano?
A un certo punto pare che egli sia l'ultimo uomo di Gastaldi rimasto al suo posto. Tra i sacerdoti ora assidui in arcivescovado - il cardinale Alimonda ne invita molti a pranzo e a cena, cordialmente - chissà quanti nomi circolano di suoi successori nei vari posti: alla Consolata, a Sant'Ignazio, al Convitto...
Invece accade una cosa sola, ma questa non l'ha decretata l'arcivescovo. Accade che monsignor Bertagna riappare al Convitto e incomincia nella sua nuova veste a intrattenere i convittori su temi di teologia morale. A un certo punto queste conversazioni diventano lezioni; diventano regolari, in qualche maniera. E così l'insegnamento viene tolto all' Allamano con un'occupazione di fatto della sua cattedra, senza che nessuno l'abbia decisa. Anzi, il cardinale Alimonda saprà tutto a cose fatte, con uno stupore che rasenta la costernazione. Ma al momento non accade null'altro. Giuseppe Allamano vive in secondo piano; e questo accadeva già prima. In silenzio, con la sua amata «ritiratezza», segue giorno per giorno i restauri esterni della Consolata. I lavori alla fine costeranno 125.000 lire. E una parte la mette lui di tasca propria (40.000, sembra); poi ci sono alcune offerte cospicue; anche di Casa reale. Ma il piccolo miracolo di questi restauri sta nel fatto che la maggior parte della spesa è coperta da migliaia e migliaia di offerte minime, lire e centesimi: è la Torino popolare che provvede al suo santuario, dando fiducia a questo rettore dal mite sorriso e dalla voce sommessa, che ha riportato calore e vita sotto quelle volte. La gente è stata con lui quando ha chiesto aiuto per l'intervento sulle strutture esterne.
Sta pensando anche all'interno, il rettore. Anche lì c'è molto da cambiare. Ma al momento bastano i primi sforzi di conservazione e sicurezza, che debbono essere portati a termine per il 1885. Si vuole festeggiare in quell'anno il cinquantesimo anniversario del ricorso alla Consolata nell'epidemia colerica, commemorata dalla colonna votiva eretta accanto al santuario.
Per intanto Torino vede grandi feste di altro tipo nel 1884: c'è l'Esposizione Nazionale, e per la prima volta l'ex capitale politica si presenta a tutti gli italiani nella veste, ancora appena imbastita, di capitale produttiva. Una stagione tra passato e futuro. E per il passato si schiera nell'occasione Edmondo De Amicis. Per lui il più bell'aspetto di Torino sono quelle feste che fanno rifluire in riva al Po antichi personaggi: « ...vecchi ministri che vi passarono i più belli anni della loro età matura, deputati maturi che vi passarono gli anni più belli della gioventù, giornalisti che vi fecero le prime armi, ricchi che ci vissero nella strettezza... tutti hanno qui mille memorie... ». All'Esposizione, però, c'è specialmente l'avvenire. Rappresentato ad esempio dalla corrente elettrica, ora utilizzabile non solo per l'illuminazione, ma come energia industriale: con i trasformatori si sta risolvendo il problema del suo trasporto: infatti, l'energia per le luci nei padiglioni arriva da Lanzo. E poi c'è l'avvenire realizzato, nella persona ad esempio di Francesco Cirio. Scrive per l'occasione Carlo Anfosso: «Il Cirio cominciò qui in Torino la sua industria degli ortaggi conservati entro scatole di latta con certi suoi metodi di conservazione; il prezzo mite di questi prodotti italiani, la piena e sicura loro conservazione, permettono ora al bilancio della casa anche meno ricca di tener provvigione di queste conserve, che prima erano riservate solamente alle ricche imbandigioni».
Alla Consolata, il giorno conclusivo delle feste 1885 è il 20 giugno, un sabato. Messa e omelia del cardinale al mattino, processione nel pomeriggio. Ma su alcuni giornali, tra cui la Gazzella del popolo, esce un «proclama anticlericale delle associazioni democratiche», in cui l'imminente processione alla Consolata è così descritta: «Sabato 20 giugno, alle ore 6 pomeridiane col pretesto di una festa dedicata al più grossolano culto della superstizione, avanzo delle vecchie idolatrie del paganesimo, (i clericali) contano di fare teatro delle loro stupide gazzarre di fanatismi la nostra Torino... ». Segue l'invito esplicito all'intervento manesco per impedire la processione. E poco dopo, il giorno 17, arriva il decreto del prefetto Bartolomeo Casalis: «È vietata la processione religiosa nella parrocchia della Consolata ... e qualsiasi pompa e manifestazione religiosa fuori dal recinto della detta chiesa». Il cardinale Alimonda ne prende atto, con un comunicato che in sostanza dice: poiché la Consolata non può visitare i torinesi nelle loro strade, vengano i torinesi a visitare la Consolata nella sua chiesa. Così tra «proclama anticlericale», decreto del prefetto e invito dell'arcivescovo, il risultato è una folla mai vista nel santuario, per tutta la giornata.
«E io mi dimetto»
«Pare che il nuovo arcivescovo fosse alquanto prevenuto circa il clero torinese ritenendo che avesse delle simpatie, se non per il giansenismo, almeno per il rigorismo. Era quindi prevenuto nei riguardi di molti membri del clero, tra i quali era compreso anche l' Allamano». Così dice una testimonianza al suo processo canonico. E così sentiva lui, sin dal primo contatto col nuovo arcivescovo e il suo nuovo ambiente. Man mano che vedeva esonerati antichi collaboratori di Gastaldi, sentiva che sarebbe venuto anche il suo turno. Anche se doveva parergli un po' bizzarra l'etichetta di giansenista o di rigorista: lui, nipote di Cafasso e soprattutto suo convinto continuatore al Convitto.
Ma pare che tra i molti assidui all'episcopio, qualcuno abbia sibilato nelle debite orecchie un'accusa non di dottrina ma di soldi. Che insomma si sia dubitato dell'onestà di Giuseppe Allamano nell'amministrazione del santuario.
E così - probabilmente intorno alla conclusione dei lavori - ecco che dall'arcivescovado gli giunge l'invito a presentare tutti i conti della Consolata. Cosa che egli fa immediatamente, perché la sua «precisione» non tollera arretrati, e ogni cifra è subito a posto, ogni entrata e spesa annotata. E dall'arcivescovado, poi, questi impeccabili bilanci gli vengono restituiti. Ma in silenzio, senza un commento, una parola qualsiasi. Allora nell'amabile canonico onorario della cattedrale torinese viene a galla l'integrità ingiuriata del monferrino. Subito, già nel mandare i registri in arcivescovado, lui ha precisato in una lettera che è pronto ad andarsene sul momento, col patto naturalmente che in questo caso i debiti li pagherà la curia. Dopo, cioè appena gli hanno restituito in quel modo i registri, decide che parlerà lui se l'episcopio tace: andrà di persona dal cardinale per dare le dimissioni. Ma non arriva in arcivescovado, avendo incontrato per via padre Felice Carpignano dei filippini, decoro del clero piemontese, una delle coscienze di Torino: è confessore di moltissimi, a cominciare dal principe Amedeo ex re di Spagna, e lo è stato di Lorenzo Gastaldi. Anche di Giuseppe Allamano è confessore: e per di più monferrino, di Montiglio. È lui, padre Felice, a fermarlo: non deve dimettersi, torni alla Consolata e riprenda il lavoro.
Obbedisce e torna ad aspettare. Ma dalla riva non vedrà galleggiare nel fiume cadaveri di nemici. Meglio, molto meglio: vedrà approdare come amico quello che pareva il suo più potente persecutore, Gaetano Alimonda in persona. In questo galantuomo male indirizzato si va facendo chiarezza. Ha cominciato a veder altrimenti le cose visitando moribondo quel canonico Soldati, così malamente rimosso dal seminario. Lo ha anche dimostrato con un gesto concreto: il Soldati era superiore delle Suore Giuseppine di Torino, ed egli come successore nomina il suo amico Allamano. Sicché questi può pensare che i sospetti siano dissipati. Forse la nomina è un indizio. E comunque una risposta precisa arriva più tardi, pubblicamente, quando l'arcivescovo di fronte ai canonici del duomo gli dice: «Sul suo conto mi hanno ingannato». E lo abbraccia, secondo padre Sales. Secondo il canonico Nicola Baravalle, invece, «fece per abbracciarlo, ma l'Allamano se ne schermì delicatamente».
Rinfrancato, continua il lavoro. Lo seguiremo ora con un salto nel tempo impegnato nella seconda opera costruttiva: abbellire internamente il santuario della Consolata; e ingrandirlo dal di dentro. Le proporzioni finanziarie dell'impresa ora sono enormi: si parla di un milione di lire. E i problemi tecnici hanno una complessità piuttosto scoraggiante. Tuttavia si va avanti. Il canonico Allamano per affrontare la spesa conta sulla gente di Torino, e per i problemi costruttivi sul teologo Giacomo Camisassa.
Emerge dunque il vicerettore con la sua competenza e passione per i mestieri, a suo pieno agio tra fabbri, muratori, carpentieri. È stato lui a insistere molto sulla necessità di ampliare il santuario di Torino, che sta essa pure crescendo. Ha già studiato come fare, e lo spiega al grande architetto interpellato per l'impresa, il conte Carlo Ceppi: «Signor conte, fino al 1706 l'altare era sotto l'arcone della balaustra e il Juvara, per compiacere Vittorio Amedeo Il, sfondò la parete ed ecco quel magistrale ampliamento. Come fece lui, perché non possiamo fare noi altrettanto aprendo delle cappelle ai fianchi del medesimo?». L'architetto si trova d'accordo: «Lei mi apre uno spiraglio di luce dove prima c'era buio».
I lavori cominciano nel 1898 e don Camisassa ne è il factotum, l'assistente, l'economo, il controllore. Pesa e misura tutto, tratta con i fornitori, ma poi va a occuparsi anche del lavoro e dei lavoranti, che non è affare suo. Infatti un bel giorno il conte Ceppi se ne va. Arriva al suo posto l'ingegnere Giovanni Battista Ferrante, e la storia finisce allo stesso modo. Sono scintille continue, che richiedono tutta la pazienza di don Allamano nel mettere pace, salvando la faccia all'uno e all'altro. Terminerà infine i lavori l'ingegnere Antonio Vandone; a questi si deve in particolare la decorazione interna con profusione di marmi, che meraviglierà i visitatori dal 1904 in avanti. Essi erano infatti abituati a un ambiente annerito dal tempo e dal fumo delle candele, a pavimenti di pietra e a pareti qua e là scrostate.
Di questo lieto stupore si fa interprete il padre Sales: «Il santuario della Consolata è ora veramente bello. La chiesa di Sant'Andrea con i suoi marmi cui danno maggior risalto le dorature, colla volta meravigliosa di stucchi d'oro che ravvivano le vetuste pitture, colle tre ampie gradinate che salgono al santuario, appare come il magnifico vestibolo di una reggia... Il santuario, quasi perla in aureo castone, è circondato all'intorno dall'augusta cerchia delle quattro nuove cappelle sorrette da una selva di marmoree colonne, ricche d'aria e di luce, fulgidissime d'oro, ridenti di primaverile freschezza nei graziosi medaglioni della cupoletta, dipinti dal Morgari ... ».
Le spese vengono gradualmente coperte come la prima volta, con alcune offerte importanti (anche del Comune di Torino) e decine di migliaia di minuscoli versamenti; il soccorso popolare ancora una volta ha risolto il problema. Merito del diffuso attaccamento alla Consolata. E merito anche di questo rettore. Ha fondato un bollettino mensile di sostegno all'iniziativa, che si chiama La Consolata, attraverso il quale rivolge inviti, fornisce rendiconti e notizie sullo stato dei lavori, preventivi. Colpisce la singolare sobrietà degli appelli. È un chiedere elegante, tutto veramente stile Allamano. Si legge infatti in un numero del 1901: «Per un doveroso senso di discrezione non ci siamo finora rivolti direttamente ad alcuna persona facoltosa per sollecitare offerte, come non fu e non sarà nostro sistema l'esclamare ogni giorno sulla necessità di averne per proseguimento dei lavori. Il servo di Dio D. Giuseppe Cafasso, nostro venerato predecessore e maestro nella reggenza del Convitto, non approvava il metodo di far una morale coazione per aver modo di compiere opere buone; ma preferiva, sull'esempio del venerabile Cottolengo, di rimettersi alla loro spontanea generosità».
Tra le migliaia di contributi c'è nel 1893 anche quello di una giovane sposa, che porta all'altare del santuario un ex voto per grazia ricevuta: uno dei moltissimi, ma forse il primo nel suo genere: una disgrazia aerea. La giovane si era sposata l’8 ottobre a Torino con un capitano «aeronauta e costruttore di aerostati». Il viaggio di nozze era avvenuto appunto in aerostato, prima da Torino a Piobesi e poi verso le montagne, dove però il pallone si era schiantato, e lo sposo aveva perso la vita in un crepaccio, mentre lei e due altri viaggiatori si erano salvati.
Va poi ricordato che nel santuario - prima, durante e dopo i lavori di trasformazione - è sempre all'opera lui, come ministro del sacramento della riconciliazione. Quelle infinite ore in confessionale, quella vocina flebile e mai stanca, sempre lì a distribuire fiducia, a orientare, a ricostruire cristiani ... Qui Giuseppe Allamano è davvero, e vuole essere, protagonista. Compare assai poco, invece, nei riti solenni, lasciando volentieri le prime parti ad altri. Ma cura moltissimo ogni aspetto dell'azione liturgica, con una preparazione anche pignola, ma tutta protesa a trasmettere nei fedeli consapevolezza e partecipazione. Perciò è esigente con i celebranti anche nelle minime cose: «Gli uomini sono materiali e terreni; per far penetrare loro la reale presenza di Nostro Signore nelle nostre case, osservano come noi ci disponiamo. Se non ci comportiamo con fede, essi non giungeranno a vedervi cose celesti».
Don Cafasso è qui
C'è nella vita di Giuseppe Allamano, rettore del Convitto, un momento che si ripete ogni anno, per molto tempo, un momento speciale: è quando, concluso il biennio di morale, egli assegna ad ogni giovane sacerdote il servizio di prima nomina: «Lei va vicecurato a... ». In un certo senso è lui che consegna alla Chiesa torinese i nuovi sacerdoti per la cura d'anime, garantendo per tutti e per ciascuno.
Formare i preti. Questo sarà sempre il suo lavoro numero uno. Siano essi destinati a parrocchie torinesi, alla campagna subalpina o alla savana d'Africa. Ne sente tutta l'immensa responsabilità, ma senza spaventi o timore di sbagliare o scrupoli: come stimolo, piuttosto. È stato lui, del resto, a mettere fine in Convitto al lungo conflitto fra severità e misericordia. E chi l'ha aiutato è sempre quel morto che si fa ogni giorno più presente nella sua vita: Giuseppe Cafasso. Al Convitto, specie nell'insegnare, ha potuto completarne la scoperta, approfondirne l'insegnamento. Bisogna apprendere la sua lezione per formare buoni preti. O, meglio ancora: ai giovani preti bisogna presentare lui tutto intero come modello vivente; non bastano gli appunti sulle sue lezioni, il commento ai suoi scritti.
Di qui nasce in Allamano l'idea di esplorare a fondo e raccontare la vita di don Giuseppe Cafasso; e anche di dare l'avvio a un itinerario canonico in vista della possibile elevazione agli altari.
Non si conosce una data precisa per queste decisioni maturate nel suo intimo. Sappiamo però che egli ricorre per consiglio e aiuto a un altro prete di Torino, che a Giuseppe Cafasso conserva da tutta la vita riconoscenza: don Bosco. Il quale ricorda sempre i no di don Cafasso, che gli chiudevano un sentiero e gli aprivano una strada: no all'idea di fare il vicecurato o il precettore; no all'idea di andare missionario; sì, invece, al lavoro in mezzo ai ragazzi bradi di Torino. Quando Giuseppe Allamano gli si rivolge, don Bosco dev'essere già vicino alla morte. Ha compiuto la missione ricevuta da Leone XIII (compito? prova? penitenza?) di trovare denaro in Italia e in Europa per la chiesa romana del Sacro Cuore. È andato a offrirsi, stremato, alle feste dei suoi preti e ragazzi degli istituti di Spagna.
Sempre nel 1860, don Bosco aveva commemorato il Cafasso sul suo periodico Letture cattoliche, preannunciando anche la pubblicazione di una sua biografia; che però non è mai comparsa. Ora, nell'ultima stagione della vita, spiega a Giuseppe Allamano perché quel libro non è stato scritto: «Mi portarono via i documenti e non ne seppi più nulla. Ma tu puoi rimediare... ». E consiglia di chiedere informazioni e testimonianze sul Cafasso con lettere circolari. Così appunto farà l’Allamano e il materiale raccolto lo darà all’incaricato della biografia: Giacomo Colombero, già rettore del seminario di Chieri e poi parroco di Santa Barbara in Torino. L'opera uscirà nel 1895, dopo un'elaborazione travagliata.
Più avanti il rettore della Consolata metterà al lavoro il dotto abate Luigi Nicolis di Robilant per una biografia più completa, definitiva. I due densi volumi usciranno postumi nel 1911-1912, essendo morto l'autore già nel 1904. Ma per le biografie Giuseppe Allamano non si è limitato a procurare documenti e testimonianze, lasciando fare. Ha lavorato continuamente anche lui su quei materiali, con l'aiuto di Giacomo Camisassa. Chissà, forse non prevedeva di trovarsi così invaso da questa presenza, attraverso testimonianze e ricordi che gli portavano alla Consolata il Cafasso vivo nei detti, negli esempi. E così sarà, in sostanza, per il resto della sua vita e in mezzo a tutte le sue imprese.
Il 16 febbraio 1895 egli compie il primo passo ufficiale del lungo iter canonico, chiedendo l'avvio di un processo ordinario diocesano. Esso dovrà previamente accertare la fama di santità del Cafasso, per passare poi all’esame della sua vita e delle sue virtù. Si nomina un postulatore della causa nella persona del teologo Giacomo Bertolone, economo della Consolata. Ma questi un anno dopo, mentre legge il breviario in confessionale, viene vetrioleggiato e reso pressoché cieco da una donna di vita avventurosa. Lo sostituisce nell'incarico il teologo Giacomo Boccardo, che da poco è stato nominato vicerettore del Convitto.
Intanto i resti di don Giuseppe Cafasso sono stati trasferiti dal cimitero di Torino al santuario della Consolata. E di lui circolano a stampa le Meditazioni e le Istruzioni per gli esercizi spirituali al clero, pubblicate nel 1892 e nel 1893, a cura di Giuseppe Allamano.
Aperto il processo diocesano, è Giuseppe Allamano il primo teste citato dal postulatore della causa, a partire dall'8 febbraio 1897. Un interrogatorio che nelle varie sedute fino al successivo novembre ricostruisce la vita di don Cafasso come egli l'ha potuta delineare leggendo centinaia di documenti, lettere, testimonianze, registri. Da giovane aveva tentato di scrivere una biografia dello zio. Ma la biografia vera è quella che egli traccia davanti al tribunale diocesano raccontando, rispondendo a domande e obiezioni, offrendo prove e riscontri. La sua «scoperta del Cafasso» si è straordinariamente arricchita con questa indagine. E ha pure condotto a «rivelazioni» concernenti lui, Giuseppe Allamano. Ad esempio, quando si è ritrovato nell'attentissima cura dello zio per la precisione e il decoro nella liturgia e nell'atteggiamento dei giovani preti all'altare. O quando ha visto in lui lo stesso attaccamento suo alla disciplina («oculatissimo nel procurarla») accompagnato da modi «dolci» per faria rispettare; proprio come i «mi rincresce» mormorati dalla sua vocina, e l'allievo così richiamato se ne ricordava per mesi. Ancora: deponendo sulle lezioni del Cafasso in Convitto, egli sottolinea che la dottrina alfonsiana non era da lui in qualche maniera «accomodata», bensì esposta con fedeltà rigorosa, ma anche «con modi miti e benigni»; e anche qui zio e nipote risultano in sintonia. Giuseppe Allamano, insomma, deve provare bellissimi stupori ogni volta che avverte di aver fatto, parlato e pensato come lui senza saperlo, prima ancora di leggere tante testimonianze.
Nella deposizione si diffonde anche sul Cafasso confortatore dei condannati a morte; «il prete della forca», come l'hanno chiamato i torinesi. Rileva che tutti i suoi assistiti sono morti nel segno del pentimento e della riconciliazione. Cita anche le parole di un carnefice: «Alla presenza di don Cafasso la morte non è più morte, ma una gioia, un conforto, un piacere». Assistere i condannati nell'ultima notte, accompagnarli al supplizio, era un'esperienza terribile che pochi sacerdoti riuscivano ad affrontare. Don Bosco stesso, una volta, accompagnò il Cafasso a una duplice esecuzione in Alessandria; ma alla vista del patibolo cadde svenuto.
Mentre si adopera per la causa diocesana, è attento a mantenere vivo nella gente il ricordo di Giuseppe Cafasso, con le parole e anche con le immagini, con un senso molto vivo della comunicazione di massa: già nel 1894 si preoccupa di realizzare e stampare ritratti cli lui. E così, tra qualche anno, farà con il quadro della Consolata, diffondendolo in Italia e poi nel mondo una sua eccellente riproduzione. L'ha ottenuta per lui un dilettante eccezionale: l'avvocato torinese Secondo Pia, al quale si deve anche la prima riproduzione della Sindone.