Nel dicembre 1887 - gennaio 1888 Giuseppe Allamano fa una sorta di sommario giro d'Italia in circa cinque settimane; il suo viaggio più lungo. L'occasione è il primo giubileo di Leone XIII, quello dei cinquant'anni di sacerdozio. Il cardinale Alimonda, nella sua rotonda eloquenza, ha invitato i fedeli al pellegrinaggio in Roma, per dimostrare che il Piemonte non è per nulla freddo verso il pontefice: «Ai piedi de le Alpi, sulla sponda dei suoi copiosi fiumi, dei quali è principale il Po, non è vero che il Piemonte alberghi anime fredde, lente, insensibili: i ghiacci eterni posano in cima alle punte Lepozie e Pennine, Graie e Cozie: nella vallata e nella pianura ci è il caldo che basta alle grandi azioni vitali ... ». Approfitta di questo pellegrinaggio per una serie di brevi visite, sostando nell'andata a Milano, Padova, Venezia, Bologna, Loreto, Assisi e Foligno. Tornando, si spingerà fino a Napoli e Pompei, Montecassino, fermandosi poi ancora a Pisa, Firenze e Genova. In Roma assiste alla Messa giubilare del 1° gennaio 1888, solennissima: è la prima volta dal 1870 che un papa celebra all'altare della Confessione, e lo circondano delegazioni e ambascerie mandate da governi di tutto il mondo. Non c'è nessuno, invece, a rappresentare il Regno d'Italia. Ma il governo Crispi ha mandato fanteria e bersaglieri - quasi un tacito prestito - per tenere l'ordine in piazza San Pietro e regolare l'afflusso alla basilica.
L'11 gennaio partecipa a un'udienza generale di cinque ore per i pellegrini del Nord Italia, e insieme a tanti altri viene rapidamente presentato al pontefice. Nel suo diario annoterà le parole che gli dice Leone XIII, riferendosi alla Consolata e al Convitto: «Bene, bene, quel santuario... Sì, do una speciale benedizione, dire loro che studino molto». L'udienza è tutta qui, ci sono altre migliaia di persone.
A Roma rende poi visita a molti personaggi d 'importanza, ma tra essi attirano speciale attenzione il prefetto e il segretario di Propaganda Fide, cardinale Simeoni e monsignor Jacobini; e poi Guglielmo Massaia, il missionario da leggenda. Reduce da trentacinque anni di avventure in Etiopia, vescovo e cardinale, egli vive in convento con i suoi confratelli cappuccini. A lui che è suo conterraneo astigiano, e ai due capi della congregazione missionaria, Giuseppe Allamano avrà già parlato di un suo progetto in quella direzione?
Non ci sono elementi per dire o negare, ma è certo che da qualche tempo nella sua mente un disegno c'è: quello di creare a Torino un istituto, una scuola specializzata, che raccolga allievi nel numeroso clero piemontese e li prepari alla missione, mettendoli poi a disposizione di Propaganda Fide per l'impiego.
Per quest'idea egli si ispira a un'iniziativa genovese: il Collegio Ecclesiastico per le Missioni Straniere, fondato dal marchese Antonio Brignole-Sale. Ma la spinta originaria viene da molto più lontano. Egli si trova ricollegato qui a figure come padre Diessbach, con la tensione evangelizzatrice delle sue Amicizie Cristiane; e al suo continuatore Pio Brunone Lanteri, maestro degli Oblati di Maria Vergine che arriveranno fino alla Birmania, e impegnato personalmente nei tempi della Restaurazione a mandare missionari negli Stati Uniti. Questa vocazione è stata ereditata dal Convitto Ecclesiastico di Luigi Guala, poco dopo il ritorno in scena delle grandi strutture missionarie: la Congregazione di Propaganda Fide, riorganizzata nel 1817; la Compagnia di Gesù, ricostituita nel 1815. Segno e sostegno di questa ripresa missionaria, ecco poi nasce negli anni Venti a Lione l'Opera per la Propagazione della Fede, ramificata via via in Europa fino ai paesini. Un'istituzione nuova nella storia della Chiesa, perché amministrata da laici. Erano loro a raccogliere e distribuire aiuti alle missioni, sensibilizzando il mondo cattolico ai problemi dell'evangelizzazione attraverso pubblicazioni diffusissime.
Gli annali missionari dell'Opera per la Propagazione della Fede sono stati regolarmente letti per anni al Convitto Ecclesiastico, per disposizione di don Giuseppe Cafasso. Il quale era anche socio dell'Opera, tra i primi in Torino. Nel Convitto si insegnava la teologia morale di Alfonso de' Liguori, e non pare azzardato pensare che se ne conoscessero anche i libri di divulgazione, come ad esempio la storia dei martiri del Giappone, una vicenda eroica e tragica a cavallo del Cinquecento e del Seicento, con missionari e neofiti crocifissi su una collina presso Nagasaki; era un 'opera ancora famosissima in collegi e seminari dell'Ottocento, e alimentò tra l'altro la vocazione missionaria di Daniele Comboni. Infine, dalla corrispondenza privata del Cafasso si è scoperto che egli aiutava anche singoli missionari, direttamente e discretamente, spendendo del suo.
Insomma, Giuseppe Allamano ritrova lo zio anche qui, sul terreno missionario, dove sembra aver lasciato tracce e segnali per lui.
Un grande protagonista dell'animazione missionaria è stato poi in Torino il canonico Giuseppe Ortalda, morto nel 1880. Direttore locale dell'Opera per la Propagazione della Fede, attraverso pubblicazioni, mostre e lotterie raccoglieva aiuti in misura crescente, riuscendo anche a fondare delle scuole apostoliche per formare missionari. Queste almeno erano le intenzioni. Ma a quest'uomo ricco di passione e di talenti mancava purtroppo la necessaria esperienza amministrativa. Non trovò chi lo aiutasse in questa materia così accidentata, e le opere che egli ha saputo creare non gli sono poi sopravvissute. Altre iniziative, invece, a volte più piccole e sempre meglio sostenute, hanno preso e mantenuto vita. Dal 1871 lavorano nel vicariato apostolico di Hyderabad (India) alcune suore di Sant'Anna, mandate da madre Enrichetta Dominici. Nel 1875 Giovanni Cagliero ha guidato verso la Patagonia la prima spedizione missionaria salesiana.
(MANCANO LE PAGINE 76-77)
indicata per la missione, ma si risolverà con un incontro personale a Roma, dove il rettore della Consolata «troverà ogni appoggio e favore».
Replica pronto lui già il 17 aprile, dicendo che prima di andare a Roma deve informare l'arcivescovo, ora che un'approvazione iniziale c'è; e per metterlo bene al corrente deve anche sapere «in qual punto versino le difficoltà» circa il luogo della missione. In quei giorni scrive anche al cardinale Alimonda, che è a Genova ammalato, illustrandogli i fatti. Ma qui non abbiamo le lettere scambiate, e per vi� indiretta risulta chiara una sola cosa: che l'arcivescovo di Torino non è affatto contento di quel passo a Roma, di quel sondaggio a Propaganda Fide. Difatti passano alcuni giorni di silenzio, poi da Genova una lettera del segretario informa che per la malattia il cardinale non può occuparsi «dell'affare».
Mentre dal Vaticano arriva un altro invito a trattare di persona, Giuseppe Allamano e Giacomo Camisassa, che lavorano in équipe, devono rispondere che la contrarietà dell'arcivescovo rende impossibile il viaggio a Roma. O forse, più ancora che l'arcivescovo, è contrario all'iniziativa qualcuno intorno a lui, pronto a sabotarla in tutti i modi. Così scrive don Camisassa al padre Bar bagli, procuratore della Congregazione della Missione in Roma, che aveva sollecitato la visita dell’Allamano. Piuttosto, aggiunge, se Propaganda Fide vede così bene il progetto Allamano, dovrebbe essa stessa «in qualche modo esprimere al nostro Arcivescovo il desiderio di vederla fatta», dando al tempo stesso una diretta e aperta approvazione al canonico Allamano per il suo progetto,
«assicurandolo di protezione e di appoggio morale per l'esecuzione». Non possiamo partire con l'opposizione del vescovo, dice insomma il Camisassa; ma se ci aiutate voi, poi non ci fermerà più nessuno: «Certo che l'opera, una volta cominciata bene, andrà poi avanti da sé quand'anche sorgessero più tardi simili difficoltà; ma se al suo apparire si trova in attrito col Superiore locale, sarà come soffocarla sul nascere e non attecchirà né in questa né in altra diocesi. Del resto, Le ripeto, non sta a me dar consigli... l'opera è possibile e, considerata l'indole del Clero piemontese, sembra che con l'aiuto di Dio farà un gran bene... e poi... ». Insomma: fateci cominciare, e poi vedrete.
Ma tanto realismo e tanta schiettezza sono purtroppo inutili, perché il 30 maggio il cardinale Alimonda muore in Genova a settantatré anni.
A questo punto non si parla più di andare a Roma. Anzi, si deve troncare tutto, aspettando il nuovo arcivescovo. E aspettarlo senza troppo sperarci, come l’Allamano scrive il 22 luglio a padre Barbagli: «Posso io esser sicuro che il nuovo vescovo lo comprenderà bene e conseguentemente sappia tener fermo contro le dicerie di quelli che rimpiangendo queste diminuzioni di clero tenteranno suscitarmi l'opposizione dell'Arcivescovo?».
Il suo pensiero va al mondo da evangelizzare. Ma altri non vedono oltre l'uscio della canonica. E il brutto è che non si tratta di perfidi che gli muovono guerra: sono brava gente, ecclesiastici dabbene che nulla fanno contro di lui, ma semplicemente gli oppongono l'energia statica delle loro corte vedute e dei loro piccoli timori. L'ipotesi di un vicecurato in meno può su di essi più che l'angoscia per i tanti che nel mondo continuano a ignorare Cristo. Certo, anche per loro questa è una situazione tristissima, tant'è che raccolgono denaro per le missioni, a volte distogliendolo anche da necessità di parrocchia. Ma lasciar partire sacerdoti, questo non si può accettare, sarebbe un attentato alla diocesi. Come scrive acutamente il Camisassa a Roma: «... al canonico Allamano si muoverebbe l'accusa di abusare quasi della sua posizione per attirare i giovani sacerdoti, con detrimento della Diocesi». Quindi, subire e stare zitti. Aspettare il nuovo arcivescovo, ma senza illusioni, perché gli argomenti dei timorosi potrebbero influenzare anche lui, com'è accaduto al povero cardinale Alimonda: come ci si può lamentare delle sue mancate approvazioni, sapendo che era andato a Genova con un tumore al fegato ed è morto dopo un'operazione senza cloroformio? Giuseppe Allamano è alla prova: sapersi nel giusto e non avere modo di persuadere chi sbaglia. Rinuncia definitivamente al viaggio a Roma; nel settembre 1891, richiesto dal cardinale Simeoni, prefetto di Propaganda Fide, gli manda il progetto di regolamento preparato per l'istituto missionario. Ma ribadisce che nulla intende fare prima di sapere, e con molta chiarezza, se il nuovo vescovo torinese approva la sua idea. Per ora è contento che l'apprezzi dal suo alto seggio il cardinale Simeoni.
Ma la prova continua: il cardinale Simeoni muore nel gennaio 1892 di polmonite, a settantasei anni. A capo di Propaganda Fide arriva il cardinale Miecislao Ledòchowski, polacco, nunzio apostolico, poi vescovo nella sua patria, ma sotto il dominio prussiano. Difensore del papa durante il contrasto con l'impero tedesco, è stato messo in carcere da Bismarck, e appunto in carcere ha ricevuto da Leone XIII la nomina cardinalizia. Una splendida figura, un testimone della fede. Però, ricevendo a Roma don Giacomo Camisassa, gli dice che il progetto Allamano non interessa, «perché gli istituti missionari in Italia sono più che sufficienti».
E quei giovani preti del Convitto che continuano a scalpitare? Li tiene tranquilli, naturalmente: mai la sua vocina suggerirà insofferenza o coltiverà smanie di novità. Ma al tempo stesso individua quelli fra loro che mostrano un 'attitudine missionaria più autentica, e fa in modo che non si abbattano. Ossia, per usare le sue parole, continua a «coltivare nello spirito della loro vocazione quei sacerdoti che volevano dedicarsi a quest'opera».
E nemmeno lui, per conto suo, avrà un gesto o una parola d'insofferenza. Non lo si troverà scarso in sopportazione, perché nel suo sconforto lo aiuta come sempre la sua amata Imitazione di Cristo, là dove appunto parla della pazienza: «Vero paziente non è chi vuol patire soltanto ciò che gli piace e soltanto da chi gli piace. Il vero paziente non bada alla persona che gli dà tribolazione: non sta a guardare se sia un superiore o un suo pari o un inferiore, e neppure se sia buono e santo oppure indegno e. perverso... » (Ili, 19, 1).
L'«Imitazione», dice sempre Giuseppe Allamano, dev'essere letta a piccoli brani, e ciascuno di essi bisognerà poi meditarlo a lungo. Lui però usa un'espressione speciale: ruminare quelle parole, come fanno lentamente i bovini col loro cibo. Sul tema della pazienza comincia per lui il tempo della ruminazione, e durerà dieci anni.
Un altro arcivescovo
Aspetta silenzioso, ma non certo immobile. Intanto va ricordato che è sempre rettore del Convitto, dove dal 1886 gli è di sostegno don Luigi Boccardo. Anzi, questi diventerà poi direttore spirituale, alleggerendogli ancora gli impegni. Poi continua a occuparsi del santuario di Sant'Ignazio, con i relativi esercizi spirituali. Infine, come rettore della Consolata, da una parte vive il tempo dei grandi lavori che trasformeranno il santuario con tanta luce, tanti marmi e tante fatture (ma si pagherà tutto); dall'altra parte, resta sempre fedele al suo confessionale, il luogo della convivenza più stretta con la gente di questa città dove ormai i cambiamenti avvengono tutti di corsa.
Gli abitanti sono già trecentomila, e i protagonisti del Risorgimento sono ormai diventati statue equestri o pedestri in vie e piazze: Cavour, Vittorio Emanuele, Lamarmora ... In questi anni scompaiono gli ultimi: il generale De Sonnaz, che ha fatto tutte le guerre nazionali; Luigi Kossuth, campione dell'indipendenza ungherese, che ha trascorso a Torino la vecchiaia; l'ingegner Grandis, uno dei perforatori del Fréjus, e il grande Galileo Ferraris. Nell'autunno 1897 muoiono quasi insieme due «bandiere» del giornalismo risorgimentale e anticlericale: G. B. Bottero, cofondatore della Gazzetta del popolo, e Casimiro Teja, famosissimo disegnatore del Fischietto. Anzi, muore anche il Fischietto stesso. Dal luglio 1892, intanto, esce il settimanale socialista Il Grido del popolo: Torino ha già la sua Camera del Lavoro dal maggio 1891, e l'esempio di Edmondo De Amicis avvicina molti intellettuali torinesi al movimento socialista. L'uscita dell'enciclica Rerum novarum di Leone XIII ha avuto un'importanza tutta speciale fra i cattolici di questa città ormai in testa alla rivoluzione industriale. Qui, più che altrove, sono accesi i contrasti fra gli aderenti al nuovo movimento detto della «Democrazia Cristiana», pronti a spingersi anche oltre i termini indicati da papa Leone, e i veterani dell'Opera dei Congressi, molto attivi nelle opere ma anche molto fermi nella loro annosa intransigenza.
Tutte le anime di Torino, comunque, stanno pensando al prossimo Novantotto. Per noi posteri, questo è l'anno dei moti di Milano e delle cannonate del generale Bava-Beccaris. Ma a Torino lo si è aspettato operosamente perché è un vivaio di anniversari e di connesse manifestazioni. Per lo Stato, è il cinquantenario dello Statuto e comporta la presenza dei sovrani in città, tra l'altro per inaugurare una manifestazione mai vista, la prima Esposizione Internazionale, accompagnata da congressi economici e letterari, e da omaggi di tutte le città d'Italia a Torino, culla dello Statuto. Al Novantotto laico si allaccia quello religioso con l'ostensione della Sindone, proprietà di Casa Savoia e perciò associata alle ricorrenze dinastiche. Per conto suo, inoltre, la Chiesa torinese organizza nel Novantotto il Congresso Mariano e l'Esposizione di Arte Sacra Antica e Moderna: cade infatti il quindicesimo centenario dell'istituzione della gerarchia cattolica in Piemonte, insieme al quarto centenario del duomo.
A queste manifestazioni religiose, come al congresso eucaristico del 1894, si è dedicato con vigoroso attivismo il nuovo arcivescovo di Torino monsignor Davide Riccardi, già vescovo di Ivrea e poi di Novara, entrato in archidiocesi il 23 marzo 1892. Non solo: ha compiuto la visita pastorale, stimolato l'Azione Cattolica, sostenuto dall'Opera dei Congressi.
E si è occupato della stampa cattolica, con i suoi problemi e i suoi contrasti. Nel 1893 si è trasferita a Firenze L’Unità Cattolica, fondata nel 1863 da don Margotti che aveva lasciato L’Armonia (emigrata a Firenze dopo la Convenzione di Settembre). Non resta che il Corriere nazionale che fa vita stentatissima. Viene allora creata l'Italia reale, che ugualmente non tira avanti, sicché ne viene decisa la fusione con il Corriere nazionale, e il giornale con doppia testata vivrà fino al 1903. Per questi tentativi il vescovo si è servito di Giuseppe Allamano, che è stato anche presidente del comitato per l’Italia reale, senza peraltro ricavarne grosse soddisfazioni. La sua preoccupazione per gli strumenti della comunicazione lo ha poi spinto a intervenire quando pareva che dovesse morire La voce dell'operaio, per gli impegni di lavoro del suo esponente più popolare, Domenico Giraud. L'ha salvata proprio lui, sistemando con la sua autorità la posizione del Giraud. Il giornale vive tuttora, col nome di Voce del popolo.
Così il vescovo lo chiamava in comitati e commissioni preposti alle grandi iniziative impostate per la diocesi. E si sono visti con frequenza, perché anche monsignor Riccardi era solito andare ogni sabato a pregare alla Consolata. Del resto Giuseppe Allamano ha ormai un'esperienza in materia di successioni in arcivescovado: «Quando gli Arcivescovi di Torino entrano in sede, mi guardano con un certo senso di riservatezza e quasi di diffidenza. Ma in seguito mi chiamano; e con essi mi sono sempre accordato pienamente prestando tutta la mia opera per il bene della diocesi».
Con monsignor Riccardi, tuttavia, non incomincia neppure un discorso sulla fondazione missionaria. Questo vescovo così infaticabile muore dopo appena cinque anni di governo a Torino, il 20 maggio 1897: le grandi feste che egli ha preparato con tanta passione, le celebrerà un altro.
L'altro è Agostino Richelmy, caro a Leone XIII per i suoi studi su san Tommaso (ma anche dotto in letteratura latina e italiana, e in matematica). Vescovo di Ivrea dal 1886, alla morte di monsignor Riccardi viene nominato arcivescovo di Torino, dove fa ingresso il 28 novembre 1897.
Per Giuseppe Allamano stavolta non ci sono diffidenze iniziali da superare. Con Agostino Richelmy si dà del «tu». Sono stati compagni di corso, ordinati lo stesso anno. Quando era giovane sacerdote a Torino, il nuovo arcivescovo aveva cercato di tenere in piedi le «scuole apostoliche» create dal canonico Ortalda.
C'è anche di più: monsignor Richelmy, quando governava la diocesi di Ivrea, aveva proposto Giuseppe Allamano come vescovo di Saluzzo. Non era stato il solo, in verità. L'avevano indicato (quale candidato unico oppure con altri) anche i vescovi di Fossano, Pinerolo, Cuneo e Mondovì. E l'arcivescovo Riccardi per lo stesso incarico aveva suggerito due sacerdoti di Ivrea e tre di Torino, primo dei quali era l' Allamano. «Reggerebbe benissimo una diocesi», aveva scritto, aggiungendo tuttavia che non gli mancava qualche «difettuccio». Quale? Aver aspirato al canonicato effettivo nella metropolitana di Torino; «tuttavia, avendo il Capitolo scelto un altro, vi si rassegnò con grazia». Qui occorre dire che quando Giuseppe Allamano diventerà realmente canonico effettivo, il suo comportamento farà dire a tutti che il miglior canonico è proprio lui.
Sono curiose anche due obiezioni che monsignor Riccardi faceva per l'Allamano vescovo, nell'atto in cui lo proponeva. Una era di natura fisica: «Ha il difetto di una spalla più alta dell'altra, per cui appare alquanto gibboso: malgrado ciò ha aspetto grave e dignitoso». L'altra, eccola: ci sono già tanti vescovi nativi di Castelnuovo d'Asti, «per cui, se nell'attuale nomina di un Vescovo in Piemonte non si credesse necessario uscire da Torino, potrebbe parere opportuno uscire almeno da Castelnuovo d'Asti, salvo a tornarvi nuovamente più tardi».