Nel 1899 Leone XIII ha creato cardinale Agostino Richelmy. È un riconoscimento alla persona, che al tempo stesso inaugura una tradizione di arcivescovi torinesi con la porpora. Giuseppe Allamano ha così un cardinale - il primo e l'unico - da trattare col «tu». Proseguono i lavori alla Consolata e le gesta di Giacomo Camisassa con fornitori, architetti e capimastri. Ed è invece conclusa la parte torinese del processo informativo su don Giuseppe Cafasso. Si tratta ora di consegnarne gli atti al Vaticano. Così il rettore della Consolata deve mettersi in cammino. Una decina di anni fa lo avevano aspettato invano i capi di Propaganda Fide; ora lo trascina a Roma questo zio avviato alla santità.

Parte nel marzo 1899, consegna i documenti, e poi i passi lo portano al Pontificio Seminario dei Santi Apostoli. È un'istituzione missionaria alla quale, nel tempo dei sogni, egli progettava di affidare giovani preti torinesi da lui addestrati, se... Ma i capi del seminario sono tutti fuori stanza. C'è solo un piemontese tornato di fresco dalla Cina, padre Giovanni Bonzano. E a lui, in una chiacchierata distesa, Allamano racconta di quell'idea: formare missionari e passarli a un'istituzione che li utilizzi. Neppure per sogno, gli dice il Bonzano, che ha diciassette anni meno di lui ma buona esperienza di queste cose: non bisogna mettersi alle dipendenze di altri. Il canonico torinese crei il suo istituto a Torino, e lo mantenga indipendente, se ne ha i mezzi.

Quanto ai mezzi, una cosa strana è già accaduta. Giuseppe Allamano è stato nominato erede universale da un sacerdote che appena conosceva, monsignor Angelo Demichelis, morto recentemente. Il quale gli ha lasciato il fabbricato di corso Duca di Genova (poi corso Stati Uniti) sede dell'Istituto Santissima Annunziata per maestre, da lui fondato ma ora in declino, con pochissime allieve; poi c'è una casa a Rivoli e del denaro. Oltre 200.000 lire in tutto, quando si faranno i conti. Per consiglio dell'arcivescovo, lui ha intanto accettato l'eredità. E pochi mesi dopo l'andata a Roma gliene arriva un'altra. Nell'inverno 1899-1900 c'è a Torino una grave epidemia di influenza, che si porta via anche l'ingegner Edoardo Felizzati, non ancora cinquantenne. Era un suo amico, sostenitore della Consolata e di varie opere benefiche. Lo assiste fino all'ultimo. E poi scopre che gli ha lasciato 300.000 lire.

Ma ecco che si ammala lui di quell'influenza, nel gennaio 1900. Forse l'ha presa assistendo due malati per ore, al freddo, e rapidamente arriva a condizioni disperate: medici che alzano le braccia, polmonite doppia. Giacomo Camisassa celebra trepidante la Messa sotto i suoi occhi, al Convitto tutti pregano per lui, ma un'altra cosa strabiliante accade in queste ore: la Consolata si riempie di gente. Arrivano da tutta Torino sotto la nevicata. Incredibile: gente che entra, gente che esce, il santuario è sempre colmo. Ecco che cosa rappresenta questo canonico così riservato e silenzioso, per questa città.

Qualche sacerdote ha già addirittura celebrato per lui una Messa funebre; ma il malato comincia inaspettatamente a migliorare nella notte sul 29 gennaio (più tardi egli ricorderà che cade in quel giorno la festa di san Francesco di Sales). Non è il miglioramento illusorio dell'ultima ora, come qualche giornale ha lasciato intendere: l'ha veramente scampata. E anche sulla spinta dell'arcivescovo corso al suo capezzale, ha finalmente chiuso gli anni del silenzio sul progetto missionario. Ricorderà nel suo linguaggio essenziale a chi vociferava di miracoli: «Non c'è da pensare che vi siano state delle rivelazioni. Quand'ero presso a morire feci promessa, se fossi guarito, di fondare l'istituto. Guarii e si fece la fondazione.

Ecco tutto». L'incoraggiamento di Agostino Richelmy («Si deve fare l'istituto e devi farlo tu») è stato tutto per lui: il sì del vescovo è il consenso della Chiesa e la voce di Dio. Ha aspettato e taciuto per dieci anni piuttosto che agire senza questa approvazione esplicita.

Ora ha al suo fianco l'autorità, e non perde tempo. Ancora convalescente a Rivoli (nella casa ereditata da monsignor Demichelis) fa giungere una lettera all'arcivescovo. È il primo atto del cammino della fondazione e si compie il martedì 24 aprile 1900. In quelle stesse ore la spedizione del Duca degli Abruzzi nell'Artico sta raggiungendo la latitudine nord 86° 34', mai toccata da esseri umani, e vi pianterà la bandiera tricolore. Per don Allamano, invece, questa è la festa di san Fedele da Sigmaringen, un santo al quale ha sempre voluto bene. (Si chiamava Marco Reyd: nato nel 1578, laureato in legge a Friburgo, avvocato famoso perché non si faceva pagare dai poveri. A trentacinque anni però divenne cappuccino, prendendo il nome appunto di Fedele; e fu ucciso nel 1622 da contadini calvinisti, vittima delle lacerazioni religiose tra i cristiani, inasprite dai contrasti della politica). Vediamo allora questa lettera, che ha «acceso il motore».

Giuseppe Allamano comincia dicendo che l'Istituto dell’Annunziata di monsignor Demichelis per maestre ha ormai poche allieve, sicché bisogna scegliere tra condurlo avanti oppure chiuderlo. E, in caso di chiusura, «inclinerei per la fondazione di un istituto per missionari esteri». Il testamento di monsignor Demichelis, prosegue, lo consente. Istituti missionari simili esistono già nelle principali città italiane, ma non a Torino. Ed ecco allora che cosa accade: «Vari chierici e sacerdoti entrarono in istituti fuori del Piemonte, e n'abbiamo fra i Lazzaristi, fra quelli di San Calogero a Milano, di Verona, di Genova, di Piacenza e fin di Algeri. Ma se alcuni a malincuore si decisero di arruolarsi fra gente di diversa indole fra cui sarebbero sempre come secondari, molti per tali motivi abbandonarono la vocazione, e vivono con questo puro desiderio... ». Insomma, le forze giovanili per la missione in Piemonte ci sono. Ma si disperdono qua e là o vanno a male nell'attesa. Ci sono anche giovani sacerdoti che partono per gli Stati Uniti: «Per me questo indirizzo non mi consola, temendo che molto vi entri l'interesse essendo ben stipendiati; e pel danno spirituale in causa dell'isolamento in cui si trovano colà, senza una mano paterna che li diriga. Se invece si formasse una schiera di missionari piemontesi, uniti in date regioni, guidati da superiori e che lavorassero non per arricchirsi, ma pel solo amore delle anime, a questo giusto indirizzo si appellerebbero i veri chiamati». La lettera così conclude: «Ecco, eminenza, quanto anche a scarico di mia coscienza e per la maggior gloria di Dio pensai manifestarti. Rifletti alla cosa presso il Signore, e ritornando tra non molto a Torino, mi dirai il da farsi».

Il da farsi, Agostino Richelmy glielo dice poco tempo dopo, in un colloquio le cui battute conclusive si stamperanno nella memoria di tutti i missionari. Richelmy: «Nella tua lettera hai messo più contro che non in favore della fondazione. Tuttavia devi farla, perché Dio la vuole». Allamano: «Ebbene, eminenza, nel tuo nome getterò le reti!».

A Roma, a Roma

Subito parte una domanda per Propaganda Fide, nel giugno. Allamano informa che adesso ha il pieno consenso del vescovo e che perciò darà piena vita all'istituto missionario. Ha dunque bisogno che la congregazione romana gli assegni il territorio in cui i futuri evangelizzatori lavoreranno. Cioè «quella parte dell'Africa Equatoriale-Orientale che è limitata a sud dalla sponda sinistra del fiume Tana e dalle falde settentrionali del monte Kenya; ad ovest, da una linea che passando pei laghi Baringo e Basso Naroc (Rodolfo) prosegue fino alle sorgenti del fiume Omo; a nord dagli alti bacini dell'Omo e del Giuba; ad est dalla sponda destra del fiume Uebi Scebeli sino alle coste del Benadir posto sotto il protettorato italiano».

La richiesta è dettagliata perché l' Allamano (e Giacomo Camisassa con lui) vuole avere subito un preciso campo di lavoro che consenta una preparazione mirata degli aspiranti, e che al tempo stesso si possa chiaramente indicare ai fedeli, perché sappiano dove andranno i loro aiuti. Ma Propaganda Fide oggi la pensa altrimenti: tutto il territorio africano è già diviso in tanti vicariati apostolici (taluni estesissimi e con missionari assai scarsi); non ci sono più zone «vergini», da assegnare per di più a istituti in formazione. Perciò ora ecco la prassi: l’Allamano interpelli il vicario apostolico competente per il territorio in cui vuol mandare i suoi missionari; lì essi faranno il praticantato, dopodiché potranno facilmente esercitare il ministero «in casa propria».

Parte allora per Roma don Camisassa, munito anche di un biglietto del cardinale Richelmy. Parla, tratta, discute e riferisce a Torino che bisogna mettersi proprio d'accordo col vicario apostolico dei galla, mentre si crea a Torino l'istituto con il consenso dell'arcivescovo. Anzi, aggiunge: meglio ancora se diranno il loro sì anche gli altri vescovi del Piemonte. La lettera si chiude con una nota di rude concretezza a proposito del prefetto di Propaganda Fide: «Stasera penserò se ho ancor da andare dal Cardinale Ledòkowski, ma mi dicono che egli è in stato che fa niente e quasi più di là che di qua, perciò qualunque risposta mi desse val niente, ossia non vi si può contare perché questo non ci sarà più a capo effettivo della Propaganda».

La lettera arriva poco prima che si riuniscano a Torino, proprio alla Consolata, tutti i vescovi del Piemonte. Davanti ad essi il cardinale Richelmy espone e appoggia con calore il progetto missionario e tutti l'approvano. Il 29 gennaio 1901, festa di san Francesco di Sales, un decreto arcivescovile fa diventare realtà il sogno di Giuseppe Allamano: «... di gran cuore approviamo questa nuova opera che si denomina Istituto della Consolata per le Missioni Estere».

Superiore dell'istituto, Giuseppe Allamano. Sede: la casa già di monsignor Demichelis in corso Duca di Genova, dove il 18 luglio 1901 si consacra l'altare della cappella già esistente, ma ingrandita, per uso anche della gente del quartiere. Il primo gruppetto di aspiranti missionari comincia a vivere e a studiare nell'edificio che presto prende il nome familiare di «Consolatina». Un insegnante di inglese si è offerto subito: è padre Giovanni Battista Balangero di Envie (Cuneo) già missionario in Australia e poi a Ceylon (odierno Sri Lanka). C'è già un regolamento di vita, che l’Allamano aveva pronto da tempo, e ci sono i suoi consigli pratici volta per volta: letterine dalla Consolata, suggerimenti e consigli con la sua vocina. Ma altre voci cantano una diversa canzone, nel clero torinese. A non pochi questa sembra pura follia: Allamano ha tra le braccia quel lavoro alla Consolata, tutti quei marmi costosi che arrivano a colonne di carri, le pitture, i nuovi altari... ed eccolo ora cacciarsi addirittura in una storia di missione, mandando gente in Africa a spese proprie. «Farà la fine dell'Ortalda», è la profezia di moda tra il clero più scettico. E qualche prete dell'Allamano fa di tutto per non incontrare confratelli in strada, sapendo che almeno uno su due gli parlerà male dell'istituto, e di quel matto del superiore. Addirittura va spargendo pessimismo monsignor Bertagna, un vescovo, un concittadino dell'Allamano. Va a dire queste cose perfino all'ottimo abate Nicolis di Robilant: ma qui sbaglia clamorosamente. L'abate è così disgustato da questa sfiducia, che decide di combatterla con i fatti: e fatti grossi, anche. Anticipiamo un po' gli eventi, ma è una cosa da dire subito. L'abate di Robilant, sgomento per le parole di monsignor Bertagna, torna a casa e decide di fare testamento, assegnando un robusto lascito al canonico: due cascine a Verolengo, i suoi libri e il calice d'oro della prima Messa.

Nel febbraio 1904 l'abate viene a morte, lasciando incompiuta la biografia di don Cafasse. L' Allamano, che lo ha assistito, viene a sapere dell'eredità solo alla lettura del testamento. E decide subito di rifiutare: «Siccome io ho per massima che l'Istituto più che di denaro ha bisogno di stima, di buona fama (... ) che cosa ho fatto? Ho detto: "Accetto il calice, accetto la biblioteca, ma le due cascine non le accetto"». La vicenda si conclude poi, soprattutto ad opera della madre del defunto, con una donazione: uno dei fratelli acquista le cascine e ne dona l'importo al rettore della Consolata; e questi accetta il denaro, ma vuole impegnarsi a versarne gli interessi ogni anno a uno dei Robilant, che vive in difficoltà.

«La stima, la buona fama... ». Questo è un cardine della sua vita e un marchio delle sue opere. Si tratti del santuario o di spedizioni missionarie, sempre egli ne cerca il sostegno in mezzo alla gente comune di Torino. La sua ambizione è meritare l'appoggio dei moltissimi che possono dare solo poche lire, perché questo significa radicare iniziative e imprese nell'animo popolare, chiamarlo alla partecipazione; e al tempo stesso restare liberi da patronati o protettorati. Significa, insomma, vivere in questo tempo; forse anche un po' avanti. Certo, il riservato canonico Allamano non si unisce ad avanguardie cattoliche capaci di impensierire la gerarchia; per esempio, ai «democratici cristiani» che a Torino specialmente sono una presenza attraente e battagliera (o altamente importuna, secondo i modi di vedere). Ma sta ugualmente in linea con i tempi e i mutamenti grazie al legame che mantiene personalmente con la città in ogni suo ceto, per ogni ora delle sue giornate; comprese quelle del confessionale, che lo mettono a contatto col bene e col male di tanto popolo torinese, in quest'epoca di cambiamenti continui, quasi uno al giorno. Pochi nel luglio 1899 hanno saputo che era nata una fabbrica d'auto di nome Fiat, ma nel marzo successivo questa sigla si è materializzata in un'officina di corso Dante. I trasporti in città sono regno del tram, che appartiene alla Società Belga-Torinese, ma nelle strade sono già comparse le auto, e il Comune deve stabilire per esse i primi limiti di velocità: non superiore a quella di un cavallo al trotto. Il mondo del lavoro vede i primi scioperi di categoria, metallurgia, gas, e un primo tentativo per uno sciopero generale di solidarietà, a sostegno appunto dei gasisti. Ai primi del 1902, Torino sarà collegata con Parigi da una linea telefonica; via Arsenale e via Santa Teresa cominciano a popolarsi di grandi banche.

Corso Duca di Genova ospita i sogni del primo gruppuscolo missionario. E del fondatore. Il quale certo non è indifferente alle voci critiche, talvolta autorevoli; può anche darsi che si domandi se non sia tardi per l'impresa. In seminario, al Convitto e alla Consolata è stato sempre precocissimo nelle responsabilità, negli incarichi importanti. Nelle missioni, invece, esordisce dopo i cinquanta, coetaneo dell'arcivescovo. Le grandi figure della Chiesa torinese se ne sono andate: don Bosco, il vulcanico don Cocchi dei primi oratori e degli Artigianelli, il teologo Murialdo, e prima ancora, assai prima, i grandi governatori di anime Felice Carpignano e Marcantonio Durando, quelli che egli andava spesso a consultare. E l'abate di Robilant, col quale ha tanto parlato del Cafasso. Tutti scomparsi - lasciandogli esempi, ricordi, anche eredità - quelli che per lui erano dei santi in cammino per le vie di Torino.

Adesso accade a certi giovani di parlare con lui e poi di mormorare: «Dev'essere un santo». Sulla prima linea della Chiesa torinese adesso c'è la sua generazione. C'è lui, a un'età sempre vigorosa e creativa, ma già più sensibile alle fitte del pessimismo; un po' più bisognosa dei consensi di cui a tren-

' t' anni si fa invece a meno. Il bene va fatto bene, si ripete lui. Però c'è anche urgenza di fatti compiuti. Per dissipare dubbi e stimolare il sostegno all'opera nuova, bisogna che al più presto la gente veda partire i primi missionari. Ma riecco l’Imitazione: «Non sei più santo per il fatto che gli altri ti lodino, né più indegno per il fatto che altri ti biasimino. Ciò che sei, sei: non serve a nulla essere considerati più di quanto tu appari a Dio. E se ti preoccupi del tuo intimo, non ti curerai per nulla di ciò che gli uomini possono dire di te» (Il, 6, 2).

Il piede in Africa

Alla Consolatina gli aspiranti missionari sono undici, tra sacerdoti e coadiutori laici. Si preparano da un lato con l'approfondimento spirituale e dall'altro con un intenso tirocinio pratico. Oltre allo studio dell'inglese, ci sono le lezioni

di medicina generale, con un'attenzione speciale alle malattie tipiche dell'Africa e all'oculistica, e si fa pratica infermieristica all'ospedale di San Giovanni. Altre materie di studio: matematica, scienze naturali, elementi di diritto. Infine s'impara l'equitazione nei prati del Martinetto e la falegnameria agli ordini del signor Caneparo, ricordato da tutti per la bravura e per la severità.

Intanto nasce inaspettato il problema della loro destinazione. Già nel 1891 l'Allamano aveva indicato con precisione il luogo in cui avrebbe voluto mandare i suoi missionari: tra i galla di Guglielmo Massaia, l'opera di un piemontese continuata da altri piemontesi. Non essendo possibile raggiungere quelli dell'Etiopia, aveva puntato gli occhi più a sud, sulle terre dei galla sotto controllo inglese e, in parte, italiano (la zona «dei porti» o Benadir, che tra qualche anno farà parte della colonia italiana di Somalia). E ora si è rivolto a monsignor André Jarosseau. È un vescovo cappuccino francese, che come vicario apostolico sovrintende all'attività missionaria in tutto il territorio dei galla. Subito questi accetta la venuta di missionari dall'istituto torinese ancora in prova, che perciò lavoreranno sotto la sua giurisdizione. Designa anche la località - presso il lago Rodolfo - in cui potranno impiantarsi.

Bella idea, ma irrealizzabile. Si viene infatti a sapere che né le autorità britanniche né quelle italiane lasciano entrare europei in quelle zone, perché assolutamente non ne possono garantire la sicurezza. In quest'occasione i missionari della Consolata fanno la prima conoscenza con Giulio Pestalozza, al momento console d'Italia a Zanzibar: una splendida figura di servitore del paese in quei luoghi e in quelle situazioni così difficili, e un cristiano illuminato. Avrà un posto in questa storia missionaria che sta cominciando.

Consigliato anche da lui, il canonico Allamano prende allora contatto con un altro vescovo missionario venuto dalla Francia: monsignor Emile Allgeyer, della Congregazione dello Spirito Santo, vicario apostolico nel territorio dello Zanguebar settentrionale (Kenya). E questi al momento ha appunto bisogno di gente - di gente sottoposta - poiché l'autorità inglese gli ha suggerito di fondare una missione nel verde territorio abitato dai kikuyu presso il monte Kenya, sui quali regna il gran capo Karoli dalle trentanove mogli. Ben vengano dunque i piemontesi, nella loro condizione di tirocinanti. L'intesa viene raggiunta con trattative che coinvolgono anche il vertice dei missionari dello Spirito Santo a Parigi.

Il tutto si racconta in poche parole, ma ha richiesto mesi di studio, di incontri, una fittissima corrispondenza con Roma, l'Africa, Parigi, la consultazione dei governi di Londra e di Roma. Un'attività impossibile per l'Allamano con tutte le altre sue responsabilità, se non avesse al fianco Giacomo Camisassa. Anzi, il canonico, poiché già dal tempo di monsignor Riccardi egli appartiene al capitolo metropolitano, prima a titolo onorario e poi effettivo. Questo teologo di Caramagna Piemonte ha tenuto cattedra di morale e di diritto, è un uomo di studio e di preghiera, ma anche di concretezza. Lo si è già visto, lo si vede, per i lavori alla Consolata: il suo arrivo a volte scatena il panico. Ora, con l'impresa missionaria, l'Allamano lo ha sempre al fianco al momento dei progetti e poi dell'esecuzione. Studiano insieme problemi e difficoltà, poi Camisassa parte per andare a parlare, o scrive, tratta, interpella comunità religiose, enti governativi, la Santa Sede.

Si appassiona al lavoro preparatorio per la spedizione. Fare bene il bene, come dice l'Allamano, in questo caso vuol dire missionari equipaggiati al limite del prevedibile e perciò vicini all'autosufficienza, senza dover sprecare forze in tante direzioni. Anche l'altare da campo dev'essere speciale, e Camisassa lo inventa per i missionari, leggero ma robusto. Hanno in dotazione abbondante persino inchiostro e pennini. E in più la macchina fotografica: le diapositive dall'Africa avranno un'importanza straordinaria nelle mani degli animatori per le missioni.

C'è tuttavia un problema. Monsignor Allgeyer accetta missionari, sì, ma devono essere pochi. E infatti saranno quattro solamente. I due sacerdoti Tommaso Gays e Filippo Perlo, i due laici Celeste Lusso e Luigi Falda. Significa che sette restano in corso Duca di Genova, per ora. Con grande delusione e qualcosa di più.

Ed ecco i momenti della prima partenza. Il 3 maggio, nella chiesetta della Consolatina, c'è la consegna dei crocifissi. Il giorno 7 i partenti vanno in arcivescovado per congedarsi dal cardinale Richelmy; il quale fa in modo di trovarsi solo con loro, li fa sedere uno vicino all'altro, poi s'inginocchia a baciar loro i piedi. Col divieto di aprir bocca per un anno. Infine, 8 maggio 1902, la partenza in treno dalla stazione di Porta Nuova, con l'ultima benedizione di Giuseppe Allamano. Don Camisassa li accompagna fino a Marsiglia, dove s'imbarcano sulla nave tedesca Oxus il giorno 10. E il 28 sbarcano a Zanzibar, dove è ad aspettarli il console Pestalozza. Il suo aiuto semplifica le cose e la sua cordialità fa coraggio; ne scrivono i missionari all'Allamano, che subito lo ringrazia: «Le mie preghiere pei miei missionari ormai non possono più disgiungersi da quelle per V. S. e famiglia... ». Tenterà anche di farlo nominare commendatore da Giulio Prinetti, ministro degli esteri nel governo Zanardelli. Ma senza fortuna.

La spedizione ha come superiore don Gays, e l'economo è don Perlo, già economo del santuario a Torino, nipote del canonico Camisassa. Ora farà anche il corrispondente del bollettino La Consolata, con resoconti di vita africana che ne moltiplicano la popolarità e la diffusione. È lui a raccontare l'incontro, imprevisto, col capo Karoli, che a Nairobi accoglie con molto calore il gruppetto.

La sera del 28 giugno, dopo un viaggio in treno e uno in carovana con i portatori, arrivano nel luogo stabilito per la missione fra i kikuyu: Tusu, duemila metri sul livello del mare, a due giorni di marcia dal monte Kenya. Il giorno dopo, festa dei santi Pietro e Paolo, la prima Messa celebrata in territorio kikuyu. La popolazione kikuyu osserva i nuovi venuti, il loro darsi da fare per l'insediamento. C'è interesse, curiosità benevola. I problemi verranno tra poco tempo, ma da parte bianca.

C'è la visita di un ufficiale dell'amministrazione britannica a Tusu, seguito da un suo stupefacente rapporto al commissario di governo, pieno di stravaganti accuse ai missionari, che suggerisce una loro rapida cacciata. Arriva infatti l'ordine di andarsene; e i quattro piemontesi, d'accordo col vescovo Allgeyer, decidono di rimanere lì. Ci dev'essere qualcos'altro: diffidenze per i missionari cattolici, problemi con la popolazione locale, e difatti salta nuovamente fuori il problema della sicurezza. Forse una delle cause è anche l'assenza del vicecommissario britannico Stanley Hinde, amico dei kikuyu e dei missionari di ogni confessione. I quattro venuti da Torino, intanto, trattano e studiano soluzioni con molta calma. Colpe non ne hanno, paura nemmeno. La popolazione continua a trattarli con simpatia, centinaia di persone sono già venute all'ambulatorio appena impiantato. L'incidente si trascina per un po' di tempo, e finisce per favorire un progetto dei missionari: quello di creare una sorta di campo-base (loro la chiamano missione-procura) in un luogo rapidamente accessibile dalla costa. E il luogo sarà Limuru, sulla ferrovia da Mombasa al lago Vittoria.

A Torino: tutti via

La crisi, evitata in Africa, è invece scoppiata a Torino. Sette erano rimasti all'istituto di corso Duca di Genova dopo la spedizione. Adesso tutti se ne sono andati via. Anzi, per lungo tempo si tramanderà un racconto drammatico dell'avvenimento: il canonico Allamano arriva senza sospetti alla Consolatina e la trova deserta, abbandonata da tutti; allora chiude, si mette le chiavi in tasca e torna al santuario per dire alla Madonna Consolata: «Adesso pensaci tu!».

Le cose non sono andate proprio letteralmente così. Ma la sostanza rimane quella. Dopo la partenza dei quattro, gli altri sette hanno lasciato; tutti, sebbene non insieme e non in modo da lasciare vuoto l'istituto. Delusione, amarezza per non essere partiti, sfiducia nell'avvenire o scoperta di altri

sbocchi per la propria vocazione; molti fattori hanno _certo influito, e del resto l’Allamano li ha lasciati andare, rispettoso delle loro scelte.

Il colpo è però durissimo. Esplodono i «l'avevo detto!», si rievoca «la fine dell'Ortalda» con le sue istituzioni missionarie. E d'altra parte il parroco di Torino o della campagna, al quale un ragazzo chiede consiglio sull'istituto, che cosa può rispondere anche con le migliori intenzioni? «Mah, se ne stanno andando tutti... ».

Senza alzare la voce, senza venir meno alle buone maniere, Giuseppe Allamano tiene duro sotto la bufera. Sì, questi vanno, ma altri arrivano. Sbagli ce ne sono stati, ma si riparerà. Per esempio, è mancato un direttore dell'istituto; dare a uno dei preti l'incarico di capo inter pares ha creato contrasti invece che cordialità. Dunque viene un direttore da fuori, è il vicecurato di San Gioacchino, don Luigi Borio. E vengono nuovi aspiranti: entro il dicembre 1902, venti, di cui due sacerdoti, quattordici chierici (di essi sette provenienti dal Cottolengo, i Tommasini) e quattro laici. I due preti sono Antonio Borda Bossana e Gabriele Perlo, fratello di Filippo. (Un terzo tra i fratelli Perlo, Luigi, entrerà nel 1903). Al governo della Consolatina sono addette sin dall'inizio alcune suore, due o tre secondo i momenti. Appartengono alle Povere Figlie di San Gaetano, una piccola e preziosa congregazione fondata a Pancalieri dal parroco don Giovanni Maria Boccardo durante il colera del 1884, per aiutare i poveri rimasti senza sostegno.

Con i nuovi arrivi si può pensare a nuove spedizioni. Le notizie dall'Africa, con osservazioni collaudate in materia di equipaggiamento, sono di grande aiuto per un'organizzazione sempre meglio calibrata. Qui il canonico Camisassa vive le sue grandi giornate (e nottate, perché a volte si sveglia dal sonno con una nuova idea, che immediatamente annota su un taccuino tenuto a portata di mano). Si tratta di costruire nella foresta una segheria e una falegnameria, utilizzando come fonte di energia l'acqua per mezzo di una recente invenzione americana, la turbina idraulica Pelton. È il canonico a trattare, discutere, concertare con gli ingegneri delle fabbriche torinesi. Scrivono Giuseppe e Gian Paola Mina: «Sega a nastro grande, piallatrice, mortasa, trapano, turbina Pelton, vengono fabbricati "su misura", nel senso che tutto deve essere sezionato in pezzi smontabili da portare poi a spalla d'uomo, una volta giunti a destinazione». Giacomo Camisassa è dunque un cliente speciale per queste aziende, e in qualche modo anche un collaboratore: «Meccanica. Il Camisassa ne affronta i problemi, fa scelte innovatrici, tratta in fonderia, provvede che tutto venga imballato solidamente e possa reggere a sbarchi in porti non provvisti di gru. Allega disegni, sezioni, schemi chiari, con descrizioni minute giù giù fino all'ultimo bullone... Nel corso degli anni, con questo metodo, farà attrezzature varie per la lavorazione del caffè, mulini».

A poco a poco, quello che si va preparando a Torino non è più o non è soltanto il fabbisogno dei missionari per sé e per l'assistenza, come ad esempio il materiale medico. C'è gradualmente un di più, che sarà di diretta utilità per la gente del Kenya come strumento di promozione culturale. Per esempio, quando arriverà da Torino una tipografia completa, utilizzata anche per stampare il Wathiomo Mokinyu (L'amico vero) il primo giornale mensile del Kenya.

La seconda spedizione (quattro missionari) parte nel dicembre 1902. E per la successiva, prevista nella primavera del 1903, c'è la novità inaspettata: insieme a sei missionari partiranno anche otto suore. Le prime donne chiamate al lavoro delle Missioni della Consolata.

Novità inaspettata per chi guarda da fuori. In realtà si è pensato alle suore prestissimo, subito, avendo l'occhio a quanto stanno facendo ormai da decenni numerose congregazioni femminili. Già alla vigilia della prima spedizione l' Allamano attraverso il Camisassa aveva fatto sapere al console Pestalozza che sarebbe stata necessaria una stazione-procura impiantata lungo la ferrovia, perché tra l'altro «col tempo e anche non tanto tardi, potremmo mandarvi delle monache dipendenti dai nostri, le quali attenderebbero a tutti i lavori di biancheria occorrenti ai missionari dell'interno, vi dirigerebbero le scuole ecc.».

E don Filippo Perle, appena in Africa, trasforma questa previsione in richiesta, sottolineando con molto ottimismo nelle sue lettere le grandi prospettive che si aprono all'evangelizzazione. Ecco che cosa scrive al Camisassa già nel luglio 1902 nella sua ansia - si direbbe quasi una furia - di fare:

«Per ora dica al signor rettore che se vuol mandare I 00-200 missionari, non vi è che l'imbarazzo della scelta. Ad ogni passo si presentano splendide popolazioni (... ) Per il principio, se i missionari non sono preparati, li mandi così; se non conoscono nessuna lingua, non importa; qui impareranno la sola necessaria parlando agli indigeni e facendosi conoscere. Poiché ora la cosa principale è occupare le migliori posizioni (... ) Perciò se vi sono pochi preti mandi suore. Convertiremo il Kikuyu con le suore. Queste faranno scuola ai fanciulli e fanciulle; cureranno gli ammalati e, quello che è molto più importante, libereranno il missionario dalle mille cure che gli impediscono di attendere al suo ministero, e lo fanno diminuire un po' nell'estimazione degli indigeni».

Non è certo pensabile un istituto femminile di missionarie, per ora, e difatti l’Allamano va a cercare suore dove già ci sono. Gli viene incontro il canonico Giuseppe Ferrero, padre della Piccola Casa della Divina Provvidenza (quarto successore del Cottolengo) mettendo a disposizione un gruppo di suore vincenzine.

Saranno otto quelle del primo gruppo, in partenza nell'aprile del 1903 insieme a cinque sacerdoti e un fratello laico. Il teologo Perlo dall'Africa insisteva, e l’Allamano da Torino ha avuto i suoi problemi a costituire ed equipaggiare questa spedizione. Ma non ha perduto tempo. Anzi, le suore sbarcano in Africa quasi in anticipo sull'attesa, e per qualche tempo si devono fermare a Limuru. Il 23 luglio infine raggiungono Moranga, dove è stata costruita per loro, a gran velocità, una casa in pietra. Le ha accompagnate una serie di raccomandazioni di Giuseppe Allamano, via Camisassa, per il teologo Perlo: «II rettore vuole per tutti un bicchiere di vino per il pasto, massime suore». C'è qui come un'eco della raccomandazione di Paolo apostolo a Timoteo («Smetti di bere solo acqua, fa' uso di un po' di vino... »). Ma c'è anche un'affettuosa preoccupazione per tutti, specie dopo certe lagnanze che dall'Africa sono arrivate a Torino: padre Perla è troppo rigido, innanzitutto con se stesso, e poi con tutti. Con gli sforzi che si chiedono ai missionari, tanto rigore diventa un pericolo, e il rettore invita il Perla - con un'altra delle sue metafore piemontesi - ad «allargare la mano», ossia a procurare vitto più abbondante a tutti.