A tavola non si parla, si ascoltano letture. Questa al tempo è regola comune negli ordini religiosi come nei seminari, e lo è a Torino nel Convitto Ecclesiastico come nell'Istituto Missionario della Consolata. Si leggono tante cose: testi biblici, pagine dei Padri della Chiesa, vite di santi, annali delle missioni. Giuseppe Allamano aggiunge un altro argomento: le norme di buona creanza, il galateo. Non sappiamo se usi un testo preciso (all'epoca è molto noto un trattato dell'abate Branchereau, Delle urbanità e convenienze ecclesiastiche), ma è la sostanza che conta. Egli non si limita a suggerire i gesti da compiere e quelli da evitare: esige soprattutto che s'intenda il rapporto con gli altri nella sua ispirazione originaria, la carità. Compreso questo, i comportamenti ne derivano pressoché da soli.
Alla scuola di Giuseppe Allamano, insomma, s'impara anche il buon gusto: quello che egli possiede da sempre, essendo nato così, e che irradia su chi lo circonda. Ecco una sua sentenza: «L'essere grossolano significa essere alla vigilia di qualcosa di peggio». E riesce a stabilire intorno a sé un clima peculiare di familiarità sempre deferente, come quello che si avverte intorno al grande Andrea Ferrari, il cardinale arcivescovo di Milano. «Stando con lui - ricorda un altro canonico, un suo parigrado - si era portati naturalmente alla serietà e al contegno».
E ora l'insegnamento si fa specifico ai missionari: «Nessuno dica: tanto dobbiamo andare soltanto in Africa fra i selvaggi. E che! Forse che i negri non sono uomini come noi?
Sotto la scorza della pelle nera hanno un cuor buono e un sentir delicato. E poi, chi ha mai detto che Nostro Signore parlasse o si comportasse da grossolano solo perché doveva convivere con gli apostoli ch'erano rozzi? Non li attirava invece a sé con le buone maniere? Voi siete e dovete apparire anche in questo veri rappresentanti di Gesù».
Brutte notizie dall'Africa, intanto. Il padre Tommaso Gays, come si è visto, era stato nominato superiore della missione, con padre Filippo Perla come procuratore. Ma è una situazione irreale, specie con i nuovi arrivi e il dilatarsi delle attività. Filippo Perla continua a trattare Tommaso Gays come «carissimo superiore», ma in realtà fa tutto lui o quasi. Insomma, è il capo, e tale lo considerano gli altri. Anche perché in questi inizi non è sempre chiara la distinzione tra quanto appartiene allo spirituale (competenza del superiore) e le questioni temporali, pratiche, amministrative per le quali si è nominato un procuratore. Qui, dentro il confine delle sue competenze, e anche fuori, chi comanda è Filippo Perla, mentre Tommaso Gays sembra accettare tutto. Non c'è antagonismo tra i due: quello che è superiore solo di nome riconosce per primo le qualità del superiore effettivo; anzi, lo ammira... E alla fine decide di spedire a Torino le proprie dimissioni, accompagnate dalla proposta di dare a Filippo Perlo il titolo di superiore. Anzi, Gays usa un sistema che poi definirà «fraudolento». Fa cioè credere all’Allamano che tutta la missione sappia già delle sue dimissioni, date e accettate, mentre non è così.
Forse anche la distanza favorisce i malintesi. Sta di fatto che tra la fine del 1903 e l'inizio del 1904 si sistema la situazione, con la nomina appunto di Filippo Perlo a superiore. E l’Allamano non designa più procuratori, lasciando che sia lui sul posto a cercarsi di volta in volta questi aiutanti.
Purtroppo, non sono queste le notizie peggiori. Tra l'ottobre e il novembre del 1903 si ammalano quasi tutte le suore arrivate in primavera: si parla di tifo, di altre malattie, principalmente di malaria. E due di esse muoiono tra ottobre e novembre: suor Editta Vivori e suor Giordana Sopegno. Due altre vengono rimpatriate. Il gruppo di religiose è dimezzato.
Di fronte a questa crisi, l’Allamano ritiene urgente un segno di fermezza che incoraggi tutti. Sicché con ferma 1a partenza di una nuova spedizione. Il 12 gennaio 1904 arrivano in Africa altre dodici suore del Cottolengo, con cinque missionari. A quel punto sono in campo sedici suore, che lavorano alle missioni della Consolata ma appartengono a un’altra congregazione, con altri superiori. Un esempio importante di collaborazione, e anche di difficoltà e disagi, con preti e coadiutori laici dipendenti dall'Allamano e suore dipendenti dal padre della Piccola Casa. Davanti a loro, il compito durissimo di avviare un primo contatto con popolazioni di cui non conoscono la lingua, di percorrere villaggio dopo villaggio curando ammalati, avvicinando famiglie, facendo i primi tentativi per l'apertura di scuole.
Come tutti i missionari, esse mandano periodicamente all’Alamanno il loro diario, che gli permette di aggiornarsi continuamente non solo sui problemi, ma soprattutto - nella sua attenzione alle persone - sugli stati d'animo di ciascuno. Ecco, dal diario di suor Gundene Endrizzi, la vita delle religiose in quei primi tempi: «Oggi si medicarono più di cento ammalati. Ogni giorno crescono, se ne vedono sempre di nuovi, con piaghe da far rabbrividire». «Dopo mezzodì la vicemadre e suor Angela andarono nei villaggi, ne visitarono una ventina... ». Ed ecco come uno dei loro compiti iniziali, quello di «addette alla casa», viene gradualmente sostituito da responsabilità di prima linea: «Suor Angela da qui in avanti starà in cucina il meno possibile, avendo il p. Gabriele messo tre boys i quali prepareranno loro il cibo. Fece così perché le suore possano essere più libere, dovendo in due andare tutti i giorni nei villaggi e le altre due da medicare a casa».
«La sera andiamo a dormire bel tardo per motivo che ceniamo tardo e poi quelle benedette, per non dire peggio, pulci nei piedi che ci fanno perdere molto tempo». Dal diario di suor Agnesina, ecco il motivo ritornante dell'appetito: «Andammo a tavola per la cena, tutte con un appetito straordinario, avremmo mangiato perfino le gambe della tavola. E questo appetito ci succede quasi tutti i giorni». «Ritornammo a casa tutte con molto appetito. È una miseria, quando l'appetito ci assale fuori pasto, perché non essendoci pane, non c'è niente da sfamarci».
Il vicario apostolico monsignor Allgeyer diventa un ammiratore delle suore e ne scriverà a Giuseppe Allamano: «Le suore della Piccola Casa mi hanno edificato dovunque. Non temo di sbagliare dicendo che esse sono piene di spirito apostolico; sono come angeli in mezzo ai neri, e senza alcun dubbio formano l'ammirazione degli uomini, degli angeli e di Dio».
Ai primi di marzo del 1904 si tiene a Moranga (il cui nome inglese è Fort Hall) una riunione di tutti i missionari preti, per un corso di esercizi spirituali, seguiti da una serie di incontri per comunicarsi le prime esperienze e su di esse tracciare un piano di lavoro, «affinché si potesse procedere nell'opera comune con unità d'intendimenti e d'azione», come scriverà l'Allamano nella relazione a Propaganda Fide dell'aprile 1905. Questo incontro, e quelli che periodicamente lo seguiranno, nella storia delle missioni della Consolata hanno preso il nome di «conferenze di Moranga».
Sono in tutto dieci i partecipanti alla prima conferenza. Poi ci sono loro due a Torino: Giuseppe Allamano e Giacomo Camisassa, che passano ore interminabili a riflettere su relazioni, diari, lettere, che si immergono nella realtà dei kikuyu dalle stanze della Consolata. Giuseppe Allamano, che ha formato tanti parroci senza mai essere stato nemmeno vicecurato, ora è chiamato a quest'altra impresa: guidare missionari in un paese che essi vedono per la prima volta e che lui non ha mai visto né vedrà mai.
Ma la sua non è geniale improvvisazione, dono gratuito. Non solo, perlomeno. A monte c'è come sempre il suo studio accurato dei problemi, ci sono i suoi sempiterni appunti, c'è una storia dell'evangelizzazione perlustrata appassionatamente. Anche a questo esame, insomma, Giuseppe Allamano si è preparato sui buoni testi.
Finora dal paese dei kikuyu non possono arrivare notizie di conversioni, di battesimi. Ci sono piuttosto tutti i problemi dell'impianto, e il duro sforzo per giungere all'autosufficienza. Captare l'acqua per la turbina Pelton, fare opere di canalizzazione, trovare il modo di ottenerne energia e mettere in funzione nel bosco la segheria, seguita dalla falegnameria. Questo è il lavoro più urgente e importante, perché col legname si fanno le baracche e il mobilio. E già - sebbene molto tn piccolo - questo lavoro nel quale si buttano i missionari preti e i coadiutori laici, comincia ad attirare l'attenzione di molti neri e la partecipazione di qualcuno; i primi sprovvedutissimi apprendisti, che però hanno fatto già un passo di enorme importanza. Lavorando, poi, e già coinvolgendo almeno qualcuno nel lavoro, il missionario raggiunge il suo primo ed essenziale scopo: stabilire una distinzione tra sé e gli altri bianchi, dai quali il nero si aspetta più che altro disgrazia.
Prima di tutto bisogna far capire alla gente che «il Padre (missionario) non è il Governatore». Dal diario di Gabriele Perlo (fratello di Filippo) nell'ottobre 1903: «Andiamo verso Moranga ... nella regione Ngiombe. La popolazione che solo da pochi mesi ha ricevuto la terribile batosta del Governatore, sarà a tutta prima paurosa... ». L'arrivo del governatore significa riscossioni forzate di tributi, estorsioni compiute dai soldati di capanna in capanna, più le solite brutalità contro le donne. L'arrivo del missionario deve invece significare cordialità e aiuto, interesse per le comunità e le persone, rispetto per le loro usanze.
Fin dal principio l’Allamano ha avvertito i missionari: nessuno alla Consolata si aspetta risultati rapidi e clamorosi. Anzi, bisogna evitare questa tentazione, «... e colla pazienza verrà il giorno della mietitura. Da chi non capisce ci si domanda se già battezzano; non sanno che il vostro lavoro preparerà la conversione in massa di codesti popoli; e ciò è importante, non occupare il tempo in un fatto e luogo particolare a danno dei più». Dalla conferenza di Moranga gli fanno eco i missionari: «Dato il carattere e i costumi degli Akikuyu, i mezzi migliori per iniziare le nostre relazioni con essi, pare si possano ridurre ai seguenti: catechismi, scuole, visite ai villaggi, ambulatori alla missione, formazione d'ambiente».
Si tratta, inizialmente, non tanto di parlare di Dio a questa gente, ma piuttosto di parlarne con questa gente. E così si comincia gradualmente a conoscere - qui le difficoltà linguistiche sono davvero un grave ostacolo - come essi vedono Dio. E a stendere nella loro lingua i primissimi catechismi, brevi testi che con molta semplicità danno un 'immagine di Dio come somma giustizia, dell'uomo come dotato di anima immortale, del diavolo che non è una sorta di «parigrado» di Dio, ma gli rimane soggetto...
Questa istruzione religiosa si fa un po' dappertutto, anche nella foresta, mezz'ora di conversazione al mattino prima di cominciare il lavoro, o nelle stazioni dei missionari o nei villaggi. La popolazione ha una sua idea di Dio come «essenzialmente buono», e di un demonio al quale si debbono tutte le opere cattive: «Siamo dunque in piena teologia cristiana, benché incompleta - annota nel diario Filippo Perlo -; il sacrificio al diavolo, più che un vero sacrificio, può equipararsi all'osso che si getta al cane perché non morda». Ci sono gli ngoma, dice il kikuyu, e a questi spiriti cattivi, capaci di nuocere gravemente, bisogna fare offerte e sacrifici perché ci lascino in pace. Nel cristiano, e nel missionario cristiano, è forte la tentazione di attaccare frontalmente questa credenza come superstizione da sbaragliare. Questo stato d'animo si riversa nei diari; a Torino l' Allamano li legge e subito interviene con una comunicazione al superiore Perlo, il quale a sua volta la dirama a tutti: «È di somma importanza che soprattutto nelle visite ai villaggi non si parli apertamente contro le superstizioni, sacrifici, ngoma degli akikuyu, quantunque idolatri e immorali. In questo è necessaria la massima prudenza; sono pratiche che cadranno da sé più tardi. Ora è meglio fingere di neppure accorgersene». E, proseguendo, trascrive per tutti la comunicazione che il rettore Allamano ha mandato da Torino: «Ho visto dai diari che qualcuno si scaglia contro i ngoma, per carità si vada adagio, come qui tra noi per il ballo, sebbene sia più cattivo. Dobbiamo dissimulare il male perché è impossibile ora vincere la cosa e sarebbe di pregiudizio alla conversione il combatterlo di fronte. Leggevo alcuni giorni or sono come in Cina la conversione procedeva trionfante quando il p. Ricci, Gesuita, tollerava certe oblazioni ai morti...; qualche testa piccola vi si oppose e ciò provocò la persecuzione e la fine del bene. A togliere il male ci vuole pazienza e tempo».
Insomma, la conversione non dovrà riguardare individui ma le masse. E non dovrà essere un punto di partenza per non si sa quale avventura: sarà il punto di arrivo, la conclusione armonica di un'opera di elevazione complessiva di questo popolo, partendo dalla sua cultura d'oggi non per spazzarla via bensì per darle uno sviluppo orientato. Allora ogni battesimo, anziché «vittoria del missionario», sarà piuttosto la sanzione di una conquista comune, di chi ha proposto la fede e di chi l'ha accolta. Se alla fine del XX secolo in questo territorio fioriscono vigorose Chiese locali con i loro pastori, il motivo va cercato negli anni della semina, a secolo appena iniziato; nel lavoro congiunto dei missionari sul posto e del rettore che li pilotava da Torino, all'ombra della Consolata.
La Consolata «nuova»
«Gli stessi organizzatori della processione non hanno certamente preveduto che l'avvenimento avrebbe preso proporzioni così straordinariamente grandiose, poiché, prevedendolo, avrebbero indubbiamente preso provvedimenti perché la funzione si fosse svolta più rapidamente e avesse termine in un'ora meno tarda della sera. Certo è riuscita una manifestazione religiosa imponente che non ha precedenti nella memoria dei torinesi di mezza età(...). Che dire poi della folla straordinaria che per oltre cinque o sei ore si è tenuta prigioniera nelle vie per assistere al passaggio del corteo?».
Questa è la Stampa del 20 giugno 1904: cioè, all'indomani della processione durata cinque ore nelle vie attorno al santuario scintillante di luci e di marmi. Il compimento dei lunghi lavori è stato festeggiato nell'ottavo centenario del ritrovamento dell'immagine. Un avvenimento rarissimo per grandiosità e partecipazione, aiutato anche da un clima un po' cambiato, non solo a Torino. Parla assai bene dell'avvenimento la Stampa, il giornale considerato più vicino a Giovanni Giolitti. E questi siede a Palazzo Braschi di Roma come presidente del Consiglio e come ministro dell'Interno: è l'inizio di quello che sarà ricordato e anche rimpianto come il «decennio giolittiano», certo con le sue luci e le sue ombre, ma con una certezza precisa: questo omone degli antichi Stati Sardi non è assolutamente terrorizzato dall'entrata delle masse cattoliche e di quelle socialiste nella vita pubblica, come accadeva ai suoi predecessori. Anzi. E non frequenta logge, sicché nessun gran maestro massonico può permettersi di spedirgli telegrammi minacciosi, come poteva invece fare col povero Francesco Crispi. E su questa linea fa lavorare nelle province i suoi funzionari, quelli che diventeranno leggendari, come «i prefetti di Giolitti», «i questori di Giolitti». Gente che sta imparando a non perdere la testa davanti a uno sciopero, e a non abbassarla davanti al primo scalmanato che ce l'ha con le processioni. Così, anche dal punto di vista dell'ordine pubblico, la processione e in genere tutte le feste per il centenario della Consolata sono risultate impeccabili. Unico incidente: un mezzo malore al cardinale Callegari, vescovo di Padova, per il grande affollamento.
C'erano anche altri cardinali: Andrea Ferrari di Milano, Domenico Svampa di Bologna, e Vincenzo Vannutelli, arciprete della basilica romana di Santa Maria Maggiore. L' Allamano aveva fatto le cose per tempo, invitando anche il patriarca di Venezia, cardinale Giuseppe Sarto: ma nel luglio del 1903 è morto il papa Leone XIII; al suo posto col nome di Pio X è stato eletto proprio lui, e in quest'epoca i pontefici non mettono piede fuori del Vaticano.
Nella solennità dei riti, fra i colori cardinalizi ed episcopali, bisogna essere bene attenti per scoprire l'artefice di quanto sta accadendo. Non tutti riconoscono Giuseppe Allamano, non tutti lo identificano, raccolta e silenziosa figura che nelle cerimonie tende a collocarsi in seconda e terza fila. Eppure questo sarebbe un giorno di rivincita sui tanti anni - cinque, dieci, di più ancora... - di maldicenze sul suo progetto per il santuario, sulle spese «che non riuscirà mai a pagare». E lui, per anni e anni, non ha reagito, costringendosi a una pazienza da eroe, «ruminando» pagine dell'Imitazione di Cristo per ritrovare i fondamenti della vera pace e la guida alla sopportazione. Come ha testimoniato padre Sales: «È veramente ammirabile che egli sia riuscito talmente in questa lotta contro se stesso, con una esemplare padronanza di sé nelle parole e negli atti. Che dovesse lottare era evidente. Talora lo si vedeva irrigidirsi nello sforzo di mantenere il dominio di sé; tal'altra era un fiotto di sangue che gli coloriva il volto, ma pure si dominava».
Per non parlare dell'altra raffica di accuse, quelle per l'istituto missionario: si è sentito additato come colui che rovinerà la diocesi, sottraendole sacerdoti da una parte e offerte dall'altra; come l'avventuriero che manda uomini e donne allo sbaraglio in Africa senza avere alle spalle una solida congregazione con mezzi, tradizione, esperienze; senza avere alle spalle che Giacomo Camisassa, ed essendo quindi destinato a veder crollare prestissimo tutto quanto, dopo il «fuoco di paglia». E non rispondere, e sopportare, e lasciar dire, e scrivere... Quest'uomo che tace e si apparta nel santuario sfolgorante potrebbe rispondere ora, davanti a cardinali e vescovi, con una solennissima omelia che probabilmente gli compete pure, non è lui il rettore del santuario e delle missioni?
Giuseppe Allamano non parla. Per capacità eroica di sopportazione. E per buon gusto. Infatti per lui parla tutto. Parla soprattutto questa folla delle grandi giornate festose, e poi ancora della settimana successiva. È la folla che lo ha aiutato a rifar nuova la Consolata pagando assolutamente tutte le fatture. Soprattutto è la folla che lui, canonico Allamano Giuseppe, ha saputo porre in stato di missione. È la Chiesa torinese, che grazie a lui scopre la chiamata all'evangelizzazione, e gli sta dando un aiuto potente per l'Africa. Nell'estate del 1904 egli già lavora per portare all'indipendenza l'insediamento missionario; cosa che tra l'altro comporterà anche l'assegnazione di contributi regolari sia dall'opera per la Propagazione della Fede sia dalla Santa Sede.. Ancora non se ne può parlare apertamente, ma questo è il progetto; e per intanto ogni spedizione di persone e di materiali in Africa dipende prevalentemente dalla fiducia personale che circonda Giuseppe Allamano in tutto il Piemonte e soprattutto in questa Torino ritornata battagliera.
Nella primavera del 1904, al Valentino, si è tenuta la prima «esposizione internazionale di automobili», prefazione audace dei venturi saloni dell'auto. Questo è il momento delle quattro ruote: a Torino è nato da anni ormai il primo Automobile Club, seguito da quelli di Brescia e di Roma, con baroni e conti alla testa. Qualcuno dice che l'automobile sta prendendo il posto del cavallo, anche nelle implicazioni sociali. Ma non è così del tutto. Una macchina si deve pur fabbricare, occorrono i tecnici, gli operai capaci, i meccanici, i collaudatori. Così, attorno all'automobile e ai suoi club si raccoglie tutto un mondo di artigiani venuti dalla bottega e dalla fucina; nasce una solidarietà quasi «interclassista» del marchese e del meccanico, e il meccanico può diventare anche pilota famoso, anche costruttore: due mete che aspettano, per esempio, il valsesiano Vincenzo Lancia. Il quale sta appunto esordendo come pilota speciale di ministri e personalità, scarrozzate per Torino su automobili Fiat. Comprare azioni automobilistiche diventerà, brevemente, una febbre nazionale, almeno tra chi ne ha i mezzi. Luigi Einaudi ricorderà «gli ignari risparmiatori condotti al macello nelle anticamere delle borse, dove si agitava il mondo degli astuti promotori, fabbricanti di azioni di società, le quali dovevano ancora acquistare il terreno su cui sarebbe stato costruito lo stabilimento... dirette da ingegneri che ancora studiavano sui banchi di scuola... ».
Ma a Torino no, a Torino si fa sul serio. «L'impressione che fa su di essi il lavoro, il movimento febbrile delle macchine, onora presso di loro il lavoro e sveglia la brama di imitarvi, d'imparare affin di migliorare le loro condizioni di vita ... I frutti duraturi si hanno presso quelli che sono attenti anche alle cose che la civiltà porta ... ». Questa è una lettera, per esempio, scritta a Torino. E potrebbe averla firmata un appassionato pioniere dell'industria. No, invece: qui la firma è del reverendo teologo Giacomo Camisassa, e il destinatario è un coadiutore laico nelJe missioni d'Africa, Benedetto Falda, che lavora nella segheria della foresta, con le macchine arrivate pezzo per pezzo da Torino.
Il Camisassa vuole chiarirgli bene che il coadiutore (il non prete, cioè) è ugualmente vero missionario quando lavora, se lo fa con spirito di fede; «fare le cose come se aveste accanto Gesù», suggerisce. E aggiunge, a proposito degli africani che finora non ha mai visti: «Hanno occhi semplici, ma tutto vedono, tutto osservano, fanno ciò che voi fate... vi studiano dalla testa ai piedi e resta in loro un'impressione che poi dura tutta la vita». Ora la lettera cambia tema: «Vi ho inviato olio minerale della miglior qualità: costa 4,50 al litro. Vi è anche quello di tipo Zimmermant: costa 5,50 al litro. Poi, attenzione a piazzar bene la mortasatrice: badate ad allacciare le cinghie in modo che il mandrino non giri mai al contrario: è pericolosissimo. Avvitate poi bene il ferro della mortasa: altrimenti si sfila e colpisce come una palla di fucile»: questo dice ai missionari il professore di teologia morale e di diritto canonico, dalla Consolata di Torino. Aggiungendo che «il signor rettore, leggendo la tua lettera, è rimasto molto contento... Così dice il rettore: essere apostolo con la preghiera e con l'esempio». Nella città che tira la volata della corsa all'industrializzazione, il signor rettore ha ben ragione di tacere, defilato fra mitre e porpore nella Consolata delle feste centenarie: si è lasciato dire addosso tutto quanto, e questo tempio è rinnovato. Continuano a dirgliene, e lui sta rinnovando uomini, da Torino all'Africa; sta evangelizzando con i piccoli catechismi in kikuyu e la mortasatrice, con tanti occhi africani che tutto vedono e tutto osservano.
Il venerabile Cafasso
Il 23 maggio 1906 papa Pio X con un suo decreto ratifica il parere della Congregazione dei Riti (allora competente per le cause dei santi) favorevole all'introduzione del processo apostolico per la beatificazione di don Giuseppe Cafasso. Al quale, dopo questo atto, compete presso i fedeli il titolo di venerabile.
Se pensiamo che Giuseppe Allamano già s'interessava di questa causa quand'era ancora vivo don Bosco (morto nel 1888), di anni ne sono passati. E altri ancora ne passeranno: alla beatificazione del «prete della forca» mancano ancora due decenni e due papi, sebbene Pio X abbia espresso molta contentezza nel vederlo avviato verso gli altari. Il fatto è che per certi santi si muovono ordini e congregazioni religiose, o si mettono insieme comitati, si chiamano in soccorso vescovi, si trova più facilmente il denaro che l'enorme lavoro di documentazione richiede.
Per il Cafasso, nulla di tutto questo. Il Cafasso dietro di sé ha soltanto suo nipote Giuseppe, figlio di sua sorella. E questo nipote è fiancheggiato soltanto da Giacomo Camisassa. Bisognerebbe anche raccontarla, questa storia collaterale: come in due sono riusciti in un'impresa che di solito occupa plotoni di ecclesiastici e di laici. Sta di fatto che, chiuse le varie indagini sul piano diocesano a Torino, e portati a Roma tutti i documenti faticosamente scritti a mano, si è solo al principio. Ossia, il processo deve ricominciare daccapo, stavolta a livello della Chiesa universale. Ma la cosa non è automatica. Il meccanismo si avvierà soltanto dopo l'arrivo di un sufficiente numero di richieste, scritte da personaggi di case regnanti cattoliche, autorità varie, cardinali, vescovi: questo ha comunicato da Roma monsignor Raffaele Virili, postulatore della causa. Allora l'Allamano e il Camisassa si sobbarcano anche a quest'altro lavoro. «Con invitta pazienza», dirà un giornale cattolico.
E a tutto il rettore deve badare di persona, mentre guida i missionari d'Africa, sovrintende al Convitto e conclude i restauri alla Consolata. Anzi: per un momento aveva sognato che l'introduzione della causa apostolica si potesse annunciare già per le festività centenarie del 1904. Invece ha dovuto aspettare due anni. E ora si tratta di ripetere per conto della congregazione vaticana l'esame di molte testimonianze, acquisirne altre ancora, e passeranno altri anni.
«La Chiesa è immensamente grata al canonico Allamano perché a lui e a lui solo si deve la beatificazione del Cafasso»: questo è un giudizio, a vicenda conclusa, del cardinale Carlo Salotti, che ha conosciuto bene la vicenda. E l' Allamano, parlando un giorno ai suoi in una conferenza spirituale, ammetterà che certe sere non ne poteva più, uscendo da quelle stanze romane.
Giuseppe Cafasso è suo zio, va bene, ma la parentela non basta a spiegare trent'anni di fatiche e di sacrificio per questa beatificazione, che egli vedrà quasi in punto di morte. Non si tratta di una sorta di nepotismo alla rovescia; siamo davanti a un preciso disegno che per l' Allamano merita tutti gli sforzi: proporre all'intero clero cattolico un modello aggiornato di prete, capace di ridire all'uomo in modo persuasivo che Dio lo ama personalmente, e di rinfrancarlo con la visione della sua misericordia; un tipo di prete che non scappa dagli inferni di questa terra, ma al contrario li frequenta per liberarne i dannati, restituendo speranza, spogliando persino la morte dei suoi connotati terrificanti. «Se fosse stato solo perché il Cafasso è mio parente, non avrei fatto tutto questo», dirà un giorno. E anche: «Davvero che sacrifizi se ne sono fatti e molti! Ma posso proprio dire che ho introdotto questa causa non per affezione e parentela, ma pel bene che ne può venire dall'esaltazione di questo santo sacerdote».
Si ritroveranno faccia a faccia, Giuseppe Cafasso e Giuseppe Allamano, nel maggio 1911. Cioè alla fine della fase processuale sulle virtù e sui miracoli del venerabile. A quel punto la procedura comporta la ricognizione del sepolcro e della salma. L'avvenimento è così ricordato da un alunno del Convitto Ecclesiastico, G. B. Ressia: «Alle ore 18 entravano nella cappella del Convitto S. E. il cardinale arcivescovo, il canonico Allamano e tutti i componenti la Commissione, compresi i medici del processo. Cantato il Veni Creator, venne letta la formula del giuramento. Si vedeva allora, come tutti i convittori osservarono, la gioia intima e santa del nostro rettore, che gli trapelava fin sul volto e nei movimenti della persona; e ne aveva ben donde! Era infatti l’esaltazione di colui che era insieme suo zio e la più grande gloria del Convitto!... La cassa contenente la venerata salma venne portata a spalle dai convittori - tra i quali, per disposizione del rettore, tutti quelli di Castelnuovo - e collocata nella sala delle conferenze dei vescovi, dove fu aperta il mattino seguente». A oltre mezzo secolo dalla morte la bara viene poi aperta il mattino seguente, e la commissione medica redige il verbale che ne descrive lo stato. Sfilano davanti alle spoglie alunni del Convitto e dell'istituto missionario, sacerdoti in gran numero. Per tutti Giuseppe Cafasso è già beato e santo.