Il 12 settembre 1905 la Congregazione di Propaganda Fide decreta la costituzione di una «missione indipendente» affidata ai missionari della Consolata nella «provincia del Kenya»; cioè nel territorio kikuyu dove essi già lavorano, e che viene così staccato dal vicariato apostolico di monsignor Allgeyer. Padre Filippo Perlo è nominato superiore, alle dipendenze dirette della Santa Sede.
Questo decreto conclude una lunga e amara controversia tra evangelizzatori, che non avrebbe dovuto scoppiare. Si è già visto che i primi missionari della Consolata, non potendosi ancora impiantare tra i galla, erano stati accolti nel vicariato come praticanti, ospiti, collaboratori di monsignor Allgeyer, sempre attendendo di passare fra i galla. Ma a un certo punto l’Allamano ha fatto una richiesta diversa. Proponeva al vicario e alla sua Congregazione del Santo Spirito di staccare dal vicariato la zona dei missionari piemontesi, per avviarli a uno status meno provvisorio. Egli sperava di farne un vicariato a sé o almeno una prefettura apostolica (ossia una circoscrizione già autonoma ma ancora embrionale, guidata da un prefetto senza la dignità episcopale).
Ai padri francesi tutto ciò è sembrato un venir meno ai patti, uno sgradevolissimo mancamento di parola. Apprezzavano molto l'opera dei missionari di Torino, lieti sempre di aiutarli; ma che non si parlasse di ceder loro quella parte del vicariato. O qualsiasi altra parte. Anzi, già don Filippo Perlo, nel suo straripante attivismo, in qualche caso si era spinto piuttosto al di là del suo originario campo di lavoro.
Per Giuseppe Allamano quella richiesta si giustificava con una concatenazione di motivi fondati su una realtà innegabile, anzi cordialmente lodata dai missionari francesi: l'Istituto della Consolata nella sua zona stava ottenendo risultati ben superiori alle attese. Ma proprio quel successo esigeva spese non previste, dovendosi spedire al più presto in Africa nuovi missionari e arricchire l'equipaggiamento. L'istituto torinese, perciò, aveva assolutamente bisogno di poter contare sui sussidi e contributi regolari dei sodalizi promissioni, come l'Opera per la Propagazione della Fede. Ma queste istituzioni davano sussidi regolari solo alle missioni «regolari», ossia ufficialmente costituite, riconosciute, autonome.
Poiché l'intesa a due suggerita dall'Allamano non era possibile, ecco dunque il ricorso a Propaganda Fide. E questa, nel settembre 1905 contenta sostanzialmente i missionari della Consolata, perché li rende indipendenti, sotto la diretta giurisdizione della Santa Sede. Non concede tuttavia al territorio il rango di vicariato o di prefettura apostolica. La missione indipendente è qualcosa di meno. Però questi missionari ora sono in casa propria.
Il decreto viene pubblicato con la data del 14 settembre, festa dell'Esaltazione della croce, e pochi giorni dopo l' Allamano informa i missionari in Africa: «Col cuore ripieno della più viva gioia vi mando la consolante notizia che la S. Congregazione de Propaganda Fide ha eretta in Missione indi pendente ed affidata ai Missionari della Consolata l'intera Provincia del Kenya ... Sono poche parole, ma che compendiano una storia di trepidazioni e di lunghe pratiche finite con un risultato superiore alla mia stessa aspettativa. Trepidazioni che mi angustiavano da tre anni, pel timore che il primo campo delle vostre fatiche ci dovesse essere tolto, senza poter prevedere quale sarebbe il luogo destinato dalla Provvidenza a sede stabile dei miei missionari... ».
La notizia fa colpo anche a Torino, dove poi tutti sanno che il cardinale Richelmy ha appoggiato energicamente a Roma la causa dei missionari. Dunque non ha paura, l'arcivescovo, di perdere preti diocesani. Molti pessimisti si possono già ricredere: pare che la missione della Consolata in Africa non sia poi quel «fuoco di paglia» di cui si mormorava. Chissà, forse cambierebbe idea anche monsignor Bertagna, ora che i missionari della Consolata sono stati promossi dal Vaticano. Ma non ha fatto in tempo a sapere: è morto nel febbraio 1905. Presso il suo letto c'era anche Giuseppe Allamano, al quale accadde di dissentire da lui, ma con la finezza di sempre.
Bertagna, il compaesano e vescovo Bertagna, una gloria di Castelnuovo ... Chissà che cosa passa in mente a Giuseppe Allamano davanti a questa morte e ai bilanci che suggerisce. Da piccolo era in certo modo vissuto ali'ombra di tre glorie locali: il Cafasso, don Bosco, il Bertagna. Chissà se si accorge che ora i bambini di Castelnuovo crescono in certo modo all'ombra sua, con la fama che di lui divulga chi l'ha avuto per maestro, con i giornali che parlano di lui, con la novità missionaria imperniata sul suo nome. Ormai ha anche l'età delle glorie che ammirava da piccolo, cinquanta, cinquantacinque... Ha già fatto storia nella Chiesa torinese, può anche rallentare il ritmo, riposarsi.
Ma cinquant'anni prima lo scrittore Goffredo Casalis aveva detto che i contadini di Castelnuovo, ospitali e allegri, hanno pochi riguardi per la loro salute. Il Cafasso diceva sempre: «Ci riposeremo in paradiso», ed è morto a quarantanove anni; don Bosco, tutti l'hanno visto trascinarsi con le gambe gonfie tra lo sconforto dei medici («Ma questo è già morto», disse uno di loro visitandolo). E lo stesso Bertagna ha voluto far lezione fino agli ultimi limiti, e restare rettore dei seminari, vicario generale...
Così farà lui. L'indipendenza della missione è un traguardo appagante. Ma per altra gente, altri tipi. Lui invece, non appena si smorzano un po' le vociferazioni sulla sua impresa africana, fa in modo di riattizzarle, con una raffica di novità una più arrischiata dell'altra.
Ecco in sintesi che cosa si prepara a fare, dopo la «dichiarazione di indipendenza». Innanzitutto avvia la trasformazione dell'istituto in vera congregazione religiosa, con ogni membro legato dai voti, al posto del giuramento finora richiesto. Ciò comporta anche un nuovo iter romano, con visite numerose e corrispondenza fitta, per giungere nel giro di anni ai successivi riconoscimenti pontifici. E intanto accantona la «piemontesità» dei missionari, aprendo l'istituto a tutti. Al tempo stesso costruirà una sede nuova e imponente, a tre piani, su un terreno che ha comprato per tempo nei prati lungo la via di Circonvallazione, corrispondente all'attuale corso Ferrucci, 44. Il maggior spazio gli consentirà di dar vita anche al piccolo seminario per giovanissimi aspiranti missionari. E infine, la sorpresa più grossa: una congregazione femminile. L' Allamano si farà in casa anche le suore missionarie.
Lui risiede sempre alla Consolata, il suo ponte di comando: scende in Convitto e trova al lavoro i futuri parroci; scende in santuario e al confessionale lo aspetta la sua gente. Altri ancora lo cercano in sacrestia per un consiglio, un aiuto, o mettono nelle sue mani un problema di famiglia. O un quadretto votivo per la Consolata. Uno di questi quadretti (matita e colori su carta) arriva nel 1906 da San Francisco: una torinese è scampata prima allo spaventoso terremoto e poi al successivo incendio, e manda il suo grazie alla Madonna di Torino con la firma, «Fino Laura», e la data del cataclisma, «18 aprile 1906».
Per guidare l'istituto missionario si è invece organizzato così: ogni martedì, venerdì e domenica ci va di persona; negli altri quattro giorni vengono da lui a rapporto il prefetto o altri responsabili. E naturalmente continua con Camisassa a trovarsi in duomo all'ora esatta dell'ufficiatura dei canonici. L'antica abitudine a razionare il tempo lo aiuta a non arrivare trafelato da nessuna parte. È sempre lì un minuto prima, con la solita «gravità». Chi gli ha mai visto fare due gradini alla volta sugli scaloni? E chi osa farli, sotto quegli occhi miti e austeri? Per le urgenze, poi, ha fatto installare molto presto il telefono.
Delle tre visite settimanali in istituto ha una speciale importanza quella di ogni domenica. C'è la «conferenza», che è una sua conversazione all'istituto su argomenti spirituali. Uno degli alti momenti in cui egli forma uomini nuovi: non solo quelli che ha lì davanti vivi e attenti, non solo. Sta formando anche quelli che non vedrà mai; quelli che devono ancora nascere. Sta formando anche qualche futuro martire di cui non sa il nome. Giuseppe Allamano non ha lasciato testi di ascetica, trattati e tomi per l'avvenire dei suoi figli. Ha lasciato se stesso, trasfuso in queste «conferenze» nell'italiano più agevole e domestico, con la sua vocina che non si alza mai di tono.
Mentre egli parla, infatti, c'è chi trascrive accuratamente le sue parole, tutte le domeniche. Si è costituito un gruppetto di sette sacerdoti con questo scopo. Un po' come era avvenuto a Valdocco con la «commissione segreta» che registrava via via le parole di don Bosco. Ma qui niente è segreto. Anzi, ogni tanto il rettore confronta il testo raccolto dagli amanuensi con i suoi appunti. Anche queste conversazioni, infatti, sono rigorosamente preparate, pur avendo qualche volta l'aria di improvvisazioni confidenziali su episodi o su vecchi ricordi, o commemorazioni di persone, riferimenti a feste religiose. Attraverso tutti questi generi letterari, in realtà, egli fa passare la teologia e la morale, l'ascetica, la voce dei profeti e degli evangelisti, i problemi della missione. La summa del suo insegnamento è tutta intera in questi resoconti di conferenze: oltre settecento, senza contare alcune decine di altre, rivolte ai giovani aspiranti missionari. Su queste pagine si formeranno anche dopo la sua morte altri evangelizzatori.
Casa nuova, casa grande
Sul terreno comprato nell'attuale corso Ferrucci (venditrice la famiglia israelita Sacerdote) i lavori sono incominciati nel 1907 o nel 1906: c'è un po' di discordanza nelle date. Su un'area di dodicimila metri quadrati deve nascere un grande edificio a tre piani, adatto alle nuove necessità. Deve cioè accogliere il seminario delle missioni, il noviziato e poi il collegio per gli aspiranti. Oltre naturalmente alla chiesa e ai locali complementari. Scrivono sobriamente G. Mina e L. Zamuner:
«ll reperimento di fondi non risulta facile per l' Allamano, in un momento in cui le missioni hanno assorbito quasi tutti i suoi beni. Intanto egli decide di vendere alcuni preziosi avuti in dono da un benefattore; la Provvidenza farà il resto». La situazione finanziaria si farà poi critica col procedere dei lavori, costringendo lui e Giacomo Camisassa a spogliarsi quasi di tutto e a imporsi economie «sulle stesse consuetudini di vita», come osserva padre Sales. In particolare il rettore venderà anche la sua cascina «La Morra», tra Castelnuovo e Moncucco, comprata verso la fine del secolo per 60.000 lire e ceduta a due nipoti per 42.500.
Il canonico Camisassa rivive giornate campali, potendo tornare in un cantiere, arrampicarsi sui ponteggi, piantare grane per i materiali: «Niente sabbia di Dora! Voglio sabbia di Stura negli intonaci, di Stura! Quella di Dora farà uscire macchiacce quando si passerà alla tinteggiatura ... ». Veder giungere sui lavori quella tonaca non diffonde certo allegria tra muratori e capimastri, artigiani, ingegneri. A volte l'asprezza dei conflitti chiama in causa l’Allamano, con tutte le sue capacità di mediatore. Si arriva anche a polemiche scritte, come quella col maestro falegname Giovanni Caneparo. Gli diamo per un momento la parola, perché egli rappresenta bene un certo mondo operoso che ruota intorno alla Consolata, nella Torino che proprio in quei tempi vede nascere aziende come la Lancia, e le future officine Moncenisio, e la futura Riv, mentre un'auto Itala di fabbricazione torinese meraviglia il mondo nella Pechino-Parigi.
Ecco dunque il linguaggio di quella Torino in una lettera del Caneparo al Camisassa, prima dell'opera: «All'Istituto delle Missioni intendo fare un lavoro, come se la casa fosse mia e voglio che da qui a 100 anni dicano ancora quel falegname che ha fatto quelle finestre lavorava in coscienza». E aggiunge con orgoglio tranquillo: se per far economia il lavoro venisse affidato ad altri, «non mi offendo per questo, e sarò sempre il Caneparo della Consolata. Di lavoro non me ne manca... ».
Quando poi, a lavori in corso, il Camisassa lo rimprovera (a torto, parrebbe) per le misure di alcune porte, ecco la sua replica: ha tagliato le porte in un certo modo «con la pratica di 40 anni di mestiere - e 31 di padrone di bottega», essendo abituato a lavorare «sulla consuetudine delle costruzioni di Torino, dove viviamo, e non nel mondo ideale... Mai Ingegnere, mai Capo Mastro, mai proprietario mi fece l'osservazione strana come Ella fa... Ha capito? Mi dia torto se può».
Questa dialettica senza ipocrisie tra l'autorevole teologo e lo stimato falegname è un indizio importante della convivenza nell'universo-Consolata (santuario e istituto) tra la componente clericale e quella popolare, al tempo dell'Allamano. Si è arrivati al rapporto schietto grazie principalmente a lui che ha saputo più di altri capire la vitalità di questo mondo. Nel santuario c'è con l'aristocrazia, con casa reale, un legame tradizionale che egli rispetta e conserva; ma senza farne un'esclusiva, anzi. Con lui la Torino dei mestieri e delle botteghe artigiane ora affacciate sul futuro industriale, ha appreso (o riappreso) il gusto di sentirsi a casa propria sotto quelle volte sacre. La Compagnia della Consolata, da secoli riservata ai patrizi, si è aperta per opera sua a gente di ogni ceto.
Sempre in quest'area spirituale sono poi nate alcune «pie unioni» intitolate alla Consolata, espressione del mondo del lavoro; raccolgono ad esempio le operaie della Manifattura Tabacchi del Regio Parco e quelle di aziende tessili come la Bass e Abrate e il cotonificio Poma. Ancora, le sorelle Franchetti hanno creato il Laboratorio della Consolata - abbigliamento femminile - con questo scopo: «Educare cristianamente delle sarte, le quali poi a suo tempo, divenute padrone di sartorie, osservino il riposo festivo, e così si tolga, o almeno si diminuisca assai, la piaga così radicata specialmente nella classe delle sarte di profanare i giorni di festa». Riposo festivo, orario giornaliero meno gravoso, soggiorni in montagna per malattia, una forma di pensione: queste le novità del laboratorio, le cui creatrici diranno, dopo oltre trent'anni di attività: «Senza il canonico Allamano il Laboratorio non si sarebbe fondato... Anche non pochi ecclesiastici, molto pii anch'essi, erano contrari...».
È a questo mondo che appartiene anche il provetto e schietto falegname Caneparo; e perciò può parlare così al vicerettore della «sua» Consolata. Inoltre ha un figlio, Aquilino, nelle missioni africane del canonico Allamano. Tra qualche anno egli stesso, vedovo, si farà religioso a Moncalieri nella Congregazione dei Sacramentini, col nome di fra Giuseppe. La nuova casa è necessaria e anche urgente perché il canonico Allamano nel 1907 ha annunciato la novità: il Collegio Missioni Consolata per ragazzi (poi si chiamerà Piccolo Seminario di San Paolo). Il primo gruppetto di sei arriverà nel novembre dell'anno successivo, ospitato ancora nella casa di corso Duca di Genova, la «Consolatina». Col tempo ne verranno molti, più del previsto; e non tutti fatti per la missione, come si vedrà. Accompagnandoli da lui, genitori e parroci devono un po' stupirsi dei suoi modi: esamina e interroga i candidati con un'attenzione quasi diffidente. Li spoetizza, a volte. Delude in fretta chi mostra di sognare la missione come trampolino per l'avventura. (L'avventura a Torino è di moda in questi anni: si è visto volare Léon Delagrange, sia pure basso; è venuto dagli Stati Uniti, sia pure vecchio, il colonnello Cody, ossia Buffalo Bill, con indiani e cavalli... ). No, niente. Gli ardori devoti e la voglia di terre lontane non costituiscono «chiaro indizio di vocazione alle missioni», sicché è meglio lasciar perdere. Anche a chi viene accettato si fa l'obbligo preciso di parlare chiaro e presto, se per caso sentisse venir meno la volontà: «Il Collegio... ha per scopo unico di formare giovanetti idonei a riuscire sacerdoti e coadiutori, santi missionari. Ogni altro fine sarebbe contro verità e giustizia, e vi mancherebbero coloro che riconosciutisi non chiamati alle nostre missioni non ne conferissero tosto ai Superiori».
Vuole la qualità e non il numero, così come Camisassa vuole la sabbia di Stura e non quella di Dora. In tutti e due i casi, se non si è attenti subito, vengono poi fuori le «macchiacce». Porticina aperta a chi vuole entrare, portone spalancato a chi vuole uscire: questa la sua filosofia in materia di candidati alla missione. Avere poca gente non gli fa paura; il suo terrore sono i «minestroni» ossia le accettazioni a cuor leggero per amore del numero, sperando poi in bene. Un giorno, dopo la fon dazione delle suore, verrà in visita il cardinale Cagliero, compaesano e amico del canonico. Ecco il ricordo di una religiosa: «(Il cardinale) vedendoci così in poche si meravigliò e passando in mezzo a noi ci disse: ''Siete troppo poche; bisogna attirarne altre; fate propaganda''. Dietro di lui veniva l' Allamano che ci guardava e faceva segno di no col dito alzato».
Non propaganda ci vuole, ma chiarezza. Tutti devono sapere che non si diventa buoni missionari senza prima santificarsi: è questo l'ordine delle precedenze. Missionario non è semplicemente chi «vuole andare» perché conosce o crede di conoscere le tecniche di persuasione; ossia chi in sostanza si considera missionario nato, solo perché bianco e permeato di cultura bianca. Anche qui il canonico Allamano alza il dito e fa segno di no. Prima, santificarsi: ossia assumere in pieno la parentela in Dio con l'africano, nello stile di Paolo apostolo, per il quale «non c'è più greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in noi» (Colossesi 3,11). Questo significa poi studiare, conoscere e rispettare la cultura nativa dell'africano, idonea come tutte ad accogliere la proposta cristiana, a crescervi dentro, con l'intelligenza e la creatività sue proprie. La proposta, poi, persuade se accompagnata dallo sforzo sincero e leale di promozione umana mediante il lavoro. E il lavoro non si predica, il lavoro si insegna materialmente mostrando come si fa. Anche la segheria nella foresta del Kenya a suo modo evangelizza. Sappiano dunque i futuri missionari che la loro preparazione in Torino dovrà comportare anche attività lavorative manuali e tecniche: «La vostra vita non è vita di estasi, ma di lavoro. Lavorare come ha lavorato san Paolo per mantenersi e far del bene agli altri, mentre si impegnava per la loro salvezza. Lavorate volentieri nell'orto come in casa; nei tempi prescritti, ciascuno si abiliti a un mestiere». Il cardinale Massaia era anche il sarto e il ciabattino dei suoi etiopi; e don Bosco faceva la stessa cosa per i primi ragazzi di Valdocco.
Vittoria a Roma e in Africa
Dopo due anni di «missione indipendente», nel 1907 Giuseppe Allamano documenta a Propaganda Fide lo sviluppo del lavoro in Kenya. E chiede che sul piano ecclesiastico quel territorio venga promosso al rango di vicariato apostolico (saltando la fase intermedia della prefettura). Ma Roma, che altre volte era stata così sollecita, adesso non risponde, fa passare mesi, poi un anno, e continua a tacere. A Torino sono preoccupati, e anche in Africa; l’Allamano muove qualche amico romano, e così scopre il motivo del silenzio: hanno perduto la pratica. Dev'essere in un mucchio di carte nell'ufficio del cardinale Gotti, il dotto e cortesissimo prefetto di Propaganda Fide... Allora da Torino parte un duplicato e tutto si accelera. Dopo il voto favorevole della congregazione emesso il 28 giugno 1909, il successivo 6 luglio ecco la ratifica di Pio X: la «missione indipendente» diventa vicariato apostolico del Kenya, e alla sua testa ci dev'essere dunque un vescovo. Il quale sarà padre Filippo Perlo, l'attuale superiore.
Il neovescovo parte dall'Africa arrivando a Torino verso fine agosto, e il 9 settembre accompagna il canonico Allamano in udienza da Pio X, dandone poi un resoconto sul bollettino La Consolata: «Avendo noi detto che il nostro apostolato non consisteva soltanto nel far catechismi; ma che, come introduzione e in parallelo ad essi, ci occupavamo pure della salute e del progresso materiale dei poveri neri, sia con le cure agli ammalati e l'importazione di nuovi generi di viveri; sia con l'abituarli al lavoro e a vestirsi, S. S. diede come in un sospiro di soddisfazione: "( ... ) rendeteli uomini, fateli laboriosi e così avrete anche dei buoni cristiani"».
Il sabato 23 ottobre I 909, nel santuario della Consolata, il cardinale Richelmy, l'arcivescovo di Vercelli Valfré di Bonzo e il vescovo di Aosta Giovanni Tasso consacrano a trentasei anni monsignor Filippo Perlo, col quale sono i suoi due fratelli missionari, Gabriele e Luigi. I primi che egli si trova davanti in ginocchio per la benedizione sono Giuseppe Allamano e Giacomo Camisassa, che per parte di madre è suo zio.
Questa è anche la data in cui s'inaugura la nuova grande casa di corso Ferrucci, e le cronache della Consolata parlano (forse per l'unica volta nella vita di Giuseppe Allamano) di un «solenne pranzo». C'è da festeggiare anche il nuovo vescovo, d'altra parte. E da ammirare la grandiosità del nuovo edificio rispetto alla «Consolatina» («dove sbattevamo l'uno contro l'altro», ha detto una volta il rettore). Qui possono trovar posto fino a cento alunni del piccolo seminario, venti allievi del noviziato e una cinquantina di chierici del seminario maggiore. Dopo il momento in cui affluivano in corso Duca di Genova i sacerdoti già ordinati, si passa al tempo in cui la Consolata si fa i missionari «in casa».
Alla fine dello stesso 1909 c'è un altro bollettino di vittoria. L'Istituto Missioni della Consolata, strutturato ora come congregazione religiosa, ha ricevuto da Roma il decretum laudis. È questa la prima di una serie di approvazioni scaglionate nel tempo, fino a quella definitiva. La sua importanza sta nel fatto che promuove l'istituzione, trasferendola dal diritto diocesano a quello pontificio, conferendole cittadinanza nell'intera Chiesa universale, alle dipendenze della Santa Sede e non più di un singolo vescovo. Il decreto stabilisce inoltre per sei anni la nomina di Giuseppe Allamano a superiore generale, col Camisassa vice. La dipendenza, ora, è dalla Congregazione per i Religiosi, cosa non priva di inconvenienti per un sodalizio missionario. L' Allamano farà poi i debiti passi per ritornare sotto la più logica giurisdizione di Propaganda Fide.
A rendere piena la vittoria ci sarebbe voluta pure l'approvazione delle costituzioni nuove dell'istituto. Invece sarà ancora questione di tempo, carteggi e riunioni. Ma per ora è di enorme importanza un'altra cosa: papa Pio X ha con la sua autorità approvato e lodato il metodo missionario dell'istituto. Giuseppe Allamano nell'ottobre 19 I O può scrivere a tutti i missionari d'Africa le parole del pontefice: «Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per poterli fare cristiani: mostrare loro i benefici della civiltà per tirarli all'amore della fede: ameranno una religione che oltre le promesse d'altra vita, li rende più felici su questa terra».
L'Allamano ha qualche ragione di divulgare l'apprezzamento di papa Sarto, perché il «metodo Consolata» ha fatto storcere parecchi nasi ecclesiastici e forse prelatizi. Ne parla ancora egli stesso ai suoi d'Africa: «In passato alcuni si permisero di criticare il nostro metodo di evangelizzazione, quasi ci occupassimo troppo del materiale con pregiudizio del bene spirituale: si diceva che bisogna predicare e battezzare e non occuparsi di altro». Molti però hanno cambiato idea; quanto a lui, eccolo tornare con passione sul suo modello principe, Matteo Ricci: «Il quale per penetrare nella Cina, ed ottenere credito a sé ed ai suoi Missionari e quindi aprirsi la via alla conversione di quelle genti, incominciò coll'insegnare le matematiche, col comporre mappamondi e orologi solari: cose che lo resero stimato e benemerito, e poi creduto per quanto insegnava sulla fede cristiana. A chi in Europa lo criticava, come perdesse il tempo impiegandolo nelle scienze umane, rispondeva: "Io per me stimo più questo punto che aver fatto diecimila cristiani". E veramente, sebbene lui vivente si battezzassero solo duemila cristiani, la parola di Dio giunse a molti milioni di pagani, e dopo soli pochi anni dalla di lui morte si contavano già quarantamila i cristiani».
Matteo Ricci, la Cina, il metodo missionario... Bisogna anche dire che nell'anno 1910 i vertici della Chiesa non sono ancora granché d'accordo nel lodare quel gesuita e l'insieme dei suoi comportamenti fra i cinesi: mancano quasi trent'anni all'avvento di un Pio XII liquidatore della lunga diatriba. E sono ancora ragazzini (o addirittura devono nascere) molti padri del concilio Vaticano Il. Quelli cioè che inviteranno - possiamo dire in stile Allamano? - anche a «perdere il tempo nelle scienze umane», raccomandando a tutti i fedeli: «Sappiano armonizzare la conoscenza delle nuove scienze, delle nuove dottrine e delle più recenti scoperte con la morale e il pensiero cristiano, affinché la pratica della religione e l'onestà procedano in essi di pari passo con la conoscenza scientifica e con il continuo progresso della tecnica ... Coloro che si applicano alle scienze teologiche nei Seminari e nelle Università, si studino di collaborare con gli uomini che eccellono nelle altre scienze, mettendo in comune le loro forze e i loro punti di vista» (Gaudium et spes 62).
I suoi destinatari in Africa già conoscono questi argomenti del rettore, perché nelle conferenze non ristà mai dal tornarci sopra con citazioni e similitudini: «San Francesco di Sales diceva sempre che la scienza è l'ottavo Sacramento»; «Il sacerdote ignorante è un idolo di tristezza e di amarezza per l'ira di Dio e la desolazione del popolo. Egli infatti ha la bocca per evangelizzare la parola di Dio, ma per la sua ignoranza la tiene chiusa, e meno peggio perché parlando direbbe spropositi ... Il missionario ignorante è idolo di tristezza e di amarezza anche per l'Istituto».
Nella lettera ai missionari l’esortazione, perciò, diventa constatazione affettuosa: «Ma perché io dico queste cose a voi che volentieri passate i mesi e gli anni in una segheria o fattoria, senza mai stancarvi, anzi contenti e sicuri di fare così il migliore apostolato? Voi ben comprendete che sarebbe per ora inutile una vera predicazione, che bisogna seminare la parola di Dio in modo più piano e quasi casuale, durante il lavoro e con frequenti catechismi ... ».
Giacomo Camisassa ha spesso il compito di stendere in bella forma e scrittura le esortazioni che scaturiscono dai dialoghi quotidiani col rettore. Se così è stato anche ora, per il messaggio alla gente d'Africa, forse si sarà domandato: il signor rettore sta parlando solo di Matteo Ricci o anche di me?
Il signor rettore, in verità, ha passato brutti momenti fra la fine del 1909 e i primi del 1910, quando si è saputo che Roma voleva mandare Camisassa vescovo in una diocesi piemontese. In Vaticano hanno imparato tutti a conoscerlo, cominciando da Pio X, e qualcuno ha pensato a lui per una mitria, chiedendo le solite informazioni all'episcopato subalpino. Non sappiamo che cosa si siano detti in proposito loro due, nei discorsi di tutti i giorni, ma si sono trovati d 'accordo sul no risoluto; l’Allamano ha mosso amici romani, e in qualche modo l'arcivescovo di Torino ha dato anche lui una mano, descrivendolo a Roma come provvisto di tutte le doti del buon vescovo, meno una: il senso della paternità. Così, niente episcopato e niente distacchi; tutto come prima. Giuseppe Allamano ha tre anni più di lui, e da sempre lo considera il naturale successore al comando dell'Istituto Missioni. Anzi, alla Congregazione dei Religiosi aveva fatto una proposta singolare: mettere l'istituto sotto la guida non di uno, ma di due superiori generali, Allamano-Camisassa; una specie di consolato come nell'antica Roma. Era un modo per predisporre da subito la successione. La Santa Sede non era d'accordo e Camisassa è rimasto «vice»: tutti però sanno della fiducia totale tra i due, sicché la successione più che nei decreti vaticani appare già scritta nei fatti. Nessuno sa ancora che dei due sarà il più giovane a morire per primo.