«... Fui colpita dal suo contegno molto dignitoso, dalla sua espressione molto superiore alla comune (... ) Compresi che era il sacerdote di cui mi aveva parlato il mio parroco e mi convinsi che il giudizio espresso dal mio parroco nei suoi confronti era pienamente conforme a verità: che era davvero un santo sacerdote».
Così parla Maria Demaria di Dronero, che nell'ottobre 1910 è stata fra le primissime suore missionarie della Consolata e che, col nome di suor Margherita, ne è divenuta poi superiora generale. In questo ricordo troviamo confermata l'impressione che la persona di Giuseppe Allamano suscitava già al primo incontro con chiunque. Inoltre, il riferimento al giudizio del parroco di Dronero è un segno importante: indica la quotazione del rettore anche fuori diocesi, la sua fama di santità che si irradia attraverso il tamtam parrocchiale; chi l'ha incontrato al Convitto, chi alla Consolata, chi agli esercizi spirituali. E questo aspetto «molto dignitoso» che colpisce la giovane Demaria, il suo parlare, tanti suoi gesti di fraternità amabile, tutto concorre a motivare quel giudizio conclusivo, sempre più diffuso: è un santo sacerdote.
Questo richiamo esercitato dalla persona di Giuseppe Allamano può spiegare anche la riuscita della nuova impresa in cui egli si è lanciato ormai sessantenne: appunto la creazione di una congregazione missionaria femminile.
Il tempo non sarebbe propizio, perché nella Chiesa si lamenta addirittura una sovrabbondanza di suore, e la Santa Sede è orientata - prima con Leone XIII ora con Pio X - a scoraggiare nuove fondazioni. Ma per l'Istituto della Consolata la necessità si fa seria e urgente. Con gli sviluppi dell'evangelizzazione in Africa le richieste di personale femminile aumentano, e il Cottolengo non è certo in grado di mandare altre religiose. E poi ci sono problemi delicati, anche sgradevoli.
Abbiamo già visto le Vincenzine del Cottolengo passare di villaggio in villaggio, curare le malattie, chinarsi sulle piaghe più repellenti, lottare contro il flagello delle pulci sotto le unghie dei piedi... Sono splendide, e ormai con i missionari le ringraziano migliaia e migliaia di africani, curati e guariti da loro. Ma appunto: monsignor Perlo dice che sono delle meravigliose «medichesse», non preparate tuttavia per altri compiti di missione, come ad esempio la catechesi nella lingua locale. È certo che no: entrate al Cottolengo per un'altra chiamata, in quella si sono poi formate e realizzate. L'andata in Africa è stata una sorpresa, alla quale si sono di buon grado adeguate con tutta la dedizione necessaria. Tuttavia esse non sembrano rientrare nei disegni del vicario apostolico Filippo Perlo, la cui strategia fa ampio posto alle suore, ma in condizione di «dipendenza». L'attivissimo vescovo missionario ha bisogno di subordinate obbedienti.
E questo non si può conciliare evidentemente col fortissimo e logico attaccamento delle Suore Vincenzine alla loro peculiare ispirazione, al carisma cottolenghino e all'autonomia di famiglia religiosa accorsa in aiuto di un'altra, non certo assoggettata o assorbita .
Il Cottolengo dunque non potrà mandare altre suore. Anzi, dopo tanti anni di attività preziosissima, verranno richiamate quelle dell'Africa. Giuseppe Allamano si guarda in giro, tra ordini e congregazioni di antica o di recente data. Ma non trova chi possa fornire religiose con la preparazione specifica alla missione, e alla missione in Africa. Si rende conto che la soluzione giusta è una sola: farle in casa. Anche perché è già accaduto che alcune ragazze cercassero di entrare nell'Istituto della Consolata, così, per iniziative personali, non sapendo che l'istituto è solo maschile. Per esempio, da Ceva si è fatta viva la giovane Gabriella Bertino, presentata dal rettore dell'orfanotrofio locale, don Giovanni Torelli: un altro sacerdote raggiunto dalla fama di santità di Giuseppe Allamano.
Insomma, non rimane che sentire Roma. Far presente il caso, tastare il polso a Propaganda Fide. È quel che fanno il rettore e Filippo Perlo nel settembre 1909, nel viaggio a Roma dopo l'erezione del vicariato apostolico. Ne parlano col cardinale Gotti, il quale certo conosce benissimo la freddezza generale in materia di nuove suore. Ma è anche vero che qui si tratterebbe di specialiste, di missionarie, che certo non abbondano. Se ne parla anche all'udienza che Pio X concede all'Allamano e al neovescovo. E sta di fatto che i due tornano da Roma incoraggiati a procedere.
Così, il 29 gennaio 1910 nasce l'istituto Missionarie della Consolata, con sede in corso Duca di Genova, alla «Consolatina» che era rimasta vuota. O meglio, l'istituto nasce per modo di dire, giacché a quella data non ci sono che suor Celestina Bianco e suor Dorotea Marchisio, della Congregazione delle Giuseppine, chiamate per avviare l'opera. Loro due e basta. Si può anche dire che questo istituto di suore nasce senza suore.
Ma poi vengono: sono sette a metà maggio, quindici entro l'anno, più di trenta nel 1911. Potrebbero essere di più, ma l’Allamano non viene meno al suo solito rigore nelle scelte. Anzi, forse lo accentua, ben sapendo che cosa aspetta queste donne in Africa. E i risultati non mancheranno, sia nel numero di quelle che andranno fino in fondo, sia nella qualità: dalle «prime venute», infatti, usciranno due superiore generali: suor Margherita Demaria di Dronero, suor Maria degli Angeli Vassallo di Torino. Rigorosa anche la formazione, alla quale il rettore si dedica di persona con la presenza assidua e con le famose e così efficaci «conferenze»: saranno trecento trentasette quelle trascritte e conservate.
L'Istituto delle Missionarie si sviluppa durante un'altra stagione animatissima per Torino. Nel 1911 ricorre il cinquantenario del Regno d'Italia, e lo si festeggia nell'antica capitale in modo mai visto: addirittura con un'esposizione universale, destinata a entrare nella storia torinese e italiana come evento unico. Mai c'era stata, e mai nel secolo XX ci sarà, un'esposizione di tale ampiezza in Italia. E mai una manifestazione cosiffatta si è conclusa addirittura in attivo, col rimborso totale del denaro prestato, e con l'aggiunta persino di un piccolo «dividendo». Purtroppo, però, il 1911 ha visto anche incominciare la guerra di Libia, iniziata il 29 settembre 1911 e conclusa con la pace di Ouchy il 18 ottobre 1912. (Alla Consolata giungono in quest'epoca vari ex voto di soldati della Libia, e sotto le volte del santuario si leggono via via i nomi dei luoghi e delle battaglie: Derna, Zanzur, Azizia, Gargaresh).
Proprio nell'ottobre della pace le suore si sono trasferite dalla «Consolatina» al grande edificio di corso Ferrucci, che d'ora in poi si chiamerà casa madre da tutti. Nella nuova sede hanno anche sostituito le Suore di San Gaetano come addette alla casa. Ora hanno anche l'abito proprio (la prima vestizione si è fatta nell'ottobre del 1910), ideato dall' Allamano, dal Camisassa e da una sarta di buon nome in Torino, la signorina Giovanna Maria Rossano, che ha già fatto vari lavori per la Consolata e il Convitto. L'Allamano non voleva le solite vesti nere, sicché si è andati sul grigio («perché anche in Africa si mantiene più pulito»).
Nel 1913, poi, si succedono i tre avvenimenti che collocano il nuovo istituto sulla prima linea dell'evangelizzazione. All'inizio di aprile le prime undici suore emettono la professione religiosa. L' 11 maggio cessa dalle sue funzioni di iniziatrice suor Celestina Bianco delle Giuseppine, e le suore della Consolata hanno la prima superiora propria: è suor Margherita Demaria, nominata dal rettore; il quale, per superare le sue preoccupazioni, le dà provvisoriamente il titolo di vicesuperiora. Superiore è lui, con tutte le responsabilità. E il 3 novembre 1913, infine, ecco la partenza del primo gruppo: quindici suore con tre missionari lasciano Torino per l'Africa. Alla stazione di Porta Nuova, benedicendole, il rettore ha consegnato loro una lettera che è un po' il capitolo conclusivo del suo lavoro di formazione. Contiene un'indicazione della meta da raggiungere («Farvi sante e salvare con voi tante anime») e dei mezzi per arrivarci, che sono le virtù religiose e apostoliche e in particolare «lo spirito di fede, di obbedienza, di carità e di mortificazione». Il suo realismo monferrino lo aiuta poi a indicare i mezzi per tirarsi su dalle crisi che inevitabilmente ognuna di loro dovrà affrontare: «Siccome non vi stimo ancora perfette, di quella perfezione che raggiungerete solo in Paradiso, vi esorto vivamente a non scoraggiarvi dei vostri, anche replicati difetti; fatene gli esami, ed umiliatevi se pubblici davanti alla Superiora e le sorelle ogni sera, e se si tratta di mancanza di carità colle sorelle subito che foste cadute».
«Se il papa si muovesse ... »
Queste partenze per l'Africa, nella mente di Giuseppe Allamano, non sono un atto bello ed emozionante dell'istituto, del solo istituto. Sempre egli le vede come atti della Chiesa torinese come tale - lui stesso è prete diocesano, non vorrà mai essere altro - nella propria naturale dimensione missionaria. Ecco perciò la convocazione dei fedeli alla Consolata, con l'arcivescovo, ecco la solennità dei riti e il commiato corale dai partenti: in questi momenti, per lui, la Chiesa torinese è interamente se stessa. Egli ha anche la fortuna di trovare nel cardinale Agostino Richelmy una naturale sensibilità al problema. Ma a lui non bastano le coincidenze fortunate, e non gli basta l'orizzonte di Torino.
Quest'uomo capace di dedicare tempo e fatica ai problemi del singolo ragazzino del collegio, della singola suora, pensa la missione a misura di Chiesa universale. Lo scandalizza questa sorta di amnesia delle comunità e dei loro pastori circa il dovere di evangelizzare a 360 gradi, ben oltre i perimetri parrocchiali e diocesani. «Tutta la Chiesa è missionaria e l'opera evangelizzatrice è dovere fondamentale del popolo di Dio»: questo lo rammenterà un concilio fra cinquant'anni, ma lui lo ha sempre pensato, non finirà mai di pensarci.
«Tutti i vescovi, in quanto membri del corpo episcopale che succede al collegio apostolico, sono stati consacrati non soltanto per la diocesi, ma per la salvezza di tutto il mondo»: anche qui, fra cinquant'anni... E lui non soltanto lo pensa, ma sente che per ripiantarlo in testa a tutti ci vuole qualcosa di straordinario.
Bello, giusto, efficace andare in giro facendo animazione missionaria con le diapositive mandate da monsignor Perlo. Lo fanno in tanti, di differenti ordini, congregazioni, istituti, con diapositive da tutti i continenti. Ma occorre ben altro, dice Giuseppe Allamano a se stesso e al canonico Camisassa. È assolutamente necessario uno scrollone generale, e anche drammatico, a tutta intera la Chiesa cattolica. E deve darlo naturalmente il papa, ammantato di tutta la sua autorità di capo del collegio apostolico attualmente in carica su questa terra. Solo lui può far cessare lo scandalo di vescovi che in pratica stanno sabotando iniziative missionarie soltanto per timore di perdere qualche vicecurato o qualche chierico; e l'altro scandalo di tutta una Chiesa docente che si guarda bene dall'insegnar qualcosa circa le missioni e chi ci lavora, quasi temendo che se ne sappia troppo.
Allora, bisogna tirare in campo il papa. E così, il 29 agosto 1912, il signor rettore scrive una lettera a cinque superiori di istituti missionari italiani: monsignor Conforti (che è anche vescovo di Parma), padre Vianello di Verona, padre Viganò di Milano, padre Traverso di Genova e don Callerio di Roma. Non ha bisogno di molte parole per descrivere una situazione che essi conoscono bene: in Italia sulle missioni c'è troppa ignoranza, c'è apatia generale di fedeli e clero, c'è scarsità di vocazioni specifiche, anche perché esse vengono apertamente scoraggiate dai vescovi. E allora, suggerisce, facciamo muovere il papa: «Un mezzo... sarebbe un atto pubblico del S. Pontefice, il quale ponesse nella sua vera luce l'Opera dell'Apostolato fra i pagani, esortasse a favorirla tutti i fedeli e specialmente il Clero e soprattutto esortasse i Vescovi non solo a non ostacolare, ma anzi a favorire fra il loro clero e il loro gregge le vocazioni all'Apostolato». E incalza: potremmo approfittare di un'occasione vicina, il sedicesimo centenario dell'editto di Costantino per la libertà della Chiesa, che si celebrerà nel 1913.
Con questo atto Giuseppe Allamano, l'uomo dei bei modi e della vocina sommessa, si fa avanti a interpellare audacemente l'intera Chiesa italiana nei suoi vescovi, con la chiarezza del profeta che non addolcisce e non minimizza. E con il coraggio di chiamare anche il pontefice all'azione; di dire in sostanza anche a lui che la Chiesa italiana è in stato di inadempienza e infedele al mandato.
I cinque destinatari della lettera aderiscono vigorosamente al suo invito. Ne scaturisce un documento diretto a Pio X in forma di supplica, che ripete - papale papale, è il caso di dire - tutte le accuse della lettera ai cinque, e formula inoltre una richiesta: il sommo pontefice, con la sua autorità, istituisca una giornata missionaria da celebrarsi ogni anno «con obbligo d'una predicazione intorno al dovere e ai modi di propagare la fede in tutto il mondo»; e allora dovranno pur scuotersi queste diocesi, queste parrocchie.
Ma il documento subisce vari incidenti di percorso. Intanto la Congregazione di Propaganda Fide rifiuta di appoggiarlo ufficialmente presso il pontefice. Poi i firmatari sbagliano ancora quando, invece di portare essi stessi la supplica, «in corpo», a Pio X, la fanno consegnare dal solo don Callerio, visto che risiede a Roma. E lui fa il suo dovere, ma non gli è possibile arrivare a papa Sarto, impegnato nei riti natalizi; sicché consegna il documento al suo segretario, il buon don Bressan.
Le forze fisiche di Pio X sono in declino, e inoltre il suo spirito è invaso dalle ansie per la pace in pericolo. Nel febbraio del 1912 è incominciato il biennio dei conflitti balcanici; gli arsenali d'Europa sono ricolmi. Egli stesso, congedando l'ambasciatore brasiliano che rimpatriava, nei primi giorni del 1913 gli ha detto: «Beato lei che non vedrà la guerra». Cioè il conflitto generale d'Europa; il «guerrone», come a volte lo chiama.
In queste condizioni di spirito egli ha letto anche la denuncia e la proposta di Giuseppe Allamano in quella supplica. E si è affrettato a rispondere il 31 gennaio 1913. Ma non con un documento indirizzato alla Chiesa, ai vescovi. Risponde soltanto a loro sei, convenendo sul gran dovere della missione e lodandoli «per l'impegno col quale attendete a preparare schiere di operai evangelici». Ma non dice una parola sulla responsabilità dei vescovi (né potrebbe forse dirla in questo documento indirizzato comunque a «terzi»). E alla stessa maniera tace sulla proposta di istituire una giornata missionaria. (La burocrazia vaticana aggiunge poi al tutto qualcosa di suo, sbagliando anche l'indirizzo del promotore, indicato sulla busta come «canonico Alemanno», superiore dei missionari «dell'Immacolata»).
Scoraggiante, ma a lui non cadono le braccia. Per poco che dica, Pio X nella lettera parla comunque delle missioni; sicché, invece di covare delusione e amarezza, egli si dà a divulgare e commentare il documento per utilizzarlo al massimo nel lavoro di animazione. Di fronte a certe resistenze che sfiorano il sabotaggio è già importante poter sventolare questo foglio con la firma di Pio X.
Quello che adesso Giuseppe Allamano è stato così pronto a capire e a proclamare, con tutti i rischi della preveggenza, altri lo capiranno tra qualche tempo. Gli scrolloni da lui invocati per la Chiesa, eccoli arrivare più tardi; prima con la lettera apostolica Maximum il/ud di Benedetto XV nel 1919 e poi con l'enciclica Rerum ecclesiae di Pio XI nel 1926. E lo stesso Pio XI farà celebrare nel 1927 la prima giornata missionaria mondiale.
Per intanto, non gli sfuggirà né una parola né un sospiro a proposito di questa delusione con Pio X. Innanzitutto perché sa di dovergli molto proprio nel campo dell'azione missionaria. E poi perché non è, non sarà mai, un cercatore di alibi. Umile e nascosto nei momenti ordinari o nei festeggiamenti, viene invece in prima linea al momento delle responsabilità: allora dice tranquillamente «io», si definisce «fondatore» senza compiacimenti e senza paura, e si carica sulle spalle tutti i possibili e più sgradevoli bagagli, conservando non soltanto la fede ma anche lo stile. Infine, molti parlano di lui come dell’uomo della piena fiducia. Non passiva, però, non unicamente aspettante. Fiducia che è legata alla tranquillità di coscienza: io ho fatto tutto il possibile, non ho perduto un istante né schivato uno sforzo, ora tocca a Qualcun altro intervenire.
Sta anche accumulando un'esperienza umana di eccezionale ricchezza, che lo aiuta a veder chiaro in situazioni a volte senza uscita, e a fare previsioni razionali che per alcuni prendono addirittura il colore della profezia. Don Giacomo Alberione, il fondatore della Società San Paolo per l'apostolato attraverso i mezzi di comunicazione, è andato più d'una volta a chiedergli consiglio e così lo ha ricordato: «Era ammirabile il suo intuito e la sua sicurezza di giudizio: quando andavo da lui non mi lasciava finire di parlare, gli bastavano poche parole, rispondeva con semplicità, brevità e sicurezza tali che infondeva coraggio ad operare e pace di spirito. Avevo sempre l'impressione che in lui fosse qualcosa di più che l'ordinario lume; tanto più che nella pratica sempre vidi essere stato buono il suo consiglio (... ) Lo sentii dare un consiglio sulla vocazione di due giovani chierici: egli aveva avuto brevissima occasione di sentirli; già comprese tutto e disse il suo parere. Non fu seguito, perché altri avevano giudicato diversamente. Fu ammirabile (la) serenità nelle speciali circostanze, con cui si adattò allora che fosse seguito il parere contrario dato da persona inesperta, giovane, gonfia di se stessa. Ma il suo parere risultò giustissimo: le cose accaddero alla lettera come egli aveva detto(...) Si dovette, tardi, e dopo danno morale, riprendere la via già indicata dal can. Allamano (... ) Mi domando ancora se egli non avesse allora avuta qualche illustrazione speciale».
Illustrazioni, ossia illuminazioni. Questa non è certo materia su cui si possano esercitare i cronisti, anche perché Colui che illumina suole procedere per vie impreviste e bizzarre. È invece un dato la prontezza di Giuseppe Allamano a quelle che oggi chiamiamo immersioni totali, riguardanti persone o problemi o situazioni. Mentre deve constatare i danni della fiacchezza italiana in materia di missioni, eccolo comprendere subito l'importanza dei neri d'Africa non solo come ricevitori, ma anche come diffusori della fede. Giuseppe Allamano, dopo decenni di vita tra soli preti piemontesi, chierici piemontesi, fedeli piemontesi, peccati e omissioni piemontesi, perviene a una comprensione dei problemi di missione in Africa con la sicurezza di chi vi si è preparato con anni di ricerca specifica. Proprio perché nel problema ha voluto immergersi e farlo suo. Così impara presto quello che l'Occidente colonizzatore ancora non sa, o rifiuta di sapere: impara che l'avvenire della missione ai neri risiede nei neri stessi. E ai missionari della Consolata assegna immediatamente questa priorità ricca di avvenire: preparare al più presto possibile catechisti neri.
«Dev'essere impegno di tutti cooperare alla loro formazione, preparandoli con cura e studio speciale nella stazione prima d'inviarli al collegio (la scuola centrale per catechisti). E, riavutili (dopo gli studi in collegio), amarli facendo far loro come vita di famiglia; istruirli con un po' di conferenza giornaliera; entusiasmarli del loro ufficio; abituarli, col resoconto serale, a che si tengano al corrente di quanto succede nel paese, sui malati, sui bambini esposti ecc.; utilizzarli e non trascurarli e non far loro perdere tempo con altri incarichi. Concentrate insomma su di essi le cure maggiori, perché vivano morigerati e pii e intenti al loro ufficio. È un fatto... che le missioni vanno bene e producono dove i catechisti van bene e lavorano».
Kenya: arriva il vice
L' Allamano parla e scrive come se fosse lì in Africa a vedere, e invece non ci andrà mai. Padre di missionari senza aver visto una sola missione. Padre spirituale anche di chissà quanti nuovi cristiani d'Africa: ma sempre da Torino. Un viaggio suo in quei luoghi è del tutto sconsigliabile, a sessant'anni e più, e con la salute che si ritrova. Dal Kenya, il vicario apostolico monsignor Perlo sconsiglia vigorosamente un'avventura siffatta.
Per questo la visita in Africa è stata compiuta da Giacomo Camisassa, in piena veste ufficiale di vicesuperiore, di rappresentante personale dell'Allamano, e con il beneplacito della Congregazione di Propaganda Fide. E con la sua passione di vedere da vicino persone e cose: il vicario apostolico che è anche suo nipote, i missionari sacerdoti e laici, le Suore Vincenzine e poi i laboratori, le macchine nella foresta, la turbina Pelton in azione...
È partito 1'8 febbraio 1911 dopo aver fatto testamento (erede universale l'Allamano) con un altro dei nipoti Perlo, il padre Gabriele, e con Aquilino, figlio del falegname Caneparo di tante battaglie per porte e finestre. A Porta Nuova lo ha salutato il signor rettore, e per Camisassa quel commiato è risultato «uno schianto»: un distacco così lungo, dopo essere stati a contatto di gomito tutti i giorni per trentun anni, da quando il ventiseienne pretino di Caramagna doveva andare vicecurato a Pecetta.
Ora, per lungo tempo, si sostituivano al colloquio le lettere, con scambi di notizie e confronto di opinioni come quando si parlavano ogni giorno. E con momenti preoccupati, come dopo la notizia di febbri dell'Allamano durante un viaggio a Roma a fine 1911, che provocò questa replica del Camisassa: «Per carità si usi tutte le cure ed attenzioni, massime in questi mesi d'inverno, per lei sempre fatali per quell'andata e permanenza a San Giovanni (l'ufficio dei canonici) con tutte quelle correnti d'aria per istrada e in coro... ». Il viaggio sarebbe dovuto durare fino al novembre dello stesso 1911, e si è prolungato invece fino all’aprile 1912, per le tante cose da vedere ed esaminare, e per alcune novità sopraggiunte. Passando da un insediamento missionario all'altro con monsignor Perla, vedeva il segno della sua mano energica e della sua intraprendenza nelle realizzazioni, nelle accoglienze stesse della gente nera, di luogo in luogo. E riempiva i taccuini di osservazioni tecniche da far giungere al più presto a Torino: addestrare qualche fornaciaio e qualche tagliapietre, far analizzare campioni di terra del Kenya per l'eventuale uso edilizio...
Ecco finalmente sotto i suoi occhi la quasi mitica foresta, con le macchine al lavoro, quelle che erano state spedite da Torino in tanti pezzi. Ecco all'opera, con missionari e coadiutori, anche i neri avviati a un mestiere; e con esso all'indipendenza, all'autorealizzazione, secondo il metodo Allamano. Ecco le fattorie e le piantagioni di caffè, preziosissimo supporto alimentare per le missioni; ma anche garanti di un prospero avvenire, nella visione manageriale del vescovo Perlo.
Tutto ciò che passava per gli occhi del Camisassa è poi finito nelle quarantaquattro lunghe lettere a Torino. E così quello che ha ascoltato, cercando di far parlare chi ne aveva voglia e chi no, di controllare relazioni e lettere ricevute a Torino, confrontando opinioni e giudizi con la realtà. Non era tutto allegro certamente. E non solo perché monsignor Perla, inflessibile prima di tutto con se stesso, ha poi il temperamento che ha, con in più l'allergia assoluta per coadiutori, assistenti, consiglieri. Il fatto è che i primi missionari sono partiti da Torino molto in fretta, perché senza una partenza visibile l'istituto missionario sembrava non potesse meritare credito. La preparazione dei pionieri s'era dovuta in parte anche improvvisare; la «tenuta» di ciascuno nel nuovo ambiente, nei rapporti fra missionari, nel contatto con la gente del luogo, restava da verificare sul campo, essendo state impossibili le prove.
Insieme ai successi da toccarsi con mano (i catechisti tanto desiderati, eccoli, erano veramente lì, e i frutti del loro lavoro non si dovevano cercare lontano) Camisassa ha trovato anche i problemi, le incertezze, i piccoli malintesi personali, qualcuno da raddrizzare con bontà, qualcun altro da lasciar andar via. Il vicerettore ha dovuto anche sperimentare una tal quale diffidenza - o almeno renitenza - in alcuni, restii ad aprirsi con lui perché era lo zio del vicario apostolico. Insomma, per il bene e per il male quell'ispezione era davvero indispensabile dopo dieci anni di lavoro all'insegna del pionierismo generoso e delle inevitabili improvvisazioni: Giacomo Camisassa si è sforzato di radunare una sorta di «stati generali» aperti a compiacimenti, doglianze e critiche. Ci sono stati molti incontri con discussioni e reciproci aggiornamenti, si è notata anche una tensione tra monsignor Perlo e una parte dei suoi. Il vicerettore ha scoperto molte cose, altre invece gli sono sfuggite. Ma ha potuto preparare per Torino un bottino di esperienze decisamente ricco se non completo, per migliorare i sistemi di formazione in casa madre e modificarvi anche alcune abitudini.
Era poi arrivato anche con un altro compito: verificare sul posto le opportunità di espansione missionaria. E su questo punto ha potuto mandare notizie importanti a Torino. Si è appreso che l'autorità inglese vede con favore l'impianto di stazioni missionarie della Consolata nella regione del Meru, a nord est del Monte Kenya. Subito monsignor Perlo è andato a esplorare attentamente i posti, tornando con un rapporto interamente positivo: ambiente naturale molto promettente, popolazione tranquilla. E questo ha spinto il cinquantasettenne canonico Camisassa a partire a sua volta verso Meru. Un viaggio di complessivi quattrocentocinquanta chilometri un po' a piedi e un po' sul mulo, al termine del quale è partito un rapporto per il rettore: «Le popolazioni sono evidentemente affini agli Akikuiu, come ne è quasi identica la lingua: quei di Keja appaiono molto più semplici e bonari che gli Akikuiu, quei di Egogi più svegliati, robusti e ben piantati. [Keja, divenuta poi Imenti, ed Egogi, erano i luoghi in cui monsignor Perlo aveva già progettato l'impianto di sedi missionarie]. I nostri missionari ... furono accolti molto cordialmente assai più che non ai primi tempi nel Kikuiu».
Non basta. Col nipote vescovo egli ha fatto anche progetti di ben altro respiro. Uno di essi ipotizza missioni della Consolata nell'alto Congo (ora Zaire, allora sotto sovranità belga); e l'altro concerne il sogno iniziale e perenne di Giuseppe Allamano: andare tra i galla, riprendere in mezzo a loro l'opera di Guglielmo Massaia. Andarci, dicono zio e nipote, ma non con una graduale e lenta avanzata dal Kenya, bensì per la via vaticana. Ossia, farsi assegnare da Propaganda Fide una parte del vicariato apostolico del Galla in Etiopia, costituendolo in prefettura apostolica: e questa è la regione del Kaffa meridionale, terra dei galla.
L' Allamano, da parte sua, non aveva mai smesso di lavorare in quella direzione. Mentre il Camisassa si trovava in Africa, gli era accaduto di dover andare a Roma per la causa di beatificazione di don Cafasso; ne aveva approfittato per vedere più di una volta il cardinale Gotti, prefetto di Propaganda Fide, trovandolo «sempre amorevole ed entusiasmato di noi». Dopo quegli incontri aveva perciò scritto al Camisassa di fermarsi a Roma nel viaggio di ritorno, di correre a Propaganda Fide e subito proporre la questione della nuova prefettura africana.
Sbarcato a Napoli il 19 aprile 1912, Giacomo Camisassa l'indomani è già davanti a Gerolamo Antonio Gotti, con una carta geografica stesa sulla scrivania. È chiaro che nell'estesissimo vicariato del Galla i cappuccini francesi col vescovo monsignor Jarosseau non possono essere dappertutto. Da questa constatazione prende il via l'iter che durerà alcuni mesi, e che carica di lavoro Allamano e Camisassa. Si tratta di redigere memoriali, fare accurati progetti, darsi anche al lavoro di cartografia per indicare con molta precisione i confini del territorio. Intanto, Propaganda Fide intraprende il sempre amaro discorso con monsignor Jarosseau, per levargli una parte del suo territorio. (Anche perché questo grande missionario, che da più di trent'anni è in Etiopia, non rinuncia affatto all'evangelizzazione dei galla, malgrado la scarsità di personale; piuttosto, attende condizioni di maggior tranquillità. Più tardi si vedrà infatti più di un clamoroso esempio del suo vigore apostolico. Sarà lui, André Jarosseau, a inaugurare la cattedrale cattolica di Addis Abeba, e a promuovere la formazione di sacerdoti etiopi nel seminario della capitale. Abbandonerà infine il suo posto, ma non certo per stanchezza. Sarà l'occupazione italiana dell'Etiopia a determinare la sua partenza).
Infine, proprio mentre Pio X sta pensando alla supplica dell'Allamano per la «giornata missionaria» - gennaio 1913 - esce il decreto che ufficialmente costituisce la prefettura apostolica del Kaffa meridionale, affidandola ai missionari della Consolata. Nel maggio successivo si nominerà il prefetto apostolico, e sarà il padre (Gaudenzio Barlassina, entrato nell'istituto dell'Allamano dieci anni prima. Quest’uomo che ora dovrà esordire in prima linea è uno dei capolavori del rettore, come maestro di preti e di missionari. E sarà poi uno dei suoi successori nella responsabilità di superiore generale.
Il posto che ora gli viene assegnato si trova in uno dei pochissimi stati indipendenti d'Africa. Indipendente, ma scosso da ricorrenti convulsioni, per la difficoltà di instaurare, e poi di rendere durevole, un potere centrale capace di imporsi ai ras dei vari territori. Nell'Ottocento il paese ha conosciuto un primo relativo risveglio per opera di forti personalità, giunte alla dignità imperiale dopo aver soggiogato i grandi feudatari. 11 primo è stato ras Cassa, padrone dello Scioa nel 1856 e coronato imperatore ad Axum, ma disastrosamente maldestro in politica estera; certe sue prepotenze contro funzionari britannici provocarono una spedizione punitiva che lo accerchiò nella fortezza di Magdala, dove egli si suicidò nel 1868. Dopo qualche anno di anarchia si è affermato come negus neghesti (re dei re) il ras del Tigrai col nome di Giovanni IV, morto anche lui in guerra (1889) contro i mahdisti o dervisci (che alcuni anni dopo combatteranno anche contro gli italiani di Eritrea).
È poi salito all'impero il ras scioano Menelik, anche con l'aiuto del governo di Roma col quale egli ha successivamente firmato il famoso trattato di Uccialli (1889). In esso c'era un articolo, il 17, con discrepanze tra il testo italiano e quello amarico, per cui il governo Crispi credette che Menelik accettasse il protettorato dell'Italia, mentre lui non ne aveva la minima intenzione. Stava qui la radice del conflitto che nel marzo 1896 avrebbe portato alla tragica sconfitta italiana di Adua. Menelik ha fondato la capitale Addis Abeba, collegandola con una ferrovia di oltre settecento chilometri al possedimento costiero francese di Gibuti. Ha cercato infine di garantire sul trono una successione tranquilla, designando erede il nipote ligg Yasu. La successione avviene nel 1913, ma tre anni dopo Yasu sarà scomunicato a causa delle sue simpatie per l'islam. Prenderà allora il titolo di imperatrice una figlia di Menelik, Zauditù, con la reggenza di ras Tafari Makonnen, che diventerà poi imperatore col nome di Hailé Selassié.
La storia cristiana dell'Etiopia è molto più lunga. Incomincia nel IV secolo con l'approdo su quelle coste del mercante siriaco Frumenzio, che col fratello Edesio stava tornando dall'India. Portati alla corte che allora risiedeva ad Axum, finirono con l'entrare a farne parte. Frumenzio, in particolare, divenne tesoriere del regno e, alla morte del sovrano, ne convertì la vedova al cristianesimo, dando vita a una comunità di credenti. Lasciata l'Etiopia, arrivò ad Alessandria d'Egitto, dove sant'Atanasio lo consacrò vescovo, convincendolo a tornare in Etiopia. Così egli divenne capo di quella Chiesa d'Abissinia che si sarebbe poi chiamata copta (egiziana) per aver seguito dopo il concilio di Calcedonia la Chiesa di Alessandria nel monofisismo.
Al momento della nomina, padre Barlassina si trova in Kenya, e di qui viene in Italia verso la fine del 1913. Stupisce trovarlo in Italia ancora l'anno dopo. È vero che ci sono molte cose da definire e preparare per la missione. C'entrano anche problemi politici italiani, tant'è che egli col Camisassa s'incontra nella capitale con Ferdinando Martini, ministro delle Colonie nel governo Salandra. Ma la ragione di questa lentezza va cercata proprio in Etiopia, nella confusa situazione del dopo Menelik, e anche nel gioco politico fra le potenze europee. Insomma, avere la prefettura del Kaffa è stato ancora abbastanza facile. Il gran problema, ora, è quello di riuscire a entrarci, e la soluzione si farà aspettare.