Alle ore 14.30 del 28 giugno 1914 il ministero italiano degli Esteri riceve dal nostro console di Sarajevo (Bosnia, dominio austroungarico) il telegramma numero 5730 che dice: «Mentre recavasi al Municipio, in seguito scoppio bomba, il Principe Ereditario di Austria-Ungheria e Principessa restavano uccisi». Cinque ore dopo lo stesso consolato rettificava:«... morte Principi dovuta a revolverate». Il 28 giugno era una domenica, vigilia della festività dei santi Pietro e Paolo. Perciò, come ogni anno, verso sera il papa Pio X è sceso a pregare sulla tomba di san Pietro nella basilica vaticana, e nell'avviarsi ha detto: «Andiamo a pregare anche per i morti». Ossia per quei due, dei quali in Vaticano si è saputo attraverso il nunzio a Vienna. I due primi morti della prima guerra mondiale: Francesco Ferdinando di Asburgo e sua moglie Sofia.
Incomincia il luglio folle del 1914. Tra dure intimazioni, risposte polemiche, proposte concilianti e mosse scriteriate, si mette in moto la macchina per la distruzione dell'Europa. Il 28 luglio l'Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia. E meno di un mese dopo sono già entrati nel conflitto anche Germania, Francia, Gran Bretagna, Russia, il Belgio invaso e il remoto Giappone.
Ecco dunque il «guerrone» che Pio X temeva. In un suo immediato appello Ad universos orbis catholicos ha scritto: «Mentre quasi tutta l'Europa è travolta nell'abisso di una funestissima guerra, ai cui pericoli, stragi e micidiali conseguenze nessuno può pensare senza sentirsi oppresso dal dolore e dallo spavento, anche noi non possiamo non esserne terribilmente afflitti e straziati nell'animo da un'indicibile tristezza ... ». Si ammala di bronchite, e l'organismo già indebolito da una precedente malattia (nefrite con complicazioni cardiache) non è più in grado di reagire. Nella notte sul 20 agosto hanno termine il pontificato e la vita di papa Pio X, mentre si comincia a combattere la guerra che ha tanto temuto. Ai primi di settembre gli succede il genovese Giacomo Della Chiesa, arcivescovo di Bologna, col nome di Benedetto XV.
L'Italia si è dichiarata neutrale, ma deve prepararsi ad ogni eventualità e quindi comincerà a chiamare gente alle armi. Si affronta anche il problema relativo al capo dell'esercito, un posto fattosi improvvisamente vacante per la morte all'hotel Turin di Torino del generale Alberto Pollio. Lo sostituisce il generale Luigi Cadorna, mentre incomincia lo scontro fra interventisti e neutralisti. Nell'ottobre 1914 c'è anche un discorso di Cesare Battisti ai torinesi, nel ristorante du Parc.
Le Missioni della Consolata, invece, stanno già provando la guerra. Le ostilità fra Gran Bretagna e Germania si estendono alle rispettive colonie africane. Il Tanganika, confinante col Kenya, è colonia tedesca e ha un capo militare di eccezionali capacità, il colonnello Paul von Lettow-Vorbeck: circondato da nemici, con un'audacissima strategia di guerriglia egli resisterà durante quattro anni, capitolando solo nel 19 I 8 per ordine di Berlino. Quindi il vicariato di monsignor Perlo si trova investito dai problemi del conflitto, mentre si fanno più difficili le comunicazioni marittime con l'Italia e qualche spedizione di materiale andrà perduta per affondamento della nave.
Il 28 dicembre 1914 parte per l'Africa Gaudenzio Barlassina, neoprefetto apostolico del Kaffa, con due sacerdoti, due coadiutori e quattro suore, tra le quali Irene Stefani, che ha un suo specialissimo «appuntamento» con la guerra in Africa. In qualche momento si è temuta anche la possibile chiusura del canale di Suez, che avrebbe troncato i collegamenti fra i missionari e Torino.
Giuseppe Allamano, come tanti, sente che sta per arrivare anche il momento dell'Italia. La quale ha già ricevuto una mazzata tremenda nel gennaio 1915 col terremoto della Marsica: trentamila sono stati i morti, e molte migliaia gli orfani sbandati. (Di essi sta occupandosi il tortonese don Luigi Orione, come ha già fatto eroicamente durante il terremoto di Messina: e quella volta aveva chiesto al canonico Allamano un quadro della Consolata per una delle prime cappelle improvvisate dopo il disastro).
«Un grande terremoto! Faccende! Più di trentamila morti (... ) E poi c'è la guerra! È desolante! Bisogna pregare... ». Nelle conferenze del rettore c'è ora un'eco continua di questi avvenimenti. È stato già chiamato alle armi uno dei coadiutori, l'Italia sta procedendo alla cosiddetta «mobilitazione rossa» ideata da Cadorna per mettere il paese sul piede di guerra senza rumore, perché si sta negoziando l'intervento contro l'Austria. Mobilitazioni, eserciti, guerre, sono tutte cose dell'altro mondo per la mitezza nativa di Giuseppe Allamano, che poi ne misura subito gli effetti pratici nelle famiglie: «È una miseria e una tristezza», confida ai suoi. «Dappertutto madri e mogli che vengono alla Consolata a raccomandarsi al Signore, e non si sa dove andiamo a finire... Un uomo di Brandizzo mi diceva: "Avevo due figli e me li hanno presi, avevo tre bestie e me ne hanno prese due"».
In certi momenti ha espressioni scoraggiate, parla come molti di «castigo di Dio». Ma quello che intanto sta facendo è più che coraggioso; a qualcuno sembra addirittura pazzia. Difatti, venduti i fabbricati di corso Duca di Genova, nell'aprile del 1915 ha fatto cominciare i lavori per l'ingrandimento della casa madre, con lo scopo di accogliervi cento suore.
Il 24 maggio la guerra dell'Italia incomincia e l'Istituto Missioni si svuota per le chiamate alle armi. L'esonero per i membri di questi istituti viene meno con lo stato di guerra, se essi si trovano sul territorio nazionale. In pochi mesi vestono la divisa trentotto fra sacerdoti e coadiutori. Per chi rimane i meno giovani, le suore - si tratterà adesso di fare anche sacrifici nel mangiare, di affrontare l'inverno con poco riscaldamento o niente.
Così si andrà avanti fino al termine del conflitto, con i flagelli pubblici che come sempre si danno la mano: alla guerra si accompagna la fame, e più tardi arriverà anche la tremenda epidemia d'influenza detta «spagnola» a fare strage, restituendo attualità all'antica invocazione cumulativa: «A peste, fame et bello libera nos, Domine». Questi pochi rimasti, il rettore cerca di tenerli su, e intanto segue il più assiduamente possibile i chiamati alle armi; scrive a tutti regolarmente, di persona o con l'aiuto di padre Umberto Costa; farà anche giungere a tutti un notiziario mensile sulla vita dell'istituto, che si chiamerà poi Da casa madre.
Ha appena terminato il nuovo braccio, quello per le suore, nel febbraio 1917, e subito l'autorità militare lo requisisce per farne un deposito di medicinali. La stessa casa madre, poco dopo, sarà occupata in parte, come caserma. Unica pausa festosa fra questi problemi, la beatificazione di Giuseppe Benedetto Cottolengo, celebrata a Roma il 16 aprile. L'Istituto della Consolata solennizza l'avvenimento con un pellegrinaggio collettivo davanti alla sua tomba nella Piccola Casa. Ed ecco altri colpi, poco dopo. L' 11 giugno muore in combattimento sul Vodice il chierico Eugenio Baldi, e in agosto arrivano i noti «fatti di Torino».
Al freddissimo inverno 1916-1917 è succeduta una primavera drammatica: rincaro del costo della vita, disorganizzazione nei rifornimenti alimentari, e ogni tanto la scomparsa del pane in città. Intanto si è entrati nel terzo anno di guerra senza alcun segnale convincente di pace vicina: solite notizie, soliti bollettini, solite stragi sull'Isonzo per qualche chilometro di terreno. Nelle manifestazioni spontanee dei quartieri popolari la protesta per il carovita si fonde con l'ostilità alla guerra, ancor più quando arriva l'emozionante notizia della rivoluzione in Russia: quella di marzo, che ha provocato la fine dello zarismo. Anche a Pietrogrado tutto è cominciato con manifestazioni per il pane. In agosto, poi, arriva a Torino una delegazione dei rivoluzionari russi (menscevichi, però; i bolscevichi non sono ancora al potere); e questo rapido passaggio suscita dimostrazioni accese, con orientamenti ben più radicali dei loro.
Pochi giorni dopo (21 agosto) perdurando ancora quel clima, Torino si trova quasi tutta senza pane. E qui non ci sono più dimostrazioni, c'è la rivolta, che comincia col pacifico invio di una delegazione al municipio, e poi esplode in barricate, assalti e svuotamento di negozi, e infine in brutali attacchi contro alcune chiese: incendi, saccheggi, profanazioni e vandalismi, soprattutto alla chiesa di San Bernardino, ma anche a quelle della Madonna della Pace e della Madonna della Salute. Al parroco della Madonna della Pace, monsignor Michele Mossotto di settantun anni, hanno portato via tutto, comprese le pissidi dei tabernacoli. Il canonico Allamano gli manda subito un'offerta di denaro. Lui la prende, ringrazia, poi la riconsegna al portatore: «La dia al canonico Allamano come mia offerta per le missioni. A me penserà la Provvidenza».
In città è intervenuta la truppa e gli scontri durano fino alla sera del sabato 25 agosto. Dopodiché si contano i morti e si parla di una cinquantina, tra i quali tre militari; ma un bilancio rigorosamente esatto non si conosce. Alla Consolata sono stati soltanto rotti dei vetri, perché il santuario era presidiato. Il rettore indice preghiere speciali, parla degli avvenimenti nelle sue conferenze spirituali. E deve colpirlo molto questo attacco alle chiese, soprattutto perché proprio in quei giorni tutto il mondo parlava dell'iniziativa di Benedetto XV contro la guerra, con la famosissima Nota sulla
«inutile strage»; e quasi tutto il mondo ufficiale e governativo (con in testa quello italiano) parlava contro il papa e contro i suoi inviti alla pace senza compensi e prede. Da «destra», insomma, gli attacchi al pontefice, da «sinistra» il fuoco alle chiese...
Come entrare in Etiopia?
Ma per il canonico Allamano, per Giacomo Camisassa e l'intero istituto la guerra non è tutta qui. C'è l'Africa. C'è da sostenere l'azione di monsignor Perlo e dei suoi in Kenya; c'è da seguire la nascita effettiva della prefettura apostolica del Kaffa. E qui incomincia una sorta di intrigo inter-etiopico da una parte, italo-franco-inglese dall'altra, con l'aggiunta di Propaganda Fide: e il tutto provoca un incredibile traffico postale e telegrafico tra grandi capitali d'Europa, porti delle coste africane e villaggi dell'interno, con una serie di colpi di scena difficili da seguire.
Si è già visto che il nuovo prefetto apostolico, padre Gaudenzio Barlassina, dopo la nomina è rimasto ancora in Italia a lungo, fino al dicembre 1914. E la sua attesa per insediarsi davvero in carica sarà ancora molto lunga perché il punto è questo: Propaganda Fide ha tracciato su una carta geografica i contorni di un certo territorio, e lo ha chiamato ecclesiasticamente «Prefettura del Kaffa», affidando ai missionari della Consolata il compito di predicarvi la fede cattolica. Ma il territorio appartiene all'impero d'Etiopia, sicché per entrarvi e operare ci vuole il permesso dell'autorità etiopica. La quale però è molto teorica, al momento, tra la morte di Menelik e l'effimera successione, fino alla reggenza di ras Tafari Makonnen (futuro Hailé Selassié) che non è ancora obbedito da tutti i ras dei vari territori. Il governo di Parigi, attraverso i suoi rappresentanti, parteggia per i cappuccini di monsignor Jarosseau (che sono francesi) anche per influire attraverso di loro sui governanti indigeni: e difatti ras Tafari ha per consigliere molto ascoltato proprio monsignor Jarosseau, che sta di solito ad Harar. Da parte sua il governo italiano vedrebbe bene la presenza di missionari italiani in Etiopia per ragioni analoghe (ma anche perché alcuni suoi rappresentanti sul posto conoscono e stimano molto l'Istituto della Consolata). Tutti però devono tener conto che ras Tafari, avviato al pieno potere su tutta l'Etiopia, per il momento è condizionato dall'alto clero copto, scarsamente amico dei missionari bianchi. A sua volta l'autorità britannica è vivamente interessata a una penetrazione missionaria dal sud, cioè dal territorio che forma il vicariato apostolico di monsignor Perlo.
Da Torino si deve perciò seguire la complicatissima gimkana di proposte, iniziative, accordi, discordie, permessi e divieti su un fronte che poi va naturalmente a coinvolgere anche la Congregazione di Propaganda Fide. Una pratica multilaterale lunga come tutta la prima guerra mondiale. Anzi, di più ancora, oltre la fine delle ostilità e i trattati di pace. Semplificando, ecco i momenti fondamentali della vicenda. Poiché l'obiettivo originale è quello di raggiungere i galla del Kaffa da sud, cioè dal Kenya, si fa un tentativo prima ancora che padre Barlassina sia arrivato in Africa.
ll 21 novembre 1914 parte da Nyeri una spedizione con padre Angelo Dal Canton e i fratelli coadiutori Aquilino Caneparo e Anselmo Jeantet. Questi raggiungono dapprima Moyale, posto britannico di confine con l'Etiopia, restandovi fino a quasi tutto aprile del 1915 (e frattanto padre Barlassina è arrivato in Kenya). Entrano poi in territorio etiopico fermandosi a Burgi, e qui dal Kaffa li dividono ancora seicento chilometri. Non solo: ci vuole anche il permesso delle autorità etiopiche. Loro si spacciano per mercanti, e un lasciapassare finiscono con l'ottenerlo: ma è per la capitale Addis Abeba, non per il Kaffa. Perciò restano fermi a Burgi, e qui vengono arrestati come falsi mercanti (non hanno mercanzia). La carcerazione dura circa due mesi, e non è crudele, tanto che padre Dal Canton può far partire messaggi destinati al rettore Allamano. Però significa che l'operazione è fallita. Infatti, liberati in agosto, i «mercanti» devono tornarsene in Kenya.
Intanto però a questa operazione se n'è intrecciata un'altra. O forse è appena un abbozzo volenteroso. Insomma, monsignor Perlo da una parte e funzionari italiani dall'altra, pensano a entrare in Etiopia sotto le spoglie di una società commerciale debitamente costituita: una cosa legale, che perciò il governo italiano potrebbe lecitamente sostenere. Queste sono cose che non entusiasmano affatto Giuseppe Allamano: per lui, preti e coadiutori della Consolata devono andare per il mondo «a testa alta, da missionari». E d'altra parte ci sono precisi divieti generali da parte della Santa Sede a iniziative del genere, sicché Propaganda Fide porrà il suo veto alla società commerciale. Ma intanto è già accaduto il fatto più inatteso, più illegale e più evangelico: padre Barlassina è entrato in Etiopia da solo, e si trova ad Addis Abeba.
Come ha fatto? Innanzitutto è passato per altre vie: invece di penetrare in Etiopia dal sud, ha lasciato il Kenya per Mogadiscio, ha raggiunto Aden e di qui Gibuti, dove è salito sul treno. Percorso un tratto in ferrovia, ha proseguito con altri mezzi. Sta di fatto che la sera di Natale dell'anno 1916 è entrato clandestinamente in Addis Abeba su un mulo, e si è stabilito in un albergo. In perfetta illegalità. Il suo mandato di prefetto apostolico non ha alcun valore agli occhi etiopici. Più solo di così non potrebbe essere.
Proprio in quest'epoca si è consumato il dramma - e, umanamente, il fallimento - di un altro uomo solo in Africa. Charles de Foucauld in Algeria ha fondato (o ha sognato di fondare?) una congregazione religiosa nuova, quella dei Piccoli Fratelli di Gesù: e ne faceva parte lui solo quando è stato ucciso vicino a Tamanrasset nel 1916. Eppure la congregazione non è morta. Lui sepolto, il secondo dei Piccoli Fratelli è poi arrivato, e dopo di lui gli altri.
Gaudenzio Barlassina non sa queste cose, perché Charles de Foucauld è morto oscuramente. Tuttavia è stato preparato a molte sorprese dalla sua esperienza d'Africa. Clandestino com'è, gira in borghese, non predica, non celebra in pubblico atti di culto, e intanto cerca amicizie, appoggi per dare innanzitutto un connotato legale alla sua presenza in terra etiopica. Questo è il primo punto. L'altro sarà il riconoscimento della sua prefettura. Ma col tempo. La missione è anche aspettare, annoiarsi, vedere i giorni e gli anni che scorrono e non concludere nulla. A Torino l'Allamano lo ha addestrato anche a questo con la sua pedagogia risolutamente avversa alle sovrastrutture idealizzanti. (Al padre Sales, efficace suscitatore di vocazioni missionarie, il rettore raccomanda la sobrietà nei discorsi di animazione: «Siccome so che in cotesto seminario alcuni desiderano schiarimenti sul nostro Istituto, con prudenza ed approvazione dei superiori puoi parlarne. Sta' però attento a non entusiasmarli poeticamente. Di' loro la vera natura dell'Istituto, la disciplina e lo spirito che lo regge»).
Agganciando tramite italiani alcune autorità, riesce ad avere un permesso di soggiorno nelle località di Leka e di Ciallà, che sono incluse nella prefettura. È un passo importante, perché gli consente di arrivare sul posto senza pagare speciali pedaggi politici o commerciali. Certo, non può predicare. Rimane un «borghese». Però è già lì, e non ha bisogno di coperture, di muovere legazioni sul posto e ministeri in qualche capitale. Riceve anche lettere da Torino e da monsignor Perlo, «le quali trattano lo stesso argomento senza la stessa conclusione». Giuseppe Allamano e Filippo Perlo vedono diversamente le cose. E lui sul posto deve adattarsi alla situazione, inventando via via soluzioni sue proprie, e abbandonando se del caso anche gli abiti di sacerdote, poiché l'importante è non seminare allarmi e non farsi cacciare. Così ai suoi tempi faceva anche nostro Signore, il quale «oltre che non aveva distintivi di vesti che allarmassero, si cacciava in barca con altri pretesti e poi si manifestava a tempo opportuno; dal fariseo in casa del quale s'incontrò con la Maddalena non era mica stato invitato per una predica». Così egli scrive a monsignor Perlo, sempre in collegamento col governo italiano per quella società commerciale. La quale alla fine non si farà, essendo cambiate le condizioni politiche. E funziona invece il metodo Barlassina dei piccoli passi: nel 1919 ci sono con lui nella prefettura del Kaffa sei missionari. L'opera di Guglielmo Massaia tra i galla può ricominciare.
La guerra in Africa
Il dottor Antonio Cavicchioni, console d'Italia a Nairobi, nell'aprile 1916 scrive a Ferdinando Martini, ministro delle Colonie, rivelando le spaventose dimensioni della strage fra i carriers, i portatori neri. Dovendo combattere contro i tedeschi del confinante Tanganika, gli inglesi hanno arruolato una parte dei neri in reparti militari, e gli altri fra i portatori. Questi ultimi sono circa sessantamila, importantissimi. Si tratta infatti di assicurare i rifornimenti e il munizionamento dai porti fino alle prime linee, che a un certo punto si estenderanno in Tanganika. Trasporti a spalla d'uomo, in un territorio con scarse strade. Fatiche dure e continue alle quali gli organismi non sono assuefatti, e in territori malsani, ben diversi dal verdeggiante Kikuyu. Risultato: deperimento organico, malaria, dissenteria, forme varie di esaurimento e di pazzia. Scrive il dottor Cavicchioni: «Da una statistica approssimativa sembra che il 25 per cento soltanto di quelli che furono così requisiti ritornerà sano al proprio villaggio. Il resto, o morti o invalidi».
Il comando inglese si è trovato perciò costretto a impiantare una serie di ospedali per questa povera gente. Ne sono sorti a Mombasa, a Nairobi e a Voi, e dopo anche a Kisumu, Kisii, Taveta ...
I medici sono pochi, ma peggio è per gli infermieri: pochi e incapaci, pochi e poltroni. Allora dal Kikuyu monsignor Perlo fa discendere verso quegli ospedali la maggior parte delle sue forze in missionari e suore, che si dividono tra tutti quegli ospedali. Ci sono due gruppi di suore: quelle del Cottolengo, le Vincenzine non ancora rimpatriate; e quelle della Consolata. Le prime, naturalmente, aiutate in questa circostanza dalla loro preparazione specifica, sicché intervengono con pronta efficienza. Ma parlare di ospedali è del tutto improprio. Per quanto siano capaci e pronti i medici inglesi, troppa è l'affluenza, troppe le malattie. In qualche luogo l'ospedale non è un luogo in cui dei malati ricevono cure e guariscono: è una sorta di convegno tra decine e decine di Giobbe, «seduti in mezzo alla cenere, con una piaga maligna dalla pianta dei piedi alla cima del capo», e a volte anche senza la forza di grattarsi con un coccio. Ecco per esempio com'era un «padiglione» dell'ospedale di Voi: «Circa ottanta uomini seminudi, scheletriti, scomposti, gli occhi allucinati e tristi nel volto irriconoscibile, giacevano alla rinfusa sulle brande, sulle stuoie, mentre altri si pigiavano tutti insieme in un gran letto comune di erbe secche in un angolo dello stanzone. Ed era tutto un gemere, un farneticare, un inveire sconcertante nella confusione di lingue incomprensibili, in un'atmosfera di incubo, in un tanfo insopportabile».
Questa è la visione che si offre agli occhi di una suora della Consolata di origine bresciana, venticinquenne, in Africa dal 1915, suor Irene Stefani: «Appena varcò la soglia, la scena che le si presentò agli occhi fu così inaspettata che dovette retrocedere, vomitando di nausea e di orrore». Rievoca questa scena Gian Paola Mina nella sua biografia, Gli scarponi della gloria (Ldc, Torino), descrivendo poi la battaglia di suor Irene contro se stessa, contr:o tutta quella ripugnanza, per abituarsi: «Con uno sforzo supremo di volontà, a denti stretti, rientrò nel padiglione e si avvicinò a un giovane che aveva la bava alla bocca e gli occhi pieni di pus. Lo ripulì, lo aiutò a sollevarsi sul lettuccio: bruciava di febbre. Uno dei cosiddetti infermieri aveva deposto dell'acqua lì vicino e se n'era andato. "Hai sete?", gli domandò avvicinandogli la ciotola alle labbra riarse. Egli non rispose ma bevve avidamente alcuni sorsi. Suor Irene gli disse ancora qualcosa, poi tentò di avvicinarsi a un altro malato: di nuovo fu assalita dalla nausea e dovette correre fuori al sole, all'aria ... ».
In East Africa la prima guerra mondiale finisce cinque giorni più tardi che in Europa, perché l'indomabile Lettow-Vorbeck, passato dal Tanganika al Mozambico (portoghese) e poi nei possessi inglesi del Nyassa e della Rhodesia, ha deposto le armi solo per un ordine perentorio giunto dalla Germania. A Nairobi, poi, si celebra la vittoria alleata con rulli di tamburi e musica di bande, sfilate, bandiere al vento, consegna di medaglie. Insieme a ufficiali e soldati ricevono le decorazioni anche i missionari, e con essi le suore, che tutto si aspettavano dall'andata in missione, tranne che diventare «cavaliere dell'impero britannico» per mano di un governatore anglicano in giubba rossa.
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La giovane suor Irene, con altre consorelle, riceve due medaglie commemorative. Ora ha imparato a non crollare più di fronte a nulla. La guerra lascia probabilmente in lei il ricordo di tanti occhi febbrili, sbarrati, roteanti, di uomini affondati nell'ultima disperazione. E poi di quegli stessi occhi ricondotti alla serenità dal sorriso, dalle cure e dal coraggio dei suoi venticinque anni. Occhi di tanti uomini dei quali non conosceva le lingue, e con i quali pure ha saputo dirsi le cose essenziali tra un cucchiaio e l'altro di minestra, tra un sorso d'acqua e una medicazione. Migliaia di esseri disfatti, a partire da un certo giorno e da un certo gesto di suor Irene, sono risaliti alla dignità di uomini e alla speranza; alcuni per tanti anni ancora di vita, altri per qualche giorno o per qualche ora. Grazie a lei che sa amare il Creatore in ciascuna creatura. Faceva anche catechesi, con discorsi misurati ed essenziali nella lingua locale imparata a gran fatica, e convalidati dalla sua condotta di ogni giorno e momento, in una «lingua» ben nota a tutti. Molti hanno accolto con gioia la sua proposta del battesimo, e con esso un nuovo nome che sovente era Giovanni, il nome del padre di Irene. Ha cresciuto una cristianità africana nelle retrovie della guerra tra dissenteria e malaria, e accennando a questi neofiti nelle lettere, lei parla delle loro «Anime», con la maiuscola, come inchinandosi ogni volta di fronte alla creatura immortale che ciascuno di loro è. Al suo modo semplificato, è buona teologa, questa figlia di un locandiere bresciano.
E ha imparato teologia nella torinese via «della Circonvallazione», dalle conferenze e dai colloqui col signor rettore, dalla sua vocina che non s'impone mai eppure lascia segni così profondi. Come abbia fatto Giuseppe Allamano a costruire questa suora insieme a tante altre, si può intravedere dalle lettere che lei gli scrive, come devono fare tutti i missionari. Eccone una, del febbraio 1918, indirizzata come ogni altra al «veneratissimo ed amatissimo Padre». Innanzitutto, lei lo ringrazia «per tutto ciò che Ella fece e fa ancora per me». Poi passa a descrivere il primo periodo di missione a Nyeri: «Fui occupata ad aiutare nella potatura del caffè; mi piaceva tanto. Mia compagna di lavoro era la buona ed esperta suor Costanza ... Rimasi a Nyeri circa 17 mesi: quindi l'obbedienza mi mandò a prestare assistenza negli ospedali africani di guerra ... ». Passa a parlare della differente accoglienza dei malati alla sua proposta religiosa: «... altri purtroppo non ne vogliono sapere e di questi ultimi ne capitarono diversi anche a me. Oh sì che in quei momenti mi dicevo essere giunte le ore nere che Lei, Ven.mo Padre, ci prediceva costì! Rammentavo i di Lei insegnamenti, seguivo gli esempi della buona suor Cristina, unendo infine qualche sacrifizietto». È così che lei chiama la lotta per non crollare di fronte a tante situazioni ripugnanti, e il coraggio di tornare «dentro» dopo le crisi di vomito.
Nelle difficoltà, prosegue la lettera, lei e suor Cristina si attenevano al consiglio di un missionario, padre Panelatti: «Ricordiamoci sempre che il nostro Ven.mo Padre Fondatore a Torino è un vero missionario per tutto il mondo e non solo per l'Africa. Uniamo dunque le nostre intenzioni e le nostre opere all'intensa ed efficace sua opera, e vi troveremo un potente aiuto». I buoni risultati venivano, prosegue la lettera: «Allora in seguito a queste vittorie così grandi, dopo il Deo gratias al Cielo, il nostro grazie spontaneo, vivissimo e sentito andava sempre a Lei, Padre Veneratissimo!. che nel suo amore paterno ci assiste anche se così lontane, di continuo».
La pedagogia missionaria di Giuseppe Allamano è qui, vista non nel suo dipanarsi metodico, giorno per giorno, ma in uno dei suoi risultati. Uno dei moltissimi, con lui vicino e lui lontano, con lui vivo e lui morto. «Vi voglio virili e sciolte!», diceva la sua vocina alle suore. Così è stato per Irene e per tutte le missionarie della Consolata che ora fanno di lei una loro bandiera. Irene è morta alla vigilia di Ognissanti del 1930, dopo sedici anni di missione, a Ghekondi. Nelle ultime ore, raccontano i testimoni interrogati da Gian Paola Mina, vaneggiava. Ma era un «vaneggiamento da missionaria». Difatti, parlava in kikuyu come se fosse tra la sua gente nera, ripetendo: «Dio è buono e tutti devono credere nel suo inviato, il Signore Gesù Cristo. La redenzione sta in questo nome e nell'essere battezzati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo... ». Ora la serva di Dio suor Irene Stefani, per la quale è in corso il processo canonico in vista della beatificazione, testimonia per Giuseppe Allamano, educatore di parroci senza mai essere stato parroco, formatore di uomini e di donne per la missione moderna senza mai aver lasciato l'Italia.
«Penso a queste cose andando e ritornando dal Duomo», diceva ai suoi, in casa madre. Andava in duomo a celebrare l'ufficio, come sappiamo, per il suo dovere di canonico. E così, camminando, «queste cose» l'occupavano. Se le appuntava appena rincasato, ed erano poi la materia delle sue conferenze, talvolta piuttosto lunghe e infiorate di apparenti divagazioni su episodi e ricordi lontani. Ma quel discorrere come in famiglia faceva entrare in circolo quei limpidi concetti, quegli avvertimenti di realismo lungimirante che nessuno avrebbe più dimenticato e che perciò tornavano subito in mente nelle occasioni più adatte, come per suor Irene. La vocina del rettore sapeva anche essere dura contro tanti luoghi comuni sui missionari; come il dire che ad essi bastava «una mezza cultura e doti di second'ordine; il che equivale ad abbassare la più santa e la più eccelsa delle vocazioni al livello di una qualsiasi carriera, aperta a rifugio e scampo di tutti i deficienti. No! L'apostolato, ai nostri tempi più che mai, richiede gente di prima classe in virtù e dottrina».
Ecco perché negli ospedali d'Africa padre Panelatti poteva dire che quel mite e riservato prete di Torino era missionario «per tutto il mondo». Giuseppe Allamano è l'uomo della missione moderna con la straordinaria capacità di vedere, e in qualche modo di vivere, le situazioni e i problemi senza muoversi dalla sua terra: andando dalla Consolata al duomo, dalla Consolata alla casa madre, dal confessionale agli esercizi spirituali. E chi arriva da lui sprovveduto, oppure illuso, si vede aprire gli occhi con sobria e onesta energia: «Per quanti si cullano in effimere velleità, per le mezze volontà che oggi son fuoco e domani più niente, per gli apatici che non danno forse dispiaceri ai superiori ma nemmeno consolazioni, per i piagnucoloni che han sempre un maluccio e non si dan pace, per i pusillanimi e i fiacchi, per gli eterni malcontenti e per gli incorreggibili sussurroni, per tutti costoro nessuna possibilità di seria formazione in casa madre, nessuna speranza di proficuo lavoro in missione. Per essi, dunque, il portone d'uscita se ancora novizi; se già professi, relegarli in un canto come materiale d'ingombro».
Qualche volta può anche apparire soggetto a fissazioni implacabili, con tutta la sua dolcezza e con quel «sorriso bello» di cui parla uno dei suoi allievi, don Alessandro Cantono del Convitto. Con le lingue straniere, ad esempio, non dà tregua a nessuno, specie per l'inglese. Vuole quella che oggi chiamiamo immersione totale, non giudicando sufficienti le ore di lezione e di esercizio pratico; e perciò ordina ore quotidiane di conversazione anche nei giorni di vacanza. E si devono fare in inglese anche le chiacchierate «ricreative» del dopocena. La domenica, infine, i chierici a turno devono spiegare in inglese l'epistola del giorno. Con lui sempre lì, che non capisce ma non si muove.