«Chi vuole la barba alzi la mano!». Tutte alzate meno una, e allora Giuseppe Allamano, nell'Istituto Missionario della Consolata, proclama la libertà di barba: «Via i rasoi!». Lui non la porta, non la porterà mai: nulla farà che anche in minime esteriorità sembri alterare la sua qualità e il suo aspetto di sacerdote della diocesi torinese. Ma a questi ragazzi bisogna pur dare qualche soddisfazione: tra essi c'è chi viene dalla guerra, e tutti si preparano alla missione, dove la barba è pressoché di rigore. Che questi qui, in casa madre, si sentano un po' vicini almeno così a chi sta già sulle prime linee africane. Almeno in questo: per il rimanente, infatti, Giuseppe Allamano non attenua, non addolcisce in nulla la serietà della preparazione.
Se il 1° giugno del 1919 accetta il pronunciamento sulle barbe, nel luglio successivo parla ben chiaro a tutti: «C'è una smania nei Sacerdoti e nei Chierici di ritorno dalla milizia di precipitare negli studi, per le ordinazioni e pel Ministero. Io li compatisco: fu per loro un tempo come perduto, perché poco o nulla poterono studiare. Fu una disgrazia come una malattia... Ciò però non dà ragione di saltare quanto è necessario per gli studi e più per la pietà e la virtù... (... ) Via la smania di correre. La Chiesa non è nel bisogno di tanti soggetti ... ; senza di loro continuerà la sua Missione; ha più bisogno di ministri dotti e ben formati nello spirito (... ) Nessuno è necessario alla Chiesa; ma sono utili ministri ben formati e dotti».
In quel primo giorno del giugno 1919 si è fatta una piccola festa alla casa madre: preghiere e canti davanti a un'immagine della Consolata, e poi un falò di tutte le lettere che sacerdoti, chierici e coadiutori soldati avevano scritto al rettore durante la guerra. Tutte bruciate, quasi per abrogare tante memorie di disgrazia e le pene di tutti. (I sagrìn, come dice in piemontese il rettore).
Disgrazie e pene anche per chi era a casa. L'epidemia di «spagnola» ha fatto vittime come una guerra, in tutta Europa e anche negli Stati Uniti. In certi periodi del 1918 a Torino i morti di «spagnola» salirono a cento al giorno. Malattia nuova, prevenzione quasi impossibile, a parte il solito e inascoltato suggerimento di coprire bocca e naso con una maschera di garza. Nell'ottobre 1918 le scuole elementari e medie non si sono riaperte, e l'autorità ha fatto chiudere per un po' anche i locali pubblici. Tutto questo fino all'inizio del 1919, che ha visto decrescere la virulenza del contagio. Molto colpite le comunità religiose di Torino. All'Istituto della Consolata muore un chierico. La «spagnola» poi uccide a Nyeri il fratello coadiutore Giacomo Gaidano.
Di altra malattia è invece morto nel gennaio 1918, a soli trentadue anni, padre Umberto Costa: era il primo tra i giovani aiutanti del rettore, e tra l'altro teneva insieme a lui la corrispondenza con i confratelli alle armi. Giuseppe Allarmano pensava di affidargli la direzione della casa madre; ora si richiama per questo dall'Africa padre Tommaso Gays. E un problema sarà risolto, nascendone altri.
C'è stato anche un caso molto triste di abbandono, e si tratta di un prete. L'Allamano gli aveva fatto avere l'esonero dal servizio militare; congedato, questi dapprima ha voluto lasciare l'istituto, non sentendosi più di andare missionario. Infine ha lasciato anche il sacerdozio.
(Problemi anche al Convitto Ecclesiastico. Qui nel 1916 le chiamate alle armi avevano fatto pressoché il vuoto. E in questa situazione il direttore spirituale don Luigi Boccardo ha deciso di dimettersi dopo trent'anni di attività. Essendo morto a Pancalieri suo fratello don Giovanni Maria, è andato a succedergli nella direzione delle Figlie di San Gaetano.
Nel 1919, riattivandosi il Convitto, la direzione spirituale viene affidata al teologo Gabriele Lorenzatti).
Ora si riparte con anni scolastici regolari, una volta liberate le camere e aule di casa madre. Dalla relazione di Giuseppe Allamano al cardinale Guglielmo van Rossum, nuovo prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, risultano presenti nella sede di Torino 8 sacerdoti, 5 fratelli laici, 54 chierici di liceo e di teologia, più 22 studenti del Piccolo Seminario. In missione nel Kenya, con monsignor Perlo, ci sono 31 sacerdoti, 13 fratelli laici e 19 missionarie della Consolata, più 36 suore Vincenzine del Cottolengo. Con padre Barlassina nella prefettura apostolica del Kaffa ci sono 4 sacerdoti e 2 fratelli laici.
All'inizio del 1919 il presidente americano Wilson è stato festeggiato con eccezionale calore anche a Torino, come del resto in tutta Europa. Si dà a lui il merito principale della pace, e sono trionfi dovunque si presenti. Anche nella breve sosta torinese, dunque, conclusa con un pranzo alla Filarmonica. In questo momento il nome di Wilson mette d'accordo quasi tutti. Ma altri motivi d'intesa non si trovano in questo dopoguerra febbrile non solo per la «spagnola». Siamo alle convulsioni dell'economia con le fabbriche che chiudono, il lavoro che cessa, l'inflazione che cresce, e con le masse smobilitate con tutta la loro delusione, l'amarezza del sentirsi nessuno, la voglia di farla pagare a tanti, in tanti modi... Poi, l'esempio russo: Lenin con i suoi bolscevichi al potere, la nascita di uno stato «degli operai e dei contadini», preannuncio di rivoluzione per tutto l'Occidente.
Sono giorni e mesi di dramma e di tragedia, spesso con morti e feriti nelle strade di Torino, con altri incendi e devastazioni di segno diverso da quelli del 1917. È interessante vedere come tutto questo viene conosciuto e sentito nel piccolo mondo dell'istituto missionario. Anche se gli incendi sono stavolta accesi da squadre fasciste, le fiamme ricordano a preti, suore e chierici quelle della chiesa di San Bernardino. Solo che qui il movimento sembra pure assai più vasto, destinato a durare e, chissà, ad aggravarsi ancora. Una suora interroga dunque il rettore: «E se venisse la persecuzione, padre?». È così che si pensa, e nemmeno l’Allamano vede le cose in modo tanto diverso, sicché la sua risposta delinea scenari foschi: «Se venisse la persecuzione? Eh! se venisse, noi, al Santuario, staremo attenti a portar via il SS. Sacramento e poi il quadro della Madonna. Ci metteremo davanti all'altare e se voglion prendere il Santissimo, prima devono trapassare, uccidere noi; così saremo vittime del SS. Sacramento. E voi, qui farete lo stesso. (... ) Ah! sì, sì, sono proprio brutti i tempi, purtroppo; però non ci impediscono di farci santi».
È all'ultima frase che bisogna fare attenzione: per Giuseppe Allamano i tempi brutti non sono mai un alibi né un ostacolo. Li deplora con amarezza, ma sa pure aggirarli. Con lui accade qualcosa che fa pensare un po' agli esordi pontificali di Gregorio Magno in Roma circondata dai longobardi di Agilulfo, con l'Italia afflitta dalla carestia e dalla peste inguinaria: le sue prediche di quei momenti erano tutto un presagio di catastrofe e un invito ad attendere in penitenza l'ultimo giorno. Ma al tempo stesso i suoi atti erano un'appassionata reazione a ogni disgrazia, sotto il segno della più fiduciosa, della più ottimistica efficienza. Nelle sue dimensioni torinesi e africane (nonché romane) anche Giuseppe Allamano si sdoppia un po' a quella maniera. Fa balenare alle suore la visione del sacrificio ai piedi dell'altare, si diffonde anche sulla tristezza dei tempi e sul degrado morale che ne è la causa. Ma al tempo stesso continua a battagliare col solito brio - e il Camisassa con lui - sui soliti fronti.
La beatificazione di Giuseppe Cafasso (da quanti anni mai se ne sta occupando?) sta arrivando all'ultimo chilometro. Nella primavera del 1919, terminato a Torino l'esame relativo alle segnalazioni di miracoli, ne ha portato egli stesso gli atti a Roma. E in quell'occasione è andato in udienza da papa Benedetto XV. Nel febbraio 1921 vi torna per l'ultimo e decisivo passaggio verso il traguardo: la lettura del decreto sulle virtù eroiche del servo di Dio, alla presenza del pontefice. Ultimo e decisivo passaggio non significa però beatificazione vicina, come avrà modo di constatare l' Allamano. Il quale però è riconoscente a Benedetto XV per il suo interesse alla causa; oltreché, naturalmente, per la grande enciclica missionaria Maximum illud, che fa rifiorire numerose istituzioni di sostegno all'evangelizzazione; e che interviene con saggezza ed energia a deplorare le piccole gelosie tra una famiglia religiosa e l'altra in terra di missione.
Ora non si vedranno più, perché Benedetto XV morirà il 22 gennaio del 1922, ancora prima delle tre «congregazioni antipreparatorie» che avviano il corso finale della pratica per il Cafasso. Le «congregazioni» si terranno ugualmente alle epoche stabilite, già sotto il pontificato di Pio XI (Achille Ratti). Infine l’Allamano riceve a Torino la notizia attesa da una vita: la beatificazione è certa, certissima. Ma non sùbito. È per il 1925.
Un altro fronte della sua battaglia è naturalmente l’Africa, con una novità inaspettata. Prima era lui, Giuseppe Allamano, che andava in cerca di territori da evangelizzare. Ora invece glieli offrono, e lui accetta per senso d'obbedienza, scarso com'è di persone e anche di mezzi. Si tratta dell'Iringa, un territorio grande «come il Piemonte e mezza Lombardia», già appartenente al Tanganika, un tempo colonia della Germania. Ora è mandato britannico, i missionari tedeschi hanno lasciato il campo, e l'Istituto della Consolata interviene in quel vuoto. Manda un po' di missionari dal Kenya monsignor Perlo, altri poi ne arriveranno da Torino. Tra qui e Roma ci sono poi le pignolissime pratiche per i confini, dopodiché nasce (marzo 1922) la prefettura apostolica di Iringa, affidata all'istituto di Giuseppe Allamano. Nella terna di nomi da lui indicata, Propaganda Fide sceglie il primo come prefetto. È quello di padre Francesco Cagliero, nato a Castelnuovo.
I settant'anni sono arrivati e passati per il rettore, e lui è anche un po' stanco di indicare, proporre, chiedere, trattare, pur continuando a lavorare in tutte le direzioni e nelle incombenze più sgradevoli: come certe contese ancora in Africa con altre famiglie religiose; e a dire il vero anche in Italia. Qui infatti si trascina da anni una controversia con la Congregazione degli Oblati di Maria Vergine circa i diritti sul santuario della Consolata, mettendo di mezzo oltre all'arcivescovo anche la Santa Sede. E lui, il rettore, non ne vedrà ancora la fine.
Vorrebbe infine vedere sistemata la famiglia sua, l'Istituto Missioni della Consolata, che giuridicamente è sempre fermo al 1909 e al Decretum laudis. Ossia ha ricevuto dalla Santa Sede l'invito ad andare avanti, un primo incoraggiamento. L'atto decisivo per il suo avvenire, però, è l'approvazione delle Costituzioni, in base alle quali poi l'istituto si governerà. E queste non sono state ancora approvate. Cosicché dal 1909 al 1921 la Santa Sede ha nominato e confermato (per due sessenni consecutivi) l'Allamano come rettore e il Camisassa come vicerettore, facendo sempre vivere l'istituto in regime di provvisorietà e di attesa. Colpa anche della guerra, naturalmente. Ma è tempo di fare ordine, oramai.
L'Allamano prevedeva la convocazione per il 1921 (scadenza del secondo sessennio) del capitolo generale, fondamentale momento creativo, che avrebbe dovuto dare all'istituto i suoi organi permanenti di direzione. In questa prospettiva aveva mandato a Roma una nuova stesura delle Costituzioni, redatta secondo i suggerimenti dei sacerdoti dell'istituto da lui consultati. Però Propaganda Fide era stata dell'avviso opposto: prima radunare il capitolo per una revisione delle Costituzioni, le quali potevano giungere alla Santa Sede dopo l'approvazione da parte dei padri capitolari. Insomma, per il 1921 non c'era più nulla da fare, e il rettore col suo vice dovevano rimanere in carica, «protagonisti», fino alla data del convocando capitolo.
Allamano e Camisassa se ne vorrebbero andare. Non per disamore verso l'istituto. Al contrario: lo vogliono vedere definitivamente stabilizzato e riconosciuto, con i suoi capi e le sue regole, con l'avvenire delineato e certo. Cosicché loro due potranno tornare a essere ciò che sempre e intimamente sono: due sacerdoti della diocesi di Torino, che come tali hanno fatto attività missionaria, essendo ciò normale compito d'istituto di qualsiasi diocesi, di qualsiasi Chiesa particolare, e di ciascuno dei rispettivi sacerdoti.
Certo, poi, Giuseppe Allamano vorrebbe ritrovarsi ora con qualche amarezza in meno. Gliene toccano, invece, e non poche. Abbiamo già visto in opera una delle sue più singolari intuizioni: quella di richiedere piena confidenza a tutti i suoi, attraverso quei diari che ognuno era tenuto a fargli giungere. Sono tutti questi fogli che lo hanno potuto rendere presente in Kenya, in Tanganika e in Etiopia, tra missionari, fratelli laici e suore, per capire le cose dette e quelle taciute, per intervenire a tempo sugli altri, e anche su se stesso. Ebbene, appunto diari e lettere gli hanno fatto conoscere risvolti amari della vita in missione, piccolezze di uomini e donne che in altri momenti sapevano essere grandi... E tutti coloro che si sfogavano con lui erano certi della sua risposta: paterna, severa quando occorreva, ma sempre assolutamente. onesta e umana nell'esigere, generosa nell'aiutare. Tanti ne ha salvati e ricostruiti così, dal suo scrittoio alla Consolata, ma non tutti i problemi ha potuto risolvere. Non il più grave, che ritorna in tante lettere dall'Africa e in tanti discorsi a Torino: il vescovo Filippo Perlo.
Nessun dubbio: quest'uomo è stato una formidabile scoperta di Giuseppe Allamano e di Giacomo Camisassa per fare in Africa i primi passi, per battagliare tra tante differenti coalizioni di interessi mischiati a quelli della fede cristiana. Filippo Perlo è straordinariamente intelligente e volitivo, nessuna situazione lo trova imbarazzato, nessuno lo batte in energia e anche in coerenza, giacché ciò che esige dagli altri lo chiede per primo a se stesso. Ed è lì il punto. Non tutti sono lui. Ci vorrebbe la specialissima sapienza che di ciascuno sa scoprire possibilità e limiti, insegnando a dosare i pesi e a tracciare i percorsi. Ma non è cosa di tutti, e non è cosa di Filippo Perlo, che vorrebbe tutti fusi nel suo stesso metallo. Le sue maniere, si lamentano in tanti, non sono paterne. Egli è più un generale che un vescovo. È un autocrate. È «un autocratico generale», scrive un sacerdote.
L' Allamano in principio considerava un po' esagerate queste critiche, attribuendole almeno in parte alle obiettive difficoltà del vivere e del convivere in certe situazioni. Ma poi le voci si sono fatte pressoché coro. E infine c'è stato quell'amaro periodo del soggiorno di monsignor Perlo in Italia, dall'aprile al novembre 1921.
Lui era vicario apostolico e vescovo, sicché a Torino fu accolto solennemente e al santuario della Consolata ebbe una stanza di fronte a quella del rettore. Poteva essere una festa continua: il fondatore e il primo vescovo dell'istituto, per di più nipote del vicerettore Camisassa ... Invece sono stati mesi amari. Testimonia padre Luigi Massa: «Quando mons. Perlo venne in Italia nel 1921 i rapporti tra lui e il Fondatore si possono capire da questo fatto. Una mattina il p. Manfredi era col Fondatore nell'ufficio: arriva il domestico con un biglietto di mons. Perlo. L' Allamano lo legge, poi sospirando esclama: "Vedi, con mons. Perlo non ce la intendiamo più; comunichiamo per via di bigliettini". Da notare che mons. Perlo aveva la stanza di fronte a quella dell'Allamano, c'era solo il corridoio di mezzo».
Proprio non si capiscono. Vedute diverse sulla missione, differenza di sensibilità. Sta di fatto che le cose arrivano a un estremo penoso e offensivo. Esauriti i suoi impegni in Italia, il vescovo Perlo è ripartito senza nemmeno salutare il fondatore. Non una parola. E il fondatore è poi andato alla stazione di Porta Nuova, come un clandestino, per salutare almeno un fratello laico che partiva con lui, Davide Balbiano, che ha poi raccontato: «Salì sulla carrozza, mi fece le sue raccomandazioni, mi regalò il libretto dell'Imitazione di Cristo, mi benedisse e mi salutò. Poi scese dalla carrozza tutto raccolto senza guardare nessuno, e se ne andò molto abbattuto e dolorante per quanto era accaduto».
Il libro dell'Imitazione, il suo eterno regalo agli amici, la materia quotidiana del suo «ruminare». Deve certo conoscere a memoria la paginetta dedicata ai difetti altrui: «Ciò che, in noi e negli altri, non riusciamo a correggere, dobbiamo sopportarlo con pazienza, finché Iddio non disponga altrimenti. E tu devi pensare che, molto probabilmente, è meglio così per la tua capacità di resistere alla prova, cioè appunto per la tua pazienza (... ) Quando tu senti uno di questi ostacoli, devi invocare Iddio, perché si degni di venire in tuo soccorso e darti modo di sopportarlo con animo sereno. Se qualcuno, benché ammonito da te una o due volte, non crede, cedi tu e metti ogni cosa nelle mani di Dio, perché sia fatta la sua volontà ... » (I, 16, 1).
Giuseppe Allamano se lo dev'essere domandato infinite volte: perché Filippo Perlo somiglia allo zio Giacomo Camisassa per tante doti, e non nell'umiltà? Non c'è stoffa di capo e grande capo anche nel vicerettore, abituato a riuscire «primo in tutto» come dicevano i compagni di scuola? Il Camisassa ha superato tutte le prove quando studiava e quando insegnava, come organizzatore di spedizioni, di officine e di cantieri, dottor sottile nelle più complesse questioni di curia, antagonista agguerrito dei più pelosi uomini d'affari, e consigliere affettuoso in dialetto piemontese della povera gente in confessionale. Camisassa che non è diventato vescovo perché ne era troppo degno, e troppo prezioso là dove si trovava. Altro che stoffa di generale. Eppure questo fenomeno d'uomo è anche un modello straordinario di umiltà e di obbedienza.
Forse ha pensato a questo anche nel momento in cui Filippo Perlo partiva per l'Africa senza dargli saluto. Gli ha fatto male, sì: ma lui è il rettore e deve sopportare. Praticare la pazienza e insegnarla. Sapersi mantenere giusto e amorevole anche verso chi l'ha offeso di fronte a tutto l'istituto. Così si comporta, difatti. Quando dalla prefettura del Kaffa gli arriva l'eco di pettegolezzi contro «il Kenya» (cioè contro monsignor Perlo) non esita un minuto a intervenire presso padre Barlassina: «Se cessasse costì quella antipatia e mormorazione che esiste in qualcuno contro il Kenya, tante cose andrebbero meglio... E pensare che dovreste essere riconoscenti al Kenya se siete da noi soccorsi nelle vostre necessità... Cessino queste miserie, stringetevi come fratelli».
A Filippo Perlo, naturalmente, dopo quella partenza ha immediatamente scritto con l'elenco ben specifico degli errori che a suo vedere si commettono in missione, e con disposizioni molto precise sul modo di eliminare le cause del malcontento. Prontissima la risposta del vescovo d'Africa:
«Prego la Paternità Vostra a volermi, su questo campo, impartire con piena libertà, anche degli ordini tassativi; che, servendo ad alleviare quella responsabilità, da cui per l'officio né posso né debbo esimermi, verranno a imprimere all'opera mia e dei miei collaboratori in Missione quella uniformità ai suoi voleri, che rappresenta pure il mio più vivo desiderio». Gli ordini tassativi, l'uniformità dei voleri: ecco il Filippo Perlo in versione «generalizia», con una sua speciale voglia di obbedienza. Ma perché con suo zio non c'è mai bisogno di ordini tassativi? Chissà quante volte egli volge dentro di sé questi paragoni. Ma arriva rapido e brutale il momento in cui potrà farli soltanto al passato. Il 1922 era aspettato come l'anno del capitolo generale, per un avvenire più sicuro dell'istituto. Invece è innanzitutto l'ultimo anno di Giacomo Camisassa in terra. L'anno del colpo più duro per Giuseppe Allamano.
Il «vice» non c'è più
Non aveva più recuperato in pieno dopo una malattia nel 1919. Il declino era visibile. A occuparsi de La Consolata, preziosissimo tramite fra missioni e fedeli, aveva chiamato dall'Africa il padre Lorenzo Sales. È certo non dev'essersi più occupato di un documento col numero 379926 e la data del 6 gennaio 1920, rilasciato da un ufficio brevetti tedesco: riguardava un'invenzione sua, un exploit del Camisassa ingegneresco, il quale dopo la visita in Africa si era messo in testa di inventare un trattore per i luoghi collinosi come quelli della missione. E ne era appunto venuto fuori il suo progetto di «una trattrice per terreni inclinati», registrato dapprima all'Ufficio Brevetti Cassetta di Torino e successivamente in Germania. Poi il canonico si è dovuto occupare d'altro, lasciando scadere il brevetto. Padre Sales, sempre a contatto con lui, gli leggeva addosso la malattia: «Il colorito del volto, l'occhio quasi velato e il sorriso sempre buono ma pieno di mestizia tradivano l'esaurimento e la sofferenza fisica». L'abbiamo visto occuparsi della prefettura apostolica dell'Iringa, e nell'estate 1922 lo troviamo ancora al lavoro: pratiche a Roma, lo svolgimento del capitolo... Da tempo lo tormenta la nefrite, e trascorre a Rivoli il mese di giugno in riposo, poi fa ritorno alla Consolata. Alterna letto e poltrona, qualche volta scrive un po'. Ma sempre meno. Il 19 luglio i segni di un attacco cerebrale fanno accorrere l' Allamano a Torino da Sant'lgnazio. Il 6 agosto riesce ancora a celebrare la Messa. E dopo il giorno 10 è un lento abbandonarsi al male, fino alla sera del 18 agosto, quando lo vedono agitarsi per uscire dal letto, mormorando che deve andare all'istituto. E sono le ultime parole, gli ultimi gesti. L' Allamano accompagna il trapasso con le preghiere degli agonizzanti. Non avrà la forza di seguire il suo funerale.
Si aggira per le stanze della Consolata, si ferma in una: qui abbiamo fatto nascere l'istituto, qui abbiamo deciso tante cose, qui abbiamo anche sofferto... Quarantadue anni fianco a fianco sempre dandosi del lei, ognuno con un rispetto enorme per le opinioni dell'altro. A volte riusciva difficile dire, di un'idea, chi ne fosse l'autore: Giacomo Camisassa, infatti, era capace di sostenere con entusiasmo ed energia una certa soluzione anche dopo averla avversata; parlandone insieme, erano tutti e due arrivati alla conquista dell'intesa, e non contavano più le posizioni di partenza: «Chi c'è, al mondo, tanto sapiente da poter conoscere a fondo ogni cosa? Perciò non fidarti troppo delle tue opinioni e ascolta volentieri anche le opinioni degli altri. Se poi tu rinunci all'opinione tua pur sapendola buona, per seguire quella altrui, farai cosa ancor più utile e meritoria ... » (I, 9, 1). Sì, ancora l'Imitazione: li pilotava tutti e due, e non c'è statistica che ci possa illuminare sulle rinunce reciproche. Conosciamo soltanto la loro totale sintonia nel fare, dopo avere insieme discusso e deciso. Altre volte si saranno intesi senza molta discussione perché ormai avevano imparato a conoscersi, a prevedere le rispettive reazioni, giacché «può anche capitare che siano buone le opinioni di tutti e due, cioè di te e dell'altro».
Spiegate con le parole stesse di Giuseppe Allamano, le ragioni di questa lunghissima sintonia sono state essenzialmente due: «Se abbiamo fatto qualcosa di buono è appunto perché eravamo tanto diversi; ma ci siamo promessi di dirci la verità, e l'abbiamo sempre mantenuto; se fossimo stati uguali non avremmo visti i difetti l'uno dell'altro, e avremmo fatto molti sbagli in più».
In tutta la corrispondenza, Giacomo Camisassa parlando di Giuseppe Allamano sempre lo chiamava «Padre» con la maiuscola. E pareva pure che maiuscola la pronunciasse, quell'iniziale, parlando di lui in istituto o alla Consolata, comunicando sue disposizioni. In pubblico, gli parlava sempre a capo scoperto, con la berretta in mano. E se in qualche festa le loro sedie stavano appaiate su una predella, lui era sveltissimo a tirare giù la sua, mettendosi al livello di tutti.
Quando il rettore andò a Roma nella primavera del 1919 per la causa di don Cafasso, il vice scrisse immediatamente al padre Domenico Ferrero, procuratore dell'istituto a Roma, una lettera «segreta», che concerneva il regime alimentare di Giuseppe Allamano, con l'indicazione di quello che più gli piaceva. Aggiungeva il Camisassa a Ferrero: «Sfòrzalo un po' con insistenza a mangiare, e scrivimi ogni giorno con espresso».
Dev'essere tremendamente duro per il rettore riprendere il lavoro senza più quel confronto di ogni giorno. Proprio in un momento delicatissimo: ci sono accresciute necessità in Africa, dove ormai i tre territori affidati all'istituto richiederebbero il doppio di personale; ci sono a Torino promettenti arrivi di chierici e anche di ragazzi per il piccolo seminario. Ma ci vogliono molti altri mezzi, che non ci sono; o perlomeno non si trovano a Torino ma in Kenya, affidati a monsignor Perla. Così, alle richieste di rinforzi egli deve rispondere di no. E spiegarsi anche a Torino con chi aspetta di partire: nessuna partenza improvvisata, nessuna avventura: «Non è il numero che fa quando sono laggiù, è lo spirito che fa; e per quanto in Africa ne abbiano bisogno, non si mandano giù individui senza che prima abbiano compita la loro preparazione».
Ma adesso è tutto più difficile; anche contendere con monsignor Perlo, seguire il Kaffa, tener d'occhio l’Iringa. E magari poi sentirsi dire da qualche sottoposto che in fondo in fondo l'istituto è poca cosa, se si pensa che la Compagnia di Gesù, vivente sant'Ignazio fondatore, era già pervenuta a ben altre espansioni. Anche agli stravaganti bisogna concedere ascolto e risposta. Ma lui teme di non potercela fare più a lungo. A settantun anni, è ormai uno dei più longevi tra gli Allamano, e la salute fragile si combina con gli inconvenienti della vecchiaia.
Insomma, ora è assolutamente necessario affrettare tutto. L'istituto missionario non deve dipendere nemmeno dagli eventuali malanni del suo fondatore. E poi questo fondatore ha in mente un piano preciso: conclusi i lavori del capitolo, lui darà le consegne, ritirandosi a fare semplicemente il rettore della Consolata e del Convitto; e cammini l'istituto con le sue gambe. Sono pochi, pochissimi i fondatori che hanno lasciato il posto volontariamente: e lui sarà uno dei pochissimi. Aveva già deciso così con Giacomo Camisassa vivo. La sua morte è un motivo di più per non cambiare idea.
Si tratta dunque di designare i delegati, o padri capitolari, in rappresentanza della casa madre e delle missioni; e di approfittarne anche per far rivedere l'Italia e la famiglia a qualcuno che è da troppo tempo lontano. Poi ci saranno tante cose da decidere. Per esempio: forse è il caso di rinunciare alla «piemontesità» dei sacerdoti e fratelli missionari. È vero che all'inizio è stata buona cosa, per partire subito da una minima piattaforma di conoscenza e di sintonia; o, come dice padre Gaudenzio Barlassina, «per arrivare più presto a formare dei membri, un corpo solo e ben compatto, unificando tutte le forze. Il Piemonte diede al nostro Istituto ottimi individui, dimostrando la bontà di questa regione in fatto di soggetti adulti». Ma per il presente e l'avvenire «sarebbe importante fare reclutamento nel Bresciano, Padovano ecc. e poi una ciliegia tirerà l'altra».
Sì, certo, anche questo si farà, deve aver pensato. O meglio: lo faranno i nuovi governanti dell'istituto. Come aveva detto Giacomo Camisassa nell'aprile, in una lettera a padre Barlassina sul capitolo: ai missionari penserà il Signore, penserà la Consolata, se i missionari se lo meriteranno. Non gli è molto piaciuto sentirsi chiamare fondatore, anche quando la cosa non aveva intenzioni adulatorie. La voltava allora in scherzo, dicendo che l'istituto aveva una fondatrice, appunto la Consolata, e che lui era piuttosto «fonditore», cioè colui che dava fondo alle offerte dei sostenitori delle missioni. In realtà - abbiamo già avuto modo di dirlo - egli ha anche «fuso» il suo personale patrimonio. Lo zio Giovanni, parroco di Passerano, gli aveva lasciato una catenina d'oro per l'orologio, e lui ha dato anche quella per le missioni, sostituendola con un cordoncino. E così, commentava col suo sorriso, non c'era più per lui alcun problema di testamento.
Naturalmente spingeva tutti i suoi allo stesso disinteresse, ripetendo che non è vero missionario chi non sa «mortificarsi», ossia imporsi precise rinunce e onorare sempre l'impegno. Ma era invece rigoroso con tutti quando si trattava del salario per i neri che lavoravano nelle fattorie e nelle officine in Kenya. Dovevano sempre e regolarmente essere pagati: non solo per ragioni evidenti di giustizia, ma perché occorreva dar loro la consapevolezza del lavoro come strumento di elevazione. Dovevano capire che la loro fatica aveva un valore e che quel valore poteva trasformarsi in benessere, in una vita più accettabile, in stima, in crescita per l'intera famiglia. Li vedeva soltanto nelle diapositive, quei neri, e ne sentiva parlare soltanto nelle lettere. Ma da pochi, a quel tempo, essi sono stati capiti come ha saputo capirli lui, dalla sua stanza nel santuario della Consolata in Torino.