«Dio mi vuole prete nella sua Chiesa»
Le divergenze di vedute sull'opportunità o meno di entrare in seminario prima di aver fatto i tre anni di liceo producono un'incrinatura insolita all'interno della famiglia Allamano.
Nessuna obiezione - come si è detto - da parte di mamma Maria Anna e dello zio don Giovanni, dal cui silenzio si deduce l'incondizionata adesione alla volontà del giovane. Quanto al fratello Natale, egli non si appella soltanto a ragioni di opportunità o di convenienza per sostenere il proseguimento degli studi di Giuseppe a Valdocco, ma avanzando dubbi sulle reali intenzioni del fratello, finisce per sconfinare nell'intimità della coscienza altrui, dimostrando di ignorare il processo di maturazione compiuto da Giuseppe nei quattro anni di permanenza all'Oratorio. «Se ti capitasse poi di dover lasciare il seminario tra qualche anno - sentenzia, - saresti uno spiantato...», vale a dire senza un titolo di studio per accedere all'università.
Perché mai Giuseppe avrebbe potuto un giorno decidere di ritornare sui suoi passi? Sembrerebbe leggere dietro questi timori le sue preoccupazioni per la madre malata e cieca, bisognosa di affetto e di cure. Egli era solito starle accanto, raccogliere le sue richieste, darle il cibo. Tutte le volte che lasciava la casa per ritornare in seminario, la mamma piangeva. Era andata maturando in lui la persuasione che Dio lo voleva sacerdote nella chiesa locale, o - come si esprime la Positio -, «gli era più congeniale la via del sacerdozio diocesano»[1], lasciando con ciò intendere che per indole e carattere si sentiva attratto al servizio della comunità parrocchiale.
Dunque un giorno di novembre del 1866, accompagnato dallo zio don Giovanni, Giuseppe appena quindicenne varcava il portone del seminario metropolitano di Torino per attendere a due anni di filosofia (1866-1868) e cinque di teologia (1868-1873).
Qui, al tumulto dell'ambiente giovanile caratteristico dell'Oratorio, si oppone il silenzio meditabondo e tipico dei luoghi di formazione ecclesiastici, che trasudano di tradizione postridentina e odorano di incenso, di biblioteca e di arte. Costruito agli albori del Settecento dal messinese Filippo Juvara (cui si deve anche la basilica di Superga), l'edificio subisce i cambiamenti e gli umori della politica: chiuso nel 1800 per decreto del governo della Repubblica Francese, e riaperto nel 1807 da Napoleone, è nuovamente richiuso nel 1848 dall'arcivescovo di Torino Luigi Fransoni come risposta allo schieramento dei seminaristi in favore dello Statuto albertino, che dichiarava il Piemonte (e in seguito l'Italia) Stato monarchico ereditario a sistema bicamerale con Senato vitalizio a nomina regia e Camera dei Deputati elettiva su base censitaria.
Il vecchio seminario, incamerato dal governo e adibito prima a ospedale militare, poi a deposito d'armi, quindi a caserma dei Bersaglieri, viene restituito nel 1863 alla diocesi di Torino che lo riporta gradualmente alla sua funzione originale come centro di formazione per il clero e sede della facoltà teologica dopo la soppressione, nel 1874, delle facoltà teologiche nelle università di Stato in Italia.
Oratorio e seminario: due realtà diverse per natura e per realizzazione, ma simili per la missione tra gli uomini. Sul piano metodologico l'Oratorio si presenta come un tentativo di snellimento delle forme spirituali, educative, pedagogiche e pastorali, divenute ormai obsolete per una società avviata sulla strada della modernizzazione in chiave agnostica, liberale, laicista e anticlericale; il seminario metropolitano esprime, con la fedeltà ai valori della pietà, dello studio e della disciplina il suo attaccamento all'ortodossia cattolica minacciata da correnti di pensiero progressiste. Si comprende allora come non siano consentite al suo interno infiltrazioni che possano dare adito a possibili sconfinamenti delle tesi moderniste, che sostengono doversi concedere alla ricerca scientifica la libertà di varcare la soglia del dogma. È ancora prematuro prevedere concessioni in questo campo, data la preoccupazione di conservare il ricco bagaglio culturale accumulato e tesoreggiato nei santuari della formazione sacerdotale e in quelli della cultura cattolica.
Il seminario poggia saldamente sulla filosofia e teologia di S. Tommaso d'Aquino, sulla spiritualità dei grandi maestri e asceti, e sulla “Regola” dei santi fondatori. Pietà, disciplina e studio formano la via obbligata per raggiungere il sacerdozio. Dopo la taccia di dissoluto - scriverà l'Allamano -, per un prete la taccia di ignorante è la più obbrobriosa e nociva al suo ministero. Egli dedica allo studio tutte le frazioni di tempo e le energie della mente e del cuore. Favorisce la concentrazione dello spirito un corpo di norme disciplinari circostanziate e minuziose. Il nuovo corso è ritenuto necessario per prevenire eventuali esplosioni di indisciplina, quali avevano determinato, pochi anni prima, la chiusura del seminario. Non c'è momento della giornata o della notte in cui il seminarista non cada sotto il controllo del rettore o del prefetto di camerata o degli esploratori [2].
A questo scopo si impone il silenzio ai pasti perché i prefetti possano tenere la situazione sotto controllo; il lume di candela acceso tutta la notte; le ricreazioni a vista d'occhio; il passeggio a due a due. Si proibiscono il carnevale, la critica, la lettura dei giornali, le amicizie maschili e femminili. Le trasgressioni sono punite e subito riparate.
Una disciplina che si direbbe quasi militaresca, se non si ispirasse agli alti principi della formazione sacerdotale, quali il sacrificio di sé, il servizio degli ultimi e la tensione alla santità. Don Bosco, Cafasso, Cottolengo, Murialdo e Allamano sono soltanto alcune tra le figure più note che hanno incarnato questa fattispecie di sacerdote, riuscendo però ad allargarne gli spazi da sempre circoscritti alla pastorale tradizionale altare-pulpito-confessionale e spalancandoli a quelli della gioventù-missione-carità.
Nonostante le tacite riserve che dovettero suscitare nell'Allamano alcune di quelle norme disciplinari, alla fine egli china il capo dichiarando la sua libera e totale adesione alla volontà dei suoi superiori: «Io sarò sempre riconoscente ai miei superiori - dice - perché non mi hanno lasciato fare come volevo io; mi hanno sempre mutilato». Una mutilazione, purtroppo, pagata con frequenti emicranie, alle quali era predisposto fin da giovane per costituzione delicata e gracile[3].
Egli stesso non ne faceva mistero sia scrivendo che parlando. In una conversazione con i primi Missionari della Consolata, rievocando gli anni del seminario, afferma: «Io da giovane ero molto più debole di salute che non ora: ogni quindici giorni ·un'emicrania che non mi lasciava più far nulla. Allora andavo in refettorio e mangiavo più poco in modo che niuno se ne accorgesse; in studio me ne stavo coprendo la fronte colle mani parendo che studiassi, insomma, niuno mai si accorse di questo mio male. L'ultimo anno poi di seminario quand'ero prefetto, un mattino uscii di cappella e andai a gettanni stÙ letto di camera. Il Direttore venne per parlarmi e trovatomi in tale stato me ne chiese la cagione, e, saputala, stupito disse: ma è soggetto a questo male lei? (non s'era mai accorto). Oh, sì, risposi. Io sapeva che quel male non mi avrebbe recato danno, che bastava osservare una dieta moderata ed aspettare che passasse» [4].
L'obbedienza della mente e del cuore
«Sarò sempre riconoscente ai miei superiori anche se mi hanno mutilato». Quanto fossero sincere le sue parole lo dimostra l'incondizionata stima che nutrì per il teologo Alessandro Vogliotti (1809-1887), eminente sacerdote tra il clero torinese, che negli anni turbolenti della politica anticoncordataria e antiromana del governo piemontese fu designato dal sostituto del vescovo Luigi Fransoni a ricoprire la carica di rettore del seminario metropolitano: carica che egli esercitò con discrezione ed equilibrio durante il periodo di permanenza dell'Allamano in seminario[5].
Questi nel gennaio 1871 si rivolse al rettore da Castelnuovo con una breve lettera pregandolo di voler prolungare la sua forzata pernanenza in famiglia a motivo della persistente stanchezza e dicendosi fiducioso di ricevere risposta positiva: «senza altra risposta sua, nel suo silenzio vedrò il consentimento alla mia richiesta»[6]. E così fu. Affiancava il rettore Alessandro Vogliotti, con qualifica di direttore, don Giuseppe Maria Soldati, giovane sacerdote di estrazione torinese, dottore in teologia e maestro di cerimonie, personalità controversa, il quale instaurò nel seminario un ritmo di vita tutta orientata alla formazione di sacerdoti con carattere, zelo, sapienza e santità, quali erano postulati da una Chiesa di fine Ottocento, tenacemente ancorata alla spiritualità della scuola francese di S. Sulpizio e al Convitto ecclesiastico di Torino.
La presenza del Soldati dominava per «l'alca statura, l'aspetto imponente e pensoso, il tratto signorile ed educato... era severo ed austero», così lo descrive un contemporaneo[7]. Uomo rigoroso con sé e con gli altri, perfezionista fino all'ultimo tocco, esigeva dai seminaristi la proprietà dei modi e del linguaggio.
Scrive di lui il missionario della Consolata p. Lorenzo Sales (1889-1972), primo biografo dell'Allamano: «Egli era l'uomo mandato dalla Provvidenza per preparare il clero qual è voluto dalla sua dignità e qual era richiesto dagli urgenti bisogni del tempo: un clero pio, esemplare, irreprensibile; un clero istruito che sapesse opporre una valida resistenza al dilagare degli errori, specialmente al liberalismo, che, ovunque diffusosi e infiltratosi persino nelle scuole cattoliche, svigoriva autorità, leggi e discipline. Sotto il suo sguardo scrutatore e la sua mano fermissima, il seminario ritornava un po' alla volta a prendere il suo aspetto di una casa di preghiera e di studio, di fraterna carità e di pace» [8].
L'Allamano subisce il fascino di questa personalità come stagliata nella pietra, affetta da protagonismo secondo alcuni, da perfezionismo secondo altri. Tra i due s'instaura un reciproco rapporto di stima e di intesa che perdurerà per tutta la vira. Maestro e scolaro convergono nel principio «il bene va fatto bene», quale fondamentale sintesi di pedagogia sacerdotale e principio saggio di ogni azione formativa. Esso però è applicato secondo modi e stili diversi: dal Soldati con l'imposizione, dall'Allamano con la persuasione.
Il Soldati nel 1874 è designato dall'arcivescovo Lorenzo Gastaldi a succedere al Vogliotti nella guida del seminario: tra i due corre profonda somiglianza di carattere e di metodo: essi «rappresentano la maniera forte, la disciplina rigida, il metodo assoluto, certamente non disgiunto dal senno, dalla bontà, dalla grandezza d'animo» [9].
Il Soldati resterà alla guida del seminario fino alla venuta del nuovo arcivescovo, card. Gaetano Alimonda, genovese, che lo destituirà dal suo incarico sotto la pressione di certa critica malevola, per poi ricredersi alla morte di lui avvenuta, tra le braccia dell'Allamano, il 14 settembre 1883, a 47 anni.
Nonostante la salute cagionevole, che lo obbligherà in tempi diversi a cercare un po' di quiete a Castelnuovo con mamma Maria Anna o a Passerano presso lo zio don Giovanni, egli sarà in grado di portare avanti regolarmente e a pieni voti i suoi studi di filosofia e di teologia[10]. Ricorderà sempre con nostalgia i begli anni trascorsi in seminario, i compagni di classe, le loro piccole stravaganze e trasgressioni e virtù: quel ragazzo che aveva la mania di contare i soldi ed è diventato un prete tirchio; quell'altro che al sopraggiungere di una vecchietta vestita da montanara dice ai compagni attoniti: è mia mamma, e le corre incontro; quell'altro ancora che si ammala al solo sentirselo dire.
Tra gli alti e bassi della vita seminaristica c'è un'amicizia, che perdura dai giorni di Valdocco, integra, sincera, premurosa. Si tratta di Innocenzo Pietro Cantarella, proveniente dalla diocesi di Alba (allora provincia di Alessandria), che scelse, come l'amico Giuseppe, la via del sacerdozio. Al Cantarella egli narra, nello stile epistolare letterario del tempo, le notizie riguardanti il seminario: il pianto sulla morte immatura del seminarista Giuseppe Garelli, la decisione dei compagni di oratorio Vincenzo Gamba di farsi gesuita, e di Francesco Bertea e di Antonio Oberti di partire per le missioni [11].
Poi le traversie di salute e di umore, le disgrazie di seminario e le perdite di familiari. Lo stato di salute della madre, ormai paralizzata e immobile, peggiora ogni giorno di più. A ciò si aggiunge una disgrazia che lo prostra. E una sera di maggio del 1868. Il fratello Ottavio, secondo il suo solito, sta suonando l'Ave Maria, quando il braccio sinistro gli rimane imprigionato nelle corde della campana e si frattura all'altezza dell'omero. Trasportato all’ospedale di Torino, «dopo reiterate visite fatte da più medici al malato si amputò, senza dargli l'oppio, a cagione della sua gracilità e debolezza»[12].
L'anno seguente, il 15 dicembre 1869, si spegne mamma Maria Anna senza che egli ne sia informato. Pare che la lettera recante la triste notizia - per un contrattempo - non gli sia stata recapitata. «Offrii a Dio l'amaro calice - scrive all'amico - e lo pregai a darmi forza per tutto trangugiarlo»[13]. A mano a mano che passano i giorni, matura la sua personalità sacerdotale, alimentata dalla preghiera eucaristica e dalla tensione alla santità. Sarà il traguardo della santità a costituire il punto d'attrazione di tutta la sua vita.
Lorenzo Gastaldi: «Il mio vescovo»
Mancano ancora due stadi al sacerdozio: il suddiaconato e il diaconato, che egli riceverà rispettivamente il 21 dicembre 1872 e il 29 marzo 1873 nel duomo di Torino dalle mani dell'arcivescovo Lorenzo Gastaldi. Questi, di solida famiglia borghese imparentata con l'aristocrazia di palazzo, è torinese per nascita e piemontese per carattere [14]. Giunto nell'ottobre 1871 sulla cattedra arcivescovile di Torino dopo una brillante carriera come professore univer sitario di fede rosminiana, pubblicista, vescovo di Saluzzo, difensore dell'infallibilità pontificia al Concilio Vaticano I, si appresta subito a mettere mano ad un vasto piano di rinnovamento della vita diocesana attraverso sinodi, conferenze ed esercizi spirituali. Riattiva nel seminario la facoltà di teologia che era stata soppressa alla Regia Università, favorisce il sorgere dei movimenti ctÙturali, la diffusione della stampa cattolica[15], l'affermarsi delle "Unioni Operaie Cattoliche" con obiettivi di natura sociale ed operaia. Ma deve fare i conti con dei governi liberali dichiaratamente ostili alla Chiesa e al suo ruolo di guida nella società. Per contrastarne il passo vengono introdotti un sistema di pubblica istruzione laica, una legislazione familiare favorevole alla separazione e al divorzio, l'obbligo del servizio militare anche per i preti[16], la soppressione degli enti ecclesiastici e la confisca delle loro proprietà.
Nel 1871, anno di nomina del Gastaldi ad arcivescovo di Torino, è approvata la legge delle Guarentigie, che stabilisce che la Chiesa, anche se libera di fare le sue nomine, non può godere dei benefici senza un decreto reale di exequatur o placet. Non potendo pertanto prendere possesso della curia arcivescovile «perché era stato nominato dal Papa [Pio IX] senza l'approvazione del governo»[17], il nuovo arcivescovo risolve di condividere con i seminaristi e il rettore mons. Giuseppe Maria Soldati l'alloggio, la chiesa, il refettorio: corregge la lettura ai pasti, scrive il regolamento del seminario, lo interpreta agli allievi, tiene lezioni di storia ecclesiastica, insegna il galateo. «... E con quel mezzo noi abbiamo imparato ad amarlo».
La devozione dell'Allamano verso il "suo" arcivescovo perdura inalterata con il passare degli anni, come dimostrano i frequenti richiami alla sua personalità, ai suoi detti e suoi scritti. La frase «mons. Gastaldi diceva...» diverrà luogo comune nei suoi colloqui con i futuri Missionari e Missionarie della Consolata, e, insieme, si tradurrà in una paziente ricostruzione di una personalità di primo piano, discussa e controversa, che era stata al centro dell'attenzione di molti.
Nelle sue reminiscenze non filtra il dissidio che si era andato sviluppando tra l'arcivescovo e don Bosco, e che aveva provocato non poco imbarazzo nella Chiesa torinese e alimentato la satira anticlericale, più preoccupata di gettare fango che di cercare la verità dei fatti[18].
Il silenzio dell'Allamano è solo apparente: la sua posizione equidistante dai due eminenti personaggi è troppo delicata per consentirgli di pronunciarsi a favore di una parte o dell'altra senza correre il rischio di andare contro coscienza. La sua venerazione verso don Bosco rimane sincera e inalterata dai giorni dell'Oratorio, anzi cresce dopo la dichiarazione a Venerabile. Egli ricorda con commozione l'intimità che legava il suo direttore spirituale don Bosco allo zio don Giuseppe Cafasse. Secondo fonti salesiane sarebbe stato il Cafasso ad introdurre Giovanni Bosco nel seminario diocesano di Chieri senza grave spesa di pensione; a spalancargli, ancora giovane prete, le porte del Convitto ecclesiastico; a lanciarlo in varie attività pastorali e caritative nei quartieri e nelle carceri di Torino; a formare una società per la salvaguardia dei beni dell'Oratorio[19]. Don Bosco, a sua volta, amava averlo a fianco, e nei momenti di difficoltà rivolgersi a lui portandogli «liste da pagare» [20]. L'Allamano aveva camminato sulla scia di questi personaggi, Gastaldi, Cafasso, don Bosco e altri, e dalla loro ricchezza umana e spirituale aveva attinto a piene mani nel corso dei suoi anni di formazione. Sono riscontrabili in lui i tratti più caratteristici delle loro personalità di uomini e di pastori, la profondità del loro spirito, l'intensità della loro donazione alla causa di Dio. In lui sono riscontrabili altresì i lineamenti peculiari della santità provinciale piemontese che ha saputo, da uomini usciti da un piccolo mondo antico, fare degli uomini di governo e dei cittadini del mondo.
«Che sarà di me - chiede all'amico Cantarella - quando sarò in breve tempo gettato nel mondo, io che qual fanciullo non so fare un passo da me?» Sono sensazioni miste a timore e sublimazione quelle che egli avverte nel corpo e nello spirito, a mano a mano che si avvicina il giorno della sua ordinazione. «Quel che più mi spaventa nel mentre che vivamente desidero, si è che tra pochi mesi Gesù, l'agnello immacolato, scenderà ad immolarsi nelle mie mani; qual santità dovrò allora avere... Prega, prega tanto per me, io lo farò per te, massimamente in questi giorni»[21].
Il suo pensiero sembra concentrarsi unicamente sul passo che l'aspetta di lì a poco; avverte il bisogno di aprire il cuore, di confidare a qualcuno le ansie e le gioie. Mamma Maria Anna non c'è più, cui raccontare - ora giovane uomo - quello che le raccontava quand'era bambino. Lo zio don Giovanni, che lo ha aiutato a salire al sacerdozio e vede nell'ordinazione del nipote la realizzazione di un sogno di famiglia, è troppo indaffarato a preparare, insieme con il parroco di Castelnuovo d'Asti, la festa della prima messa.
Frattanto l'Allamano, dopo la sua ordinazione a diacono, si trova a Castelnuovo in procinto di recarsi a Chieri nella "Casa della Pace" per attendere agli esercizi spirituali che precedono l'ordinazione al sacerdozio. L'attesa gli diventa intollerabile. «Le vacanze - confida all'amico Cantarella -non mi parvero mai così lunghe e vorrei nascondermi ad ogni sguardo umano per solo pensare al solenne atto che m'attende; invece mi tocca di involgermi in tante cose che mi distraggono» [22].
Sono momenti di deserto quelli che precedono il giorno più bello della sua vita: non ci sono all'intorno runici, familiari, cose; la sua vita a Castelnuovo è isolata e casuale, intervallata da brevi periodi di malattia. Diverso era stato il caso dei due studenti castelnuovesi, Giuseppe Cafasso e Giovanni Allamano (il futuro zio), i quali, per mancanza di sufficiente alloggio nel seminario di Torino, avevano frequentato i primi due anni di filosofia nel Collegio Civico di Chieri e, nell’autunno del 1827, erano stati invitati a seguire i corsi di teologia al paese sotto la direzione del prevosto, don Bartolomeo Dassano, «sacerdote distinto per cultura teologica» [23].
Il loro incontro quotidiano con la gente e in particolare con i bambini e i giovani del paese ne avevano raffinato la capacità di dialogo e lo stile pastorale. Ma da allora - erano già passati 45 anni - il seminario aveva ripreso le sue funzioni diventando la sede della facoltà teologica, mentre la regolamentazione più rigorosa voluta dall'arcivescovo Gastaldi e dal rettore Soldati aveva contribuito a ridurre i legami dei candidati con la comunità di provenienza.
------------------------------------
[1] Positio, p. 100.
[2] Cfr. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, il suo tempo, la sua vita, la sua opera, Edizioni Missioni Consolata, 4 voli., Torino 1982-1984, I, p. 47. I prefetti di camerata e gli esploratori erano studenti scelti con il compito di riferire segretamente sul comportamento dei compagni. Secondo il Regolamento: «Oltre de' prefetti... però è bene per ogni camerata... cenere due o tre esploratori, cioè due figlioli dcll'istessa camerata, i più spirituali e fedeli, ma che i compagni non sappiano già quali siano; e, da questi il rettore o il vescovo andrà esigendo in ogni settimana, e sempre che bisogni, la notizia dei difetti degli altri». Rispondendo più tardi al prefetto Luigi Boccardo, che gli chiedeva come esercitare questo servizio, l'Allamano scriveva: «Dei prefetti del Seminario alcuni pochi riescono a danno comune; molti anzi moltissimi sono esseri inutili, se pure non sono anche da dir dannosi per la loro inutilità; pochissimi adempiono bene tale ufficio» (Lettera a Luigi Boccardo, S. Ignazio, 15 luglio 1883, in Lettere, I, pp. 156-158).
[3] Cfr. Positio, p. 191: «... la sua salute fino ai quattordici o quindici anni fu buona; ma poi cominciò a declinare alquanto».
[4] Conferenze ai missionari: I, Torino 1981, p. 113.
[5] L'arcivescovo di Torino Luigi Fransoni, "geloso dei diritti della Chiesa, ma chiuso a ogni comprensione per i tempi nuovi" subì ripetutamente l'esilio e il carcere. Morì in esilio a Lione il 26 marzo 1862. Sul caso Fransoni cfr. C. BONA, La fede e le opere. Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, Edizioni Missioni Consolata, Roma 1989, cit., pp. 21-22; I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., passim; P. STELLA, Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), Libreria Ateneo Salesiano (LAS), Roma 1980, pp. 48-49.
[6] Lettera del Chierico Allamano Giuseppe al rettore del seminario, canonico Alessandro Vogliotti, Castelnuovo d'Asti, 12 Gennaio 1871, in Lettere, I, p. 27.
[7] Testo citato da I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., I, p. 166, nota 66.
[8] L. SALES, Il Servo di Dio canonico Giuseppe Al/amano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, Istituto Missioni Consolata, Torino 1936, p. 22.
[9] Cfr. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., I, p. 169.
[10] Scrive di lui l'amico di scudi mons. Giovanni Battista Ressia, che divenne più tardi vescovo di Mondovì: «Egli era tra noi il primo, non solo per lettera d'alfabeto, ma per merito di studio e di virtù; per mitezza d'animo e bontà di cuore» (Cfr. Positio, p. 103).
[11] Cfr. Lettera dell'Allamano al Cantarella dal seminario di Torino in data 22 giugno 1871, in Lettere, 1, pp. 21-22.
[12] Lettera dell'Allamano infermo al Cantarella alunno del seminario di Alba, Torino 18 dicembre 1868, in Lettere, I, pp. 11-13. Il fratello minore Ottavio fa il ginnasio a Valdocco, si laurea in giurisprudenza alla R. Università di Torino, sposa la maestra Benedettina Turco e muore a 26 anni, lasciando una figlioletta di nome Pia Clotilde.
[13] Lettera dell'Allamano al Cantarella, Torino, 25 marzo 1871, in Lettere, I, p. 18. All'amico scrive, a sua volta, per consolarlo della morte del padre «di cui ancor mi ricordo quando mi narravi la bontà» (Id., Torino 14 febbraio 1872, I, p. 30).
[14] Sulla figura e l'opera dell'arcivescovo Lorenzo Gastaldi cfr. C. BONA, La fede e le opere..., cit., pp. 24-28; I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., passim; Conferenze alle missionarie e Conferenze ai missionari, passim.
[15] Don Lorenzo Gastaldi, il futuro arcivescovo di Torino, era stato direttore del giornale cattolico «Il Conciliatore Torinese» da lui fondato nel luglio 1348; cfr. F. TRANIELLO (a cura), Don Bosco nella storia della cultura popolare, SEI, Torino 1987, p. 245, nota 9.
[16] Dato lo stato precario di salute, l'Allamano fu dichiarato esente dall'obbligo di prestare servizio militare (cfr. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., I, p. 119).
[17] Conferenze ai missionari, I, p. 336.
[18] Cfr. G. TUNINETTI, L’immagine di don Bosco nella stampa torinese e italiana del suo tempo, in F. TRANIELLO (a cura), Don Bosco nella storia della cultura popolare, cit., pp. 209-242.
[19] Cfr. P. STELLA, Don Bosco nella storia economica e sociale..., cit., passim; L. Nicolis DE ROBILLANT, San Giuseppe Cafasso, fondatore del Convitto Ecclesiastico, Ed. Santuario della Consolata, 2ª ed., Torino 1960, pp. 648-669.
[20] Conferenze ai missionari, I, p. 194.
[21] Lettera dell'Allamano all'amico Pietro Cantarella in procinto di ricevere l'ordine del suddiaconato, Seminario di Torino, 11 dicembre 1872, in Lettere, I, p. 32.
[22] Id., Lettere, I, p. .39.
[23] L. Nicolis DE ROBILLANT, San Giuseppe Cafasso..., cit., pp. 18-19.