Giuseppe Allamano, dottore in teologia

Il 20 settembre 1873 l'arcivescovo Lorenzo Gastaldi gli impone le mani e lo consacra sacerdote nel duomo di Torino. Per disposizione sinodale e per volere espresso dell'Allamano il giorno della prima messa si sarebbero dovuti cancellare tutti i festeggiamenti già avviati al paese, ma, grazie all'intervento del parroco Giovanni Battista Rossi, si poté allestire "una mensa frugalissima" in canonica per soli familiari e clero[1]. In quell'occasione Ottavio, giovane studente di liceo, dedica al fratello neo-sacerdote alcuni versi. Tra i due fratelli si rinsaldano i legami del sangue e dell'amicizia nel ricordo della buona madre che li ha voluti profondamente cristiani. «Io vorrei esserti insieme non per altro che per godercela ed a vicenda spronarci a fare del bene, che è poi la sola cosa che ci resti permanente... ti raccomando di adempire sempre da forte i doveri del Cristiano... Quando sconsolato non hai con chi dire una parola, corri alla chiesa... e qui parla con Gesù come lo vedessi coll'occhio del corpo lì a te presente, esponi i tuoi disgusti, ed uscirai consolato; prova e vedrai; così vado io facendo...». Nella stessa lettera informa il fratello di essere stato nominato assistente in seminario [2].

La scelta di don Giuseppe Allamano, operata dall'arcivescovo Gastaldi, potrebbe essere stata determinata dal bisogno di controbilanciare i rigori che erano stati introdotti dal Soldati con la riforma del regolamento o anche per avviare al ministero della formazione un elemento della statura morale e spirituale del Cafasso.

Qualcuno lo dice perfino "materno": qualità, questa, che solitamente sfugge ad ogni analisi di metodo, ma che è essenziale ad ogni pedagogia perché crea le premesse per un cammino di maturazione basato sulla fiducia e sulla confidenza tra educando ed educatore. «Per me - attesta un suo ex alunno - è stato un padre, un benefattore, anzi, una madre spirituale». Si dice che possedesse un dono speciale per discernere se un candidato avesse o no la vocazione.

Il biennio 1874-1876 è dedicato dall'Allamano alla frequenza del Convitto ecclesiastico e alla preparazione della tesi De admirabilì Filii Dei Incarnatione: il 30 luglio 1876 consegue il dottorato in teologia presso la Facoltà teologica di Torino e l'anno seguente l'aggregazione al Collegio dei dottori della stessa Facoltà. Ma non sarà questa tappa a tracciare le coordinate della sua vita: egli pare riconoscersi più nel Cafasso anima pastorale che nel Cafasso maestro di morale, anche se nella vita dovrà esercitare ambedue le mansioni.

Con l'arrivo dell'estate del 1876 lo zio don Giovanni viene colpito da «una malattia cosiddetta di cuore» [3] che lo porta alla tomba a 68 anni. Con la scomparsa dello zio si chiude la lunga parentesi di amore e di sollecitudine che ha donato senza mai chiedere nulla in contraccambio. L’ultimo suo gesto è ancora un'espressione di donazione verso la famiglia, che prima di essere sua, era stata di suo fratello: nomina erede universale dei suoi beni il nipote sacerdote, con la consegna di fare del bene senza alcuna riserva [4].

Per tre mesi l'Allamano regge la parrocchia dello zio, con soddisfazione della gente. Dirà in seguito che nella vita ha sempre desiderato avere una parrocchia non grande, di poche anime, per poterle curare bene [5]. Ma, tardando la nomina del successore, è costretto a fare ritorno in seminario[6], dove lo attende una sorpresa: mons. Gastaldi lo ha nominato direttore a fianco del rettore Soldati. Il suo compito - a norma di regolamento - consisterà nel saggiare indole e disposizioni di mente e di cuore, virtù e difetti dei candidati al sacerdozio, e di giudicare onestamente se sono o non sono fatti per accedere al sacerdozio. «Tremo - confida all'amico Cantarella- al pensare che l'avvenire della diocesi dipende dal seminario da me diretto»[7].

Non c'è in lui l'ambizione di fare da maestro, di atteggiarsi a guida, di proporsi a modello, di sedurre con le parole, di terrorizzare con la presenza. Ma, senza nascondere gli errori e i difetti dei giovani, li forma alla libertà interiore attraverso il dialogo e l'osservanza responsabile dei regolamenti.

Uno di questi giovani è Luigi Boccardo (1861-1936), che ebbe come direttore spirituale e confidente l'Allamano e che, divenuto prete, fu da questi chiamato a suo fianco a preparare i giovani sacerdoti del Convitto alla scienza e alla santità. Sarà il fondatore delle Suore cieche.

Si profila ormai chiaramente la fisionomia sacerdotale dell'Allamano, molto simile a quella dello zio Cafasso nella tensione alla santità, nell'obbedienza al vescovo e nell'amore alla Chiesa. Si direbbe una personalità ereditata, la sua, se non si distinguesse per una impronta personale di altissimo profilo che fa di lui un uomo profondamente radicato nel risveglio missionario dell'inizio del secolo. Ma la strada che gli resta da percorrere è ancora lunga e lastricata di sfide, tra cui la ventata di laicità e di anticlericalismo e i sussulti interni alla Chiesa torinese alimentati dallo scontro tra vecchie e nuove correnti di pensiero e spiritualità che ne rallentano l'evoluzione. Convivono sotto lo stesso tetto esponenti della vecchia morale "rigorista", secondo la quale Dio giustiziere salva chi se lo merita; della morale "alfonsiana", per la quale ogni caso va studiato a parte e lasciato nelle mani della misericordia di Dio, che vuole che tutti gli uomini siano salvi; della morale "modernista", che condiziona la salvezza dell'uomo ad una combinazione di fede e di scienza.

La città di Torino è tra le più rinomate d'Europa per i movimenti, le congregazioni, gli esponenti della carità. Ma, mentre l'intelligenza cerca nei labirinti della verità, il corpo geme sotto il peso del dolore: da Castelnuovo d'Asti il 26 gennaio 1880 sopraggiunge la notizia della morte del fratello ventiseienne Ottavio, da tre anni laureato in legge e sposato all'insegnante Benedettina Turco Allamano, cui lascia una figlioletta, Pia Clotilde. Alla cognata scrive: «Penso tanto a te ed alla mia cara nipotina»[8]; all’amico Cantarella: «Il mio dolore fu grande, più di quello che mi sarei creduto» [9].

L'intensità con cui ama gli altri finisce per estraniarlo da se stesso, ed ogni distacco gli produce profonda malinconia. «Potessi vederti!», scriverà più tardi ad un missionario del quale soffre la lontananza.

Mons. Gastaldi: «Ho stabilito di mandarti»

Ma c'è tempo per soffrire e tempo per operare. Passata la pausa del dolore, si affaccia inaspettata una nuova sfida, per la prima volta, al di fuori delle mura del seminario e nel cuore della città di Torino. Si era alla fine dell'estate del 1880, l'Allamano in qualità di

direttore del seminario stava trascorrendo le vacanze con i seminaristi nell’Eremo dei Camaldolesi sulla collina di Torino, quando - nel racconto fatto dallo stesso Allamano - mons. Gastaldi lo manda a chiamare e gli dice a bruciapelo:

« - Ho stabilito di mandarti rettore del santuario della Consolata e dell'annesso ospizio.

- Restai lì...

- Monsignore, ha pregato? Preghi ancora un po'.

- Ma, hai qualche difficoltà? - chiese il vescovo.

- Monsignore, - obbiettai - come ubbidiranno a me che sono tanto giovane?

- È meglio giovane: se fai degli sbagli hai tempo a correggerli.

Uscito di lì, andai a fare scuola di cerimonie e nessuno si accorse della mia tensione. Ma io avevo la febbre. Il giorno dell'entrata al santuario era stato fissato per la festa della Madonna del Rosario. La sera precedente mi recai da mons. Gastaldi a prendere la sua benedizione di congedo.

- Perché aspettare domani? -  mi chiese. -  Vada pure subito»[10].

L'Allamano pensò un attimo non per cercare delle ragioni di rifiuto, ma per trovare dei motivi di accettazione. E ubbidì come aveva insegnato ai seminaristi si dovesse fare ad ogni comando e desiderio del vescovo.

Naturalmente non tutti nella diocesi erano del parere che venisse sottratto al seminario un formatore esperto, qual era l'Allamano, per farne un rettore incapace. Ma, si sa, in circostanze come questa, chiunque sente il diritto, a torto o a ragione, di dire la sua. Chi più di altri era destinato a portare le conseguenze di questa decisione era il rettore del seminario, mons. Giuseppe Maria Soldati, che si vedeva costretto a privarsi della collaborazione del suo giovane direttore e a incamminarsi sulla strada di un inesorabile declino.

L'annesso ospizio, di cui parlava il Gastaldi, era ciò che rimaneva del glorioso Convitto ecclesiastico di S. Francesco d'Assisi, attiguo al santuario della Consolata, realizzato da Luigi Guala su un lontano abbozzo di Pio Brunone Lanteri, fondatore degli Oblati di Maria Vergine, con lo scopo di indirizzare i giovani sacerdoti alla teologia morale di indirizzo alfonsiano e per addestrarli alle metodologie pastorali e assistenziali rispondenti ai bisogni della società di fine secolo. A questa duplice istanza erano intonate le conferenze mattutine di morale impartite da Giuseppe Cafasso con sapienza ed equilibrio, e nei pomeriggi le conferenze pubbliche tenute da Luigi Fortunato Guala con grande concorso di interni e di esterni [11]. Ad esse si aggiungevano le varie iniziative pastorali e caritative introdotte in città: dai catechismi domenicali alle visite ai carcerati, dall'assistenza ai giovani alla predicazione di esercizi spirituali, dalla cura degli handicappati all'indirizzo dei disoccupati. I risultati furono soddisfacenti, se si deve giudicare dai personaggi che le frequentarono: S. Giuseppe Benedetto Cottolengo, S. Giovanni Bosco, S. Leonardo Murialdo, S. Giuseppe Cafasso. E alcuni noti vescovi del Piemonte.

Nell'intenzione dell'autorità ecclesiastica il biennio di aggiornamento al Convitto sarebbe dovuto servire a rendere idoneo il sacerdote ad assumere responsabilità nella diocesi. Ma nella vita del giovane presbitero questo periodo aveva anche un'altra funzione, quella di aprirgli una porta sul mondo, che negli anni di seminario gli era stata tenuta ermeticamente chiusa.

Don Cafasso predecessore al Convitto

Si era verso la metà di novembre 1833: due giovani preti di Castelnuovo d’Asti, don Giuseppe Cafasso e don Giovanni Allamano (il futuro zio prete), erano giunti a Torino per frequentare le Conferenze di morale che allora si tenevano nel seminario metropolitano. Così don Giovanni racconta quella esperienza in città: «... prendemmo alloggio vicino alla metropolitana in due camere procurateci dal prevosto don Dassano. Il pranzo ce lo portavano ogni giorno da una vicina locanda, ed alla sera facevamo noi stessi la minestra; il vino mandatoci dai nostri genitori ce lo portava dalla cantina un ragazzo, che in compenso veniva da noi istruito. Per l'assetto della camera la madre di don Cafasso ci aveva procurato una donna, che tuttavia presto licenziammo, non piacendoci il suo fare un po' troppo entrante...». Dopo le prime lezioni in seminario pare che i due amici non fossero pienamente soddisfatti, tanto che si dettero da fare per trovare un'altra scuola e, naturalmente, una nuova pensione. «Fu solo in quel punto - continua don Giovanni - che udimmo parlare delle Conferenze del teologo Guala di recente fondate. Ci portammo una prima volta ad udirlo, ed essendoci piaciuto, per mezzo del suo domestico chiedemmo di parlargli per ottenere licenza di iscriverci fra i suoi alunni. Era il 28 gennaio 1834. Il Guala, in questo primo incontro, conosciuto il nostro nome... ci chiese dove abitassimo, ed udita la nostra ingenua storia, ne rise e ci disse che, se avessimo voluto venire con lui nel suo Convitto, egli ci avrebbe accettati. Noi accogliemmo con grande piacere la proposta e, avendo egli chiesto quando saremmo andati, rispondemmo che anche la sera stessa»[12]. Di qui comincia il legame dei Cafasso e degli Allamano.

Il Convitto ecclesiastico, come modello di rinascita ecclesiale-sociale e senza alcuna influenza o ambizione politica[13], poteva ritenersi una realizzazione indovinata: e come tale godeva dell'apprezzamento e del sostegno della Casa Reale e di alcune persone facoltose. Alla morte del Guala nel dicembre 1848 succedeva alla direzione del Convitto ecclesiastico il Cafasso, il quale, giudicando opportuno approfondire la dottrina e la formazione dei singoli sacerdoti, limitò il numero degli uditori ai soli corsisti. Il metodo che andava allora in voga nell'insegnamento della morale era noto come "casistica", o studio di situazioni vere o probabili che venivano sottoposte all'uditorio e risolte secondo i principi della morale di S. Alfonso de' Liguori. Il Cafasso, al dire di un vecchio allievo, «riempiva di stupore chiunque l'ascoltava per la profondità e l'esattezza della dottrina» [14].

L'insegnamento della morale al Convitto cominciò a prendere strade ambigue allorché, morto il Cafasso nel 1860, la cattedra venne affidata ad un altro castelnuovese, Giovanni Battista Bertagna, un uomo di indubbio valore e scienza, ma ambizioso. L'arcivescovo Gastaldi, preoccupato del diffondersi nella diocesi di certe sue idee lassiste, chiese ai sacerdoti di pronunciarsi sul da fare. Questi furono quasi unanimi nel chiedere la rimozione del Bertagna e la chiusura del Convitto ecclesiastico. Tra il 1876 e il 1878 il Bertagna fu rimosso perché giudicato di manica larga, il Convitto chiuso e i sacerdoti corsisti trasferiti in seminario sotto la diretta cura dell'arcivescovo.

«Presso il Santuario della Consolata, nei locali quasi deserti dell'antico convento cistercense, trovavano spazio due minuscole comunità: un ospizio per sacerdoti anziani, che conduceva vita stentata, e un pensionato per studenti universitari, chierici o sacerdoti. Due istituzioni eterogenee, appoggiate per di più a un santuario bisognoso di rinnovamento» [15].

La situazione era andata deteriorandosi a tal punto che il rettore del santuario, Bartolomeo Roetti, fu costretto a rassegnare le dimissioni e il Gastaldi a ripiegare sull'unica persona che non gli avrebbe negato il consenso: l’Allamano. La decisione presa inaspettatamente dall'arcivescovo dovette apparire agli occhi di molti come un ripiego. Egli era poco meno che trentenne, la sua esperienza in campo gestionale era nulla, e il complesso che andava a dirigere presentava problemi rimasti irrisolti nonostante la buona volontà e l'esperienza di altri più maturi di lui. Ma, il vescovo lo aveva sperimentato direttamente, l’Allamano possedeva un equilibrio senza pari e una fede da smuovere le montagne. Sarebbe stato, dunque, anche un esecutore impareggiabile.

Ma a dubitare delle sue capacità di fronte ad un'impresa più grande di lui era proprio l'interessato, vissuto per anni nella quiete del seminario, sotto la protezione del rettore Soldati. «Come ubbidiranno a me che sono tanto giovane?», era stata la sua prima domanda rivolta al vescovo. Il Gastaldi non ne aveva tenuto conto, sapendo come l’Allamano riuscisse a mantenere l'ordine con la delicatezza. Il giovane sacerdote formulò allora la richiesta di poter avere con sé un amico con cui lavorare. Il vescovo acconsentì. Fu certamente più facile per l' Allamano ubbidire sapendo che avrebbe spartito il peso della croce con un altro.

 

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[1] Cfr. Lettera del parroco Giovanni Battista Rossi a mons. Lorenzo Gastaldi, Castelnuovo d'Asti, 6 settembre 1873, in Lettere, I, p. 41. Alla festa erano intervenuti lo zio don Giovanni e i fratelli.

[2] Lettera di don Giuseppe al "fratello e intimo amico" Ottavio, Torino 29 novembre 1873, in Lettere, I, pp. 42-43.

[3] Lettera del sacerdote Allamano al vescovo Lorenzo Gastaldi, Passerano 22 luglio 1876, in Lettere, I, p. 63.

[4] Dal testamento dello zio: «Instituisco in mio erede universale il Sacerdote Teologo Allamano Giuseppe, mio nipote, al quale tra le altre mie disposizioni ho raccomandato in modo speciale i poveri miei parrocchiani [...] in fine mescolando colle lacrime le mie ultime parole ti dico ricordarti poi dell'anima mia nel memento e nelle tue fervide orazioni».

[5] Cfr. Conferenze alle missionarie, II, p. 229.

[6] Cfr. corrispondenza dell'Allamano con mons. Gastaldi e con il rettore Giuseppe Maria Soldati, in Lettere, I, pp. 63-69.

[7] Lettera dell'Allamano al Cantarella, Torino 7 marzo 1879, in Lettere, I, p. 104.

[8] Lettera dell'Allamano alla cognata Benedettina Turco Allamano, Torino 2 aprile 1880, in Lettere, I, p. 120; cfr. I, I, pp. 121-122.

[9] Lettera dell'Allamano al Cantarella, Torino 7 aprile 1880, in Lettere, I, pp. 121-122.

[10] Cfr. Conferenze alle missionarie, II, p. 79; Conferenze ai missionari, I, p. 561.

[11] «Le Conferenze di Teologia morale erano state istituite circa un secolo prima (1738) dal re Carlo Emanuele III, che le stabiliva nella R. Università, di cui era allora Gran Cancelliere l'arcivescovo Francesco Arborio di Gattinara» (L. Nicolis DE ROBILLANT, San Giuseppe Cafasso, fondatore del Convitto Ecclesiastico, Ed. Santuario della Consolata, 2ª ed., Torino 1960, p. 34).

[12] Cfr. L. Nicolis DE ROBlLLANT, San Giuseppe Cafasso..., cit., pp. 36-37.

[13] Il Cafasso insegnava che "la politica del prete è la salvezza delle anime"; cfr. C. BONA, La fede e le opere. Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, Edizioni Missioni Consolata, Roma 1989, p. 147.

[14] Cfr. L. Nicolis DE ROBILLANT, op. cit., p. 62.

[15] Lettere, I, p. 128, n. 8.