Giacomo Camisassa: un compagno per la vita
Nei cortili e nelle aule di Valdocco si sono intrecciate conoscenze e amicizie di grande valore che hanno scritto la storia di uomini e di imprese. Tra l'Allamano e il Camisassa correva una differenza di quattro anni, quanto basta per vivere sotto lo stesso tetto senza mai incontrarsi. Se non che, tra l'alunno di quinta ginnasio e quello di prima, la differenza di tempo veniva cancellata da un'identica tensione al fine e da una medesima corsa verso l'ideale. Il giovane Allamano era più incline allo studio dei soggetti letterari e speculativi, il Camisassa era dotato di una brillante intelligenza e di una spiccata inclinazione per le materie tecniche.
Prima di lasciare Caramagna Piemonte, dove era nato il 27 settembre 1854, per entrare nell'Oratorio di don Bosco, Giacomo aveva frequentato le elementari e subito dopo, come usava allora, aveva lavorato come apprendista maniscalco nella bottega del padrino Giuseppe Becchio: lavoro, quello, molto apprezzato in tempi nei quali i trasporti e le informazioni correvano al galoppo o al trotto sulle strade polverose della Penisola. Il padre Gabriele Camisassa e la madre Agnese Perlo provenivano da due famiglie di contadini salariati, che avrebbero dato alla Chiesa missionaria un grande contributo in vocazioni [1].
Gli anni del ginnasio trascorsi, a partire dall'ottobre 1868, nell'Oratorio di Valdocco a contatto quotidiano con don Bosco e i suoi giovani collaboratori, costituiscono una provvidenziale apertura alla vita dello spirito e dell'intelligenza. Giacomo ama lo studio, è curioso di conoscere, ascoltare e comunicare. Il corpo insegnante è formato in prevalenza di chierici e sacerdoti salesiani giovanissimi, ancora impegnati negli studi e desiderosi, al pari dei loro allievi, di schiamazzare e di rincorrersi per i cortili di Valdocco. L'insegnante di V ginnasio è don Celestino Durando, ventisettenne; quello di I ginnasio è il chierico Francesco Dalmazzo, appena ventunenne. I compagni di classe sono un centinaio, e provengono dal Piemonte, Lombardia e Liguria. Soltanto Caramagna (circa 4.000 abitanti), il paese di Giacomo Camisassa, negli anni 1854-1869 diede all'Oratorio 33 studenti.
Direttore spirituale e maestro del coro è don Giovanni Cagliero, futuro apostolo della Patagonia, ventottenne, compositore di musica sacra e popolare e di cantate per intermezzi per le cosiddette "accademie" o trattenimenti di collegio, il quale apprezza di Giacomino il bel canto e lo accoglie nel suo coro[2]. Sintomatici di una situazione di miseria nell'Italia di allora sono i titoli di alcune sue romanze: "Il piccolo spazzacamino", "L'orfanello", "Il ciabattino", "Il figlio dell'esule"[3]. Accanto alle aule vi sono i laboratori degli apprendisti artigiani, da cui s'alza· il suono dei martelli, delle seghe, delle raspe, tanto familiari al giovane Camisassa.
Nel 1871 egli intraprende la via verso il sacerdozio diocesano, studia filosofia nel seminario diocesano di Chieri e nel 1873 (anno di ordinazione dell'Allamano) comincia gli studi ecclesiastici nel seminario metropolitano di Torino. Qui incontra l'Allamano, con il quale aveva condiviso i tempi della preghiera, dei pasti e degli svaghi nell'Oratorio di Valdocco, ma ora in qualità di assistente, direttore e confidente, fino all'ordinazione sacerdotale, avvenuta il 15 giugno 1877, e nel biennio di teologia morale fino al conseguimento della laurea nel luglio 1878.
Lega i due una profonda e sincera amicizia sacerdotale, fatta di comuni ideali, di nobile sentire, di tensione al bene fatto bene, di ammirazione e rispetto per le rispettive qualità di intelligenza e di cuore. Un legame sincero, non possessivo e non soggetto a divergenti voltafaccia. Un'amicizia rara come la perla del vangelo. Non era la richiesta di un esecutore quella che l'Allamano aveva rivolto all'arcivescovo Gastaldi come condizione per andare rettore alla Consolata e al Convitto, ma la scelta di un sacerdote fedele compagno, in grado di condividere le sue realizzazioni. Tra i due s'intreccia una rete di rapporti ricchi di rispetto e di delicatezze.
È il settembre 1880. È appena terminato il colloquio con l'arcivescovo Gastaldi all'Eremo dei Camaldolesi. L'Allamano prende carta e penna e scrive la sua prima lettera al Camisassa:
«Caro teologo[4],
La notizia che sto per darle la riempirà di stupore come è successo a me nel momento di riceverla. Mons. arcivescovo mi ha nominato rettore del santuario di Maria Consolata al posto del canonico Bartolomeo Roetti che sta per ritirarsi al Cottolengo. Non sono bastate le mie giuste proteste e tantomeno gli interventi di altre persone a far cambiare idea al vescovo [5]. Alla fine non mi è rimasta altra via di scampo che ubbidire. La voce dell'obbedienza ha chiarito ogni cosa; spero che continui a farlo. Ecco, mio caro, una notizia che confido a lei per primo.
Ma c'è di più: avendo il vescovo stabilito di rinnovare il Convitto cominciando dall'abitazione dell'economo, ha acconsentito che mi cercassi un sacerdote di mio gradimento; dopo averne parlato con il rettore Soldati, ho pensato a lei. La prego a non volere fare caso del termine "economo", poiché monsignore mi ha assicurato di volerlo nobilitare con la sua nomina. Non voglia nascondersi dietro personali incapacità perché, se Dio aiuta me, aiuterà anche lei. Monsignore ha già stabilito che un altro sacerdote prenda il suo posto come viceparroco a Pecetto Torinese. Spero vorrà accettare l'invito o il comando con lo spirito di obbedienza che ha imparato ad esercitare in seminario.
Veda, mio caro, insieme faremo un po' di bene, eserciteremo la carità con i sacerdoti anziani là ricoverati, e procureremo di onorare il culto della nostra Madre Consolatrice. Del resto in questo ufficio lei avrà più occasioni di esercitare il sacro ministero che nella parrocchia di Pecetto. Sono certo che vorrà imitare il suo antico direttore nell'obbedienza agli ordini del vescovo, e io avere la fortuna di condividere con lei, che tanto amo e da cui ho sempre ricevuto prove d'amore, i tanti travagli che mi aspettano. Raggiungerò il santuario ai primi di ottobre, e spero di fare l'ingresso insieme a lei. In attesa di una sua risposta, la prego di considerare il tutto come segno di stima e di amore nei suoi riguardi.
Affezionato in Gesù Cristo, G .A.» [6].
Sarebbe errato pensare che lo stile della lettera sia volutamente capzioso e invitante per evitare la brutta sorpresa di un rifiuto. L'Allamano ha scelto il Camisassa perché ne ha esperimentato la dirittura morale e l'obbedienza sacerdotale. Quanto alle espressioni qui usate, esse sono le stesse che ricorrono nelle lettere al fratello Ottavio e all'amico Cantarella. Quarantadue anni passati insieme riveleranno che la scelta fatta fu indovinata perché vissuta secondo i requisiti di una reciproca e autentica complementarietà [7].
L'Allamano sulla cattedra di Giuseppe Cafasso
L’inizio di questa impresa si distingue per un gesto di delicatezza: il Camisassa concede all'Allamano di mostrarsi per primo ai frequentatori del santuario, lui giungerà il giorno seguente: così l'opera si inaugura senza ambiguità [8]. A questo punto manca solo il decreto di ratifica dell'arcivescovo: giungerà 1'8 novembre 1881, con la vistosa aggiunta di don Giuseppe Allamano "Amministratore del santuario di S. Ignazio presso Lanzo" [9].
L'Allamano non sembra lusingato dallo stile curiale e ampolloso della lettera, che gli dispensa incombenze con la stessa gratuità con cui gli riconosce qualità e virtù: una specie d'onore al merito prima di scendere in campo. Egli è consapevole che ciò che lo aspetta è una sfida alla sua persona, alla sua giovane età e alla sua inesperienza. Ma è anche convinto che i tre settori che gli sono affidati - Consolata, Convitto, S. Ignazio - sono bisognosi di un'opera di radicale rivitalizzazione. È solo normale che un giovane sacerdote come lui, cagionevole di salute e fresco di seminario, si senta la febbre addosso e cerchi rifugio nell'obbediente sottomissione a chi lo ha mandato, salvo a prendere coraggio appena si accorge che può reggersi in piedi con le proprie forze.
Infatti, a giudicare dagli obiettivi raggiunti dall'azione dell'Allamano negli anni seguenti, la sua nomina risulta tutt'altro che frutto d'azzardo. Il Gastaldi non era uomo da mettere il carro davanti ai buoi, il rischio prima del calcolo.
Da questo momento il progetto di riforma istituzionale avviato in diocesi riscopre, nel santuario della Consolata, le radici storiche e culturali della fede e della pietà, nelle quali si riconoscono ugualmente le classi povere e i membri della famiglia reale.
Appena trovata una sistemazione conveniente per i sacerdoti anziani[10], egli intraprende l'impresa più delicata del suo mandato: scrive una memorabile lettera a mons. Gastaldi, dimostrando con argomentazioni inconfutabili che, se la soppressione del Convitto ecclesiastico quattro anni addietro poteva considerarsi una misura saggia al fine di arginare gli abusi, ora non lo era più, dato il crescente malumore dei giovani sacerdoti e le proteste di una parte dell'opinione pubblica diocesana, favorevole alla reintegrazione del Convitto nella sua sede naturale accanto al santuario della Consolata. L'Allamano gioca anche un'altra carta, quella dell'inserimento nel corpo docente del compagno di seminario Agostino Richelmy, ma senza riuscirci.
La lettera - riferisce p. Lorenzo Sales, primo biografo - fu consegnata dal Camisassa al Gastaldi, il quale subito dopo, incontrando l'Allamano, lo apostrofò:
«- Dunque, tu vuoi ristabilire il Convitto?
- Monsignore, non che io voglia...
-Sì, sì, c'intendiamo. Ristabiliscilo pure, ma ad una condizione: che tu sia il capo delle conferenze di morale.
Era proprio quello che l'Allamano non si sarebbe mai aspettato... Supplicò dunque l'Arcivescovo di concedergli almeno un anno, che avesse tempo a prepararvisi e intanto farlo supplire dal professor Richelmy, ma non ci fu verso.
- O a questa condizione, ribatté l'Arcivescovo, o non se ne parli più» [11].
In poche ore la notizia fa il giro di Torino e dintorni. Lo stesso Allamano informa con lettera i più interessati al caso. Scrive al compaesano don Giovanni Battista Bertagna, che era stato radiato dalla cattedra di morale del Convitto perché giudicato di mentalità conciliante. Questi, da Castelnuovo dove si era ritirato, risponde all’Alamanno: « ... mi sono rallegrato di tutto cuore al sentire che si riapre il Convitto alla Consolata, e che tu presiederai all'insegnamento. Purtroppo le tue forze fisiche non sono troppo proporzionate alle fatiche che ti sono addossate...»[12]. L'espressione del Bertagna, velatamente pungente nei confronti del Gastaldi, che aveva scelto l'Allamano, malaticcio e negato all'insegnamento, tradisce la smania di ritornare sulla cattedra di morale per rifarsi l'onore.
Diversa è la preoccupazione dell'Allamano per il quale il Convitto deve riappropriarsi degli obiettivi che aveva ricevuto dai padri fondatori Lanteri, Guala e Cafasse, e fare rifiorire il santuario della Consolata, che per quattro anni era stato in balia di religiosi anziani e poco concordi. Il teologo Bertagna non fa mistero della situazione, augurandogli che possa non solo cominciare, ma proseguire l'opera sulle orme dello zio Cafasso [13].
All'inizio di novembre 1882 si riaprono le aule del Convitto e l'Allamano sale timidamente in cattedra, tenendo tra le mani un quaderno d'appunti nel quale sono vergate, in scrittura minuta e impeccabile come di calligrafo, annotazioni varie su principi teorici e questioni pratiche della teologia morale tratte dall'insegnamento di S. Alfonso e dello zio Giuseppe Cafasso.
La sua voce debole e afona tradisce la timidezza del carattere e l'assillo delle molte preoccupazioni. «Per amore della verità, - attesta un suo ex alunno - debbo affermare come egli non fosse fatto per l'insegnamento di una tal materia, che richiede una preparazione per la quale l’Allamano non poteva assolutamente disporre del tempo necessario, occupatissimo com'era nei lavori di restauro del santuario... Era l'uomo di Dio, nato fatto per dirigere e formare il giovine clero» [14].
Egli non era un teorico della formazione sacerdotale, come Giuseppe Cafasso non lo era stato della teologia morale e don Giovanni
Bosco dell’educazione giovanile. La comune matrice contadina da cui provenivano ha avuto sul nascere il pregio di equilibrare la varietà dei caratteri in un'armoniosa fusione di intelligenza e di volontà, e di lanciarli verso obiettivi concreti di vita. L'Allamano, da parte sua, era dotato di intelligenza pratica che rifuggiva dalle elucubrazioni e prediligeva i valori della spiritualità monastica e del tempo salvifico nel cui ambito si realizzano i grandi miracoli della storia, primo fra tutti l'evangelizzazione del mondo. Nella lettura degli avvenimenti quotidiani sapeva scoprire le direttrici inconfondibili del progetto divino su cui si realizza un modello di formazione sacerdotale. Tale modello formativo, con i dovuti ritocchi, è giudicato positivamente dai suoi contemporanei[15]. Le regole scritte dallo stesso Allamano fissano per i giovani sacerdoti i momenti di studio, di silenzio, di preghiera.
La formazione umana, dottrinale e pastorale del giovane clero torinese assorbe tempo e capacità dell'Allamano. Egli si sente impegnato in prima persona a consolidare la loro formazione e a prepararli ad accogliere le novità senza lasciarsene dominare. «Il giovane clero - scrive nell'ottobre 1896 - seguendo il movimento moderno del Laicato e dell'Episcopato per l'Azione Cattolica, anela a farne parte ed è ottima cosa; bisogna combattere ed occuparsi anche di cose materiali come Casse rurali». Ma mette in guardia dal pericolo di sopravvalutare l'attivismo a discapito del ministero spirituale e dell'aggiornamento culturale. È apprezzabile in lui la preoccupazione di preparare un clero santo e dotto in un'Italia che, nel censimento del 1901, risultava avere il 48,5 per cento di analfabeti e quindi di esclusi dalla vita politica, e meno di un milione di iscritti all'università, ma che nel contempo vantava una stretta minoranza di intellettuali agguerriti e anticlericali.
In lui non prevale mai l'occasionalità, ma domina una regola di vita che gli consente di raggiungere grandi risultati con relativa essenzialità di mezzi: la regola delle priorità, grazie alla quale riesce a raggiungere l'obiettivo finale delle cose e delle operazioni senza lasciarsi travolgere dagli intermezzi. Poco importa se non è un conferenziere della tempra di Fortunato Guala o un maestro della statura di Giuseppe Cafasso. Ciò che importa è che, svolgendo bene il suo compito, contribuisca a riportare il Convitto ecclesiastico sulla giusta strada, aiutato in questa impresa dal compagno di cordata Giacomo Camisassa che egli vuole accanto a sé in qualità di docente di teologia morale e di vicerettore del santuario.
Ma c'è qualcosa di più: il santuario della Consolata necessita di un rifacimento. Insieme ne studiano un ambizioso progetto di ammodernamento, pronti a sottoporlo all'esame e all'approvazione dell'arcivescovo. Ma questi, provato dai dispiaceri e dalle incomprensioni, tanto frequenti quanto inevitabili nella vita di un vescovo, comincia a dare segni di stanchezza e di cedimento. L'Allamano, che ne avverte con trepidazione il declino, cerca di aiutarlo nella sua crescente solitudine.
«Un giorno - racconta - ero andato a trovare mons. Gastaldi, negli ultimi suoi anni: era là solo e mi disse: Mi sento tanta malinconia che piangerei sempre; il segretario mi ha messo qui vicino i canarini perché mi rallegrassero, e invece mi fanno venire ancor più voglia di piangere. E poi soggiunse: Ma come? Io devo piangere? No che non piango» [16].
Il sabato santo l'arcivescovo si reca, come è suo solito, in preghiera al santuario e, osservato per l'ennesima volta l'aspetto fatiscente della costruzione, si rivolge all'Allamano che gli sta a fianco ed esclama:
- Come è brutto...
- Sì, è brutto - risponde lui, - ma vorrei mettermi d'attorno a ripararlo. Tengo già pronto il progetto.
- Allora, mettiti subito all'opera...
Sono queste le ultime battute che l'Allamano raccoglie dalla bocca del "suo" vescovo. La mattina di Pasqua, 25 marzo 1883, mentre si accinge a celebrare la messa solenne in duomo, mons. Gastaldi è colto da malore e muore. La città di Torino lo piange. E l’Allamano, che più di altri lo ha conosciuto nei suoi eccessi di esaltazione e nelle sue crisi di depressione, si aggrappa alla sua memoria e la conserva intatta per tutta la vita.
In questo momento, particolarmente impegnativo per l'Allamano, si rivela provvidenziale la vicinanza operosa dell'amico Camisassa, il quale segue con intelligenza e competenza i lavori di restauro che in meno di due anni (1884-1885) portano l'edificio al suo massimo splendore. Le spese dei lavori superano il milione di lire e provengono da sottoscrizioni e offerte varie [17].
Sorprendentemente, ai primi colpi di piccone vengono alla luce alcuni resti delle antiche mura romane che segnavano il perimetro della città augustea [18] da cui trasse le sue origini Torino, da poco privata - non senza comprensibili traumi - del titolo prestigioso di capitale del Regno d'Italia in favore di Firenze (1864) e Roma (1870). Questa spogliazione alla fine si sarebbe risolta in una espansione economico-industriale in grado di assorbire una buona parte della manodopera giovanile confluita dalle campagne del Piemonte[19].
Mentre il santuario della Consolata era rimesso a nuovo «coll'idea di rispettare l'architettura primitiva della fabbrica»[20], e la città si andava consolidandone ciò anche a vantaggio della stabilità della sua Chiesa e delle sue imprese religiose -, si addensavano all'orizzonte altre sfide.
Una inaspettata frattura
Solo dopo otto mesi dalla morte dell'arcivescovo Gastaldi la Chiesa di Torino ricevette un nuovo pastore. Questi, genovese come il suo predecessore Fransoni, era il sessantacinquenne cardinal Gaetano Alimonda, uomo di lettere e di curia, molto vicino a Leone XIII, ammiratore di don Bosco e delle imprese missionarie dei suoi figli in Patagonia [21].
Il nuovo pastore, mal informato sugli amici del Gastaldi, provvide subito alla loro sostituzione nelle cariche diocesane. Figuravano nella “lista nera” personaggi di spicco, tra cui il rettore del seminario metropolitano Giuseppe Maria Soldati, il quale, vistosi spogliato delle sue funzioni a favore del nuovo ausiliare Giovanni Battista Bertagna dietro l'accusa di eccessiva durezza nella formazione, non ebbe la forza di sopravvivere all'affronto e morì «sacrificato».
All'inizio dell'anno scolastico 1884-85 il Bertagna, ormai padrone del campo, si affretta a ritornare - con o senza il consenso dell'Allamano - alla cattedra di morale presso il Convitto da cui era stato estromesso nel 1876. Liberato, non importa come, dal grande peso dell'insegnamento, l'Allamano dedica tutte le sue energie alla formazione del giovane clero, alla direzione spirituale dei molti frequentatori del santuario e ai lavori di ampliamento [22].
È superfluo a questo punto far notare come da questo intreccio di rapporti emerga un Allamano di carattere e prestigio che non si lascia trascinare in basso dalle cose infime che avviliscono; un uomo che regola la sua vita secondo la norma che egli stesso suggerisce al futuro collaboratore al Convitto, il sacerdote Luigi Boccardo: «Si creda superiore a tutte queste cose» [23].
Ne dà prova egli stesso, estraniandosi dalle preoccupazioni quotidiane per intensificare i suoi momenti di preghiera e per ritornare agli affetti di famiglia, al cui calore rivive i giorni dell'infanzia trascorsi a Castelnuovo con il fratello Ottavio. I suoi brevi messaggi alla cognata Benedettina Turco Allamano e alla nipotina Pia Clotilde contribuiscono a conservare il legame che lo mantiene unito alla casa: ambedue lo chiamano "zio"[24]. Benedettina gli regala le tendine per la finestra, lui la invita a trascorrere, insieme alla nipotina e al fratello Giovanni, qualche giorno nella villa di Lanzo presso il santuario di Sant'Ignazio, dove tiene ogni anno gli esercizi spirituali per i sacerdoti della diocesi[25].
In questo luogo impregnato di «tante anime, specialmente sacerdotali, che qui vi si convertirono, si santificarono e presero forti risoluzioni»[26], l'Allamano matura la sua forte personalità sacerdotale e il suo proposito di dedicarsi alla missione. In seguito amerà trascorrere giornate di intimità con i missionari partenti per le missioni d'Africa. A don Marino in procinto di lasciare l'Italia per il Kenya lascerà "tre ricordi", che costituiscono il nucleo essenziale dell'identità missionaria:
- Preghiera: «Tu, mio caro, imiterai il grande Santo Francesco Saverio» che quando non aveva potuto dedicare tempo alla preghiera di giorno, passava le notti ai piedi di Gesù Sacramentato»;
- Dolcezza verso gli altri: «Tu, caro figlio, proponi in questo momento e rinnova il proponimento... di volerti conservare dolce e mansueto...».
- Disponibilità a Dio e ai fratelli: «Mio caro, via dalla testa il cercare te stesso ed i tuoi gusti, ma solo la gloria di Dio e la salute delle anime»[27].
Intanto a Torino fervono i restauri in prossimità delle celebrazioni cinquantenarie del 20 giugno 1885 a ricordo della liberazione della città dal colera, testimoniata dalla statua della Consolata su colonna che sorge presso il santuario. L'Allamano chiede l'autorizzazione scritta al sindaco di Torino per procedere alle celebrazioni [28]. Il card. Alimonda a sua volta invita il card. Domenico Bartolini, prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, ad approntare una liturgia per le celebrazioni «per quanto i tempi permettono»[29]; e invia una seconda lettera ai parroci, incoraggiandoli «a sfogare in essa la loro tenera pietà verso la Beatissima Vergine Consolatrice»[30]. Il questore concede il nulla osta, autorizzando lo svolgimento della processione con qualche ritocco di percorso[31].
Ma tre giorni prima della festa ecco sopraggiungere dal prefetto della provincia l'ordine di cancellare qualsiasi manifestazione religiosa fuori del santuario. I motivi sembrano contrastanti: per il prefetto della città si tratterebbe di prevenire eventuali manifestazioni faziose aizzate da certa stampa al fine di impedire le celebrazioni religiose in città[32]; per il card. Alimonda, invece, la "proibizione" sarebbe ascrivibile unicamente all' autorità politica[33].
Quali che fossero i veri motivi, resta il fatto che la situazione religiosa nel Paese andava cambiando, sotto la pressione delle insorgenti forze liberali·, socialiste e anarchiche, più o meno anticlericali e antipapiste. L'Allamano aveva seguito con apprensione l'evolversi della situazione che si era conclusa nello stesso anno 1870, da una parte con la caduta del potere temporale e dall'altra con la proclamazione della dottrina dell'infallibilità pontificia.
Gli anni che seguirono al Concilio Vaticano I videro l’Allamano occupato nella formazione dei sacerdoti, nella cura delle anime e nella restaurazione del santuario. Non si può pensare che potessero sfuggire a lui, che da anni viveva a contatto con una società orante e operante ed avvertiva il fremito della missione, i grandi avvenimenti destinati a dare una svolta alla storia e che caratterizzarono quello scorcio di secolo, quali il Congresso di Berlino (1885), dal quale presero forma i due opposti fenomeni, il colonialismo africano e la missione contemporanea, e l'enciclica di Leone XIII Rerum novarum (1891) a tutela dei lavoratori e della proprietà privata respinta dal socialismo.
La città di Torino era più di altre a contatto quotidiano con i problemi del lavoro e della missione, avendo prodotto nel suo interno uomini come Giovanni Bosco, Leonardo Murialdo e Giuseppe Benedetto Cottolengo che con i loro scritti, le loro opere e la loro santità avevano saputo influenzare il corso delle cose e creare attorno a sé una spiccata sensibilità nei confronti delle nuove realtà del lavoro e dello sviluppo umano. La nuova dottrina sociale della Chiesa era arrivata al clero e alle unioni operaie di quel tempo e cominciava a portare i primi frutti.
Scriveva quasi a commento della Rerum novarum Leonardo Murialdo: «Necessita far sorgere... una organizzazione sociale cristiana operaia e contadina, qualunque sia la forma, purché... tenda alla elevazione del popolo e alla pace sociale... Tener presenti e conto delle condizioni reali del tempo e del luogo, dove si deve lavorare... Si dice che l'avvenire è della democrazia: se la democrazia è ascensione delle masse popolari, degli umili, dei contadini, degli operai verso una maggior istruzione e moralità, ad una maggior distribuzione dei beni, ad una maggiore partecipazione del popolo alla vita civile e pubblica nella libertà e nella pace, la Chiesa è con la democrazia ...»[34].
L'Allamano, sensibile ai cambiamenti in atto, dall'alta vedetta del Convitto ecclesiastico continuerà a disimpegnare con immutata fedeltà il suo molteplice ruolo anche dopo la morte del card. Alimonda, avvenuta il 30 maggio 1891, e a fianco dei vescovi che lo seguiranno stilla cattedra di Torino: mons. Davide Riccardi (1892-1897); card. Agostino Richelmy (1897-1923); card. Giuseppe Gamba (1924-1926)[35].
A giudicare dalla diversità dei personaggi, il suo dovette risultare un esercizio di grande malleabilità e adattabilità, pazienza e acutezza, oltre che di sana diplomazia. L'Allamano possedeva la delicatezza del saggio, la comprensione dell'uomo maturo, l'umiltà del santo. Queste disposizioni si colgono nella sua dottrina e nella sua corrispondenza. Fu facilitato in questo molteplice esercizio dal vicerettore Giacomo Camisassa, che fu, al pari di lui, un esempio di rettitudine e di fedeltà al dovere, e che con la sua instancabile attività gli consentì di dedicarsi alle cose dello spirito.
L'Allamano e il risveglio missionario in Italia
Il periodo che precede e accompagna l'attività dell'Allamano al santuario della Consolata e al Convitto ecclesiastico è denso di fermenti e di novità. Il liberalismo con la sua concezione laicista dello Stato e il suo separatismo dalla Chiesa conduce alla laicizzazione della cultura e della vita: si dividono le competenze, le leggi, gli obiettivi. Lo Stato si riserva l'esercizio del bene comune, il diritto di veto sulla nomina dei vescovi, il controllo delle istituzioni religiose ed educative.
Sono note all'Allamano le pressioni dei governi sul Concilio Vaticano I, le distorsioni e gli attacchi della stampa laica e anticlericale al Papa, alla Chiesa e alle istituzioni; i movimenti nazionalistici europei che si esprimono in guerre d'indipendenza e di prestigio o in imprese coloniali per la supremazia politica, economica e civilizzatrice del mondo.
D'altro canto questo periodo presenta anche una fioritura di iniziative ecclesiali. La città di Torino, favorita dalla vicinanza geografica e da molteplici legami storici e culturali con i Paesi d'Oltralpe, è una tra le città d'Italia più esposte alle novità. Già nel primo 1800 vi era fiorita, proveniente dall'Austria, la cosiddetta "Amicizia Cattolica", fondata dal gesuita svizzero p. Nicolao Diessbach (1732-1798) e diffusasi un po' ovunque in Europa sotto varie denominazioni. Essa si proponeva di gettare le basi per una cultura cattolica nell'Europa illuminista e liberale attraverso la stampa e la diffusione del libro cattolico, incluso quello a soggetto missionario.
Naturalmente a quei tempi la missione, nella mentalità di molti, si confondeva con l'esplorazione, e il missionario era necessariamente anche colui che per primo scopriva i rilievi montuosi, i bacini fluviali, i deserti, le pianure, le foreste, e ovviamente gli uomini e gli animali che li abitavano. Nel catalogo dell'Amicizia Cattolica, accanto alle opere di apologetica e di letteratura cristiana, figuravano anche le cronache delle grandi imprese condotte dai missionari Cappuccini italiani nei Regni del Congo nei secoli XVII-XVIII. Alla morte del fondatore Diessbach (1798), l'eredità spirituale dell'Amicizia Cattolica veniva raccolta dal sacerdote cuneese Pio Brunone Lanteri, fondatore della Congregazione degli Oblati di Maria Vergine, e diffusa in varie parti d'Italia. Considerato uno dei padri fondatori del Convitto ecclesiastico insieme al Guala e al Cafasso, Lanteri fu anche l'infaticabile sostenitore delle missioni della Louisiana. Dopo la sua morte, Propaganda Fide affidò ai suoi figli l'evangelizzazione della Birmania. Nel corso del conflitto tra Napoleone e Pio VII, l'Amicizia fu disciolta senza tuttavia sospendere completamente le varie attività.
Quale eredità abbia potuto raccogliere l'Allamano da questo ricco contesto missionario, si può soltanto desumere dai frammenti sparsi nelle lettere e nei dialoghi. Non fu certamente a caso che, parlando ai suoi missionari, egli abbia potuto esclamare: «Certo, se Cafasso fosse vissuto ai nostri giorni, si sarebbe fatto missionario; ma allora non c'era in Italia alcun istituto missionario. Una volta, predicando gli esercizi al clero, parlò delle Missioni come uno che sente l'ardore, il fuoco dello zelo. Noi siamo suoi parenti»[36].
Nell'Allamano, giunto cinquant'anni dopo sul quadrante della storia, giocava il vantaggio di una maggiore conoscenza del problema missionario, acquisita nei contatti con personaggi di varie congregazioni impegnate nell'evangelizzazione; nella lettura delle pubblicazioni e dei resoconti, e soprattutto nell'assidua frequentazione con l'Opera della Propagazione della Fede, che, fondata a Lione nel 1822 per iniziativa di Pauline Jaricot e di un gruppo di cattolici impegnati, era diventata subito oggetto di incoraggiamento e di ammirazione da parte dei pontefici e di molti vescovi [37].
L'Opera della Propagazione della Fede, approdata a Torino nel 1824, a cominciare dagli anni '50 era stata assunta e diretta da don Giuseppe Ortalda (1814-1880), un uomo di primo piano nel mondo ecclesiastico torinese, la cui opera dinamica e fantasiosa contribuì al risveglio missionario della Chiesa italiana. «Sotto la sua reggenza - scrive p. Candido Bona - la Propagazione della Fede, da semplice organo per la raccolta di elemosine, divenne strumen-
to di irradiazione dell'idea missionaria e fucina di iniziative»[38]. Egli aveva la rara capacità di aggregare le varie forze operanti nello stesso campo attraverso una collaborazione entusiasta e ininterrotta. Non c'era attività culturale o sociale alcuna in Torino che non usufruisse del suo incoraggiamento e aiuto[39].
Un'iniziativa che si rivelò importante ai fini della conoscenza delle missioni fu la Lotteria Missionaria di oggetti esotici (1852-1858), illustrata da un'apposita pubblicazione settimanale dal titolo «Esposizione a favore delle Missioni Cattoliche affidate ai Seicento Missionari Sardi», divenuta poi «Museo delle Missioni Cattoliche», la prima rivista missionaria italiana, che portava a conoscenza del pubblico lettere e resoconti di viaggi, scoperte, avventure di missionari. Tra i suoi corrispondenti più assidui c'era Daniele Comboni, del quale aveva pubblicato nel 1864, in forma di opuscolo, la prima edizione del «Piano per la conversione della Nigrizia»[40]. In una lettera scritta il 17 agosto 1875 da El-Obeid, il Comboni si riprometteva, giunto in Italia, di «passar da Torino» per discutere con lui il piano della sua "Nigrizia". E come segno d'amicizia chiedeva all'Ortalda di mandare alla sua Opera in Verona «qualche buon soggetto piemontese» [41]
Non passa molto tempo e il Comboni, in viaggio per la Francia, sosta a Torino ospite di don Bosco e s'incontra anche con l'Ortalda. Quel dicembre 1876 l'Allamano, giovane sacerdote alle prese con il dottorato in teologia, non era ancora entrato nella scena della Torino missionaria: lo avrebbe fatto soltanto dopo vent'anni, quando l'episcopato piemontese si fosse aperto al problema missionario.
Il canonico Giuseppe Ortalda, grazie al quale l' Allamano aveva avvertito, ancora giovane oratoriano, la chiamata alla missione[42], tenta più volte la carta coraggiosa ma prematura della fondazione di un istituto missionario sull'esempio del PIME. Ma l'episcopato piemontese si rivela meno coraggioso di quello lombardo: gli viene a mancare l'appoggio necessario e di conseguenza il "Piccolo Seminario delle Missioni" (1859) e le "Scuole Apostoliche" (1869) da lui fondati si limiteranno a preparare personale per le missioni altrui [43].
Si assiste, all'interno della Chiesa italiana, alla nascita delle prime congregazioni missionarie dell'epoca contemporanea: mons. Angelo Ramazzotti, prima vescovo di Pavia e poi patriarca di Venezia, fonda il Pontificio Istituto delle Missioni Estere per l'evangelizzazione dell'Asia e Oceania (Milano 1850); mons. Daniele Comboni fonda l'Istituto dei Figli del Sacro Cuore (Verona 1867) e l'Istituto delle Pie Madri della Nigrizia (Verona 1872) per promuovere la conversione dell'Africa per 1nezzo degli africani; mons. Guido Maria Conforti, vescovo di Parma, fonda la Pia Società di S. Francesco Saverio per l'evangelizzazione della Cina (1895).
Nel Piemonte il tentativo viene ripreso più volte, ma sarà soltanto vent'anni dopo la morte dell'Ortalda che il sogno si realizzerà, con altri personaggi sulla scena.
Da Torino l'Opera della Propagazione della Fede si estende in molte diocesi italiane, cominciando a diffondere, con i suoi stampati e la sua letteratura missionaria, una conoscenza e una spiritualità aperte al mondo dei popoli, delle culture e dell'esotismo. La missione, stimolata dalla «coscienza civilizzatrice» e dalla concezione ottimistica dell'uomo, si colora di romanticismo eroico e fantasioso, e trabocca dagli spazi angusti entro i quali il giansenismo rigorista l'aveva forzatamente confinata.
Si comincia finalmente a respirare il vento proveniente da Nord, Sud, Est, Ovest; si accorciano le distanze tra l'Europa e il resto del mondo; grazie all'impiego dei bastimenti a vapore si possono raggiungere le missioni in tempi ragionevoli, e il trasporto delle merci si fa più sicuro e spedito; i viaggi missionari e le esplorazioni geografiche rivelano al mondo terre sconosciute, vie mai percorse, popoli e culture da avvicinare e da evangelizzare.
La Chiesa del Piemonte, già presente nella Terra del Fuoco con i Salesiani di don Giovanni Bosco e in Birmania con gli Oblaci di Maria Vergine di don Brunone Lanteri, dovrà attendere ancora qualche anno perché, sull'esempio delle Chiese di Lombardia, Veneto, Liguria ed Emilia, maturi in lei una forma anticipatrice di cooperazione missionaria.
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[1] Giacomo Camisassa (1854-1922) visse 42 anni a fianco dell'Allamano. I suoi tre nipoti, Perlo Filippo (1873-1948), Gabriele (1879-1948) e Luigi (1884-1970), furono tra i primi missionari della Consolata; e la nipote Orsola Pedo (1841) fu religiosa di don Bosco.
[2] Cfr. G. e G.P. MINA, La beatitudine di essere secondo. Giacomo Camisassa, EMI, Bologna 1982.
[3] Cfr. P. STELLA, Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), Libreria Ateneo Salesiano (LAS), Roma 1980, pp. 239-241. Castelnuovo d'Asti tra il 1850 e il 1869 diede all'Oratorio di don Bosco 63 allievi, classificandosi seconda dopo Torino.
[4] Il titolo "teologo" era dato ai sacerdoti laureati in scienze teologiche.
[5] Anni dopo. parlando alle Suore della Consolata. dirà: «Quando si trattava di andare alla Consolata, tutti vennero a dirmi di non andare. che là nessuno resisteva, ed una persona aggiunse: Io non posso rallegrarmi. Ed io risposi: Mi rallegro ben io ché almeno faccio l'obbedienza» (Conferenze alle missionarie, II, p. 443).
[6] Lettera dell'Allamano al Camisassa (adattamento) in data settembre 1880. L'originale si trova in Lettere, I, pp. 123-125. «Questa lettera... è un documento importante: segna il destino del Camisassa e dell'Allamano», cfr. G. e G.P. MINA, La bealitudine..., cit., p. 23.
[7] Cfr. Positio, p. 116.
[8] L'Allamano fa il suo ingresso il 2 ottobre 1880, e il Camisassa il 3 ottobre.
[9] Il santuario di S. Ignazio, meta di esercizi spirituali e di preghiera per sacerdoti e laici, fu costruito all'imboccatura delle tre Valli di Lanzo nel XVIII secolo dalla Compagnia di Gesù, soppressa la quale divenne proprietà della diocesi di Torino, che lo adibì a luogo di incontri spirituali e lo associò al Convitto ecclesiastico. Tra i personaggi più noti della sua storia si ricordano il ven. Bruno Lanteri, il teologo Fortunato Guala e S. Giuseppe Cafasso. «La qualifica di amministratore di Sant'lgnazio compete all'Allamano in quanto rettore del Convitto» (C. BONA, La fede e le opere. Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, Edizioni Missioni Consolata, Roma 1989, p. 226).
[10] «Quando sono andato Rettore della Consolata non avevo ancora trent'anni; c'erano tanti sacerdoti vecchi, querce annose che bisognava sostenere cercando di non lasciarle pendere di più...» (cfr. Conferenze alle missionarie, II, p. 77).
[11] L. SALES, Il canonico Giuseppe Allamano..., Istituto Missioni Consolata, Torino 1936, pp. 93-94.
[12] Lettera di G.B. Bertagna a Giuseppe Allamano, 7 agosto 1882, in Lettere, I, pp. 148-149.
[13] Cfr. Lettere, I, p. 149.
[14] Citato da L. SALES, Il canonico Giuseppe Allamano..., cit., p. 95.
[15] Sulle lezioni svolte dall'Allamano al Convitto ecclesiastico si veda: I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, il suo tempo, la sua vita, la sua opera, Edizioni Missioni Consolata, 4 voll., Torino 1982-1984, I, p. 414ss.
[16] Conferenze alle missionarie, III, p. 206.
[17] Secondo il p. Lorenzo Sales, contribuirono alla raccolta di fondi per il restauro ecclesiastici eminenti, umili cappellani di campagna, famiglie nobili, operai delle officine. Altrettanto riuscita fu la "gara d'onore per donare 759 brillanti, tutti veri" per la Madonna e il Bambino. Vi contribuirono S. Pio X, il cardinal Richelmy, la regina Margherita, le principesse Clotilde e Elena di Savoia, ecc. (cfr. L. SALES, Il canonico Giuseppe Allamano..., cit., pp. 122ss.).
[18] Per un'ampia descrizione dei restauri del santuario e relativo carteggio con il Comune di Torino per il contributo finanziario richiesto dall'Allamano si veda L. SALES, op. cit., pp. 113-116; I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., I, pp. 514ss; C. BONA, La fede e le opere..., cit., pp. 233-254; G. e G.P. MINA, La beatitudine..., pp. 37-42; «Il Servo di Dio Giuseppe Allamano», 3,4 (1984).
[19] G. TUNINETTI, Torino e i tempi dell'Allamano, in Giuseppe Allamano, relazione al convegno di studio sull'Allamano, Torino 24 novembre 1990, Edizioni Missioni Consolata, pp. 19-42.
[20] Cfr. I restauri del santuario della Consolata, in Lettere, I, 193.
[21] Sui rapporti del cardinale Alimonda con don Bosco e i Salesiani cfr. F. TRANIELLO (a cura), Don Bosco nella storia della cultura popolare, SEI, Torino 1987, pp. 214-215. Il 30 gennaio 1885 una seconda spedizione di Salesiani partiva da Torino per la Patagonia.
[22] Cfr. G. e G.P. MINA, La beatitudine..., cit., pp. 38-42.
[23] Lettera dell'Allamano a Luigi Boccardo, Sant'Ignazio 10 agosto 1883, in Lettere, I, p. 160. Divenuto sacerdote, don Luigi Boccardo fu per trent'anni direttore spirituale dei giovani sacerdoti convittori a fianco dell'Allamano e del Camisassa. Uscito dal Convitto nel 1916, fondò la Congregazione delle Figlie di Gesù Re (cfr. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., I, pp. 452-463; Lettere, I, p. 136, nota 1).
[24] Cfr. Lettere, I, p. 218, nota 1.
[25] Lettera dell'Allamano alla cognata Benedettina Turco Allamano, Lanzo 17 agosto 1886, in Lettere, I, p. 217.
[26] Conferenze alle missionarie, S. Ignazio 12 agosto 1913, I, p. 21.
[27] Parole dell'Allamano in occasione della partenza di don Morino Isidoro, Santuario di S. Ignazio, 6 settembre 1908, in Conferenze ai missionari, I, p. 264.
[28] Lettera dell'Allamano al sindaco di Torino, 6 marzo 1885, in Lettere, I, p. 175.
[29] Lettera del card. Alimonda al card. Domenico Bartolini, Torino 16 aprile 1885, in Lettere, I, pp. 177-179.
[30] Lettera del card. G. Alimonda ai parroci della diocesi di Torino in occasione delle feste cinquantenarie, Torino 6 giugno 1885, in Lettere, I, pp. 186-188.
[31] Cfr. Lettere, I, pp. 189-190.
[32] Il prefetto di Torino proibisce la processione del 20 giugno, in Lettere, I, pp. 190-191.
[33] Cfr. Lettere, I, p. 196.
[34] Citato da A. MARENGO, in «Vita Giuseppina» 2 (2000), p. 35.
[35] Per un profilo dei singoli arcivescovi di Torino, cfr. C. BONA, La fede e le opere..., cit., pp. 24 ss.
[36] L. SALES, La Vita Spirituale dalle conversazioni ascetiche del Servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, Edizioni Missioni Consolata, Torino 1963, p. 459. Per un'ampia documentazione sulle Amicizie, cfr. C. BONA, Le Amicizie". Società segrete e rinascita religiosa (1770-1830), Deputazione Subalpina di Storia Patria - Torino-Palazzo Carignano, 1962; Id., La Rinascita Missionaria in Italia, Edizioni Missioni Consolata, Torino 1964.
[37] Cfr. lettera Probe nostis di Gregorio XVI su "La propagazione della fede" (15 agosto 1840); e la lettera Sancta civitas di Leone XIII su "Le Opere della Propagazione della fede, della Santa Infanzia e delle Scuole d'Oriente" (3 dicembre 1880). Cfr. anche S. BELTRAMI, L'Opera della Propagazione della Fede in Italia, Pontificia Unione Missionaria del Clero, Roma 1961, p. 19.
[38] C. BONA, La fede e le opere..., cit., p. 72; Id., La Rinascita Missionaria in Italia, cit., p. 133, nota 20.
[39] P. STELLA, Don Bosco nella storia economica e sociale... , cit., passim.
[40] Daniele Comboni, gli scritti (a cura di L. Franceschini), EMI, Bologna 1991. La prima edizione del «Piano per la rigenerazione dell'Africa» fu stampata a Torino nel 1864. Le lettere del Comboni all'Ortalda sono state pubblicate dal «Museo delle Missioni Cattoliche», nelle edizioni di novembre 1866, maggio 1874, marzo 1875, agosto 1875.
[41] Idem, p. 1155.
[42] L'Allamano depone al Processo di don Bosco: «Ho visto il Card. Massaja, quando era Vicario Apostolico dei Galla, venire all'Oratorio, ricevutovi con grande onore, accompagnato dal Can. Ortalda, Direttore dell'Opera della Propagazione della Fede in Torino» (cit. da C. BONA, La fede e le opere..., cit., p. 7.3).
[43] I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., II, p. 97, nota 9.3, riporta quanto lo stesso Ortalda aveva scritto nel 1872: «Per tale mezzo le nostre scuole apostoliche erano in grado di disporre alla partenza delle missioni estere nove allievi, cioè cinque al Malabar nelle Indie, due alla Siria e due alla Svizzera. A loro debbono unirsi due dei nostri chierici, i quali entrati nel nostro noviziato dei Padri Gesuiti di Monaco, nel maggio si mettevano in mare alla volta delle missioni della California, mentre due altri entravano nel noviziato dei Cappuccini».