A tu per tu con Leone XIII
Terminati i lavori d'ampliamento del santuario della Consolata, l'Allamano si concede un intermezzo sulle strade d'Italia - dal 17 dicembre 1887 al 21 gennaio 1888 - seguendo l'itinerario noto ai pellegrini di tutta Europa: Milano, Padova, Bologna, Loreto, Assisi, Foligno, Roma, Pompei, Pisa, Firenze, Genova. Dal finestrino del treno a vapore, dalle tranvie e dai calessi l’Allamano scopre per la prima volta l'Italia, ma non lascia nessuna descrizione di paesaggio, commento o riflessione. Il suo è un pellegrinaggio esplorativo attraverso una rete di santuari dove la gente accorre a pregare, piangere, chiedere grazie, come alla Consolata.
L'occasione per uscire da Torino gli viene offerta dai festeggiamenti che tutto il mondo tributa al pontefice Leone XIII (1810-1903), nella ricorrenza giubilare della sua ordinazione sacerdotale, il 1° gennaio 1888. Eletto papa all'età di 68 anni, quasi a conclusione di una vita di lavoro, il suo pontificato non fu, come le previsioni l'avevano preconizzato, di transizione, ma d'incontenibile dinamismo e innovazione. La Chiesa, che era stata per quarant'anni condizionata all'interno da una mentalità conservatrice e all'esterno da leggi restrittive fatte eseguire con metodi violenti e giacobini, si muove su un nuovo versante dove domina lo spirito di concordia e di dialogo con tutte le realtà che popolano il vasto orizzonte del cristianesimo.
Ne fanno fede le ottantasei encicliche che questo papa, più avanti del suo tempo, scrive nei suoi venticinque anni di pontificato: sull'educazione del clero e sulla cultura tomista nei seminari e nelle Università cattoliche (Aeterni Patris, 1879); sull'abolizione della schiavitù (In plurimis, 1888) [1]; sull'istituzione dei seminari per sacerdoti autoctoni e la creazione della gerarchia ecclesiastica locale (Ad extremas Orientis oras, 1893 ); sulle devozioni predilette dall'Allamano: al S. Rosario (Supremi Apostolatus, 1883); a S. Giuseppe (Quamquam pluries, 1889); alla Sacra Famiglia (Novum argumentum, 1890); al Sacro Cuore (Annum Sacrum, 1899). La questione sociale, che doveva esplodere di lì a poco con la pubblicazione dell'enciclica Rerum novarum, e che era destinata ad identificarsi con il nome e il papato di Leone XIII, era in realtà uno dei tanti temi passati al vaglio da questo grande papa.
Ma c'è un argomento al centro del magistero leoniano, "la missione della Chiesa", destinato ad aprire vasti orizzonti sul mondo. È su di esso che il pensiero dell'Allamano si identifica con quello di papa Pecci: «La città santa di Dio che è la Chiesa - scrive Leone XIII, - non essendo circoscritta da alcun confine di regioni, ha la forza trasfusale dal suo Fondatore di "allargare ogni giorno lo spazio della tenda e di stendere i teli della dimora senza risparmio" (Is 54,2)» [2].
Appena giunto a Roma, l'Allamano avvicina alcune personalità del mondo missionario (ciò fa supporre sia questa la principale ragione del suo viaggio), in particolare il card. Giovanni Simeoni e mons. Domenico Jacobini, rispettivamente prefetto e segretario di Propaganda Fide, e il cappuccino card. Massaja, ai quali, presumibilmente, sottopone una prima bozza di "Regolamento" di fondazione intesa a «raccogliere giovani sacerdoti aspiranti alle Missioni, prepararli convenientemente e quindi metterli a disposizione di Propaganda Fide, che li avrebbe inviati nelle Missioni, alle dipendenze delle varie Congregazioni già esistenti»[3].
L'Allamano non lasciò nessun commento serino su quell'incontro privato che aveva come principale scopo di sondare la fattibilità di un progetto ancora in fase preliminare. L'udienza con il papa si svolge qualche giorno dopo e dura quanto basta per ricevere una benedizione per il santuario e il Convitto, e una raccomandazione: «Bene, bene, quel santuario... Sì, do una speciale benedizione. Dite loro che studino molto». Una raccomandazione scontata per un uomo che era dichiaratamente contrario a qualsiasi forma di ignoranza nella Chiesa e che aveva offerto la sua vita alla formazione del giovane clero.
Sulla tabella dei festeggiamenti, oltre alla messa giubilare del papa, era compreso anche un avvenimento di risonanza mondiale, promosso da Propaganda Fide con il concorso degli istituti missionari. Si trattava dell'Esposizione Vaticana, una rassegna dei doni e degli oggetti di valore inviati dall'Europa cristiana in omaggio al papa, un pastore che con abilità e tatto era riuscito ad attenuare il dissidio tra lo Stato moderno e la Chiesa cattolica dimostrando che le due realtà erano diverse, non opposte. L'esposizione inoltre presentava una grande varietà di manufatti di carattere etnografico provenienti dalle missioni di India, Indocina, Giappone, Cina, Corea e Africa. Sotto l'aspetto culturale, l'esposizione si inseriva nel contesto di quei canali di comunicazione sociale dei quali il magistero papale e la missione contemporanea avrebbero sempre fatto largo uso. «La mostra - scrive Giovanni Battista Tragella - su aperta e inaugurata dal Papa nella festa dell'Epifania dell'88, poco dopo il mezzogiorno, alla presenza del Collegio cardinalizio, del Corpo diplomatico e di innumerevoli vescovi e prelati... I visitatori si calcola siano stati 380.000»[4]. Tra gli intervenuti c'era anche l'Allamano, il quale poté prendere visione del mondo missionario e raccogliere immagini e consigli utili per la sua futura opera[5].
La sua permanenza a Roma si conclude il 15 gennaio 1888, con la partecipazione alla solenne cerimonia della canonizzazione nella gran loggia sovrastante l'atrio della basilica di S. Pietro. Tra i canonizzati, S. Pietro Claver, missionario gesuita tra gli schiavi di Cartagena nel Regno della Nuova Granada, l'attuale Colombia. Il mercato sul quale si svolgeva la compravendita di esseri umani, trasportati dalle coste dell'Africa occidentale, segnava l'inizio di un cammino di dolore e di orrore destinato a consumarsi nelle piantagioni di tabacco, cotone, canna da zucchero e nelle miniere aurifere. S. Pietro Claver morì l’8 settembre 1654. L'Allamano gli affiderà la protezione del nascente Istituto.
La solenne celebrazione, svoltasi al di fuori della basilica di S. Pietro forse per ragioni di sicurezza, stava a significare il ripristino, ad opera di Leone XIII, delle beatificazioni e canonizzazioni, che erano state proibite fin dal 1870. L'Allamano dimostra particolare interessamento per quell'evento, dal quale trae ispirazione e coraggio per intraprendere le sue ricerche sul Cafasso in qualità di caposcuola di spiritualità sacerdotale[6].
Un primo, controverso abbozzo d'Istituto
La letteratura europea di quei giorni ha collezionato tra i suoi capolavori alcuni diari di viaggio. L'Allamano, che era solito raccomandare ai suoi missionari di scrivere il "diario di missione" e di inviarglielo, lasciò di questo suo primo viaggio fuori dal Piemonte soltanto pochi e scarni appunti vergati a matita su fogli sgualciti. Non era, ovviamente, un uomo di pensiero e di penna come alcuni dei suoi contemporanei: non ne aveva né la predisposizione né il tempo, essendo il suo ministero attestato su vari fronti operativi per i quali donava, secondo il suo stile, ogni istante della sua vita. Possedeva però un alto grado di sensibilità che lo faceva sobbalzare anche al più lieve stormire di foglia e decifrarne il linguaggio. Naturalmente sarebbe difficile oggi ricostruire dai soli scritti {lettere, appunti, schemi di lavoro e conferenze) il mondo di quei giorni perché la documentazione, per quanto ricca, è solo frammentaria. D'altra parte è encomiabile un uomo che, costretto per oltre quarant’anni ai vertici di tre istituzioni, sappia districarsi nel groviglio delle cose, riuscendo a stamparvi le sue impronte.
Dopo il ritorno da Roma ci si sarebbe aspettata una sua immediata presa di posizione nei riguardi di chi faceva di tutto per impedire la nascita di un istituto missionario, nascondendosi dietro un "ipotetico calo" di ordinazioni sacerdotali[7], quando in realtà, così facendo, costringeva molti giovani sacerdoti ad entrare in «Istituti esteri o per lo meno estranei al nostro Piemonte»[8].
Egli, uomo avvezzo a marcare pazientemente i ritmi delle cose e a dare a ciascuna il suo valore, osserva con occhi disincantati il quadro degli eventi che gli si dispiegano dinanzi. Egli sa che i rintocchi si rincorrono secondo scadenze indipendenti dalla volontà, e che all'uomo non resta altra alternativa che attendere il momento della scansione, senza forzare i tempi per non correre il rischio di costruire sulla sabbia. Possiede il senso della misura, come il personaggio della parabola, che, prima di intraprendere la costruzione della torre, si siede a calcolarne l'eventuale spesa. È diventata ormai consuetudine per lui mettere le carte in tavola e discutere con il Camisassa sul da farsi.
Corre tra i due un'affinità di sentimenti, di vedute, di obiettivi, anche se non di stile. Si può ragionevolmente ritenere determinante il contributo del Camisassa in ogni realizzazione che porti la firma dell'Allamano. Lo hanno dimostrato i lavori di restauro e di ampliamento del santuario, lo dimostreranno a maggior ragione la progettazione e la realizzazione dell'istituto missionario.
Da quanto si può comprendere, gli ambienti vicino al card. Alimonda erano ancora fermi sulle loro posizioni e non sembravano disponibili a sacrificare giovani sacerdoti per le missioni estere. L'Allamano risolve di prendere per primo l'iniziativa. Il 6 aprile 1891 invia, a mezzo di un ex compagno di oratorio e astigiano come lui, Giovanni Tasso, dei Padri della Missione, una lettera al confratello p. Calcedonio Mancini, che a Roma occupa posizioni di prestigio, con l'invito a sondare gli umori di Propaganda Fide nei confronti di un progetto di fondazione, che si dice disposto ad esporre in un regolamento dettagliato qualora la Congregazione si dimostrasse favorevole.
Innanzitutto, l'Allamano si presenta come «preposto da molti anni all'educazione del giovane Clero» di Torino, e quindi in posizione tale da conoscere il numero e la qualità dei sacerdoti che, per farsi missionari, entrano in diverse congregazioni, e quelli che finiscono per non decidersi o «perché non disposti ad abbracciare lo stato religioso» o perché restii ad entrare in «istituti esteri o per lo meno estranei al nostro Piemonte».
Quanto al territorio che dovrebbe essere assegnato da Propaganda Fide al nuovo istituto, si suggerisce «quella parte dell'Africa Orientale» che corrisponde «in tutto o in parte al protettorato italiano» [9]. Così dunque è stato pensato un futuro istituto:
- per l'evangelizzazione degli infedeli;
- per giovani sacerdoti, chierici e secolari del Piemonte desiderosi di dedicarsi alle missioni;
- al modo dei religiosi, con regolamento e superiori propri e per la durata di cinque anni, rinnovabili o convertibili in giuramento perpetuo[10].
Il missionario che emerge da questa bozza preliminare di istituto è un prete di lingua e cultura piemontese, che sceglie di votarsi alle missioni in territorio sotto protettorato italiano, per un periodo di cinque o dieci anni, dopo i quali potrà ritornare alla sua diocesi d'origine o scegliere di legarsi all'istituto. L'idea di un missionario legato ad un territorio sotto tutela non era un'eccezione a quei tempi: tali erano i Padri Bianchi nelle colonie francesi e belghe; i Padri dello Spirito Santo in quelle francesi, inglesi e belghe nei rispettivi territori; i Padri di Mili Hill nei territori sotto amministrazione britannica; i Benedettini di S. Ottilia nelle colonie tedesche.
Nel caso specifico era importante che i sacerdoti appartenenti ad un territorio ecclesiastico unitario qual era il Piemonte rimanessero uniti o, almeno, in comunicazione tra loro. Però a questo punto insorgeva un problema di territorialità che andava affrontato a tavolino, in quanto il territorio in questione era rivendicato dal governo britannico[11].
Il progetto «recò ottima impressione, e fu accolto con piacere». Il card. prefetto Giovanni Simeoni mandò a dire all’Alamanno di recarsi a Roma per trattare, presumibilmente, la questione territoriale [12].
Era importante che Roma si pronunciasse a favore del piano prima che la curia di Torino osasse ostacolarne l'esecuzione con il pretesto che avrebbe sottratto giovani sacerdoti alla diocesi. Ma non era meno urgente che, prima di procedere, si fosse sottoposto il progetto al card. Alimonda, il quale aveva nel frattempo fatto sapere all’Alamanno che non poteva occuparsi dell'affare a causa della malferma salute. In realtà, stando all’Alamanno, perché era rimasto amareggiato del fatto che la Congregazione di Propaganda Fide avesse già espresso il suo parere favorevole senza interpellarlo.
La posizione del Rettore del Convitto ecclesiastico si fa delicata: «Sarò naturalmente accusato - scrive - di abusare della mia influenza sul giovane Clero che mi è soggetto per favorire la nuova opera a detrimento della diocesi. Non dico questo perché m'importi di conservare questa posizione - soggiunge, - ma perché, a giudizio di persone prudenti, io debbo regolarmi in modo da evitare tutte le suscettibilità; se non voglio sul bel principio far abortire il mio progetto»[13].
C'è qualcuno vicino al cardinale che trama nell'ombra per far naufragare la barchetta prima che prenda il largo. L'Allamano ne è cosciente e soffre nell'intimo del suo spirito pensando che senza il consenso e l'appoggio del pastore della diocesi non ci potrà essere un istituto come quello da lui pensato.
Della vicenda si occupa in modo esplicito ed intelligente anche il Camisassa, per il quale il silenzio del cardinale non era attribuibile soltanto alla malattia, ma era «indizio troppo chiaro che non si vedeva bene la proposta», perciò si facesse avanti la stessa Congregazione: «Se la Sacra Congregazione di Propaganda vedesse tuttavia bene siffatta opera, - scrive - non potrebbe in qualche modo esprimere al nostro Arcivescovo il desiderio di vederla fatta» e assicurare all'Allamano «protezione» e «appoggio morale per l'esecuzione?» [14].
Ovviamente la Sacra Congregazione non oserebbe mai interferire con la volontà di un vescovo. Per non giungere all'orlo della rottura, l'Allamano china il capo e sceglie di cancellare la sua visita a Roma e di rinunciarvi fin dopo la morte dell'Alimonda (30 maggio 1891), nella speranza che il successore sia una «persona da sapersi elevare sopra le idee ristrette che generalmente predominano, e sappia comprendere come un clero diocesano può anche avere una missione più ampia» [15].
Rimane fermo nel suo proposito, senza per questo ricorrere ad altre soluzioni che lo allontanerebbero da quell'unica realtà che è la Chiesa locale, nella quale è nato, cresciuto, maturato, e per la quale vive.
Subito dopo la morte del cardinale invia al prefetto di Propaganda Fide «il progetto di regolamento, che tenevo già preparato. Dal quale potrà vedere come l'istituzione sarebbe regionale, ma indipendente dall'Ordinario, e soggetta direttamente alla Sacra Congregazione di Propaganda»[16]. Una sottolineatura estremamente importante intesa ad assicurare l'indipendenza e l'autonomia alla futura congregazione.
È il tempo dell'impegno sociale
Non era immaginabile che l’Allamano potesse continuare a condurre una vita così intensa e agitata senza che la sua malferma salute ne risentisse. Fin dal giugno 1891, a motivo di una "persistente emicrania", aveva rinunciato all'ufficio di superiore dell'Istituto delle Suore di San Giuseppe [17].
Frattanto il bisogno di trovare ristoro e pace di spirito lo riconduceva alle memorie del passato, ai luoghi e alle persone che lo avevano deliziato e che avrebbero desiderato averlo sempre con sé. Nelle ore del Getsemani ritornava persistente il richiamo di Passerano, dove, giovane prete, aveva chiuso gli occhi allo zio Giovanni e aveva ricevuto da lui le ultime volontà. Vi torna ora, dopo quattordici anni, a «rivedere quel paese, ricordo per me di dolci memorie, e pregare sulla tomba del mio caro zio». La chiesa parrocchiale, dove ha celebrato le prime messe, è in stato fatiscente e ha estremo bisogno di restauri e tinteggiatura. L'Allamano ha già studiato un progetto insieme al Camisassa, e per l'esecuzione dei lavori fa una donazione di duemila lire[18].
Finalmente alla fine di marzo 1892 si instaura a Torino l'arcivescovo Davide Riccardi (1892-1897), un uomo "coraggioso e dinamico" che trasfonde nuovo sangue nella diocesi, dando impulso alla vita cristiana, all'associazionismo cattolico, alla stampa, alla questione sociale e all'Azione Cattolica. Per portare avanti il suo piano egli si serve della collaborazione di chi gli sta vicino. Per Allamano e per la Chiesa torinese si apre un periodo di attività intensa, stimolato dai mutamenti del contesto sociale e dal bisogno di maggior giustizia attraverso la regolamentazione del mondo del lavoro e l'equa distribuzione della ricchezza, di cui si fa portavoce la Chiesa con l'enciclica Rerum novarum di Leone XIII appena pubblicata. Egli non parla esplicitamente del documento, ma grazie alla sua ascendenza popolare ne incarna lo spirito riformatore, così come avevano fatto prima di lui i santi piemontesi, senza teorizzare i problemi, ma risolvendoli con mano ferma e con opere d' immediata utilità.
Alle già esistenti associazioni di lavoratori e lavoratrici che si fregiavano del nome della Consolata e che facevano del santuario un luogo d'incontri e di manifestazioni, si aggiunse il 3 aprile 1899, ad opera delle sorelle Franchetti e grazie all'aiuto materiale e morale dell'Allamano, un Laboratorio della Consolata per abbigliamento, nel quale vennero impiegate part-time e formate centinaia di "sartine", conosciute un po' ovunque per la loro serietà, le loro confezioni e la loro osservanza della festa. In seguito molte di loro si misero in proprio dando vita ad altri laboratori[19].
Mentre ferve ovunque una diffusa attività sociale ad opera o con l'appoggio di zelanti e coraggiosi preti e laici, l'Allamano introduce nel curriculum del Convitto ecclesiastico corsi obbligatori di sociologia pratica per fornire agli alunni, e a coloro che ne avvertono il bisogno, gli strumenti necessari per essere in grado di instaurare, nelle rispettive parrocchie, società operaie di mutuo soccorso, casse rurali, cooperative, associazioni di credito e di previdenza, comitati parrocchiali, istituzioni di beneficenza, società sportive, scuole di formazione sociale per la loro gente, come avviene nelle parrocchie del Veneto e della Lombardia [20]. L'importanza di tali corsi risulta evidente se si considera che si sono svolti ininterrottamente e con grande adesione fino alla vigilia della prima guerra mondiale e hanno dimostrato che «la sociologia cristiana, senza cadere nel socialismo, può essere di esso più radicale nelle rivendicazioni proletarie»[21]. Nell'arroventata atmosfera di quei giorni studi e ricerche su problemi sociali fervono in molti seminari e istituti della Penisola: se ne rende portavoce la stampa cattolica, particolarmente agguerrita in Piemonte, e della quale l'Allamano è convinto sostenitore.
Si distinguono due correnti di giornalismo cattolico, quello intransigente, arroccato su posizioni opposte allo Stato liberale, per il quale il cattolico non è né eletto né elettore. Della corrente intransigente si fa portavoce «L'Armonia», poi rinominata «L'Unità Cattolica», mentre della corrente conciliante si rende interprete «Democrazia Cristiana», seguita da «Il Popolo Italiano», divenuto violentemente polemico e perciò abbandonato dalla gerarchia.
A questo punto (1892) s'inserisce l'Allamano, l'uomo fedele alla tradizione e aperto alle novità del momento, il quale si dichiara pronto a raccogliere i fondi necessari per fondare un nuovo giornale cattolico moderato. In pochi giorni raccoglie 100.000 lire e in qualità di presidente conduce l'assemblea dei soci fondatori e diffonde una lettera circolare con esposto il programma.
In sintesi:
- il giornale si intitola «L'Italia Reale» e rappresenta i cattolici, in contrapposizione con l'Italia legale sostenuta dai massoni;
- il corpo redazionale è costituito da ecclesiastici e laici;
- obiettivi principali: difesa della causa cattolica e conciliazione tra Stato e Chiesa; no alle elezioni politiche dei cattolici, sì a quelle amministrative;
- oltre la questione religiosa, il nuovo giornale si occuperà di politica, problemi sociali, industria, economia, finanze, amministrazione, corrispondenza dall'interno e dall'estero;
- finanziariamente il giornale fa affidamento su abbonamenti, sottoscrizioni e scritti dei lettori[22].
Il mondo della stampa doveva essere; anche a quei tempi, la giungla che è sempre stato, perciò la nuova testata dovette quasi subito fondersi con «Il Corriere Nazionale» fino alla vigilia della prima guerra mondiale, non prima però di avere fatto qualche servizio alla causa. A commento dell' imponente processione della Consolata, il 20 giugno, scriveva: «Un trionfo! Un trionfo di fede e d'entusiasmo, un poema di grandezza religiosa, un esempio ammirabile di ordine e di civile educazione».
L'andirivieni dei giornali non costituisce un gioco, ma rispecchia l'immane sforzo che la Chiesa deve affrontare per tenere testa agli attacchi della stampa liberale e far sentire la sua voce in difesa dei diritti dei più deboli. Alla fine del secolo, la Rerum novarum porta alla ribalta il problema del lavoro e degli operai. La città di Torino è particolarmente interessata a questo problema che diventa ogni giorno più gravoso, a mano a mano che le giovani generazioni lasciano le campagne per cercare lavoro in città. All'interno del movimento cattolico si formano le Unioni Operaie Cattoliche, alle quali aderiscono le varie categorie di lavoratori, operai, commercianti, artigiani, e che si fanno sentire attraverso il quindicinale «La Voce dell'Operaio», fondato nel 1876 da Leonardo Murialdo e diretto da un operaio, Domenico Giraud. Esso rappresenta una prima apertura al mondo del lavoro e una rivendicazione dei diritti dei più emarginati. Il giornale gode buona accoglienza a Torino e fuori, ma, al sopraggiungere della morte della moglie e segretaria, il Giraud risolve di chiudere l'attività. A questo punto è provvidenziale l'intervento persuasivo e autorevole dell'Allamano, che salva la situazione facendo sì che il periodico «La Voce dell'Operaio» (divenuto in seguito «La Voce del Popolo») da quindicinale che era, diventi settimanale [23].
L'interesse dell'Allamano per l'informazione non tarderà a dare altri risultati, il più prezioso dei quali quello della fondazione, nel gennaio 1899, del mensile «La Consolata», che diventerà insieme un portavoce della pietà popolare mariana in Italia e all'estero, e un efficace mezzo di comunicazione al servizio della missione nel mondo. Egli lo affida alla direzione intelligente del Camisassa, articolista di buona penna e di stile pulito. «La Consolata» precede di due anni la fondazione dell'Istituto, ma fin dalla prima edizione porta tra le sue pagine i richiami inconfondibili della missione. Tra le descrizioni ridondanti di processioni, conversioni, guarigioni, cronache del santuario, mostre d'arte sacra, si affacciano i volti di cinesi, indiani, eritrei, egiziani, beduini, indios brasiliani e boliviani, accompagnati dai rispettivi missionari. L'informazione - si sa - tende a ricorrere all'immagine per raggiungere i suoi obiettivi. Se si eccettua Roma - scrive l'articolista - «nessuna chiesa mai aveva raccolto ad un tempo rappresentanze di tanti popoli d'ogni regione della terra». Litografie di miracoli e di altari illustrano le notizie. Non tarderanno a comparire le fotografie: le prime, a firma di Filippo Perlo, sono del settembre 1902 e mostrano il gruppo dei primi quattro Missionari della Consolata nell'isola di Zanzibar.
Non si può fare a meno," a questo punto, di rilevare con sorpresa come un uomo della statura di Giuseppe Allamano, amico e protettore di giornalisti, sponsor di giornali e promotore di iniziative culturali, autore di centinaia di lettere e di un gran numero di appunti, e fondatore di due Istituti missionari, non lasci scritto sul giornale un solo articolo a firma propria, anche se dietro ogni riga si avverte la sua presenza. Si direbbe che il suo compito sia principalmente quello di aiutare, sostenere, incoraggiare e suggerire, ma non di scrivere. A ognuno, dunque, il suo mestiere.
I cinque anni trascorsi a fianco dell'arcivescovo Riccardi rivelano un Allamano insolitamente lanciato nell'attività più frenetica, e alle sue spalle un progettista instancabile come il Camisassa, che ha scelto volontariamente di fare da secondo. Che cosa è dunque successo di quel progetto missionario elaborato fin nei minimi particolari e piombato nel nulla con l'arrivo del nuovo arcivescovo?
«Non ci risulta - scrive Lorenzo Sales - che l'Allamano gli facesse parola del suo progetto, mentre risuonavano da ogni parte lagnanze per la scarsità del clero. Sappiamo però che il Camisassa, essendosi recato a Roma in quel tempo, e avendo avuto occasione di parlare del fondando Istituto col nuovo Prefetto di Propaganda Fide, card. Giovanni Ledòchowski, ne fu dissuaso»[24].
E non poteva andare che così: non sarebbe stato immaginabile che una Congregazione romana come Propaganda Fide spaziasse al di fuori dei parametri canonici, secondo i quali chi dà la personalità giuridica ad una congregazione è il vescovo della diocesi. Persistendo il divieto del vescovo, non si poteva pensare alla fondazione, tanto più che nelle intenzioni dell'Allamano l'Istituto doveva essere di carattere regionale. L'attesa dunque era d'obbligo nella speranza che, con la venuta di un altro vescovo, si fosse potuto riprendere il discorso iniziato con il Prefetto di Propaganda Fide, card. Simeoni, e con il suo segretario, mons. Jacobini.
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[1] L'enciclica In plurimis fu scritta da Leone XIII nell'anno del suo giubileo d'oro sacerdotale per elogiare il Brasile per avere abolito la schiavitù. A livello diplomatico, le potenze europee si adeguarono al nuovo corso antischiavista. L'enciclica di Leone XIU fu ricordata cent'anni dopo, nel 1988, con il documento La Chiesa di fronte al razzismo della Pontificia Commissione Iustitia et Pax.
[2] Leone XIII, enciclica Sancta Dei civitas del 3 dicembre 1880, in Enchiridion della Chiesa missionaria, n. 64, a cura delle PP.OO.MM, EDB, Bologna 1997.
[3] L. SALES, Il servo di Dio canonico Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, Istituto Missioni Consolata, Torino 1936, p. 142. Questo primo abbozzo di istituto risalirebbe, secondo il Sales, al 1885-1886, e ricalcherebbe il tipo di istituto Brignole-Sale di Genova che addestra sacerdoti e li mette a disposizione di Propaganda Fide. Per quanto concerne il primo progetto di istituto vedi anche D. AGASSO, Giuseppe Allamano, Edizioni Paoline, Cinisello B. 1990, pp. 76 ss.
[4] G. B. TRAGELLA, Le Missioni Estere di Milano, PIME, Milano 1963, III, p. 26.
[5] Sui particolari della visita dell'Allamano a Roma in occasione del giubileo di Leone XIII cfr. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, il suo tempo, la sua vita, la ma opera, Edizioni Missioni Consolata, 4 voll., Torino 1982-1984, I, pp. 577-592. Vedi anche C. BONA, La fede e le opere. Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, Edizioni Missioni Consolata, Roma 1989, pp. 373.
[6] La beatificazione del Cafasso sarà celebrata da Pio XI il 3 maggio 1925, un anno prima della morte dell'Allamano, e Pio XII, il papa dell'enciclica Fidei donum, lo dichiarerà santo il 22 giugno 1947.
[7] In tutto il sec. XIX il numero delle nuove ordinazioni sacerdotali in Torino oscillava da un minimo di 196 (1871-1880) ad un massimo di 663 (1831-1840) per una popolazione che non superava i 250 mila abitanti. Di 13 parrocchie di Torino nel 1897 prese in esame da p. I. Tubaldo risultavano esservi 164 sacerdoti, con una media di 12 sacerdoti per parrocchia (cfr. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., II, p. 139, nota 21). Nel 1872 risiedevano in Torino 757 preti, molti dei quali provenienti dai territori limitrofi: cfr. P. STELLA, Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), Libreria Ateneo Salesiano (LAS), Roma 1980, p. 308, nota 23.
[8] Cfr. Lettera dell'Allamano al Lazzarista p. Calcedonio Mancini, direttore in Roma della Pontificia Accademia Liturgica e fondatore della rivista «Ephemerides Liturgicae», Torino 6 aprile 1891, in Lettere, I, pp. 296-299.
[9] Cfr. Lettera dell'Allamano al p. Calcedonio Mancini, Torino 6 aprile 1891, in Lellere, I, pp. 296-299. A proposito di assegnazione del territorio, Candido Bona scrive: «La richiesta di un territorio o campo di lavoro determinato entrava nella prassi allora seguita dalla Sacra Congregazione di Propaganda» (Lettere, I, p. 302, nota 7).
[10] Cfr. Regolamento del 1901, nn. 1-6.
[11] Sulla questione del territorio proposto dall'Allamano come campo di apostolato per i suoi missionari, si veda C. BONA, La fede e le opere..., cit., pp. 302-305, note 7-16. «Il luogo è una materialità, è niente l'essere tutti in un posto piuttosto che in un altro... siamo tutti missionari, siamo tutti insieme, facciamo una cosa sola, come se fossimo tutti qui, tutti al Kenya, tutti al Kaffa, tutti all'Iringa» (Conferenze ai missionari, 12 dicembre 1920, III, p. 499).
[12] Lettera del p. Calcedonio Mancini al p. G.V. Tasso, Roma 13 aprile 1891, in Lettere, I, pp. 308-309.
[13] Lettera dell'Allamano al p. Natale Barbagli, procuratore dei Padri Lazzaristi in Roma, Torino 22 luglio 1891, in Lettere, I, pp. 327-330.
[14] Lettera di Giacomo Camisassa a Natale Barbagli, procuratore dei Lazzaristi, in Lettere, I, pp. 315-317. La lettera del Camisassa appare chiaramente studiata a due. «Il Camisassa condivide in pieno i progetti missionari dell'Allamano, ne ammira i sogni arditi; intravede che personalmente viene offerto anche a lui un campo di missione in cui realizzare il suo sacerdozio» (G. e G.P. MINA, La beatitudine di essere secondo. Giacomo Camisassa, EMI, Bologna 1982, p. 57).
[15] Cfr. Lettera dell'Allamano a Mancini, Torino 22 luglio 1891, in Lettere, I, p. 328.
[16] Lettera dell'Allamano al card. Giovanni Simeoni, prefetto di Propaganda Fide con accluso il «Regolamento della Pia Società dei Missionari della Consolata in Torino», Torino 30 settembre 1891, in Lettere, I, pp. 333-337.
[17] Lettera dell'Allamano alla madre Filippina Marucchi, superiora delle Suore di San Giuseppe di Torino, Torino 16 giugno 1891, in Lettere, I, p. 323; ivi, I, p. 324.
[18] Cfr. Lettera dell'Allamano al conte Vittorio Radicati di Marmorito, Torino 29 agosto 1890, in Lettere, I, pp. 288-290.
[19] Cfr. «La Consolata», 5 (1899), p. 75
[20] Sull'attività sociale dell'Allamano esiste una ricca, anche se non molto nota, saggistica. Nella sua qualità di formatore di sacerdoti, direttore di coscienze e stretto consigliere di vescovi, l’Allamano sviluppò una intensa opera di formazione e promozione sociale. Su questo interessante argomento si vedano i validi contributi di C. BONA, Cinque anni di studi sociologici al Convitto Ecclesiastico (1909-1914), in La fede e le opere..., cit., pp. 147-155; I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., II, pp. 192-209.
[21] Citato da C. BONA, La fede e le opere... , cit., p. 148. È stato possibile all'Allamano ospitare i corsi di sociologia pratica grazie all'appoggio dell'Associazione diocesana del Clero torinese, la quale ha fornito insegnanti di sociologia e ha sostenuto l'iniziativa con «Difesa e Azione», l'organo mensile dell'Associazione.
[22] Cfr. Lettera circolare della Direzione per la fondazione de «L'Italia Reale», Torino 17 dicembre 1892, in Lettere, I, pp. 503-505. L'iniziativa della fondazione sarebbe partita dall'Allamano, al quale il Riccardi affidò la presidenza (cfr. C. BONA, Le fede e le opere..., cit., p. 148.
[23] Questa circostanza viene riportata da mons. Carlo Chiavazza. Commentando questo impegno nel campo delle comunicazioni sociali, mons. Chiavazza, nel 1975 direttore del settimanale cattolico «Il nostro tempo» e incaricato dell'Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali-Ufficio Stampa, nel, corso della Commemorazione in occasione del 49'0 anniversario della morte dell'Allamano così si esprime: «Uomo di azione che agisce, che non guarda alle delusioni, ma alla realtà dei fatti, al cammino che gli uomini devono percorrere, poiché alle volte anche l'insuccesso può essere l'inizio di qualcosa di più grande» (C. CHIAVAZZA, Un grande precursore dei mezzi di comunicazione sociale del nostro tempo, in «Giuseppe Allamano, tesoriere della Consolata» 11-12 (1975), pp. 1-11).
[24] L. SALFS, Il Servo di Dio canonico Giuseppe Allamano, cit., p. 149.