Il cardinale Agostino Richelmy: «L'Istituto lo farai tu»

Il 20 maggio 1897, dopo cinque anni di governo, muore l'arcivescovo Davide Riccardi, lasciando dietro di sé il ricordo di una personalità intelligente e operosa. Per l'Allamano si chiude una fase di intensa attività pastorale e sociale e se ne spalanca una nuova all'insegna della missione tra i popoli.

Tra il nuovo arcivescovo card. Richelmy e l'Allamano corre una vecchia amicizia nata negli anni del seminario e continuata con intensa fedeltà negli anni di ministero. Scrive p. Candido Bona: «I due erano fatti per intendersi. Come in ogni amicizia troviamo somiglianze e, forse più interessanti, dissomiglianze. Il Richelmy di famiglia medio borghese, "dotto e pio", temperamento emotivo, incline allo scrupolo, fu il provvidenziale protettore dell'Istituto; di origine contadina, volitivo, sicuro e rassicurante l’Allamano» [1]. Poco prima dell'arrivo del card. Richelmy alla sede di Torino il progetto della fondazione poteva sembrare cancellato; in realtà, come seme nel cuore della terra, palpitava pronto a riemergere. Ma in quale forma? Come ramo di un istituto già esistente o come nuova fondazione?

Nell'aprile del 1899 l'Allamano si reca a Roma per trattare il processo di beatificazione del Cafasso. Terminata la pratica e rimasto solo, bussa alla porta del Pontificio Seminario dei Santi Pietro e Paolo per le Missioni Estere e chiede di vedere il rettore per sondare le modalità di una eventuale collaborazione. Gli viene risposto che il rettore è assente, ma che può avere un colloquio con

un missionario piemontese appena ritornato dalla Cina: è padre Giovanni Bonzano. L'Allamano gli espone la sua intenzione di formare dei soggetti e di metterli a disposizione del suo Istituto. La soluzione non pare riuscire gradita al missionario, più propenso che l'Allamano si faccia il proprio istituto senza dipendere da altri. Risultato? «Sono ritornato - scrive - senza sapere che cosa fare»[2]. Quella risposta senza appello veniva a sconvolgere di colpo i modelli di missione partecipata elaborati negli ultimi dieci anni insieme al Camisassa, e lo poneva davanti alla complessità di un'opera autonoma in ogni sua espressione. Ricorre al consiglio di «galantuomini e santi», ma alla fine è Dio che sceglie per lui.

Ai primi giorni del 1900 un'epidemia influenzale si abbatte sulla città di Torino e miete vittime. La notizia che l'Allamano è colpito da febbre fa il giro della città: se ne occupano i giornali, si innalzano preghiere al santuario, accorrono al suo capezzale ecclesiastici e laici. Tra i più assidui il card. Richelmy, che segue da vicino le vicende della fondazione dell'Istituto. Rievocherà più tardi l'Allamano: «Dieci anni fa avevo incorso una gravissima malattia che mi portò fino alle porte del paradiso, donde fui ricacciato qui in terra, perché non ero ancora degno; il nostro Card. Arcivescovo veniva a trovarmi quasi tutte le sere, e siccome avevamo già parlato di questa istituzione, gli dissi: "Sicché ormai all'Istituto penserà un altro", e lo dicevo contento; forse per pigrizia di non sobbarcarmi ad un tale peso. Egli però mi rispose: "No, guarirai, e lo farai tu". E sono guarito. Andai poi a Rivoli, e là, il giorno di S. Fedele da Sigmaringa (di cui sono sempre divoto in modo speciale fin dal Seminario) posi sull'altare una lunga lettera in cui si decideva la fondazione: celebrai la Messa in onore del Santo, indi andai a impostare la lettera che inviavo al Cardinale Arcivescovo»[3].

Sulla sua "quasi miracolosa" guarigione sono state adoperate parole fantasiose. Se di miracolo si deve parlare, questo riguarda soprattutto la sua chiamata alla missione. Lui che, come i contadini di Castelnuovo, era abituato a misurare la realtà a passi e a spanne, dirà più tardi: «Quand'ero presso a morire feci promessa, se fossi guarito, di fondare l'Istituto. Guarii e si fece la fondazione. Ecco tutto».

«Nel tuo nome getterò le reti»

La lettera di cui parla l'Allamano porta la data del 6 aprile 1900, ma fu inviata dalla Villa di Rivoli, ereditata da mons. Angelo Demichelis, al cardinale Agostino Richelmy il 24 aprile, festa di S. Fedele da Sigmaringa, primo martire di Propaganda Fide:

« Eminenza,... le principali città d'Italia posseggono un Istituto di Missioni estere, es. Roma, Milano, Napoli, Genova, etc. solamente Torino, dove fioriscono tante opere di carità, ne resta priva. Hanno missioni i Salesiani, ma per loro questo è fine accidentale, essendo i collegi e l'educazione della gioventù il loro vero scopo... Eppure coll'esperienza acquistata in tanti anni impiegati nell'educazione del Clero, debbo confessare che molte volte mi occorse di trovare vere vocazioni alle Missioni».

All'inizio del secolo il panorama missionario italiano era appena abbozzato, ma tale da fare presagire una futura espansione. L'Allamano nella sua lettera allude, a titolo di esempio, ad alcuni Istituti missionari: per Roma, al Pontificio Seminario per le Missioni Estere dei SS. Apostoli Pietro e Paolo; per Milano, all'Istituto di San Calogero per le Missioni estere; per Napoli, probabilmente, alla Congregazione della Sacra Famiglia di Gesù; per Genova, al Collegio Brignole-Sale-Negroni per le Missioni estere. Naturalmente non è intenzione dell'Allamano esaurire la lista degli Istituti missionari italiani, ma di mettere Torino a confronto con le città dello stesso rango.

Pur apprezzando le grandi opere sociali e caritative che sono state realizzate a Torino, egli non nasconde il suo rammarico per una Chiesa che, senza motivo alcuno, non ha saputo destarsi dal sonno per rispondere alla chiamata dei popoli. Le sue parole rivolte al card. Richelmy tradiscono la fretta di ricuperare i nove anni di inutile attesa per mettersi al passo.

Prima di prendere qualche decisione riguardante l'Istituto missionario si rende urgente risolvere un problema amministrativo che l’Allamano si è trovato a gestire. Si tratta dell'Istituto magistrale femminile SS. Annunziata per la preparazione di insegnanti elementari, situato in corso Duca di Genova 49, e proprietà del sacerdote torinese mons. Angelo Demichelis. Questi vi aveva profuso fatiche e capitali senza conseguire gli obiettivi da lui sperati.

« ... due anni prima che morisse - scrive l'Allamano -, incontrandolo, tutto desolato per l'andamento del suo Istituto, e vistolo deciso a chiuderlo, io l'esortai a provare ancora un poco, che se poi veramente vedesse di spendere inutilmente le sue sostanze, gli avrei consigliato un'altra opera. Egli volle ad ogni costo sapere quale fosse quest'opera, ed io gli proposi un "Istituto di missionari". Lo lasciai esortandolo a fare ancora un po' di prova».

Mons. Angelo Demichelis muore il 24 ottobre 1898 lasciando il collegio magistrale in eredità a Giuseppe Allamano con facoltà di disporre a sua discrezione. Non passò molto tempo, esattamente due anni e l'Allamano dovette costatare che le ragioni addotte dal Demichelis erano fondate. Erano le ragioni di sempre:

«Le attuali leggi scolastiche - scrive l’Allamano al cardinale - hanno chiaramente per fine di distruggere gl'istituti privati; perciò contro di essi si praticano vessazioni, è richiesta una turba di professori; è poi somma la difficoltà di riuscire negli esami. Intanto s'aumentarono le scuole governative o pareggiate, nelle quali le alunne più facilmente ottengono buoni esami, e poscia l'impiego».

Di fronte a queste difficoltà, l'Allamano cerca soluzioni alternative all'opera del Demichelis, ma non trovandone alcuna meritevole di considerazione propende per quella già concordata con il monsignore: l'eredità vada in funzione dell'Istituto per le missioni[4].

Ma qui entra in gioco il vecchio problema: la Chiesa di Torino dovrà preparare dei missionari per altre congregazioni o dovrà, al pari di altre città, fondare il proprio istituto missionario? La Chiesa del Piemonte era fortemente legata alla cultura della sua terra e delle sue popolazioni. Queste, quando costrette a emigrare per terre lontane, lo facevano preferibilmente insieme e una volta giunte a destinazione, fondavano delle "colonie" piemontesi dove lingua, costumi, tradizioni, parentele venivano conservate gelosamente. È il caso dell'Argentina e degli Stati Uniti. Non dovette essere dissimile il caso di quei sacerdoti menzionati nella lettera, che volendo partire per l'America, lo avevano fatto insieme.

Quanto poi a quei chierici e sacerdoti che, desiderando farsi missionari, sono entrati negli Istituti già esistenti fuori del Piemonte, «fra gente di diversa indole, ma costretti a fare da "secondarii", abbandonarono la vocazione, ed ora vivono con questo "puro desiderio"». In altre parole, si assiste alla dispersione cli vocazioni missionarie.

Che fare allora? «Se invece si formasse una schiera cli Missionari piemontesi, uniti in date regioni, guidati da superiori e che lavorassero non per arricchirsi, ma pel solo amore delle anime, a questo giusto indirizzo si appiglierebbero i veri chiamati... Rifletti alla cosa presso il Signore, e ritornando tra non molto a Torino, mi dirai il da farsi»[5].

La risposta del card. Richelmy è pronta e perentoria: «Nella tua lettera - gli dice - hai messo più contro che non in favore dell'Istituto. Tuttavia, devi farlo, perché Dio lo vuole».

Rassicurato dalla volontà del vescovo, l'Allamano risponde: «Nel tuo nome getterò le reti».

A questo punto non si può fare a meno di richiamare la sua radicata convinzione sulla centralità del vescovo nell'evangelizzazione del mondo[6]. L'Allamano, sacerdote diocesano innamorato della sua Chiesa e obbediente al suo vescovo, non immagina di poter fare un solo passo senza che il vescovo glielo ordini. La lunga, estenuante attesa che lo ha visto estrarre a più riprese dal cassetto il progetto dell'Istituto e rinchiuderlo nuovamente in attesa di un sì dell'autorità ecclesiastica, potrebbe significare qualcosa di più che una semplice subordinazione all'autorità: vale a dire, l'intuizione che la Chiesa è per sua natura missionaria e il responsabile dell'evangelizzazione è colui che ne ha ricevuto il mandato.

Naturalmente, una volta ottenuto l'assenso incondizionato dei vescovi, l'obiettivo si poteva ritenere raggiunto: si trattava soltanto di non sbagliare i calcoli, le persone e i mezzi. A questo punto si rivela provvidenziale la tenacia e la progettualità del canonico Camisassa.

Africa. Ma quale?

Appena ottenuto il consenso del card. Richelmy, Giacomo Camisassa si affretta a raggiungere Roma per riprendere i contatti con Propaganda Fide dal punto in cui erano stati interrotti al tempo del card. Alimonda. Frattanto sono sopraggiunti alcuni cambiamenti ai vertici della Congregazione romana: al card. Simeoni è succeduto il polacco card. Mieczyslaw Halka Ledòchowski, abbastanza scettico sull'utilità di un'altra congregazione missionaria. A questo, inoltre, si aggiunge un altro ritocco procedurale che assegna i territori africani alle congregazioni missionarie in ragione della loro etichetta coloniale. In data 23 giugno 1900 Camisassa consegna all'Eminentissimo Prefetto la lettera dell'Allamano con la sintesi del progetto depositato una decina di anni prima [7].

Il territorio al quale l'Allamano intende legare la sua opera (viene ripetuto nella lettera) è il vicariato dei Galla, del quale ha sentito parlare dalla viva voce dello stesso card. Massaja nei lontani giorni dell'Oratorio di don Bosco. Dopo l'espulsione del Massaja dall'Etiopia, il territorio è passato nelle mani del vescovo Taurin e

quindi del cappuccino francese André Jarosseau, al quale l'Allamano si rivolge con tutta gentilezza chiedendo, quale campo di prova per i suoi missionari, la regione sud dei Galla. Per addolcire la richiesta l’Allamano si fa ossequioso, dichiarandosi "terziario cappuccino" fin dalla giovinezza e "affezionatissimo a quest'Ordine cotanto benemerito"[8].

Non ci sono motivi di dubitare delle buone intenzioni del cappuccino francese, tanto che si ritiene doveroso informare i lettori de «La Consolata» sugli avvenuti accordi e introdurli gradualmente all'ambiente socioculturale nel quale stanno per operare i Missionari della Consolata:

«La località, che i novelli missionari andranno a fecondare dei loro sudori, - scrive «La Consolata» - si estende nell'Africa equatoriale. I Galla che l'abitano si danno in generale alla pastorizia, e taluni anche all'agricoltura. Di carattere schietto e di portamento dignitoso, cortesi ed ospitali con lo straniero, facili alla compassione, energicamente fieri, di mente pronta e sveglia essi hanno tutte le qualità d'un fertile terreno, che solo attende vi sia gettato il buon seme per produrre ubertosi frutti. Pagani di religione, i Galla tra le svariate popolazioni sparse nel continente nero sono quelli che lasciano presagire di giungere a un grande avvenire...» [9].

Mons. Jarosseau risponde prontamente alla richiesta di spartire con i Missionari della Consolata il vasto territorio dei Galla, si reca personalmente a Torino e, con un decreto, nomina l'Allamano suo vicario generale per il territorio dei Galla Borana [10].

La trattativa a questo punto si potrebbe ritenere risolta, se non venisse subito alla luce che il territorio menzionato nel decreto ha una collocazione ambigua al di fuori della giurisdizione del Jarosseau e si trova, di fatto, nella parte più disabitata e impervia del vicariato apostolico di Zanzibar sotto il protettorato inglese. È difficile oggi immaginare come degli Ordini religiosi fossero talmente identificati con i loro territori missionari da non essere disposti a dividerli con altri. Sarebbe, d'altra parte, ingiusto attribuire questi atteggiamenti a pura brama di protagonismo, quando si sa per certo che esistevano delle imposizioni politiche alle quali i missionari non potevano sottrarsi; inoltre - annota Candido Bona -in quell'epoca era invalso l'uso della commissio, cioè di commissionare ad una congregazione un territorio ecclesiastico per garantirne l'unità e la continuità[11]. Presumibilmente il caso si applicava anche ai Cappuccini presenti in Etiopia.

L'Allamano non dà segni di stupore di fronte a questo ordine di cose, tuttavia il primo contatto con il mondo missionario deve averlo alquanto sorpreso, lui, che la missione la considerava tutto fuorché intrigo. Egli è troppo delicato di coscienza per giudicare il vescovo Jarosseau in base ai motivi d'interesse o di parte che potrebbero averlo indotto ad opporsi all'entrata dei missionari italiani in Etiopia.

Avrà modo di incontrarlo nuovamente nel 1916, intento a sbarrare il passaggio al nuovo prefetto apostolico del Kaffa, mons. Gaudenzio Barlassina, con il pretesto che sarebbe nell'interesse del cattolicesimo del Kaffa che questa terra fosse conservata «ai figli dei grande e santo Massaja» [12]. Ma questa volta gli arriverà da Roma l'intimazione a rinunciare alle sue pretese sul Kaffa e a non ostacolare il corso dell'evangelizzazione con il favorire la dilatazione dei confini della patria terrena anziché quelli della patria celeste. Era, quella, una intimazione a non porre dei confini alla mis- . sione, quasi che essa avesse bisogno di sicurezze umane per reggere all'avventura che la lanciava su tutte le strade del mondo in mezzo a tutti i popoli:

«Ricordatevi - scriveva Benedetto XV circa un mese dopo la lettera del vescovo francese - che voi non dovete propagare il regno degli uomini ma quello di Gesù Cristo, e non aggiungere cittadini alla patria terrena, ma alla celeste. Di qui si comprende quanto sarebbe deplorevole se vi fossero missionari i quali, dimentichi della propria dignità, pensassero più alla loro patria terrestre che a quella suprema; e fossero preoccupati di dilatarne l'influenza, e di vedere sempre e anzitutto celebrato il suo nome e la sua gloria. Sarebbe questa una delle più tristi piaghe dell'apostolato»[13].

I casi cui allude l'enciclica Maximum illud esistevano, ma non esaurivano la missione nei suoi aspetti umani ed evangelici. Quanto all'Istituto dei Missionari della Consolata, esso partiva con il piede giusto, senza la catena al piede di una potenza coloniale, ma con la sola preoccupazione di assicurare ai missionari un campo omogeneo per formazione, lingua e cultura.

Sfumato per il momento il vecchio sogno di continuare l'opera del Massaja in Etiopia, l'Allamano e il Camisassa ingaggiano una lotta contro il tempo, cercando la soluzione nel versante inglese. Sarà grazie ai canali diplomatici e al buon cuore del Console Generale d'Italia a Zanzibar, cav. Giulio Pestalozza, se i primi Missionari della Consolata saranno in grado di spiegare le vele al vento verso la missione tra i Kikuyu del Kenya.

La storia ha dimostrato che non si trattò di un ripiego o di un compromesso per temperare l'amarezza del rifiuto da parte di Jarosseau, ma di una scelta di campo, ugualmente importante quanto quella del Kaffa, e con il vantaggio di compiersi al cli fuori di ogni influsso preordinato e calcolato: qualità che si dimostrerà estremamente provvidenziale agli effetti della futura espansione della missione in Africa. L'assenza di condizionamento coloniale e nazionalistico consentirà ai missionari dell'Allamano di evangelizzare liberamente i popoli dei diversi territori dell'Africa, senza suscitare sospetti e allarmismi. Si chiude, per il momento, il sogno del Massaja tra il popolo dei Galla e se ne apre un altro altrettanto fascinoso e allettante, quale quello del Kenya, sul quale si appunteranno le speranze delle prime generazioni di missionari[14].

L'Allamano vive questa primavera sacerdotale trascinato dalle forti emozioni suscitate dalle correnti di pensiero e di fede che rivoluzionano il vecchio concetto statico di ecclesiologia, che fa pernio su una chiesa-campanile, vista più in funzione del sostentamento di un clero eccessivamente numeroso che a servizio di una umanità in attesa di evangelizzazione.

Accanto a lui c'è il fedele Giacomo Camisassa, che pure ha sposato la causa missionaria nel cui abbraccio trova la ragione portante della sua vocazione sacerdotale. Alle sue fonti egli attinge gioia, entusiasmo e un irresistibile anelito di santità. Il legame che unisce i due amici si fa ogni giorno più forte e generoso fino a diventare resistente al tempo e alle intemperie.

 

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[1] C. BONA, Richelmy, in La fede e le opere. Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, Edizioni Missioni Consolata, Roma J 989, p. 40.

[2] Conferenze ai missionari, II, pp. 112-113. Dopo cinquant'anni, in occasione del giubileo d'oro dell'Allamano, p. Giovanni Bonzano, divenuto cardinale e protettore dell'Istituto, invia in data 1° settembre 1923 una lettera di augurio, ricordando l'incontro che ebbe con lui alla vigilia della fondazione (cfr. «Giuseppe Allamano, tesoriere della Consolata», 3, 1961, p. 121).

[3] Conferenze ai missionari, I, p. 332.

[4] La palazzina in corso Duca di Genova 49, una volta sede dell'Istituto magistrale SS. Annunziata, diventerà la prima Casa madre dei missionari della Consolata con il nome di "Consolatina".

[5] Lettera dell'Allamano al card. Richelrny, Rivoli 6 aprile 1900, in Lettere, II, pp. 457-459.

[6] La teologia missionaria del Concilio Vaticano II avrebbe riconosciuto ai vescovi il compito di annunciare il vangelo nel mondo: «Il comando di Cristo di predicare il Vangelo ad ogni creatura (Mc 16,15) riguarda innanzitutto e immediatamente proprio loro, insieme con Pietro e sotto la guida di Pietro» (AG 38); «La cura di annunciare in ogni parte della terra il Vangelo appartiene al corpo dei pastori, ai quali in comune Cristo diede il mandato» (LG 23); «I fratelli Vescovi sono con me direttamente responsabili dell'evangelizzazione del mondo» (RM 63).

[7] Cfr. Lettera dell'Allamano al card. Mieczyslaw Halka Ledòchowski, Torino 23 giugno 1900, in Lettere, II, pp. 470-472.

[8] Lettera dell'Allamano a mons. André Jarosseau, Torino 19 settembre 1900, in Lettere, II, pp. 514-515.

[9] «La Consolata», 11 (1900), p. 164.

[10] Atto di delega di mons. Jarosseau, settembre 1900, in Lettere, II, pp. 534-535.

[11] Cfr. Lettere, II, p. 523, n. 5.

[12] Lettera di Jarosseau a Gaudenzio Barlassina, 27 dicembre 1916, citata da G. CRIPPA, I Missionari della Consolata in Etiopia. Dalla Prefettura del Kaffa al Vicarialo di Gimma (1913-1942), Edizioni Missioni Consolata, Roma 1988, p. 103, nota 126.

[13] In data 30 novembre di quell'anno 1919 Benedetto XV, nella sua enciclica missionaria Maximum illud metteva in guardia i missionari dalle "tristi piaghe dell'apostolato", come il nazionalismo (cfr. Maximum illud, 10).

[14] Esiste una gran quantità di documentazione sul Paese e sulle missioni del Kenya, a cominciare del momento in cui i primi quattro missionari vi giunsero fino ai giorni nostri. Oltre al materiale d'archivio contenente diari, corrispondenze, relazioni varie e annotazioni di carattere culturale, sociale e pastorale, vi sono opere di notevole rigore scientifico e storico. Per una maggior comprensione dell'ambiente nel quale i Missionari della Consolata hanno lavorato fin dall'inizio della loro entrata nel Kenya, si suggeriscono: C. CAGNOLO, The Akikuyu, Their customs, traditions and folklore, Mission Printing School, Nyeri 1933; A. TREVISIOL, I primi Missionari della Consolata nel Kenya, 1902-1905, Ed. Università Gregoriana, Roma 1983; Id., Uscirono per dissodare il campo. Pagine di storia dei Missionari della Consolata in Kenya: 1902-1981, Edizioni Missioni Consolata, Roma 1989.