Capitolo VII
I primi Missionari della Consolata in Kenya
Era urgente trovare un territorio per dare prova di esistere. Il fallimento del Kaffa avrebbe potuto concludersi con una stele alla memoria. Fortunatamente si risolse in un sovraccarico di lavoro e di ansietà senza intaccare eccessivamente la fibra cagionevole dell’Allamano. Come aggiunta ai già gravosi impegni del Convitto ecclesiastico e del santuario, che non poteva concedersi di trascurare senza recare danno alla Chiesa di Torino, egli si trovò nell’urgente necessità di trattare con i canali che avrebbero potuto assicurargli un territorio di missione. All’inizio del secolo quasi tutta area africana era coperta dall’azione missionaria delle Società protestanti e delle Congregazioni cattoliche, impegnate secondo il loro carisma nell'evangelizzazione, nella lotta antischiavista e nella rigenerazione dell’Africa con l'Africa.
L'Allamano, come molti altri, subisce il fascino esercitato in vari ambienti di chiesa e di società da uomini come il card. Charles Lavigerie, fondatore dei Padri Bianchi e delle Suore Bianche, fautore della “crociata” antischiavista, il Massaja ed altri. Attraverso la lettura e i contatti l'Allamano può seguire la lenta evoluzione della situazione missionaria sia in Italia come in Africa, da sempre persuaso che l'opera dell'evangelizzazione è “interesse” di Chiesa [1].Lo dimostra abbondantemente riconoscendo ai vescovi del Piemonte, e in particolare a quello di Torino, il compito di decidere della fondazione dell'Istituto.
Quanto al Convitto ecclesiastico, è ancora prematuro pensare di introdurre nella formazione dei sacerdoti che vi studiano alcunché che possa alludere alla missione. Ma si può presumere che la “novità Africa”, balzata sulla cronaca grazie alle scoperte degli esploratori prima che alle imprese dei missionari, entrasse nell'interesse dei giovani sacerdoti, alcuni dei quali in seguito sarebbero divenuti missionari.
Per costruire il sogno, Allamano e Camisassa intensificano la ricerca di informazioni relative all'ambiente africano e alle popolazioni che lo abitano. Sfortunatamente, oltre alle lettere, che si distinguono per la loro urgenza, non ci è stato tramandato alcuno scritto con il quale poter ricostruire minuto per minuto quella trama condotta alla luce dell'acetilene, seguendo nella penombra gli indici mobili a zig zag sulla carta geografica di un'Africa Orientale fresca delle “recenti esplorazioni” di Peters, Teleki, Rebmann, Thompson[2].
I due amici si accordano sui compiti da sbrigare: all'Allamano il compito di conferire con i vertici della Congregazione di Propaganda Fide, i vescovi e i superiori generali delle congregazioni missionarie; al Camisassa quello ugualmente importante di prendere, a nome dell'Allamano, i contatti necessari con gli ambienti e i personaggi favorevoli alla missione in Africa: primo fra tutti il cav. Giulio Pestalozza, console italiano a Zanzibar, devoto della Consolata e ammiratore dell'Allamano, e che diventa una fonte di preziose informazioni su ambiente, meteorologia, mezzi di trasporto, politica coloniale.
Nei suoi contatti con mons. Emile Allgeyer, vicario apostolico del vicariato di Zanzibar, Pestalozza apprende che «la missione dd Santo Spirito manca di personale» e che perciò «sarebbe vostra convenienza di tentare presso questo Monsignore di farvi cedere provvisoriamente la missione» sulla costa, da dove poter «studiare meglio la posizione e la sistemazione per essere pronti ad avanzare appena possibile». Qualora autorizzato, lui stesso sarebbe disposto a trattare la questione del territorio con il vescovo Allgeyer. Non mancano gli argomenti a Pestalozza, abituato com'è a cercare soluzioni anche in situazioni impossibili. Ci sarebbe una terza ipotesi, fa notare, quella di andare di persona sul posto, o di inviare un altro uomo di fiducia dell'Allamano «al solo scopo di esaminare, vedere e studiare»[3].
Il carteggio con il diplomatico italiano si fa sempre più intenso. Si direbbe che giochi tutto il suo onore di diplomatico e di cristiano sulla buona riuscita di quest'impresa che non mancherà di avere ripercussioni favorevoli anche presso il governo di Roma.
L'intreccio dei contatti e delle corrispondenze sortisce un primo risultato: la direzione generale dei Padri dello Spirito Santo, cui è affidato il territorio di Zanzibar, per bocca del suo segretario si dichiara «favorevolissima» ad ospitare i Missionari della Consolata. Per questa «graziosa profferta d'ospitalità» l'Allamano ringrazia, ma scopre le carte, dicendo che sarebbe desiderabile che il vicario apostolico Allgeyer «li accettasse sotto la sua dipendenza» assegnando loro qualche porzione di territorio, come richiesto da Propaganda Fide. Allgeyer, interpellato dall'Allamano in data 12 ottobre 1901, risponde: «Sono disposto a ricevere a braccia aperte i vostri giovani missionari; e farò tutto ciò che mi è possibile per rendere il loro apostolato fruttuoso» [4].
Al padre Alexandre Le Roy, superiore generale degli Spiritani, l'Allamano spiega che il vecchio progetto dei Galla è stato momentaneamente sospeso in favore del territorio dei Kikuyu, «paese relativamente sano e di facile accesso, il che per i giovani novizi ed
inesperti, come i miei, non ancora assuefatti, è cosa importantissima». E per rassicurarlo che tutto procederà secondo la parola data, l'Allamano afferma essere sua intenzione di non chiedere mai la cessione di alcun territorio attualmente incluso nel vicariato di Zanzibar senza la previa autorizzazione del vicario apostolico Allgeyer e del superiore generale della congregazione dei Padri dello Spirito Santo, come gli era già stato chiesto formalmente [5]. Non era prevedibile allora che le cose sarebbero andate diversamente.
Il Camisassa, da parte sua, informa il cav. Pestalozza che «l'affare si può ormai considerare come definitivamente conchiuso», ma con suo rincrescimento non sarà in grado di accompagnare in Kenya i primi missionari, dovendo dirigere per almeno due anni ancora i lavori di ampliamento del santuario della Consolata [6]
ll console Pestalozza s'impegna, a sua volta, ad assicurare i contatti con il vescovo Allgeyer. La sua soddisfazione per il buon esito dell'impresa lo rende felice. Lui stesso sarà presente all'ingresso dei missionari. Il suo stile diventa celebrativo e cameratesco: stende una lista di generi di prima necessità che i missionari dovrebbero portare con sé: vini non vecchi o frizzanti, grana di cucina, burro, conserva di pomodoro, olio in bottiglia, candele, strumenti di lavoro. E conclude: «lo ormai aspetto di vedere presto capitare, se non tutta la comitiva, almeno l'avanguardia ... ossequiosi saluti al Canonico Allamano» [7].
Una volta preso contatto con il vescovo di Zanzibar, la missione della Consolata emerge lentamente nei suoi particolari. Ad uno sguardo retrospettivo si sarebbe tentati di ritenere eccessiva ia circospezione dell'Allamano e del Camisassa nei confronti dei vertici della Chiesa e delle congregazioni missionarie. Indubbiamente c'era una ragione: la paura di incorrere in un diniego pari a quello del Kaffa suggeriva di preparare il terreno prima di spiccare il salto.
A norma di codice e di etichetta, l'Allamano e il Camisassa avrebbero dovuto rivolgersi al vescovo Allgeyer prima che ai superiori della congregazione dei Padri dello Spirito Santo, ma si era in una situazione nella quale vescovo e superiore, appartenenti alla stessa congregazione, condividevano responsabilità e mezzi secondo le necessità.
È certo che l'Istituto, chiamato ad esprimere la coscienza missionaria della Chiesa del Piemonte, da questo momento esce dal tunnel dell'incertezza e comincia il suo cammino nel mondo.
L'Allamano sceglie i primi partenti per il Kenya
Furono dunque scelti due sacerdoti, Tommaso Gays e Filippo Pedo, e due laici, Luigi Falda e Celeste Lusso. Non si può negare che la scelta dei primi Missionari della Consolata, destinati a rappresentare con onore l'Istituto in Kenya, sia stata una sorta di gioco d'azzardo, in quanto era mancato all'Allamano il tempo necessario per conoscerli nel fondo dell'anima.
Se si eccettua don Pedo, con il quale l'Allamano aveva avuto frequenti contatti al Convitto ecclesiastico e al santuario della Consolata, gli altri avevano trascorso pochi mesi nel nascente Istituto in un periodo di febbrile attività, quando la formazione alla vita missionaria era di fondamentale importanza. Non era stata ancora tracciata una identità di missionario della Consolata che si distinguesse dal comune sacerdote diocesano. Al contrario, i primi missionari provenivano dal seminario e dal Convitto ecclesiastico.
Don Tommaso Gays era giovane sacerdote della diocesi di Torino abbastanza esperto nella pastorale parrocchiale quando, venuto a conoscenza del nuovo Istituto missionario, si affretta ad incontrare l'Allamano. Egli racconta che, giunto nel luglio 1901 nella prima casa dell'Istituto in corso Duca di Genova 49, la cosiddetta “Consolatina”, baciò la soglia e vi rimase per circa un anno [8]. L'Allamano apprezza in lui la posatezza e l'equilibrio e gli affida la direzione della spedizione dei primi missionari.
Diverso era il caso dell'altro giovane sacerdote torinese don Filippo Perlo, allievo del biennio di teologia morale presso il Convitto ecclesiastico, al quale la fondazione dell'Istituto era nota fin dalle sue prime battute, essendo stato chiamato, dopo l'ordinazione, a fare da assistente allo zio don Giacomo Camisassa nell'amministrazione del santuario della Consolata e del Convitto ecclesiastico [9]. Don Perlo, dotato di intelligenza fervida, appena ventottenne aveva già bruciato molte tappe. A 19 anni, studente di teologia nel seminario diocesano di Torino s'era arruolato volontario nel Regio Esercito Italiano, e il 30 novembre 1893 era stato promosso sergente. Espletato il servizio alla patria, ritorna in seminario per continuare gli studi. Nel giugno 1896 consegue il dottorato in Teologia nella Facoltà Pontificia di Torino con una dissertazione sugli emergenti rapporti tra Chiesa e Stato: «La Chiesa, di natura sua e per volontà del suo Fondatore, è una società perfetta, epperò essa è indipendente dalla società civile».
«La Chiesa - ragiona il candidato - non si è lasciata mai assorbire dallo Stato. Convien renderle questa giustizia: ella non ha mai conosciuto la servitù...». Nel dottorato in diritto canonico e civile, don Perlo tratta del problema sociale in chiave antisocialista. In primo luogo affronta il diritto alla proprietà privata: «Se tutti gli uomini possedessero un lembo di terreno - ragiona, - la questione sociale più non esisterebbe, perché tutti diventerebbero conservatori irremovibili»[10].
Luigi Falda accarezzava l'idea di farsi prete ma incontrava opposizione in famiglia. Suo fratello Benedetto, che sarebbe entrato più tardi nell'Istituto, non la considerava niente più che una mania. Luigi allora si reca a far visita al card. Richelmy, il quale lo indirizza all'amico don Giuseppe Allamano. Questi stava cercando dei laici per la prima spedizione.
Celeste Lusso, entrato giovanissimo nell'Istituto e accolto amorevolmente dall'Allamano, viene scelto per formare la prima spedizione in Kenya. Prima della partenza fa solenne promessa per un quinquennio di fedeltà all'Istituto. Scrivendo al superiore p. Tommaso Gays, l'Allamano assicura che «i parenti dei cari Celeste e Luigi stanno bene e sono contenti dello stato dei loro figli. Il padre di Celeste lo riceverò gratis a Sant'Ignazio per gli Esercizi...» [11]. Terminati i cinque anni di servizio in Kenya, Celeste Lusso ritorna in Italia e lascia l'Istituto. Il ruolo svolto dai fratelli Falda e Lusso è stato essenziale perché ha aperto la strada a futuri sviluppi della missione. Non sarebbe stato prudente iniziare un'avventura come quella senza il loro aiuto.
Fatta la scelta dei primi due padri e due fratelli laici, l'Allamano li conduce al santuario di S. Ignazio per prepararli spiritualmente nel silenzio, nella solitudine e nella preghiera secondo lo schema ignaziano degli esercizi spirituali. La sua conversazione con loro è quella di un padre che sta per inviare i figli in un viaggio in terre lontane e sconosciute. Raccomanda loro le cose più necessarie. Sta per cominciare una nuova fase: non bisogna lasciarsi sorprendere impreparati. Insiste sulla carità, la vita spirituale, il realismo: «Realtà è realtà: una vita di sacrificio e forse di martirio vero o lento». «E necessario essere ben certi della divina vocazione e di prepararsi. Guai a chi impreparato va...; mentre vuol salvare gli altri, può perdere se stesso».
E, secondo il suo stile, menziona alcune figure di santi, modelli di vita apostolica: Paolo di Tarso, che prima di accingersi a salvare gli altri si ritirò per due anni in Arabia; Ignazio di Loyola, Vincenzo de' Paoli, Francesco Saverio, uomini santi e dotti; S. Teresa d'Avila e S. Maria Maddalena de' Pazzi, donne innamorate di Dio [12]. A conclusione del ritiro, i quattro partenti fanno il “testamento” che li lega per cinque anni all'Istituto. A ridosso della partenza, si svolge una cerimonia nella cappella della Consolatina, gremita di amici e di parenti: il card. Agostino Richelmy, affiancato dall'Allamano e dal Camisassa, consegna a ciascun missionario il crocifisso. L'Allamano è commosso fino alle lacrime, mentre si china e bacia loro i piedi. La partenza da Torino per Marsiglia ha luogo 1'8 maggio 1902, ma la notizia è prudentemente diffusa da «La Consolata» soltanto dopo tre mesi dal loro arrivo all'isola di Zanzibar.
Da qui ha inizio la corrispondenza di Perle con l’Allamano, destinata in breve tempo a trasmettere un respiro missionario alla diocesi di Torino.
All'arrivo dei primi quattro missionari, Zanzibar era un porto in rovina, ma conservava ancora i profumi di spezie, di merci e di schiavi a ricordo di un passato di floridi commerci con i paesi d'Oriente, della penisola arabica e con quelli marinari dell'Occidente. Il piccolo porto era la base d'attracco delle navi portoghesi in transito sulla rotta di Macao e Goa. Sul mercato di Zanzibar convergevano le strade mercantili dell'entroterra africano di Tabora e Ujiji, lungo le quali migliaia di esseri umani, vittime degli scontri tribali, erano stati dirottati dagli schiavisti bianchi e neri per essere barattati con merci, avorio e munizioni.
Alla fine del XVIII secolo, con il ritiro dei Portoghesi, la costa da Capo Delgado fino a Lamu diventò arabizzata sotto il dominio dell'imam Seyyid Said, il quale eresse Zanzibar a capitale della costa sudorientale dell'Africa, e di lì incoraggiò lo sfruttamento dell'avorio e degli schiavi nell'entroterra, nelle regioni del Katanga, Buganda e Bunyoro. Nel corso degli anni la convivenza tra popolazioni bantu e arabiche della costa diede origine alla lingua commerciale swahili, che divenne l'elemento comune a tutte le popolazioni affacciate sull'Oceano Indiano. Nel 1873, sotto la minaccia dei cannoni inglesi, il sultano di Zanzibar aboliva la tratta degli schiavi in tutti i suoi territori.
L'isola di Zanzibar, che all'alba del 28 maggio 1902 i quattro missionari vedono apparire sulle onde, nella descrizione di Perlo è paragonata ad una «perla dell'Oceano Indiano attorno alla quale, quasi a farle corona, sorgono numerose isolette, di poche centinaia di metri di superficie, ricoperte esse pure di lussureggiante vegetazione; non si può paragonarle ad altro che a tanti mazzi di verzura posati sul mare».
Qui avviene l'incontro con il console d'Italia cav. Pestalozza («ci salutò con tale effusione di cuore, che pareva gli fossimo amici di lunga data»); con p. Emil Lutz, superiore e procuratore dei Padri dello Spirito Santo in Zanzibar; con mons. Allgeyer («maestosa e simpatica figura, con un fare aperto e franco che ispira fiducia al solo avvicinarlo»).
Da Zanzibar la corrispondenza a firma di Pedo con l'Allamano e i lettori de «La Consolata» si fa sempre più frequente. Egli ha uno stile fotografico, attraente, concreto. Le sue relazioni sono ricche di luoghi, personaggi, natura, cultura: in pochi giorni conosce tutto ciò che è utile sapere di Zanzibar: i padri e le suore, la temperatura, le viuzze senza condutture, il numero dei locali e degli europei, la cattedrale, il prezzo delle merci, la parte riservata ai ricchi e quella occupata dai poveri. Le sue considerazioni sugli avvenimenti sono aperte all'ottimismo e alla speranza. Egli è un innamorato dell'Africa e degli africani. Sogna per loro un grande futuro.
Diversi, invece, sono i calcoli provenienti dagli ambienti politici e commerciali, i quali vedono nella penetrazione operata dai Missionari della Consolata una premessa per una futura espansione italiana in Africa. Alcuni giornali del tempo, che seguono da vicino lo sviluppo dell'impresa, riportano in data 7 gennaio 1902 una lettera da Zanzibar, scritta da un corrispondente ben informato, secondo il quale l'aiuto del cav. Pestalozza fu determinante nella scelta del territorio e della tribù in Kenya. Afferma la lettera: «L'Istituto della Consolata dispone, a quanto pare, di mezzi non disprezzabili:
tanto il canonico Allamano, quanto il suo coadiutore canonico Camisassa, sono persone di serii proponimenti, che non si sono avventurati alla leggera, e che sapranno con saviezza e tenacità di propositi vincere pian piano le difficoltà, avendo avuto anche l'insperata fortuna di vederle tanto appianate sin da principio». Naturalmente l'insperata fortuna porta il nome del console italiano, cav. Pestalozza, del quale la lettera insinua un preciso piano, che sarà facile realizzare dopo che i missionari italiani si saranno stabiliti in Africa Orientale. «Ora, - continua la lettera - visto che le imprese commerciali italiane sono tanto difficili a lanciarsi in regioni nuove, e che i tentativi fatti fin qui in queste parti diedero il più spesso poco buon risultato, per ragioni molte e diverse dipendenti per lo più dalla disadattata scelta del personale, si può salutare con simpatia una impresa civile, come questa dei Missionari della Consolata, nella speranza che abbia ad essere per il nome italiano nell'interno dell'Africa Orientale la base di un centro serio e promettente»[13].
29 gennaio 1901: firma del decreto di fondazione
Non aveva ancora compiuto un anno di vita e già il periodico dd santuario, «La Consolata», usciva con un annuncio di grande effetto: si trattava dell'avvenuta approvazione dell'Istituto della Consolata per le Missioni Estere da parte dei diciassette vescovi del Piemonte convenuti, il 12 settembre 1900, in assemblea presso il santuario. Giacomo Camisassa, che aveva redatto la notizia, si premurava di attribuire la paternità dell'opera al «Rettore di questo Santuario», e per la prima volta esponeva ai lettori una scheda sull’istituto, regionale per costituzione, missionario per natura:
«La nuova opera, canonicamente eretta, rivolgerà primieramente il benefico influsso della sua azione all'Africa, nel paese dei popoli Galla, e ciò dietro accordi presi con la S. Congregazione di Propaganda Fide e con il Rev.mo Vicario Apostolico di quella regione, Mons. Andrea Jarosseau» [14].
Ottenuto l'unanime consenso dell'episcopato piemontese, il card. Richelmy firmava il Decreto di fondazione con il quale fissava la nascita dell'Istituto al 29 gennaio 1901, festa di S. Francesco di Sales, e riconosceva come primo superiore «Giuseppe Allamano, del quale ci è assai nota la pietà, la scienza, la prudenza e lo zelo per le anime» [15].
Questo gesto - com'è noto - non aveva nulla a che vedere con l'espressione burocratica e notarile che solitamente assume chi si accinge a disegnare una firma bizzarra e indecifrabile su un qualsiasi documento ufficiale ad perpetuam rei memoriam, per conoscenza dei posteri. Esso, al contrario, veniva a suggellare un lungo percorso di maturazione da parte dei vescovi di una regione italiana nei confronti dell'evangelizzazione dell'Africa, il Continente che per una gran parte del suo territorio rimaneva sconosciuto ai geografi, ai cartografi e a molti missionari europei.
La versione missionaria che l'Allamano aveva pazientemente tessuto si discostava da quella in uso un po' ovunque nelle diocesi italiane, dove era universalmente accettato che l'obbligo dell'evangelizzazione fosse di esclusiva competenza degli Ordini e Congregazioni sotto la direzione di Propaganda Fide. Nel progetto dell'Allamano, invece, tutta la Chiesa, a cominciare dai suoi pastori e dal suo clero fino all'ultimo dei fedeli, veniva trascinata nell'evangelizzazione dei popoli, non come alternativa ad altre forme di vita sacerdotale ma come risposta personale e incondizionata alla chiamata evangelica che vuole tutti gli uomini liberi. Si comprende questa visione di missione in un uomo che è stato, dall'ordinazione alla morte, formatore di centinaia di sacerdoti diocesani e direttore spirituale di laici, e che ha scelto di rimanere al loro fianco mentre si dedicava all'apostolato ad gentes.
Chi si era convinto che la nascita di un istituto missionario a Torino avrebbe sottratto vocazioni al clero diocesano doveva ricredersi.
Il 18 giugno 1901, la modesta palazzina di Corso Duca di Genova 49 (la Consolatina) si apriva a ricevere il primo gruppo di Missionari della Consolata, 12 in tutto. Ma un fatto inaspettato stava per accadere: subito dopo la partenza dei primi quattro missionari per il Kenya, tutti i rimanenti se ne tornarono alle loro case, lasciando la piccola Casa madre vuota. L'Allamano non si dimostrò, apparentemente, sorpreso. Chiuse la porta, intascò le chiavi e se ne tornò al santuario della Consolata. Si raccolse in preghiera nel coretto davanti al quadro della Vergine e implorò: «L'opera è tua, pensaci».
Che cosa ha indotto il gruppo a lasciare la Consolatina in punta di piedi? Non è facile immaginare. Ogni congettura potrebbe essere ugualmente giusta o sbagliata. Tra le supposizioni, prevale l'idea che gli allievi, delusi per non essere stati scelti, abbiano abbandonato l'Istituto in segno di protesta. Forse è improprio parlare di fallimento, di defezione o di delusione, dopo che il nascente Istituto era già riuscito a mandare i suoi primi quattro missionari in Kenya, superando le difficoltà del tempo e degli uomini e dando così prova della sua capacità di tenuta. Il resto sarebbe venuto con l'aiuto di Dio, la scelta accurata dei soggetti e una buona organizzazione.
«Un mese dopo - scrive p. Lorenzo Sales - la casa si riapriva ad accogliere un gruppo di sette chierici provenienti dai Tommasini della Piccola Casa del Cottolengo, seguiti subito da altri chierici e giovani sacerdoti diocesani ed extradiocesani, cosicché in breve volger di tempo, s'ebbe una vera e organica comunità, con i corsi di filosofia e teologia, di scienze naturali e mediche, svolti da dotti sacerdoti e abili professionisti»[16].
Scrivendo ai primi missionari del Kenya l’Allamano ricorda loro i momenti di prova e li invita a ringraziare Dio che non ha permesso che il piccolo seme del nascente Istituto morisse:
«Rivolgete, o cari, il pensiero a quel tempo in cui la nostra casa accoglieva nel suo seno pochi alunni, e per un anno quale germe nascosto sotto terra non dava sentore di sé, e pareva agli occhi umani che dovesse morire prima di nascere. Però l'esito non poteva mancare, perché l'opera era ispirata da Dio e da Lui protetta, al quale solo se ne dà la gloria»[17]. Ma quella ferita doveva essere penetrata nelle profondità dell'anima dell'Allamano e avervi depositato un marchio incancellabile se dopo vent'anni il ricordo di essa bruciava ancora a fior di pelle.
Nuove vocazioni
Passata la prima bufera e rinata la speranza, l'Allamano comincia a a guardarsi intorno per cercare consensi e vocazioni. Egli è in ottimi rapporti con i superiori del Cottolengo e con i rettori dei seminari del Piemonte: accoglie i nuovi allievi a braccia aperte e li ama con l'amore di un padre. L'essere accolti dal Padre Fondatore costituirà per i fortunati un segno di privilegio. Ecco alcuni dei sette giovani studenti provenienti dal seminario del Cottolengo che nel 1902 entrarono nell'Istituto:
Domenico Vignoli (1880-1942), torinese, frequenta i corsi ginnasiali presso l'Oratorio salesiano, studia filosofia e teologia presso i Tommasini, conosce l'Istituto dalla lettura di un foglio, viene accolto dal Fondatore. Ordinato sacerdote, s'imbarca per il Kenya insieme ai padri Gaudenzio Barlassina, Francesco Cagliero, ai fratelli Anselmo Jeantet e Agostino Negro e a 12 Suore Vincenzine. Fonda la missione di Amung'enti nel Meru. Le sue lettere al Fondatore, che egli chiama “mio amatissimo Padre”, sono di toccante tenerezza. Lascia un fondamentale principio di pastorale missionaria: «I nostri cristiani - scrive - quanto più saranno istruiti, tanto più saranno fedeli e fervorosi» (2 gennaio 1923).
Gioacchino Cravero, anch'egli tra i primi Tommasini ospiti della Consolatina, è ricevuto dall'Allamano nel suo studio. «Mi accolse - narrerà più tardi - come un padre accoglie un caro figliolo». Quel giorno l'Allamano era particolarmente raggiante perché aveva ricevuto buone notizie dai primi missionari del Kenya. Padre Cravero partì per il Kenya dove condivise con l'amico, Domenico Vignoli, le fatiche dell'apostolato sulle colline di Tuthu alle pendici del monte Kenya. A loro si deve la prima scuola all'aperto sull'altopiano di Tuthu nel vicariato di Nyeri.
Luigi Rosso (1884-1943 ), originario di Piana S. Raffaele di Torino, bussa alla porta della Consolatina ed è ricevuto dal Padre Fondatore. Divenuto sacerdote, raggiunge il Kenya, e fonda la missione di Tigania nel Meru. Di lì scrive al Fondatore: «L'assicuro, Veneratissimo Padre, che io porto l'immagine di Vostra Paternità profondamente scolpita nell'anima mia» (28 marzo 1916).
Umberto Costa (1885-1918) nasce a Ciriè in provincia di Torino, proviene dalla scuola dei Tommasini. Carattere amabile, intelligenza fervida, primo assistente e primo direttore del seminario della Consolata. Muore prematuramente il 16 gennaio 1918 all'età di 33 anni, lasciando di sé un ricordo incancellabile. L'Allamano, dando notizia della sua morte alla comunità, scrive: «... è mia intenzione che ad edificazione nostra e dei futuri missionari si raccolgano le memorie della sua vita esemplare».
Pietro Albertone (1894-1929), che fu allievo di Umberto Costa, ne traccia un profilo rimasto inedito, cominciando dal momento in cui egli si sente chiamato alla vita missionaria. È la primavera del 1902, Umberto è diciassettenne: alla mamma che lo va a trovare al Cottolengo manifesta con mezze parole qualcosa che gli passa per la testa. La donna lo scruta nel profondo degli occhi, ma non comprende. Lo verrà a sapere di lì a pochi giorni, leggendo una sua lettera:
«Mamma, - scrive - l'ultima volta che fosti a visitarmi ti parlai solo confusamente del desiderio di sacrificarmi alla conversione degli infedeli dell'Africa Equatoriale affidati alle cure dell'Istituto dei missionari sotto la protezione della SS. Vergine della Consolata. Ora però che s'è fatto più vivo questo desiderio nel mio cuore... ti scrivo perché tu mi ottenga il consenso del padre mio dilettissimo, giacché il tuo so già di averlo». Il giovane capisce però che non bastano due righe a convincere una mamma anche se l'ha sentita un giorno pronunciare parole di ammirazione per quelle madri che hanno la fortuna di avere dei figli missionari. Si dichiara pronto a darle una spiegazione a voce. E conclude con l'ansia dell'innamorato che non sta più nella pelle: «Vieni, mamma, vieni presto recando con te la dolce notizia del consenso pieno di mio papà. Addio».
La mamma resta perplessa, forse non sapendo come convincere il marito. Lei stessa si dimostra titubante e confusa. Non vuole perdere il figlio. Si reca in tutta fretta a chiedere consiglio al parroco, don Corgiatti, e agli altri tre sacerdoti della parrocchia. La risposta la tranquillizza: Umberto non è ancora maggiorenne, per il momento continui gli studi al Cottolengo. Ma Umberto senza perdersi d'animo va a trovare l'Allamano. Tra i due si sviluppa subito un'intesa perfetta che comunica al giovane gioia e sicurezza. La porta alla Consolatina è spalancata. Don Corgiatti, vista la fermezza di Umberto, benedice madre e figlio e dice a lei: «Lo lasci andare». La storia di Umberto, narrata dall'amico Pietro Albertone, è affascinante e commovente, ma è incompiuta. P. Umberto Costa muore appena trentatreenne senza vedere l'Africa [18].
La Consolatina apre i suoi battenti ad altri giovani che faranno la storia dell'Istituto. Tra questi, Enrico Monzon, detentore di due primati: è il missionario più giovane e il primo a morire. Ha solo 25 anni quando il 18 maggio 1912 nella missione di Kaheti muore di peritonite tra le braccia di p. Gaudenzio Panelatti. Erano vissuti insieme, prima nel seminario arcivescovile di Chieri poi alla Consolatina. P. Gaudenzio rievocherà più tardi quei primi anni di vita missionaria, con l'aria disincantata di chi ha potuto misurare la vita potenziale del seminario, con quella reale della missione e ha gioito per avere scelto la parte più confacente al suo carattere.
Il Rettore - racconta p. Panelatti - si intratteneva con gli apostolini come usava fare don Bosco con gli allievi dell'Oratorio, parlava loro della vocazione alla vita missionaria e dei loro doveri. Comunicava loro le ultime notizie arrivate dalle missioni del Kenya.
«Raramente si fermava con noi a pranzo. A tavola chiudeva un occhio e con l'altro ci guardava così bene che ciascuno si sentiva d'essere pesato. Ciascuno era libero di parlargli in privato; e prima di partire ci lasciava ogni volta la sua paterna benedizione. Con uno spirito dolce e accondiscendente... accettava tutto, senza mostrare noia o disgusto... Dava importanza e preponderanza alla preghiera, quale mezzo principale di formazione sacerdotale, religiosa e missionaria»[19].
Per quei giovani egli era padre, madre e amico confidente. I suoi colloqui con loro, improntati a reciproca fiducia, verranno conservati per sempre nella memoria. Nelle ore di disorientamento egli era come una tavola solida e ferma alla quale aggrapparsi in mezzo alle onde. Era tale l'affetto che li legava a lui che nei giorni di solitudine e di depressione gli aprivano il cuore e lui li incoraggiava a proseguire nella santità della missione.
Tra i suoi più affezionati c'era Pietro Albertone, già allievo delle Scuole Tecniche dei Fratelli delle Scuole Cristiane di Torino, primo allievo del piccolo seminario dei Missionari della Consolata di Torino. Carattere entusiasta, esplosivo, estroverso, era risoluto a farsi santo. Si lamentava di non riuscirci a causa delle sue piccole e incontrollabili infedeltà. «Se vai avanti così - gli disse un giorno il Rettore- non diventerai un piccolo S. Paolo, ma un piccolo Lutero. Guai a te, guai a te se non ti correggi! Sei un superbo, un superbo,
un superbo». C'era tanto amore in quella correzione che il giovane lo ringraziò, sempre più risoluto a farsi “santo, grande santo, presto santo”. Divenuto sacerdote, l’Allamano lo scelse come primo maestro dei novizi dell'Istituto.
Più tardi dalla sua missione Pietro Albertone scrive all’Alamanno: «La prima offerta che le faccio nella mia semplicità è quella di tutto l'amor mio. O Signor Rettore, non ci vedo a scrivere perché le lacrime mi velano gli occhi. Vorrei poterglielo manifestare con i fatti. Ben vedo che questo è impossibile, ed è per questo che mi sforzo di dirglielo a parole: sì, voglio essere suo figlio, intieramente, come la mia buona madre me lo aveva detto sul letto di morte, essere suo totalmente, amarla più di tutti i miei confratelli...».
La corrispondenza tra i giovani missionari e il Rettore si fa sempre più intensa ed affettuosa. Egli legge con le lacrime agli occhi le loro prime avventure e risponde a giro di posta, consolando, incoraggiando, pregando.
Benedetto Falda non era ancora ventenne quando il fratello Luigi partì per il Kenya. Era anche lui tra la piccola folla degli amici che avevano accompagnato il gruppo dei primi partenti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova. «L'irresistibile commozione che aveva preso i parenti e gli astanti si comunicò anche al mio spirito ed in preda ad invincibile dolore singhiozzavo. Avrei desiderato scomparire - scrive - perché nessuno si accorgesse di quel momento di debolezza».
L'Allamano gli si avvicina, gli posa una mano sulla spalla: «Se vuoi bene a tuo fratello - gli sussurra-, non devi piangere. Pensa piuttosto che potrai raggiungerlo in Africa». Il giovane Benedetto segue con interesse e curiosità le notizie che provengono dal Kenya. E quando cade il silenzio corre alla Consolatina per sapere che ne è di suo fratello Luigi e anche per incontrare il Rettore. La conversazione con l'Allamano si fa più frequente e di volta in volta più interessante. Si parla dei progetti che i missionari intendono realizzare a cominciare da una segheria azionata da una ruota idraulica per la preparazione di legname da costruzione. Per chilometri a perdita d'occhio non esiste alcunché che rassomigli a una costruzione. C'è tutto da fare. Il richiamo dell’Africa comincia a scendere nell'animo del giovane.
La mattina del 6 dicembre 1902 Benedetto porge l'addio alla famiglia e si reca all’Istituto. «Da questo momento - gli dice l'Allamano - ti considero mio figlio». Non passa molto tempo che Benedetto, ormai fratello missionario della Consolata, viene assegnato alla missione del Kenya. Il pensiero di poter riabbracciare Luigi lo entusiasma, ma passeranno alcuni mesi prima che i due fratelli si possano stringere l'uno all'altro con lacrime di gioia negli occhi.
L'Allamano da Torino li segue come due figli lontani da casa. A Luigi comunica che il fratello si è fatto missionario: «Scrivigli una lettera di rallegramento ed incoraggialo alla perseveranza. Prega anche per me, che ti voglio santo» [20].
Ma è a Benedetto che riserva espressioni di profondo amore.
«La tua figura svelta e schietta - scrive - mi viene sovente alla mente. Mi pare di vederti entrare nella mia camera e parlarci alla buona. Potessi rivederti! Ma ti vedo e parlo nel Signore presso l'altare della Consolata, alla quale ti raccomando per la grande grazia che hai ricevuto. Pensa che questo è un brutto mondo e che dovunque bisogna soffrire. Fatti sempre coraggio e sta allegro nel Signore e canta quando ti assale la malinconia. Mi piacquero i tuoi diari, specialmente pel candore di schiettezza con cui li scrivi. Continuali sempre così, pensando che parli ad un padre che ti ama in Gesù teneramente» [21]
Un diario per conoscere l'Africa
Benedetto Falda aveva messo mano al diario quotidiano fin dall'aprile 1903, quando si era diretto verso il Kenya a bordo del vapore “Affrica”; lo aveva ripreso nei mesi seguenti per denunciare al signor Rettore le sue debolezze fisiche e morali, descrivere l'allestimento della segheria nella foresta di Tuthu, la battuta di caccia al rinoceronte o l'imposizione delle tasse alle popolazioni sotto l'amministrazione britannica. Di quest'ultimo avvenimento Benedetto dà notizia all’Alamanno senza attribuire al fatto le catastrofiche conseguenze che portava con sé.
La raccolta delle tasse da parte della polizia bianca e nera era eseguita capillarmente con tale brutalità da provocare la reazione della gente, la cui economia si reggeva sul baratto dei prodotti e non sulla moneta. L'impossibilità di pagare risultava spesso nella condanna degli uomini ai lavori forzati. Per il timore di incorrere nei metodi crudeli della polizia coloniale, alcuni preferivano darsi alla macchia o tentare il suicidio[22]. È il caso di Mundu Monene, il quale, non potendo pagare la tassa di tre rupie, si reca dai missionari insieme alla moglie a chiedere lavoro. Benedetto, che prima di entrare nell'Istituto si vantava di essere stato convinto sindacalista, sembra restare indifferente alla tragedia di questa famiglia sulla quale si sta scatenando la tempesta.
I diari erano, insieme alle lettere, relazioni personalizzate, resoconti trimestrali e simili che l' Allamano aveva raccomandato ad ogni missionario per “raccontare” la vita quotidiana in rapporto a popolazioni, usi, costumi, tradizioni, credenze religiose, forme linguistiche, situazioni serie e curiose; tutti elementi che nel loro insieme sconnesso costituivano una preziosa raccolta di particolari etnografici, linguistici e culturali dalla cui composizione risultava un popolo, quello dei Kikuyu, “gente pacifica, agricola e facilmente abbordabile”. Si può dedurre l'importanza del diario dal fatto che a quel tempo non esisteva alcuna letteratura su gran parte dell'Africa, e i missionari cattolici e protestanti erano, con gli esploratori, le uniche fonti scritte d'informazione sul continente. La conoscenza del territorio era estremamente importante nel caso si intendesse instaurare un'attività pastorale e promozionale in profondità, come era nelle intenzioni dell'Allamano e dei suoi missionari.
Non era facile a uomini sovraccarichi di lavoro credere che due righe al giorno potessero fare la differenza. Oltre tutto, pochi di loro erano allenati o esperti in scrittura, come lo era invece il superiore Filippo Perla, la cui firma ricorreva spesso sulle pagine de «La Consolata». L’Allamano insiste, dà norme, raccomanda che i diari siano inviati ogni trimestre. Dietro le sue insistenze fanno capolino le richieste del Camisassa, per il quale l'informazione dal vivo era necessaria come “materia per il periodico” per suscitare l'interesse e la generosità dei lettori. «Come si fa - si chiede l'Allamano - se le lettere e i diarii sono così scarsi ed incompleti?».
E propone uno schema di lavoro:
- Descrizioni minute delle singole località, piante, animali, prodotti, ecc.
- Abitanti, indole, costumi, pratiche superstiziose nelle varie circostanze della vita, nascite, matrimoni, malattie, inviti, opinioni religiose, feste, ecc.
- Relazioni di voi con loro e di essi con voi, e scambio minutissimo di discorsi, ecc.
- Molti aneddoti e ben particolareggiati[23].
«Mi è impossibile enumerarvi qui ciò che dovete dire - egli scrive ai missionari del Kenya. - Vi basti ricordare ciò che fanno ordinariamente le cronache dei giornali e le minute descrizioni che sogliono dare dei fatti che succedono».
Dovette costare non poco ai missionari la stesura del diario: Benedetto ne chiede la dispensa; Tommaso Gays non lo scrive; Francesco Gamberutti adduce la scusa che la gallina vi ha rovesciato sopra il calamaio; Filippo Pedo lo considera una “penitenza”; Celeste Lusso si scusa dicendo che non sa che “accidente” scrivere; Agostino Negro alla fine di una giornata ci fa sopra un pisolino; Anselmo Jeantet confessa di non averne più voglia.
Al termine di una giornata di lavoro sarebbe stato difficile per chiunque sedersi a tavolino al lume di tawa (lampada a kerosene) e fissare sulla carta i punti più salienti della giornata che andava declinando. Non erano sufficientemente convincenti i motivi, anche se si trattava di soddisfare le attese del signor Rettore o le necessità redazionali del signor vice Rettore. Forse mancava in alcuni di loro la prospettiva storica capace di trasformare gli scritti in scoperte, come era avvenuto per altri. Infatti nessuno prima di loro aveva conosciuto i Kikuyu, la loro cultura e la loro lingua. Che cosa si conoscerebbe oggi delle prime missioni, delle varie spedizioni di missionari e missionarie, dell'accoglienza degli africani e della loro vita, delle imprese condotte attraverso territori impervi senza i “diari” di Benedetto Falda, Luigi Rosso, Sebastiano Scarzello, Domenico Vignoli, Antonio Borda Bossana, Angelo Dal Canton, Filippo Perlo e altri? [24]
A cominciare dal settembre 1902 il bollettino del santuario ospita saltuariamente una rubrica riservata a I Missionari della Consolata nell'Africa Equatoriale con articoli tratti dal diario di Filippo Pedo, corredati di fotografie e cartine topografiche. Dalla scelta degli articoli appare subito evidente lo sforzo dell'Allamano e del Camisassa per distinguere ciò che attiene al santuario e ciò che interessa le missioni d'Africa. Con l'edizione di gennaio 1904 quello che era stato il «Periodico mensile del Santuario della Consolata in Torino», riservato alla vita religiosa del santuario, diventa «Periodico religioso», aperto anche all'informazione missionaria. Questa d'ora in avanti sarà presente in varie forme rispondenti alle tre fasi: 1. Fondazione delle missioni: 2. Medicina e missione, 3. Opera di evangelizzazione[25]. Con l'entrata in vigore dell'informazione missionaria non diminuisce quella del santuario. Al contrario: in occasione dell'ottavo centenario dello “scoprimento miracoloso della Sacra Effigie della Consolata” l'Allamano si dedica anima e corpo alle celebrazioni. Pio X vi è rappresentato dal card. Vincenzo Vannutelli, vescovo suburbicario di Palestrina. Sono presenti alla messa nel santuario restaurato anche i cardinali Domenico Svampa, Andrea Ferrari, Agostino Richelmy, Giuseppe Callegari, arcivescovi e vescovi e membri delle famiglie reali. «La Consolata» illustra la vita del santuario, ricordando tra le attività e le glorie l'Istituto della Consolata per le missioni estere.
Appena trascorse le feste centenarie, riappaiono le avventure missionarie descritte nel diario di Perlo. La sua firma, la sola nel periodico, ritorna a narrare le marce forzate delle carovane sui pendii dell'Aberdare e giù per i dirupi della Rift Valley, le visite ai villaggi, la cura agli ammalati. L'Allamano non fa nessun commento al gradimento dei lettori, ma si può dedurre che esso fu positivo perché, a cominciare dal 1° gennaio 1905, egli decide di devolvere le quote dell'abbonamento al periodico “intieramente a benefizio delle Missioni della Consolata in Africa”.
La missione alla ricerca di un metodo
A questo punto la missione diventa l'elemento dominante nella vita dell'Allamano, e ne pervade ogni pensiero, ogni azione, ogni scelta. Egli continuerà a reggere il santuario della Consolata e il Convitto ecclesiastico con l'assistenza del Camisassa, e a mantenere, con l'aiuto della corrispondenza e della preghiera, il contatto ininterrotto con i suoi missionari e con l'ambiente nel quale essi operano. Egli vive come se camminasse accanto a loro, ne sentisse il respiro, ne leggesse i pensieri. Dalla lettura dei diari e delle corrispondenze si sforza di ricostruire mentalmente quello che i missionari vivono ogni giorno, ogni momento della loro esistenza; s' interessa presso il superiore della loro salute e delle loro necessità, li incoraggia ad essere fedeli ai loro impegni religiosi. La missione logora anche chi è forte e talora crea un senso profondo di spossatezza. Non c'è da meravigliarsi se questo peso si abbatte nell'anima di questi giovani missionari: è stato forte l'impatto che hanno esperimentato appena hanno posato il piede sul terreno altrui, tanto da prendere subito coscienza della loro fragilità.
A questo senso di vertigine si possono associare problemi personali che li affliggono: è il caso del superiore p. Tommaso Gays, colto da cedimento nella sua stessa condizione di responsabile del gruppo. Ha già trattato la questione con l'Allamano nella speranza di essere esonerato dal suo incarico, ma ha ricevuto in compenso soltanto una pacca sulla spalla. Non si sente fatto per il comando e avverte acuirsi il conflitto di personalità che si va creando tra lui e p. Pedo. Ritorna a riproporre l'esonero. Ma questa volta non aspetterà la risposta dell’Allamano: «Prima ancora che Vostra Signoria Reverendissima abbia a comunicarmi il relativo favorevole consenso - scrive, - io l'avrò già comunicato a tutti e singoli gli amati confratelli»[26].
Per l'Allamano la decisione giunge come un fulmine. Commenta in una lettera successiva all'accaduto: «Così facendo pose me in vero imbarazzo e compromise la mia libertà di deliberare su cosa di tanta importanza», ma comprende altresì che il dissidio tra le due personalità va ben oltre la sfera caratteriale, ed investe un certo modo di fare missione. Egli accetta a malincuore questa decisione non concordata: «Le ripeto il mio rincrescimento per questa decisione - scrive nella stessa lettera al Gays, - nondimeno ella non dubiti che le sia diminuito il mio affetto e stima come sono sempre certo del suo per me e per l'Opera intrapresa. E di questo mi darà prova coll'aiutare cordialmente coi suoi consigli e colla sua collaborazione il Teologo»[27].
Procede quindi alla nomina di Filippo Pedo a superiore dei Missionari della Consolata in Kenya, e ne dà immediata notizia agli altri confratelli: «Vostra Signoria - gli scrive - ha piena libertà di destinare i presenti ed i futuri missionari come crede meglio in Domino e di erigere nuove stazioni necessarie od utili» [28]. Pane per i suoi denti!
A commento di queste inaspettate dimissioni e della conseguente nomina di Pedo a superiore, Candido Bona fa notare come l'autorità del Gays si riducesse a poca cosa, mentre il teologo Pedo godesse quasi di pieni poteri su un territorio dove era tutto da fare, anzi, da inventare. «La sua intraprendenza era sorretta da un'intelligenza superiore, dalla visione lucida e sicura dei problemi: uno stratega solitario, ammirato e, per quanto possibile, seguito. Con un interlocutore di siffatta statura, don Gays si sentiva incapace, forse impedito, di esercitare le sue funzioni di superiore»[29].
Nonostante l'apparente retrocessione, don Gays continuò ad esercitare il compito di guida spirituale. Infatti, durante le Conferenze che si tennero a Morang'a nel febbraio 1904, commentò la lettera circolare dell'Allamano ai missionari del Kenya, sottolineando lo spirito di fede, di carità, di sacrificio e di umiltà che erano stati proposti dal Fondatore.
Le cosiddette “Conferenze di Morang'a” erano state indette per concordare un metodo capace di armonizzare le esigenze dell’ambiente con la vita religiosa e comunitaria. I ripetuti richiami dell'Allamano all'osservanza dell'orario, dei pasti, della preghiera, della compilazione del diario e di altre attività prettamente religiose sembravano contrastare con l'enorme mole di lavoro che si apriva agli occhi di uomini pieni di zelo ma ancora inesperti. L'esperienza maturata nelle parrocchie del Piemonte si rivelava di scarsa incidenza in Kenya, dove neppure i catechisti erano battezzati, e dove la conversazione con la popolazione si faceva a braccio perché la lingua parlata non era scritta.
Era dunque urgente creare un metodo da perfezionarsi nel corso degli anni, tale da fornire le norme essenziali di una pastorale missionaria aperta alla promozione umana e all'evangelizzazione. La prima Conferenza di Morang'a del marzo 1904, alla quale prendono parte tutti i missionari, delinea gli ambiti, i mezzi e il metodo missionario, in consonanza con la dottrina e la sensibilità dell'Allamano.
«L'amore profondo che reca a quei popoli lontani - scrive suor Gian Paola Mina - lo rende esperto anche nelle strategie della promozione umana, e quando i suoi missionari tracciano le piste preferenziali da seguire per gli anni avvenire, non solo egli fa sue quelle piste, ma ne sviluppa i contenuti. Lo Spirito gli dona intuizioni sicure, aperture insospettate verso un mondo lontano e che egli sente vicino, tanto che non gli sfugge nulla di quanto fanno i suoi laggiù: è loro scolaro e maestro a un tempo. Soprattutto è sempre più missionario con i suoi missionari»[30].
Questi i temi all'ordine del giorno:
- Il metodo pastorale: apprendimento della lingua, catechismo, formazione dei catechisti, scuole, visite ai villaggi (o giornaliera), ambulatorio in missione, formazione dell'ambiente, educazione pubblica.
- La vita religiosa: vita comunitaria, superiore di missione, relazioni trimestrali-semestrali, diari, corrispondenza, economia [31].
A conferenza ultimata, Pedo trasmise gli Atti all'Allamano per l'approvazione. Questa non tardò ad arrivare: «Carissimo Teologo, ringrazio il Signore dell'ottimo esito della vostra riunione a Morang' a. Io spero molto bene dalle disposizioni fatte e dal modo con cui furono condotte; e lodo la saviezza pratica delle conclusioni... Approvo tutte le conclusioni senza eccezione, e desidero che si eseguiscano in ogni loro parte. È però necessario che Vostra Signoria invigili e faccia invigilare per la pronta, costante e cordiale esecuzione. L'uniformità di tutti a dispetto di qualche idea migliore in qualche caso pratico deve vincere...» [32].
Ai primi di gennaio 1905, in una lunga lettera indirizzata ai missionari del Kenya, l'Allamano ritorna sull'argomento del metodo: «... quelle risoluzioni - scrive - le trovai pienamente meritevoli della mia approvazione. Con esse avete cominciato ad attuare quel disposto del Regolamento che prescrive appunto si vadano man mano fissando le norme di vita e di azione apostolica che l'esperienza suggerisce come più adatte al conseguimento del vostro scopo... Certo che l'esperienza suggerirà ancora variazioni ed aggiunte». Tra le altre raccomandazioni aggiunge il lavoro, lo spirito di famiglia, la giusta distribuzione degli incarichi. E la pazienza. Sbaglia chi credesse di capovolgere il mondo in poco tempo.
Non manca neppure un tocco nostalgico, che lo riporta per un istante alla piccola proprietà di Castelnuovo dove mamma Maria Anna era solita seminare e raccogliere per la famiglia. «Ogni missione - suggerisce - deve avere, se la località lo permetta, un orto di tale estensione che possa abbondantemente fornire la verdura per la stazione... nutrendovi almeno in parte delle verdure e cibi a cui eravate assuefatti in patria, dovete avvantaggiarne nella salute»[33].
Kenya provincia autonoma
Sono passati appena quattro anni dal primo arrivo in Kenya dei Missionari della Consolata. Altre tre spedizioni sono state effettuate (la seconda e la terza con 20 suore del Cottolengo) e si possono già valutare i frutti conseguiti. L'Allamano lo confessa apertamente:
«Grazie a Dio – dice - s'è già ottenuto molto e, ve lo dico sinceramente, più di quello che io sperassi». Un incoraggiamento per i suoi missionari e anche una riflessione sulle possibilità di una futura espansione dell'Istituto. Si riaffaccia nella sua mente l'idea primitiva di un territorio unico, unitario e uniforme entro il quale i suoi missionari possano esercitare il loro ministero senza alcuna forzatura di lingua, di metodo, di stile. Ma anche un territorio che garantisca l'autonomia al di fuori di ogni dipendenza e soggezione.
Questo non era mai stato possibile tra i Galla per le ragioni su esposte. Non lo sarebbe stato nel vicariato di Zanzibar, dopo che egli aveva assicurato mons. Alexandre Le Roy, superiore generale dei Padri dello Spirito Santo, che «non avrebbe mai chiesto la cessione di un territorio qualunque, facente parte attualmente del Vicariato di Zanzibar Settentrionale, senza aver prima ottenuto l'autorizzazione scritta del Vicario Apostolico di Zanzibar e del Superiore Generale della Congregazione dello Spirito Santo»[34].
A distanza di meno di quattro anni l’Allamano sottoponeva al card. Giovanni Simeoni, prefetto di Propaganda Fide, una Relazione alla Sacra Congregazione de Propaganda Fide per l'erezione d'una Prefettura o Vicariato Apostolico nell'Africa Orientale[35], adducendo la ragione che all'inizio pur di avere un territorio «si dovette naturalmente acconsentire» alle condizioni poste dal Le Roy, ma che in realtà la venuta dei missionari si era rivelata estremamente “provvidenziale” in quanto era servita ad arginare l'invasione delle società missionarie protestanti.
Ora, la situazione è talmente cambiata che l'Allamano “senza mancare al suo impegno” fa richiesta che i Missionari della Consolata vivano e lavorino alle dipendenze dei loro superiori nel territorio nel quale hanno speso soldi e fatiche. Inoltre - aggiunge - ciò lo richiede la differenza di nazionalità, lingua, educazione ecclesiastica, metodi di evangelizzazione, e il sussidio dell'Opera della Propagazione della Fede[36].
In risposta seguirono schermaglie tra i missionari della Consolata e i Padri dello Spirito Santo, questi ultimi risoluti a riprendersi le loro posizioni, fino a quando, il 14 luglio 1904, mons. Allgeyer e p. Filippo Perla stipularono un accordo di divisione di campo, e il 14 settembre la Congregazione di Propaganda Fide si dichiarava favorevole alla “Missione indipendente” con Pedo a superiore. Alla notizia mons. Allgeyer e mons. Le Roy si congratularono con l’Allamano senza risparmiare qualche critica a Pedo per i suoi “intrighi”[37].
La notizia dell'erezione del nuovo territorio era comunicata ai lettori de «La Consolata» nel novembre 1905 con dovizia di particolari. L'Allamano e Le Roy si incontrarono a Roma dove il 12 settembre comparivano davanti al card. Girolamo Maria Gotti, nuovo prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, per la definizione del decreto. Questo porta la data del 14 settembre 1905. Era presente anche Pedo, venuto appositamente dall'Africa. Dietro le quinte si awerte la presenza multiforme del Camisassa, instancabile nello scrivere e nel tessere incontri.
Il raggiungimento di questo traguardo significa per l'Allamano una garanzia di stabilità della propria opera, da poco iniziata e già così impegnata nell'evangelizzazione. Egli esprime la sua soddisfazione al card. Gotti e attribuisce al superiore locale il merito di avere interpretato pienamente le sue intenzioni e di averle eseguite. E annuncia che dopo l'erezione della missione del Kenya il cardinale ha nominato superiore il teologo Perlo «comunicandogli la giurisdizione e tutte le facoltà solite accordarsi ai Vicarii Apostolici, fra cui quella di conferire la Cresima, escluse solo quelle derivanti dall'Ordine episcopale»[38].
Dopo l'erezione della missione indipendente, si acuiscono le dispute con i Padri dello Spirito Santo. Mons. Le Roy ritorna alla carica accusando l'Allamano di voltafaccia. Questi gli ricorda che il vescovo Allgeyer, che nel 1901 aveva spalancato le porte ai Missionari della Consolata, in seguito non li poteva estromettere senza motivo. Per impedire che ciò avvenisse egli si era rivolto a Propaganda Fide. «Mi dispiace - scrive l'Allamano - dover ritornare su fatti incresciosi, ma credetti conveniente il farlo, perché sembrami che Votre Grandeur non sia completamente informata di quanto è successo»[39]. Le scaramucce sono destinate a continuare: nel 1906 mons. Allgeyer sembra deciso a ritoccare i confini del territorio affidato ai Missionari della Consolata. Ogni qual volta si affaccia un pericolo, l'Allamano ricorre a Propaganda Fide.
Negli anni che seguono l'Allamano s'interessa ai suoi missionari, scrive loro incoraggiandoli ad essere unanimi nei sentimenti e nelle azioni. A fratel Benedetto Falda: «Procura di non stancarti troppo nel lavoro, non affannandoti, ed avendo pazienza quando (ed è sovente) tutto non va a tuo gusto». A Giovanni Battista Rolfo: «Sono molto contento dei diarii: continui così, descrivendo minutamente i fatti ed i discorsi a dialogo». A don Giovanni Balbo: «Colla futura spedizione ti manderò l'altro libro... Continua a ore perse lo studio e le raccolte [di erbe] pel nostro Istituto. Soprattutto prosegui nel buono spirito». E a Gamberutti raccomanda: «Procura di ben africanizzarti».
La lettera che l’Allamano scrive ai missionari del Kenya alla fine di dicembre 1907 contiene una pagina di pastorale missionaria di grande intensità, che dimostra quanto egli vivesse all'interno della realtà africana. Dopo avere raccomandato ai suoi missionari di praticare le virtù che sono proprie del “Sacerdote-Religioso-Missionario”, entra nel vivo della metodologia e dello sviluppo dell'incipiente comunità cristiana: «Venendo ai mezzi più idonei per la conversione di coteste popolazioni, - scrive - oltre al già detto stimo mezzo importantissimo, anzi necessario, l'opera dei catechisti. Dev'essere impegno di tutti cooperare alla loro formazione, preparandoli con studio e cura speciale nella stazione prima d'inviarli al collegio; e riavutili amarli facendo far loro come vita di famiglia; istruirli con un po' di conferenza giornaliera; entusiasmarli del loro ufficio, abituarli col resoconto serale a che vi tengano al corrente di quanto succede nel paese, sui bambini, sui malati, ecc.; utilizzarli e non trascurarli, o facendo loro perdere tempo con altri incarichi e lavori. Concentrare insomma su di essi le cure maggiori, perché vivano morigerati, pii ed intenti al loro uffizio. Voi sapete quanto ci costino i catechisti, dovendo pagarli anche nel tempo che passano in collegio, facciamone il miglior uso. È un fatto, e lo constato dai vostri resoconti trimestrali, che le stazioni vanno bene, e producono dove i catechisti van bene e lavorano; coi medesimi restano come moltiplicati i missionari». E continua:
«È già tempo che s'inizino i neri alla vita cristiana, si procuri quindi che alcune famiglie, specialmente dei catechisti, vivano secondo le leggi e le pratiche cristiane. Nelle feste più che al numero degli accorrenti alle stazioni, badate alla costanza e volontà d'istruirsi; e voi contentate questo loro desiderio e volontà, facendo praticamente comprendere che questo è il fine della vostra dimora fra loro e null'altro. Dove si può vi si aggiunga una specie di oratorio festivo per la gioventù». Incoraggia i missionari a non trascurare le visite ai villaggi, e a coordinare le loro attività: «Ogni sera tutti i membri d'una stazione, missionari, suore e catechisti rendano conto al superiore di quanto hanno fatto nella giornata, e con lui e sotto i suoi ordini concertino ciò che dovranno eseguire il giorno dopo. Così le visite non riusciranno semplici passeggiate, e non saranno dimenticati gli ammalati ed i villaggi più bisognosi.»[40].
Si tratta indubbiamente di una delle più belle pagine che l'Allamano abbia scritto sulla pastorale missionaria, nella quale, oltre le norme riguardanti la preparazione e l'impiego dei catechisti nel-1'attività pastorale, si riscontra un grande amore verso di loro e verso le loro famiglie, stima e ammirazione per quanto essi fanno a fianco dei missionari, coinvolgimento nell'attività propriamente missionaria. Con catechisti validi si può cominciare a dare forma alla vita cristiana.
Il 23 aprile 1907 l'Allamano, per mano del Camisassa, chiedeva al cardinal Gotti quando il Kenya sarebbe stato dichiarato vicariato secondo le promesse fatte. Prolungare l'attesa avrebbe significato dare corpo ai dubbi sia da parte degli aspiranti che da parte dei benefattori. E nello stesso periodo Filippo Pedo inviava a Propaganda Fide una Relazione sulla Missione del Kenya per il 1907 che apparve sul numero di luglio 1908 de «La Consolata» contenente una visione panoramica della situazione in rapporto al lavoro spirituale e materiale fino allora svolto tra le popolazioni.
Catechesi e scuola
Alcuni elementi di pastorale erano rimasti irrisolti perché ritenuti, per il momento, troppo contrastanti con la mentalità culturale. Il tempo avrebbe portato consiglio, quando si fosse avviata una intesa con la popolazione sui concetti basilari del ciclo vitale e di quello religioso. L'interesse riguardava in particolare l'introduzione del catechismo, dei battesimi e della scuola. Non sarebbe stato conveniente precipitare le cose - così si pensava - con il rischio di causare un rigetto.
Nelle sue lettere l'Allamano dimostra la prudenza che aveva preso a norma della sua vita, e alla quale i missionari avevano adeguato il loro ritmo. Lo stesso Pedo era del parere che «principiare dal catechismo è fare un passo troppo lungo, mancando affatto di quei principi su cui le nozioni principali e più elementari di catechismo sono basate: immortalità dell'anima, esistenza di Dio, vita futura». «... il catechismo che usiamo - scriveva - è modellato su quello approvato per il Piemonte e la Lombardia; anzi il piccolo catechismo è la più possibilmente letterale traduzione».
Era allora in uso una “specie di prefazione al catechismo” di S. Pio X in lingua kikuyu, strutturato in domande e risposte semplici da capire e altrettanto facili da ritenere. Esso si adattava alla cultura orale di quel popolo, avvezzo a mandare a memoria i nomi degli antenati, le favole dei nonni, i proverbi della sapienza popolare e cento altre cose riguardanti la vita della famiglia, del villaggio, della campagna, dell'avvicendarsi dei tempi e delle stagioni. La lingua parlata da quelle popolazioni era ricca di vocaboli e di espressioni idiomatiche. Ogni cosa, ogni azione, ogni oggetto, ogni filo d'erba aveva il suo nome. Il mondo degli animali, non meno che quello delle piante e degli uomini, era ricco e variegato: ogni piccolo pastorello aveva appreso dal più anziano della famiglia i segreti della natura, per esempio che c'erano nove tipi di pecore, ciascuna con il suo nome: la pecora maculata, quella con le orecchie cadenti, quella con la coda grassa, quella con la fascia nera attorno al collo ecc.
Se poi si esplora il mondo religioso, si possono cogliere le grandi intuizioni proprie dell'uomo che attribuisce a Dio la vita, la morte, la gioia, il dolore, i figli, i frutti della terra, la provvidenza, le calamità; e che riserva a sé l'obbligo di rivolgere a Dio la sua preghiera e offrire in sacrificio i frutti della terra o le primizie dei suoi armenti.
Non fu facile per i primi missionari giunti nella terra dei Kikuyu capire la cultura africana. Essa si presentava a quei tempi come un campo vergine da esplorare e da decodificare, sul quale nessuno fino allora aveva posto gli occhi: erano possibili errori di valutazione, come di fatto è capitato in alcuni casi. Non esisteva bibliografia di sorta, nessuna testimonianza scritta, ma soltanto un insieme di tradizioni, costumi, cerimonie e credenze profondamente radicate nel tessuto del villaggio, inaccessibili agli estranei perché espresse in un linguaggio criptico e nelle forme simboliche dei miti e dei proverbi. Attorno a Ngai, Dio, che risiedeva sulla cima del Kerenyaga, la montagna bianca del Kenya, si narravano i racconti dell'origine degli uomini e la loro divisione in meherega kenda, “nove famiglie più una”. È stato compito dei missionari entrare in punta di piedi entro quel mondo, trarre da esso il linguaggio e le forme religiose, esprimerli con un alfabeto scritto ed insegnarli ai piccoli e ai grandi.
Ma ciò che più sorprende è che questo mondo era seguito e apprezzato dall'Allamano, pur nella sua lontananza e nel suo apparente isolamento. Egli dava ai suoi missionari e missionarie le norme per una “inculturazione” che partiva dal rispetto per l'uomo e per il suo ambiente.
«I nostri missionari hanno dovuto inventare anche i caratteri - scriveva in una lettera del lontano 1905 indirizzata a Propaganda Fide. - Hanno composto il dizionario e la grammatica; non poche regole alla buona, ma una grammatica ragionata. Quella è l'opera dei missionari»[41].
Quanto al battesimo, «continuiamo a non amministrarlo che agli indigeni in punto di morte- scrive Perlo - ... Dietro ripetute istanze ci lasciamo andare a battezzare qualche bambino dei nostri catechisti: quelli che ci danno ormai morale certezza di perseveranza». Anzi, continua lo stesso Perle, «ci pare ormai giunto il tempo di battezzare alcuni dei migliori fra i catechisti stessi».
La scuola quale mezzo di sviluppo umano e di evangelizzazione è altrettanto importante quanto il catechismo e il battesimo. Essa però resta, nella fase preliminare, comprensibilmente al margine della programmazione missionaria dell'Allamano, in quanto considerata “fine secondario e speciale”[42], subordinata a quello dell'evangelizzazione delle masse. Non ne viene, tuttavia, negata l'importanza; al contrario, essa sarà riguardata come il mezzo pedagogico più valido per la formazione del popolo, come risulta dallo sviluppo che assumerà nella strategia missionaria degli anni seguenti. A questo riguardo non va sottovalutato il fatto che l'Allamano proveniva da una terra dove l'indice di analfabetismo era allora fra i più bassi d'Italia, e dove l'istruzione scolastica era perseguita con ostinazione per entrare a pieno titolo nella società civile. Egli stesso aveva potuto realizzare la sua vocazione alla vita grazie all'istruzione ricevuta nelle scuole elementari di Castelnuovo, nell'Oratorio di don Bosco e nel seminario di Torino.
Nel caso degli africani era pedagogicamente corretto che l'istruzione tribale venisse gradualmente integrata con quella scolastica, perché l'impalcatura sociale non dovesse subirne un trauma e il popolo corresse il rischio di perdere la sua identità. Il tempo delle scuole sarebbe arrivato quando le popolazioni fossero divenute coscienti che l'istruzione scolastica non era una imposizione colonialista, ma poteva diventare un valore culturale e civile[43]. Fu allora che ci si accorse che la programmazione dell'Istituto, sollecita nei vari campi dell'evangelizzazione, aveva trascurato un po' quello della scuola, al punto che nessun missionario possedeva un titolo per insegnare e tantomeno per gestire una scuola o istituto scolastico. Mons. Carlo Cavallera, missionario della Consolata e vescovo del vicariato di Nyeri dal 1947 al 1964, corse ai ripari mettendo in atto, con la collaborazione di missionari sensibili al problema, un ambizioso programma scolastico, che rese possibile la preparazione di decine d'insegnanti e la scolarizzazione di migliaia di giovani in tutto il territorio della provincia centrale.
Questo fu l'epilogo di un processo di educazione globale integrato, nel quale lavoro della terra, arti e mestieri ed educazione scolastica dovevano figurare a pari merito nella formazione dell'individuo e delle masse.
Il rispetto che l’Allamano nutriva nei confronti della cultura locale fece sì che nella prima Conferenza di Morang'a uno degli obiettivi della missione fosse la fondazione di scuole, variamente chiamate “scuole di missione”, “scuole cattoliche”, “outschools”, “scuole confessionali”, e simili. La denominazione “scuola confessionale”, che è stata spesso demonizzata come responsabile della frammentazione religiosa, si è rivelata in realtà un marchio pubblicitario di indubbio effetto, che ha prodotto i suoi buoni risultati nel campo delle conversioni prima, e in quello dell'istruzione poi [44]. L'Allamano ne parlò poche volte: una di queste fu quando seppe: con rammarico che il capo Karuri di Tuthu aveva mandato due dei suoi figli dai protestanti in mancanza di scuole cattoliche. Scrisse allora al Perlo: «Ciò che reputo necessario sono le scuole. Colla venuta del nuovo personale provveda a questa deficienza». Sfortunatamente, per mancanza di personale preparato o di lungimiranza, la raccomandazione cadde nel vuoto.
Il vicariato apostolico del Kenya
La cosiddetta “provincia centrale” del Kenya era già stata circoscritta, e Propaganda Fide era al corrente della sua entità. Restava soltanto da erigerla in vicariato apostolico. Si allungavano i tempi dell'attesa e sembrava giunto il momento di cogliere i frutti di quella lontana promessa depositata nel fondo della memoria.
Il card. Gotti invita l’Allamano a farne esplicita richiesta alla Congregazione di Propaganda Fide e questi, in data 24 settembre 1908, fa compilare al Camisassa una Relazione alla Sacra Congregazione de Propaganda Fide per l'erezione della Missione Apostolica del Kenya (Africa Orientale Inglese) in Vicariato Apostolico [45] e ne fa esplicita domanda perché siano incoraggiati i missionari che vi lavorano, gli alunni che vi si preparano, i benefattori che la sostengono. Lo stile dell'Allamano è delicato e suasivo, ma determinato a raggiungere lo scopo. La “Relazione” che segue la lettera traccia in XX punti una panoramica del Paese così come dovette apparire ai missionari di allora, senza strade, senza ponti, senza infrastruttura alcuna. Le uniche strutture erano le poche casupole di legno costruite dagli europei su basamenti di pietra o mattone e coperte di lastre zincate. Un Paese poco più che all'alba del suo nascere, dove la capitale di oggi non meritava neppure di essere menzionata perché Nairobi a quei tempi era il nome di un fiumiciattolo.
La presenza dei missionari in questo Paese, nel 1907, è come segue: 25 padri, 10 fratelli, 42 suore, 14 missioni. Si tratta di un complesso non indifferente che è stato compiuto grazie alle “sostanze” messe a disposizione dall'Allamano e dal Camisassa, e dalla “carità pubblica dei torinesi e dei devoti della Consolata”.
«La Consolata» che ha iniziato timidamente ad ospitare le relazioni di Filippo Perlo, di Francesco Cagliero e le lettere degli altri padri, a partire dal 1908 diventa, sotto molti aspetti, un bollettino missionario, quasi totalmente dedicato a partenze, missioni, carovane, catechesi, visite ai villaggi. Introduce gli articoli Giacomo Camisassa con il suo stile impeccabile e amministrativo e lo sguardo rivolto alla questione finanziaria, che si fa sempre più pesante man mano che si va avanti. Infatti, non è soltanto la missione del Kenya a incidere sul conto, ma la nuova sede dell'Istituto in Torino, nella quale alloggiano tre comunità: il collegio, capace di 80-100 ragazzi; il noviziato per 20-40 novizi; il seminario per 40-50 professi.
Aggiunge l'Allamano: «Se la sua apertura coincidesse coll’erezione del Vicariato, non v'ha dubbio che ne risulterebbe una forte spinta alle vocazioni ed alle offerte» [46]. Queste ragioni a prima vista potrebbero sembrare venali e interessate se non fossero sostenute da considerazioni più elevate sulla missione. Essendo il territorio in questione vincolato da leggi e giurisdizioni, Propaganda Fide si sarebbe assunta il compito di prevenire ogni possibile conflitto d'interessi.
L'Allamano, richiesto da Propaganda Fide, stende una scheda sul futuro vescovo. Conosce Pedo, lo ha visto lavorare accanto allo zio Camisassa nell'amministrazione del santuario della Consolata, lo ha seguito nel biennio di specializzazione presso il Convitto ecclesiastico, gli ha affidato la missione del Kenya dopo le dimissioni di p. Gays. Insomma era l'uomo del quale l'Istituto non avrebbe potuto fare a meno. Così lo descrive l'Allamano:
«Filippo Perlo, 36 anni, diede prova di prudenza non comune in tutte le mansioni... È sano e robusto (fece il volontariato militare), di presenza maestosa; quasi non beve vino né liquori; è energico e paziente; dotato di singolare abilità nel maneggio d'affari temporali. È per indole tenace e perseverante, e mai non si disanima. Gode stima generale... È diligente nello studio e nell'osservanza delle rubriche, profondamente pio... il suo contegno esterno ed il suo parlare è serio e grave, e in tutto si dimostra animato da vero spirito sacerdotale» [47].
Finalmente il 28 giugno 1909 la missione del Kenya veniva dichiarata vicariato apostolico sotto la guida del vescovo e vicario apostolico mons. Perlo, che il 23 ottobre era consacrato presso il santuario della Consolata in Torino dal card. Richelmy assistito dai vescovi di Vercelli e Aosta 48[48]. L'Allamano si rallegra con i missionari ai quali riconosce il merito della promozione, ottenuta in così breve tempo, mentre «La Consolata» esce con edizioni speciali sulle missioni del Kenya con l'intenzione di far conoscere l'attività dei missionari e suscitare aiuti e vocazioni.
Nel settembre 1909, mentre mons. Perlo è ancora in attesa di fare ritorno in Africa, l’Allamano invia una lettera ai sacerdoti delle parrocchie che hanno a cuore le missioni perché «in questo bisogno di personale» indirizzino al seminario i ragazzi di buona famiglia. L'Istituto è ormai conosciuto in tutto il Piemonte grazie soprattutto alla diffusione del bollettino «La Consolata», sempre prodigo d'informazioni sulla vita missionaria e di descrizioni e curiosità sulla vita indigena.
Si comincia a profilare all'orizzonte ciò che l'Allamano non aveva previsto all'inizio, cioè la differenza di campo tra la Chiesa locale e quella missionaria. L'Istituto, sorto come società diocesana per assecondare le vocazioni missionarie a quei sacerdoti piemontesi che, altrimenti, sarebbero stati costretti ad abbandonare le rispettive diocesi per entrare in congregazioni missionarie, assicurava, come si è visto, un servizio missionario di cinque anni, dopo i quali l'individuo poteva scegliere di continuare la vita missionaria o di ritornare alla sua diocesi. Ciò comportava il continuo drenaggio d'individui, con il conseguente arresto di attività, di opere e di formazione nelle missioni [49]. Soprattutto equivaleva a costruire sulla sabbia un ideale che richiedeva continuità e donazione totale di sé. Tutto ciò si sarebbe evitato se l'Istituto fosse diventato una congregazione.
Lo diventò di fatto il 28 dicembre 1909, quando la Sacra Congregazione dei Religiosi, cui spettava riconoscere sul piano giuridico una congregazione, concesse all'Istituto il Decretum laudis di erezione. Dopo avere menzionato brevemente le ragioni che hanno portato alla fondazione, il documento prosegue:
«Caratteristica di queste Missioni si è che i Missionari non si limitano ad introdurre la religione, amministrare Sacramenti, raccogliere bambini abbandonati nelle selve ed averne cura nell'Orfanotrofio, ma con lo splendore della fede portano a quei popoli la luce della civiltà, ammaestrandoli nell'agricoltura, allevamento del bestiame, esercizio delle arti più usuali, trasportati per questo dall'Europa macchine ed utensili di ultima invenzione» (Card. J. C. Vives)[50].
Questa dichiarazione di consenso determinava un cambiamento sostanziale, facendo dell'Istituto una società con promesse vincolanti e con superiori riconosciuti. L'Allamano, in qualità di fondatore, fu nominato per un periodo di sei anni primo superiore generale e il Camisassa lo affiancò come vice superiore generale[51].
Il 17 settembre 1909 l'Allamano e il neoeletto vescovo mons. Perlo sono ricevuti in udienza privata da Pio X. «... il Santo Padre era occupato nella ricerca di qualche cosa in un suo armadietto. E senz'altro: “Venite, venite i miei bravi missionari”, disse, aprendoci le braccia; poi, con in mano due scatoline che aveva tratto dall'armadietto, ci condusse al suo scrittoio, facendoci sedere proprio a Lui vicini, e principiò col congratularsi con noi per l'erezione in Vicariato della prima Missione della Consolata, avvenimento da cui dovrà risultare vantaggio grande per il lavoro apostolico, stabilità e sempre maggior sviluppo all'intero Istituto: cose tutte che Egli con parole soavissime andava augurandoci ...». Il pontefice dimostra grande interesse per la missione e la sua vita, i missionari e le loro fatiche apostoliche, i fratelli e i loro lavori, gli africani, i loro costumi e modo di vita, le loro doti naturali d'animo e di corpo, e la loro apertura all'evangelizzazione. «Avendo noi detto che il nostro apostolato non consisteva soltanto nel far catechismi; ma che, come introduzione e in parallelo ad esso, ci occupavamo pure della salute e del progresso materiale dei poveri neri, sia con le cure agli ammalati e importazione di nuovi generi di viveri, sia con abituarli al lavoro e al vestirsi, Sua Santità diede come un sospiro di soddisfazione: “Ma bene, ma bene: rendeteli uomini, fateli laboriosi e così avrete anche dei buoni cristiani. Quando oltre le patate potranno avere, perché da voi introdotti, e grano e carne, e da una vita laboriosa proverrà loro un relativo benessere, vedrete quanto staranno attenti anche al catechismo e come vi resteranno affezionati e fedeli”. Pio X termina questa “singolare udienza” porgendo a mons. Perlo le due scatoline che aveva estratto dall'armadio. L'una conteneva una croce pettorale con incastonato un cammeo di grande valore, e l'altra uno splendido anello: l'una e l'altro belli veramente per un povero vescovo missionario» [52].
Un'altra croce mons. Perlo ricevette in dono dall'Allamano. Si trattava di quella che il canonico Soldati portava al momento della sua morte e che i parenti gli offrirono come ricordo. «Una volta - raccontò il fondatore ai seminaristi - cercavo questa croce, e non la trovavo. Ho domandato ai superiori della Consolata se l'avessero vista. Qualcuno mi ha risposto: non si ricorda che se l'è lasciata portare via da mons. Perlo?».
Dopo il ritorno in Kenya del “carissimo Mons. Vicario”, l'Allamano si affretta a comunicare ai missionari gli avvenimenti che si sono succeduti nell' “anno d'oro” dell'Istituto e le parole di plauso pronunciate dal Papa a proposito del metodo pastorale seguito dai Missionari della Consolata. Ma per non dare adito a false interpretazioni, mette in guardia i missionari dal valutare più il lavoro che la vita spirituale. «Si sbaglierebbe colui - scrive - che si desse intieramente ai lavori di Missione, e trascurasse l'orazione, la pratica delle virtù, e l'osservanza dei santi voti e delle costituzioni» [53]. Restava ancora una decisione da prendere, ma questa era di competenza delle Congregazioni romane. L'8 gennaio 1911 veniva concesso all'Istituto il passaggio dalla giurisdizione della Congregazione dei religiosi a quella di Propaganda Fide, equivalente ad una investitura per la missione [54].
Quanto importante fosse questo cambiamento di giurisdizione si deduce dal fatto che dopo un mese, 1'8 febbraio, l'Allamano inviava il Camisassa in Kenya per prendere contatto con i Missionari della Consolata e le Missionarie della Piccola Casa; valutare in loco l'opera missionaria vera e propria e la metodologia adottata; raccogliere dai missionari impressioni e suggerimenti sulle Costituzioni e sul Regolamento in via di composizione; vagliare la consistenza delle opere sussidiarie: segheria, fattoria, eventuali impegni di capitale nella colonia inglese.
Il viaggio del Camisassa risultò determinante ai fini dei futuri sviluppi delle missioni, perché mise l’Allamano in condizione di conoscere e giudicare il reale andamento della missione. Il carteggio tra i due- quarantaquattro lunghe lettere del Camisassa fu ricco di osservazioni, di analisi e di valutazioni, oltreché di buono stile. Egli aveva la penna facile, l'intuizione pronta e scattante. Le sue prime lettere da Gibuti e Mombasa sono una piacevole descrizione dell'esperienza che tutti i missionari facevano nel loro viaggio verso l'Africa. Poi, man mano che s'inoltra nell'interno, si fanno frequenti le osservazioni su certe particolarità della cultura locale: «I canti sono quasi tutti in minore, secondo il gusto di questi neri, ed è anche per ciò che sono commoventi»; il giovane capo «aveva calze e scarpe inglesi nei piedi... con un doppio manto di pelli abbastanza preziose, molti ornamenti alle orecchie ed al collo, ecc.»; «i neri hanno una tremenda paura di essere toccati dalla iena». Egli passa di missione in missione, dove la cordialità della gente si alterna con l'indifferenza: «Si sente l'indifferenza che invade coll'approssimarsi alla civiltà religiosa».
Ma rimanendo, per ovvie ragioni, al di fuori della cultura africana e dal vortice dei mutamenti imposti dal colonialismo, egli tende a estimare la missione dalle sue realizzazioni: dalle scuole, dai dispensari, dalle varie costruzioni, dalle entrate, dalla folla che lo applaude. Solo più tardi s'accorgerà che la missione va al di là delle apparenze, e scoprirà nel cuore del missionario e della missionaria i segni della solitudine, della nostalgia, del dubbio, della stanchezza.
Si appressa il Natale 1911, lui è a Gilgil sulle falde della Rift Valley. Scrive al suo amato “Rettore”, rammaricandosi di non potere, per la prima volta in 31 anni, porgergli gli auguri: «La nostalgia - scrive - era forse uno degli affetti umani che avevo sentito poco in vita mia: ci voleva questa lontananza perché lo capissi bene, e quanto sia forte in certi momenti il bisogno del cuore di trattenersi a conversare... Creda che le soddisfazioni e consolazioni provate nei grandiosi ricevimenti della mia prima visita alle missioni furono di molto superate nella seconda visita, fatta nella quiete della vita di missione».
Gli resta però un rammarico, quello di essere venuto solo: «Quante volte ho rimpianto che non sia venuta lei in vece mia, massime che son certo non ne avrebbe sofferto, giacché la vita qui è comoda quanto in Italia, e il clima quasi sempre preferibile all’estate dei nostri paesi. L'ordinamento delle nostre missioni poi è tale che missionari e suore hanno in casa tutto...».
Naturalmente si trattava di un eufemismo, scritto per assicurare il Rettore che tutto andava bene. Si sa da altre fonti che l'abbondanza qui celebrata dal Camisassa non corrispondeva alla realtà, e che la vita missionaria imponeva grandi rinunce ed estenuanti sacrifici ai quali non tutti poterono resistere.
----------------------------------------------
[1] Cfr. Lettera dell'Allamano a mons. Guido Maria Conforti, Arcivescovo-Vescovo di Parma, Fondatore dei Missionari Saveriani, 29 agosto 1912, in Unione Missionaria del Clero, in Guido Maria Conforti. Lettere e Discorsi, a cura della Procura Generale Saveriana, Roma 1978, p. 43.
[2] Cfr. Lettera del celebre egittologo Ernesto Schiaparelli, Direttore del R Museo di Antichità di Torino al can. Giacomo Camisassa, Torino 29 settembre 1900, in Lettere, II, p. 531. I due esploratori tedeschi della Church Missionary Socicty, Krapf e Rcbmann, sono stati i primi due europei a vedere le nevi dei monti Kilimangiaro e Kenya.
[3] Lettera del console italiano a Zanzibar, conte Giulio Pestalozza a Giacomo Camisassa, Zanzibar 25 settembre 1901, in Lettere, III, pp. 137-139. La strategia suggerita da Pestalozza di prendere visione dei territori prima di inviarvi i missionari è saggia, ma per il momento non viene seguita.
[4] Lettera del Vicario Apostolico di Zanzibar, mons. Emile-Auguste Allgeyer a Giuseppe Allamano, Zanzibar, 25 novembre 1901, in Lettere, III, p. 196.
[5] Cfr. Lettera dell'Allamano a p. Alexandre Le Roy, superiore generale dei Padri dello Spirito Santo, Torino 1° dicembre 190 l, in Lettere, III. pp. 205-207.
[6] Cfr. Lettera di G. Camisassa al cav. Pestalozza, Torino, 15 dicembre 1901, in Lettere, Ill, pp. 214-215.
[7] Lettera del cav. Pestalozza a G. Camisassa, Zanzibar 16 dicembre 1901, in Lettere, III, pp. 217-219.
[8] Come si è detto, “Consolatina” è il nome con cui si è indicato fin dall'inizio la palazzina che era stata sede dell'Istituto magistrale SS. Annunziata e che mons. Angelo Demichelis prima di morire aveva lasciato in eredità all'Allamano che ne fece la prima sede dei missionari della Consolata. Cfr. Lettera dell'Allamano al card. Richelmy, Rivoli 6 aprile 1900, in Lettere, Il, pp. 457-459.
[9] Per ciò che riguarda la personalità e l'opera di Filippo Perlo cfr. C. BONA, Nell'occhio del ciclone. Appunti per la storia dell'Istituto Missioni Consolata durante la reggenza di mons. Perlo, Edizioni Missioni Consolata, Torino 1976.
[10] Filippo Perlo, in Archivio Istituto Missioni Consolata (AIMC), Roma.
[11] Lettera dell'Allamano a p. Tommaso Gays, Torino 4 luglio I902, in Lettere, III, p. 352.
[12] Cfr. Conferenze ai missionari, I, pp. 18-30.
[13] Lettera da Zanzibar diffusa dalla stampa nazionale, in data 7 gennaio 1902, in Lettere, III, pp. 232-233.
[14] «La Consolata», 11 (1900), pp. 163-165. Va notato che l'insistenza dell'Allamano a volere un “proprio territorio di missione” è dettata solo dal desiderio di avere i suoi missionari uniti come fratelli in una famiglia: «Per tal modo si accrescerà quello spirito d'unione e quel vicendevole incoraggiamento che in lontane regioni ha luogo fra quelli che hanno comune la patria».
[15] Il Decreto a firma del card. Richelmy sottolinea il titolo di appartenenza che lega l'Istituto alla «dilettissima nostra città e Archidiocesi» (cfr. L. SALES, Il Servo di Dio canonico Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, Istituto Missioni Consolata, Torino 1936, p. 163; dell'avvenuta fondazione davano notizia i giornali cattolici (cfr. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, il suo tempo, la sua vita, la sua opera, Edizioni Missioni Consolata, 4 voll., Torino 1982-1984, II, p. 490).
[16] Erano chiamati “Tommasini” gli allievi del seminario del Cottolengo, destinati a fornire di sacerdoti la Piccola Casa, le diocesi e i diversi istituti (cfr. D. CARENA, Il Cottolengo e gli altri, SEI, Torino 1983, p. 314).
[17] Lettera dell'Allamano ai missionari del Kenya, Torino 27 novembre 1903, in Lettere, III, pp. 685-690.
[18] P. ALBERTONE, Biografia del P. Umberto Costa, dattiloscritto, AIMC XIII, 786.
[19] G. PANELAITI, I primi tempi del seminario Missioni Consolata, in «Giuseppe Allamano, tesoriere della Consolata», I (1970), pp. 748-756.
[20] Lettera dell'Allamano a Luigi Falda, Torino 12 dicembre 1902, in Lettere, III, p. 491. Luigi Falda si vincolò con giuramento all'Istituto per un periodo di cinque anni. Dopo il suo ritorno dal Kenya prestò servizio militare e chiese di rientrare nell'Istituto, ma fu indirizzato presso i Giuseppini del Murialdo dove si distinse per laboriosità e orazione. Vi morì il 24 luglio 1959.
[21] Lettera dell'Allamano a Benedetto Falda, Torino 3 febbraio 1904, in Lettere, IV, p. 30.
[22] Cfr. G. TEBALDI, Africa, i giorni dell'esodo, Borla, Roma 1997, p. 32.
[23] Questa lettera dell'Allamano al Perlo non è stata conservata. Cfr. I.TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit. III, pp. 181-182.
[24] I diari sono conservati nell'Archivio IMC di Roma (AIMC).
[25] Cfr. «La Consolata», 12 (1904), pp. 193-194.
[26] Lettera di Tommaso Gays a Giuseppe Allamano, Nyeri 19 settembre 1903, in Lettere, III, p. 652.
[27] Lettera dell'Allamano al p. Tommaso Gays, 30 ottobre 1903, in Lettere, III, pp. 665-666.
[28] Lettera dell'Allamano a Filippo Perlo, 30 ottobre 1903, in Lettere, III, p. 668.
[29] C. BONA, Lettere, III, nota 1, pp. 653-654.
[30] G. P. MINA, Un silenzioso che ha qualcosa da dire, Andare alle genti, Torino 1986.
[31] A. TREVISIOL, I primi Missionari della Consolata nel Kenya, 1902-1905, Università Gregoriana, Roma 1983, pp. 253ss.
[32] Lettera dell'Allamano a Filippo Perlo, 6 maggio 1904, in Lettere, IV, pp. 108-109.
[33] Lettera dell'Allamano ai missionari del Kenya, Torino 6 gennaio 1905, in Lettere, IV, pp. 276-282.
[34] Lettera dell'Allamano a mons. Alexandre Le Roy, superiore generale dei Padri dello Spirito Santo, Torino 1° dicembre 1901, in Lettere, III, p. 207.
[35] Cfr. Relazione, in Lettere, IV, pp. 316-347.
[36] Nel luglio 1905 le missioni della Consolata in Kenya erano già sette: Tuthu, Morang'a, Limuru, Nyeri, Wambogo, Mogoiri, Karima.
[37] Cfr. Lettera di mons. Allgeyer all'Allamano, Zanzibar 10 maggio 1905, in Lettere, IV, pp. 394-395. Va notato che a quel tempo le congregazioni missionarie si avvalevano della prassi universalmente seguita, in forza della quale i missionari operavano nei territori dominati dai loro connazionali. Bisognerà aspettare l'avvento di Benedetto XV e Pio XI per vedere smantellata una concezione che considerava proprietà privata i territori da evangelizzare.
[38] Cfr. Lettera dell'Allamano ai missionari del Kenya, Torino 25 settembre 1905, in Lettere, IV, p. 456.
[39] Cfr. Lettera dell'Allamano a mons. Le Roy, 30 settembre 1905, in Lettere, pp. 459-460. Per una diffusa e completa descrizione dei fatti riguardanti l'erezione della nuova provincia, vedi A. TREVISIOL, La missione indipendente, in I primi Missionari della Consolata nel Kenya..., cit., pp. 196-203.
[40] Lettera dell'Allamano ai missionari del Kenya, 24 dicembre 1907, in Lettere, IV, pp. 769-772.
[41] Lettera di Giuseppe Allamano alla Congregazione di Propaganda Fide, 1° aprile 1905, in Lettere, IV, p. 316ss.
[42] Conferenze ai missionari, I, p. 623.
[43] In una lettera al teologo Antonio Borda Bossana, Torino 3 aprile 1903, l’Allamano scrive: «Dapprima la vostra vita sarà piuttosto materiale, e dovrete occuparvi di ordinare le case; fatelo per amor di Dio. e non crediate di fare poco a prepararvi le case per ripararvi dalle intemperie. Verrà più tardi l'opera d'istruzione e di evangelizzazione», in Lettere, III, pp. 553-554.
[44] Cfr. G. TEBALDI, Africa, i giorni dell'esodo, cit., p. 49.
[45] Cfr. Lettera dell'Allamano al card. Gotti e Relazione alla Sacra Congregazione de Propaganda Fide per l'erezione della provincia indipendente del Kenya in Vicariato Apostolico, Torino 24 settembre 1908, in Lettere, V, pp. 120-134.
[46] Lettera dell'Allamano al card. G.M. Gotti, Torino 24 settembre 1908, in Lettere, V, p. 121.
[47] Scheda dell'Allamano a Propaganda Fide su Filippo Perlo, Torino 28 maggio 1909, in Lettere, V, p. 242.
[48] «Il vicario apostolico, mons. Filippo Perlo, fu il primo vescovo cattolico a risiedere in Kenya, poiché il vescovo degli Spiritani stava a Zanzibar e quello di Mili Hill a Kampala» (J. BAUR, Storia del Cristianesimo in Africa, trad. it., EMI, Bologna 1998, p. 385). Per più dettagliate informazioni sul vicariato apostolico cfr. A. TREVISIOL, Uscirono per dissodare il campo. Pagine di storia dei Missionari della Consolata in Kenya: 1902-1981, Edizioni Missioni Consolata, Roma 1991, pp. 99-104.
[49] Cfr. L. SALES, Il Servo di Dio canonico Giuseppe Allamano..., cit., pp. 164-165.
[50] Decrelum laudis, in «La Consolata», 2 (1910), pp. 20-21.
[51] “In una conversazione sulle Costituzioni, l’Allamano dice ai chierici e fratelli: «Le Costituzioni sono immutabili però solo quando hanno ricevuto l'approvazione definitiva; a Roma si sono lamentati con Mons. Perlo che non avevamo chiesto subito l'approvazione definitiva dell'Istituto e delle Costituzioni; ed egli rispose che non volevamo ancora, per potere prima esperimentare se l'esperienza ci dimostrerà doversi fare qualche piccolo cambiamento da proporre alla S. Sede» (Conferenze ai missionari, 16 gennaio 1910, I, p. 312).
[52] Cfr. Sua Santità Pio X a Monsignor Filippo Perlo ed alle Missioni della Consolata, in «La Consolata», 11 (1909), pp. 146-147.
[53] Lettera dell'Allamano ai missionari del Kenya, Torino 2 ottobre 1910, in Lettere, V, pp. 407-411.
[54] La decisione cui si allude riguarda la “doppia dipendenza” dell'Istituto dalla Congregazione dei Religiosi e dalla Congregazione di Propaganda Fide, che crea imbarazzo nella direzione generale. Per questo l'Allamano, con lettera a S. Pio X chiede che l'Istituto ritorni “unicamente e totalmente alla dipendenza della Sacra Congregazione de Propaganda Fide” (cfr. Lettera dell'Allamano a S. Pio X, Torino 16 novembre 1910, in Lettere, V, pp. 427-428).11 passaggio alla Congregazione di Propaganda Fide veniva concesso dalla Congr. Concistoriale, a firma dell'assessore Scipione Tecchi (cfr. Lettera di Scipione Tecchi a Giuseppe Allamano, Roma 8 gennaio 1911, in Lettere, V, p. 465).