Vincenzine: sorelle e madri

Donne di ogni categoria sociale compaiono e scompaiono nella vita dell'Allamano lasciando labili impronte. Tra le lettere che formano il suo ricco carteggio, sono relativamente poche quelle indirizzate a donne. Se si escludono i messaggi alla vecchia maestra Benedetta Savio, alla cognata Benedettina Turco, vedova del fratello Ottavio, alla nipote suor Dorotea Marchisio, alle sorelle Franchetti, non ve ne sono altri degni di nota soprattutto in relazione al progetto Africa. Da ciò si potrebbe concludere che la frequentazione con donne fu poco significativa o non ebbe alcuna incidenza sulla vita e le opere dell'Allamano. Naturalmente non fu così. Il caso delle sorelle Teresa e Cristina Franchetti, «d'intelligenza superiore la prima, d'ineffabile dolcezza e di angelica bontà la seconda», dimostra che la donna nella vita dell'Allamano costituì una fonte di profonda spiritualità e di collaborazione di grande valore. La loro madre trovò luce e conforto nella sua direzione fino in punto di morte.

L'Allamano aveva ricevuto da mamma Maria Anna un animo gentile, premuroso, materno, che accoglieva ogni gioia e ogni dolore e si rendeva sensibile ad ogni impercettibile fruscio e sussurro. Questo suo temperamento lo teneva immobile al confessionale o al tavolo di lavoro, intento ad ascoltare i singhiozzi e i pianti di chi sentiva il peso della vita e ad asciugare le lacrime di quante si vedevano sopraffare dai problemi della famiglia e dell'età. Un gran numero di penitenti erano attratte da quella figura di sacerdote dai lineamenti diafani, dalla voce leggermente velata che penetrava le intimità dell'anima, accarezzava dolcemente le ferite e ridava confidenza nella vita.

Come si è detto, le due sorelle Franchetti furono le fondatrici del Laboratorio della Consolata. L'opera, caldeggiata e sostenuta finanziariamente dall'Allamano per dare lavoro ad un gruppo di sartine torinesi, rappresentava un forte contributo all’emancipazione femminile in un momento in cui la donna, esclusa dalla vita pubblica, cominciava a rivendicare la parità dei diritti. Il Laboratorio della Consolata avrebbe potuto trasformarsi, a tempo opportuno, in un istituto secolare e affiancare l'opera dei missionari, ma non sopravvisse alle fondatrici [1].

Il Camisassa, appena ritornato dal Kenya portando con sé tanti ricordi legati alla missione, apre «La Consolata» con la descrizione delle suore che affermano la loro parità con l'uomo non con «vacue disquisizioni» o con «congressi» o «ordini del giorno», ma affrontando con lo stesso coraggio dei padri e dei fratelli le sfide della missione [2].

Il mondo femminile dell'Allamano, grazie alla sua natura introspettiva e alle spiccate doti di formatore, era costituito soprattutto dalle comunità religiose femminili di cui era consigliere, moderatore, direttore spirituale, e qualche volta castigatore. Non è dato di riscontrare in alcuna di esse la tensione missionaria che in quei giorni cominciava a penetrare nei gruppi religiosi.

L'idea della missione africana dell'Allamano, sulle prime, non andò associata alla donna, forse perché gli era mancata l'anima gemella che traducesse al femminile l'ansia missionaria, come era capitato a don Bosco e ad altri; o perché non aveva ancora avvertito l'essenzialità di una presenza femminile che avrebbe potuto dedicarsi, con l'infinita bontà di una madre, ad un popolo ancora sconosciuto. Bastò poco per scoprirne la necessità.

I primi quattro missionari che condivisero il viaggio con missionarie dirette a Zanzibar e in Uganda annotarono quella presenza per i lettori de «La Consolata». Si cominciò a farne richiesta: «Se vi sono pochi preti - scriveva mons. Perlo al Camisassa, - mandi suore. Convertiremo il Kikuyu con le suore».

L'Allamano, dopo avere sondato la disponibilità della Piccola Casa del Cottolengo, dà inizio alle trattative, che si risolvono con l'invio, nel 1903, di un primo gruppo di otto Suore Vincenzine insieme con la terza spedizione di missionari. La loro collaborazione era regolata su una convenzione firmata da ambo le parti. Di interesse il 2° punto: «La Piccola Casa procurerà che la scelta delle Suore dietro accurata visita medica, ripetuta questa prima della partenza, corrisponda, per quanto è possibile, per sanità e qualità morali, alle esigenze richieste dal clima tropicale...».

Benedetto Falda, che fa il viaggio con loro, scrive: «La presenza delle suore era stata più volte auspicata dai missionari del Kenya.

Senza di esse non era neppure pensabile avviare il lavoro di evangelizzazione, che consisteva allora nelle visite ai villaggi, nella cura dei malati e in piccole iniziative assistenziali». Ma prima di scendere in campo vi erano almeno due condizioni da osservare: il governo inglese aveva stabilito che le suore abitassero in case di muratura, e che, viaggiando in carovana, portassero ben visibile una pistola alla cintola per scoraggiare eventuali imboscate.

L'arrivo delle suore alla missione fu gioioso: «Alla vista delle suore che, avvolte negli ampi abiti, si fanno loro incontro con gesti di amicizia, le donne si portano una mano alla bocca in segno di stupore. Poi le diffidenze si dissolvono e si stabilisce fra loro una strabiliante conversazione mimetica a base di segni, di gesti, di trilli e di grandi risate»[3].

Ma la festa finisce quasi subito: il gruppo delle suore accusa malori. Scrive don Borda Bossana: «Ai 2 veniva ammalata suor Giordana e poi dopo pochi giorni suor Clotaria, poi suor Maria, suor Editta, ecc., fino ad averne sei su otto ammalate in letto con la febbre». Ben presto, il 9 ottobre 1903, succede l'imprevedibile: suor Editta muore di una malattia sconosciuta, forse tifo, malaria, emorragia cerebrale. La comunità s'arresta in meditazione e preghiera.

«La Consolata» ne riporta la notizia: suor Editta viene sepolta in una doppia cassa per impedire alle iene di fare scempio del suo corpo.

L'Allamano scrive parole di conforto alla superiora suor Clotaria: «S'immagini Vostra Reverenza e le care Suore la parte che noi abbiamo preso al loro dolore per la dipartita dell'ottima suor Editta. Nelle nostre viste umane non pareva che così presto il Signore dovesse provarci, e togliere alle Missioni una Suora tanto buona ed utile... Si faccia coraggio nel Signore e conforti a nome mio le buone Suore a sempre più godere della grazia della vocazione all’apostolato»[4].

Scrive anche ai missionari assicurandoli che l'Istituto sta procedendo in modo soddisfacente con l'entrata di sacerdoti, chierici e fratelli, ma che la morte di suor Editta è suonata come un richiamo alla realtà missionaria, che non perdona. «Siccome però non vi è opera buona che vada esente da prove- scrive-, dobbiamo pure noi aspettarcele... Alcune prove non mancheranno in tempo più o meno lontano: prepariamoci con virtù sode e apostoliche. Sinceramente io non mi sento di domandare al Signore persecuzioni perché vi conserviate costanti nello spirito della vostra vocazione»[5].

Non passano molti giorni che anche suor Giordana accusa dolori, pare di fegato o milza, e il 30 novembre muore. Lo sconcerto traspare nelle parole di Benedetto Falda: «Ma ecco, suor Maria ci chiama fuori – scrive -. Affannata, tremante, piangente, ci supplica di accorrere: suor Giordana è morente. Era vero. Padre Gays, prontamente accorso, le somministra tosto l'estrema unzione, e mentre suor Maria si affanna a riscaldare panni e a porgere ristoro, suor Giordana ci lascia, così, all'improvviso, senza un lamento, ad appena 32 anni. Ci sentimmo schiantati. Noi, fratelli ventenni, vedevamo in suor Giordana non solo una sorella, ma una mamma. Adesso lei non c'era più... Componemmo una bara che bagnammo di lacrime. Ci pareva di vivere un sogno pazzo».

Suor Giordana giace nel “tempio naturale” della foresta ai piedi del Kenya, coperta di grosse pietre per impedire alle iene di disseppellirla.

Attorno a questi decessi si sono azzardati giudizi abbastanza contraddittori: si è ipotizzato emorragia cerebrale, debole costituzione, morbo portato dall'Europa, vesti eccessive, vita spartana. Senza arrivare ad una conclusione soddisfacente. «A nessuno si potevano imputare responsabilità dirette per i decessi, - commenta A. Trevisiol - ma il ritmo di vita nelle missioni creava malcontento e sfiancava anche i più robusti» [6].

Qualunque possa essere la causa dei due decessi, non si può fare a meno di sottolineare che quelle morti restano là a testimoniare la donazione della propria vita per la salvezza degli altri. La notizia della morte di suor Giordana viene seguita alla Piccola Casa di Torino con molta apprensione. E mentre tutto fa presagire che le partenze siano differite, altre dodici suore sono sul piede di partenza, e altre ancora nel corso degli anni. Esse si dedicano alla visita ai villaggi, alla cura dei malati, alla scuola per bambini, all'allestimento delle carovane.

La vita per loro è piena di sfide, esposte come sono alle incertezze di un mondo ancora inesplorato e soggette alla precarietà di una vita a rischio. Ne «La Consolata» dei primi anni, le suore sono tenute un po' nell'ombra, se si esclude qualche fotografia che le ritrae con neonati in braccio o in atto di assistere anziani morenti. Nel suo rapporto di viaggio in Kenya, apparso su «La Consolata», il Camisassa, in visita alle missioni, rispecchia la mentalità del tempo nei riguardi della donna: «Eravamo 23 bianchi senza contare le suore»[7]. Ma al di sopra di ogni altra considerazione, esse sono oggetto di ammirazione da parte dei missionari e della gente. Mons. Allgeyer le dice piene di spirito apostolico; l'Allamano cooperatrici dei suoi missionari; i fratelli le considerarono sorelle e madri; mons. Pedo le ritiene buone “medichesse”.

Quarantadue di esse passano per le missioni beneficando e sanando, sebbene, a giudizio del vicario apostolico, in numero insufficiente rispetto all'espansione dell'opera. Egli fa pressione, ma inutilmente, presso la Direzione della Piccola Casa. Questa, che da lontano si sente responsabile in prima persona delle sue suore, non condivide il trattamento loro riservato. Così si conclude nel 1907, non senza strascichi e con la sospensione dell'invio di suore Vincenzine, l'idillio che aveva legato l'Istituto della Consolata alla Piccola Casa[8].

Rimasta sospesa a metà questa esperienza, non sarebbe stato facile trovare aiuto presso altre congregazioni femminili, dal momento che nessuna era preparata per lavorare in Africa.

Fondazione delle suore Missionarie della Consolata

Era ormai evidente che non ci sarebbe stata altra soluzione che una fondazione femminile missionaria parallela a quella maschile. Era già nell'aria quando il 17 settembre 1909 l'Allamano accompagnò il neo-vicario apostolico, mons. Pedo, in visita privata presso Pio X. Racconterà in seguito alle suore della Consolata: «È il papa Pio X che vi ha volute; è lui che mi ha dato la vocazione di fare le missionarie». È certamente vero. Ma anche la necessità di provvedere delle anime femminili, dedicate alle attività specifiche che sono della donna, indusse l'Allamano a completare la sua opera. Altre congregazioni missionarie femminili erano da tempo attive nei territori d'Africa e d'America: tra queste le Figlie di Maria Ausiliatrice di don Bosco nella Patagonia e le Pie Madri della Nigrizia di Comboni in Sudan e Uganda.

L'apostolato missionario della donna era ormai un tema di interesse generale e «La Consolata» se ne occupava nelle sue pagine per conto della Propagazione della Fede. «Approfittando delle vie aperte dalle immense scoperte geografiche e dei moderni rapidi mezzi di trasporto - si legge - ... le suore hanno raggiunto le piu remote terre di missione» [9].

La fondazione avviene in un modo molto semplice: il 29 gennaio 1910 l'Allamano dà inizio alla nuova opera chiamando a reggerla suor Celestina Bianco e suor Dorotea Marchisio, ambedue dell'Istituto delle suore di S. Giuseppe, del quale l'Allamano era stato superiore religioso dal 1886 al 1891. Dal febbraio 1910, sulle pagine de «La Consolata» si comincia a reclamizzare l'opera per attirare ragazze desiderose di entrare come «suore nelle Missioni della Consolata». Non essendoci ancora costituzioni o regolamento, non è facile dire su quale base fosse operata la selezione: dalle candidate si richiedeva che fossero di buona condotta, di costituzione sana, d'età dai 15 ai 25 anni, desiderose di attendere alla propria santificazione e di dedicarsi interamente alle missioni estere. L'ultima parola spettava al Fondatore. Tra le trentatré candidate entrate nel 1910 vi era Mercede Stefani che assunse il nome di suor Irene e che scrisse le più belle pagine della storia delle suore Missionarie della Consolata.

Il primo gruppo era strutturato in modo semplice e casalingo. Entrando alla Consolatina, le giovani trovavano una casa sistemata con sobrietà e provvista del necessario. Al centro, la cappella. L'Allamano fu maestro e padre per loro: preghiera, lavoro e studio scandivano la giornata delle aspiranti, intervallata da frequenti incontri spirituali e formativi. «Mi sembra si formino bene con spirito religioso e sciolto - è il giudizio dell'Allamano -. La\·orano e studiano gekoyo, catechismo e medicina, e vanno regolarmente all'ospedaletto. Le principali iniziano lo studio dell'inglese sotto una signorina inglese che si offrì gratuitamente» [10]. Non essendo ancora Istituto religioso, le candidate non sono vincolate da voti, ma da giuramento quinquennale come nel caso dei missionari.

Con la nomina di suor Margherita De Maria di Dronero a prima superiora dell'Istituto delle Missionarie della Consolata, l'Allamano si riserva di istruire e formare le candidate alla vita missionaria secondo il suo stile, che le porterà nel mondo a lavorare per il Regno a fianco dei missionari. I suoi colloqui con loro offrono una felice sintesi di umana grandezza, di religioso fervore, dimissionaria capacità di abbracciare i popoli e valorizzare le loro culture con la persuasione che ogni impronta lasciata è degna di rispetto. L'approccio a questo universo misterioso doveva fornire la chiave per la missione.

Le lettere “alle mie care figlie” sono semplici, cordiali e affettuose: le candidate sono ragazze che hanno bisogno di essere incoraggiate e preparate per la non lontana partenza.

Le prime Costituzioni

Il 28 ottobre 1913 l'Allamano presenta alla comunità delle Missionarie della Consolata le prime Costituzioni appena approvate dal card. Richelmy e raccomandate alla “esatta osservanza”. Chi prende in mano per la prima volta questo opuscolo, stampato dalla Tipografia delle Missioni della Consolata, è colpito dalla nitidezza della impaginazione, dalla distribuzione della materia, dalla scelta dei caratteri. E un buon lavoro di saggezza e di grafica, dietro il quale s'intravedono le mani dell'Allamano e del Camisassa, e tale da reggere al confronto con la produzione libraria di quei tempi.

Le Costituzioni - insegna l'Allamano - devono innanzitutto contenere le leggi costitutive riguardanti la natura, i membri e il modo di vivere; e in secondo luogo il governo, l'amministrazione e l'esercizio dell'autorità. Il “Fine dell’Istituto... che apre la regola di vita delle Missionarie della Consolata, non differisce da quello dei Missionari, ed è la perfetta osservanza di ciò che la vita religiosa postula per essere idonee a diffondere il vangelo di Cristo ai popoli.

I “territori di missione”, destinati alle suore, sono gli stessi che Propaganda Fide assegna ai Missionari della Consolata. Tenuto conto delle affinità dei due Istituti, modellati dalla mano dello stesso vasaio, era necessaria questa specificazione a tutela della stabilità dell'uno e dell'altro, e a sostegno delle reciproche funzioni nella Chiesa missionaria. Nei primi anni di vita, alcuni elementi erano comuni, compresi i superiori: ciò era dettato dalla necessità di non disperdere le forze. Solo più tardi si arrivò ad una netta distinzione, che consentì alle suore di svilupparsi secondo prerogative proprie.

Tra le particolarità di interesse c'è senza dubbio il criterio di idoneità all'ammissione, regolato sulla base delle qualità morali, fisiche e intellettuali delle candidate: onestà di costumi, buona indole, carattere aperto e sincero; costituzione sana e regolare; capacità di apprendere. Per cautelarsi contro eventuali sorprese si richiede il certificato di stato libero. Sono escluse dalla vita religiosa: le illegittime, le debitrici insolvibili, quelle di famiglia con tare ereditarie, le espulse da altre congregazioni ecc. Questa prima selezione sarà verificata nel corso della formazione.

Se ritenuta idonea ad “essere chiamata all'apostolato”, la candidata giurerà davanti ai testimoni e alla comunità di osservare i voti di povertà, castità e obbedienza, per un periodo di cinque anni (professione temporanea) o per tutta la vita (professione perpetua).

Indipendentemente dall'obbligo formale del voto, la religiosa deve possedere una virtù morale che la induce al distacco dalle cose terrene, dall'amore di sé, dalla propria volontà.

La solenne promessa impegnerà la missionaria ad adattarsi alle condizioni della vita locale e ad aiutare con il proprio lavoro le missioni: questa sarà anche «una buona scuola per fare apprezzare dagli indigeni i benefici di una vita laboriosa e stabile, trarli alla religione ed alla civiltà, consolidando i frutti di conversione».

Nei riguardi del voto di castità, prevale la velata riservatezza tipica di quegli anni, limitandosi le Costituzioni a raccomandare alle candidate di restare lontane dai pericoli «in vista specialmente dei maggiori pericoli in Missione».

Con più larghezza di particolari viene affrontato il voto di obbedienza, considerato la base della vita religiosa, in quanto senza l'obbedienza «non è possibile unità di lavoro e per conseguenza successo d'apostolato». Lo svolgimento della vita quotidiana è specificato in un orario di impegni religiosi, di lavoro e di studio, che non consente spreco di tempo. Viene chiamato con la parola “disciplina”, la stessa che negli ordini di stretta osservanza indicava i digiuni e le penitenze corporali.

Se poi si entra nel mondo femminile, l'abito non solo fa la donna, ma anche la monaca. Ad esso viene riservato un capitolo minuzioso di squisito sapore stilistico, che lo distingue dagli altri di taglio prettamente religioso. Porta la finna della modista signorina Giovanna Maria Clotilde Rossano, ammiratrice dell'Allamano e del Camisassa e benefattrice dell'Istituto [11]. Esso consisteva in stoffa cheviot color cenere, mantellina, fascia stretta alla vita con le estremità pendenti, modestino di percalle inamidato, cuffia liscia, velo di lanetta, scarpe nere e semplici, sul petto medaglia per le novizie e croce per le professe. Si fa notare che l'abito può subire variazioni qualora le circostanze locali lo richiedano.

L'Allamano fu accomodante su ogni parte delle Costituzioni, eccetto che nei confronti dell'abito. Nelle conversazioni settimanali con le suore, spesso richiamava alla pulizia del vestito, al buon ordine della persona, alla signorilità dei modi. «Bisogna stare attenti all'abito... Quel che desidero tanto è che il vostro abito sia rispettato anche dagli altri; un abito non è questione che sia povero o non povero, ma pulito». «Attente, voi avete un abito santo, non profano. Bisogna portarlo con rispetto. Non far come le signore che camminano con lo strascico»[12].

Un elemento di non poca importanza è il fatto che le Costituzioni del 1913 ritraggono un Istituto pienamente autonomo nel suo governo e nelle sue molteplici funzioni interne ed esterne, sebbene questo traguardo sia stato raggiunto solo dopo la morte dell'Allamano.

Due anni dopo la presentazione delle Costituzioni, parlando agli allievi missionari, l’Allamano ricorda loro i primi giorni, quando si viveva “lì insieme” alla Consolatina e i reciproci rapporti erano improntati alla dipendenza e alla servitù. Egli li mette in guardia: «Non crediate che siano obbligate a stare coi missionari; sono suore missionarie, e quando i missionari non le trattassero bene, li salutano e del luogo ne trovano. Ci sono già stati i missionari di... che me le hanno chiamate». E conclude: «Non ho mai creduto di cominciare una istituzione di serventone. Per essere delle nostre suore ci vuole testa e testa equilibrata; vedete, non si accettano persone di servizio. Siamo in famiglia, fratelli e sorelle e dobbiamo amarci. Credo che abbiamo capito: loro di tutto devono rendere conto solo ai loro superiori, e voi ai vostri e così ciascuno per la sua strada» [13].

«Il pasticcio della guerra»

Il 28 dicembre 1914, mentre si respirava ormai venti di guerra, parte per Mombasa mons. Barlassina, prefetto apostolico della nuova prefettura del Kaffa, accompagnato da quattro padri e quattro suore della Consolata. È questa l'ultima spedizione prima dello scoppio della guerra. L'Europa è divisa in due blocchi: Triplice Intesa (Francia, Inghilterra e Russia) e Triplice Alleanza (Germania, Austria-Ungheria e Italia). L'Italia sceglie per qualche tempo la neutralità destreggiandosi tra i due blocchi in guerra, nella speranza di ottenere concessioni di territori come Trento e Trieste che erano allora in mano agli Austriaci. Questi non sembrano pero disposti a fare alcuna concessione, tanto che l'Italia abbandona la Triplice Alleanza e si schiera dalla parte della Triplice Intesa che le assicura, in caso di vittoria, Trentino, Isonzo, Trieste, Sud Tirolo, Istria, e Dalmazia. Il 23 maggio 1915 il governo italiano dichiara guerra all'Austria e il giorno seguente hanno inizio le prime partenze di soldati. Nel giro di pochi giorni la vita del paese cambia aspetto e a Torino viene cancellata la processione della Consolata «per evitare spese inopportune e disgustose sorprese».

Per l'Allamano, come per altri del suo tempo, il “pasticcio della guerra” è la risposta di Dio alla cattiveria umana. «Oramai - dice- anche gli increduli capiscono che questo è castigo di Dio» [14].

Sei giorni dopo la dichiarazione di guerra sedici missionari lasciano la Casa madre e vanno sotto le armi. Per essi l’Allamano trepida come una madre e teme per la loro costanza. «Dovete considerare che la presente tremenda guerra è un castigo anche per noi, che forse non corrispondiamo bene alla s. vocazione, non viviamo da fervorosi per calmare la giusta collera di Dio. E se vi fossero tra voi e nei nostri soldati alcuni che s'intiepidissero, allora il castigo sarebbe proprio nostro; e guai a coloro che lo provocassero» [15].

Questo Dio, vendicatore e giusto, che castiga l'uomo con il flagello della guerra per richiamarlo a sé, è una costante nella teologia e spiritualità di quei giorni. Non passa per la mente che la guerra possa essere provocata dall'uomo, e che lui stesso ne sia la principale vittima.

L'Allamano non sembra possedere una visione globale della situazione politica di quei giorni, ma solo episodica. Il suo maggior interesse è rivolto ai sacerdoti chiamati sotto le armi: «Hanno chiamato la nota al card. Richelmy di tutti i preti della diocesi, parroci e viceparroci, e gli hanno promesso di disturbarli il meno possibile». Raccoglie dalle conversazioni le notizie sulla guerra e le trasmette alle due comunità. «Stamattina un giovinotto mi diceva:

  • So in confidenza dove vado.
  • Oh, come fai a saperlo?
  • Sì, lo so proprio in confidenza. Adesso andrò a Bari, di là in Albania, e poi ci uniremo alla Grecia, Serbia e Montenegro, e andremo a pigliare Trieste, di dietro contro l'Austria... Le cose vanno molto male, c'è niente di delineato, chi vince, chi perde, niente... cose che fanno orrore».

Egli è dell'opinione che «per intercessione della Consolata la guerra sarà breve». Dalle sue conversazioni con i missionari si possono cogliere alcuni momenti significativi di quei giorni: la battaglia di Verdun tra truppe tedesche e francesi: «Dicono che c'è una mortalità tale, che è una vera carneficina» (21-7-1916); la battaglia navale dello Jutland tra la flotta tedesca e inglese: «C'è stata una battaglia navale terribile, qua e là bastimenti a fondo... così si seppelliscono i milioni» (31-5/1-6-1916). Egli annuncia, non senza una punta di orgoglio nazionale, la presa di Gorizia, di S. Michele e del Sabotino. Ma più che i fatti di guerra lo interessano le condizioni che debbono affrontare i sacerdoti chiamati sotto le armi. Il Convitto ecclesiastico, al pari dell'Istituto, paga un conto pesante alla guerra: quasi la totalità dei suoi sacerdoti residenti è stata chiamata sotto le armi, gli altri restano in attesa[16]. L'Allamano ha messo i locali del Convitto ecclesiastico a disposizione dei sacerdoti che si trovano a Torino per ragioni di guerra, non solo per offrire loro un luogo dove mangiare e dormire, ma perché si sentano “sempre sacerdoti”.

La partenza dei missionari, sacerdoti e allievi, e dei convittori lascia dietro di sé un solco di tristezza nei rimasti e una profonda sofferenza nell'animo dell'Allamano, che si abbandona a ore di preghiera e meditazione davanti al Santissimo e alla Consolata nel suo santuario, divenuto ormai rifugio quotidiano di padri e madri oppressi dal dolore per i figli impegnati in azioni di guerra o caduti.

La morte è dietro l'angolo. Egli è segnato dal dolore per la scomparsa di due giovani allievi missionari: Eugenio Valentino Baldi, 22 anni, di Costigliole d'Asti, che «venne assegnato dapprima al Corpo di Sanità e prestò servizio in un ospedaletto da campo fino al 1917. In seguito fu fatto passare alle armi combattenti, alla 5 Comp. del 95° Fanteria con il grado di sottotenente. Ritornato al fronte, dopo essersi ristabilito da ferite riportate in un aspro combattimento sul Vodice, venne dilaniato gravemente da una granata. Quasi presago della sua morte imminente, scrive al Rettore: “Quando riceverà questa mia, io forse non ci sarò più, perciò in ginocchio le chiedo la sua paterna benedizione”. Morì sulle montagne il 14 giugno 1917 e là rimane sepolto. Ricordando la figura del giovane candidato al sacerdozio, l'Allamano commentò: «Egli, d'indole allegra e naturalmente portata all'indipendenza ed alla superbia, lavorò tanto su se stesso da riuscire umile ed obbediente di mente e di cuore alla disciplina dell'Istituto. Se aveva difetti li riconosceva, e faceva guerra continua e minuta per sradicarli. Non era di quelli che credessero quasi di fare un favore a Dio ed ai Superiori con Io stare in questa casa...»[17].

L'anno seguente moriva, colpito da “febbre spagnola”, il diciottenne alpino Costanzo Leinardi, dall'aspetto di fanciullo, fortemente attaccato all'Istituto. L'Allamano dandone notizia ricorda agli studenti di Casa madre quanto il giovane scrisse in una sua lettera: «Sempre il mio cuore anela di raggiungere e infilare la porta dell'Istituto». Non c'è dubbio, che il giovane Costanzo avrebbe desiderato più correre per le scale e i corridoi della Casa madre che sulle montagne di Mondovì.

Mentre il cuore lacrimava per la perdita dei due giovani, la vita in Casa madre - secondo quanto scrivono i diari - procedeva regolarmente. Ma per l'Allamano e il Camisassa la direzione dell'Istituto si fa ogni giorno più problematica. “Le missioni e la guerra” è l'argomento che ritorna spesso su «La Consolata» di quegli anni e mette a fuoco le preoccupazioni sopraggiunte con lo scoppio del conflitto. Senza contare le ristrettezze imposte alle comunità, due appaiono le maggiori difficoltà che affliggono la missione: la riduzione del normale scambio di comunicazioni, di personale e di mezzi e l'estrema necessità in cui vengono a trovarsi le missioni a causa della mancanza di “rendite proprie,,. Ciò potrebbe significare l'arresto delle molteplici attività finora intraprese o il loro calo di ritmo. «Le provvigioni annuali spediteci prima della guerra - scrive dall'Africa un missionario - sono perdute. Non abbiamo più né vino né farina né olio. Abiti, scarpe, indumenti, medicinali per padri e suore e gran quantità di ogni ben di Dio sono stati confiscati come preda di guerra».

Mentre ciò avviene in Kenya, negli ospedali da campo del Tanganyika 45 missionari e missionarie, inviati dal Kenya, si dedicano senza sosta alla cura dei feriti e dei malati. Merita a questo proposito un particolare ricordo la missionaria della Consolata Irene Stefani, giunta a noi attraverso le pagine suggestive di una storia affascinante narrata dalla consorella Gian Paola Mina nel libro Gli scarponi della gloria: una storia che scuote l'Africa in uno dei suoi momenti più cruciali, quando i suoi figli, derubati delle loro terre e della loro libertà, sono costretti a fiancheggia.re i colonizzatori in una guerra sanguinosa per il dominio del Continente Nero.

Suor Irene, crocerossina, cura, consola, comunica speranza. A volte la speranza si spegne nella stretta di un nodo scorsoio. È il caso del portatore (carrier) Karioki. Suor Irene lo trova un mattino, sfigurato dagli spasimi dell'agonia. Lo libera dal nodo lo riaddagia sul letto e lo fa rinvenire. Pareva si svegliasse da, un brutto, sogno - narra Gian Paola Mina-. Si guardava attorno smarrito, ossessionato, cercando disperatamente nella memoria. D’un tratto ricordò tutto: la fuga, la minaccia della pena, la paura, la sofferenza, il tentato suicidio. Suor Irene gli parlava con dolcezza, lo, sosteneva tra le braccia, con amore di sorella e di mamma, mentre lui, terrorizzato al pensiero di dover pagare con le stattilate e la prigione il suo tentativo di fuga dalla vita, cercava disperatamente qualcosa che l'aiutasse a morire.

Non fu facile per lei, anima sensibilissima, adattarsi allo spettacolo della sofferenza umana, che la guerra concentrava negli ospedali... Lavava, medicava, fasciava piaghe e ferite; distribuiva medi cine, dava di sua mano, pazientemente, il cibo ai malati più deboli che non avevano la forza di sorreggere la gavetta [18].

A Torino nella Casa madre l'Allamano, tutto preso dall'ansia della missione, invitava le suore a sacrificarsi per la fine della guerra, a pregare e a fare di tutto per non ostacolare la grazia della pace. Voleva che i suoi missionari e missionarie si sentissero coinvolti negli avvenimenti della guerra e da essi traessero salutare insegnamento per crescere nella santità e nella dedizione agli altri.

Missionarie della Consolata: primi contatti con l'Africa

Il 28 ottobre 1913 il card. Richelmy consegna il crocifisso alle prime quindici suore destinate alle missioni del Kenya. La città di Torino assiste in preghiera: «Noi guardiamo con un certo senso di compassione alle nuove missionarie - dice il porporato ai presenti accorsi - che forse non entreranno più in questo santuario... ci sentiamo muovere a vergogna al considerare quanto siamo lontani dalla virtù di queste deboli giovanette, pronte ad abbandonare quanto hanno di più caro». E rivolgendosi a loro, ammonisce: «Non aspettate di trovare in Africa un orizzonte tinto tutto di color roseo: mortificazioni, pene, sacrifici stanno là preparati per voi» [19].

Il 3 novembre l'Allamano benedice le partenti e, come un buon padre, dà loro le ultime raccomandazioni: «Obbedite sen1pre - dice con la voce tremante per la commozione - ricordatevi che non è il molto fare, ma sì il fare con obbedienza che è caro a nostro Signore... Sappiate che il Signore e la Consolata vi accompagnano, e io ogni mattina dalle sei alle sette proprio davanti alla nostra Madre faccio il ringraziamento della S. Messa pregando appositamente per voi. Ricordatevi che per ciascuna di voi, per la vostra festa, io leggendo il Martirologio noterò in modo speciale la festa di ciascuna di voi»[20].

Alla partenza dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova consegna loro una lettera “da leggersi in viaggio” con la raccomandazione di non perdere mai di vista il fine per cui si sono fatte missionarie: «Tra voi amatevi cordialmente come sorelle - scrive, - aiutatevi e correggetevi. Abbiate molta pazienza coi neri: ricordatevi però di non avvilirvi con loro, perché dovete tenere il posto ed il decoro di suore».

Guida il gruppo suor Margherita De Maria, la stessa che era stata nominata prima superiora, e alla quale l' Allamano aveva affidato le sorti della incipiente comunità. A lei aveva scritto con l'amore e la sapienza di un maestro: «Sono contento del buono spirito che regna nella Casa. Essendo tuttora su questa misera terra non mancheranno i difetti... Quanto a te non inquietarti dell'aridità che provi nelle cose spirituali. Prendi ciò con pace dalla volontà di Dio, il quale talora si nasconde per poco per provare la nostra fedeltà»[21]. A lei continuerà a scrivere durante la permanenza in Kenya, raccomandandole: «Conservati per cose più importanti». Indubbiamente, importanti erano gli impegni giornalieri che l'attendevano all'ombra delle capanne e nei campi assolati dove donne consunte dalla fatica e oberate di figli coltivavano patate dolci e mais. Il loro incontro feriva l'anima, il loro sguardo palesava un infinito bisogno d'aiuto. Attraverso le sue suore, l'Allamano raggiungeva quell'umanità allo sbando che si reggeva sulla fede in un Dio padrone della pioggia e del sole, della fertilità e degli alimenti, della vita e della morte. A loro doveva essere svelato il nome di quel Dio che si era fatto uomo per rendere liberi tutti gli schiavi del mondo.

L'arrivo delle suore della Consolata in Kenya passa sotto silenzio. Solo nel novembre 1914 due Missionarie della Consolata sono ritratte su «La Consolata» mentre assistono “un moribondo nella capanna della morte”.

Subito dopo la guerra, il 1° dicembre 1919, altre dieci suore partono per il Kenya. Dice loro l’Allamano prima della partenza: «Vi permetto di piangere il primo giorno, di rassegnarvi il secondo, e di cantare l'Alleluja il terzo»[22]. Altre partenze seguiranno: per il Kenya: 1° dicembre 1919; 21 febbraio 1920; 5 maggio 1922; 14 ottobre 1924; 9 dicembre 1924; 15 settembre 1925; 13 ottobre 1925; 10 novembre 1925. Per il Kaffa: 12 gennaio 1921; 11 luglio 1921; 8 febbraio 1924; 15 gennaio 1926. Per Iringa: 8 dicembre 1922; 13 ottobre 1925 [23].

Appena giunte alla casa procura di Limuru in Kenya, suor Margherita De Maria, la superiora del gruppo, scrive in data 5 dicembre 1913 al Camisassa, direttore del periodico, informandolo del loro arrivo. È affascinata di tutto quello che vede e sente. Il treno Nairobi-Limuru «rallenta, si ferma salutato da alte grida di gioia. Scendiamo: S.E. Mons. Perlo, che io vedevo per la prima volta, ci viene incontro pel primo e ci accoglie colla bontà di un padre; seguono le suore Vincenzine che ci fanno la più affettuosa accoglienza ... Il giorno dopo fu un continuo via vai di indigeni di ogni età. Tutti volevano vedere, salutare le nuove suore». La descrizione è piena di stupore: «S'avanzarono vari giovani slanciati nel comportamento delle loro nere figure, avvolti in coperte a vari colori; poi catechisti colla lunga camicia candida, donne appena coperte dal loro abito di pelle con i bambini sulla schiena, giovanette già in abito a uso collegiale».

Ma è tra l'Allamano “superiore e padre” e suor Margherita che si intreccia una corrispondenza aperta e sincera. La giovane suora era stata da lui formata alla direzione della comunità religiosa della Casa madre e a lei aveva affidato la prima comunità delle suore del Kenya: una responsabilità, a volte, troppo pesante da sopportare. Lui la incoraggia a non recedere dai suoi doveri, ma a proseguire con pazienza “per il bene comune”: «Quali si era in Casa-Madre - le scrive l'Allamano, - tali si è in Missione, con qualche aumento di umana miseria per causa del clima, della diversità di vita e forse di indebolimento di fervore. Cose che con la grazia di Dio spariranno. Tu abbi grande pazienza, incoraggiando, consolando e sempre correggendo maternamente»[24]. Los cambio di lettere consente all'Allamano di seguire le sue figlie anche da lontano, e fare sì che venga posto «un sodo fondamento al bene che faranno le nostre Suore presenti e future».

Frattanto il Camisassa attraverso il bollettino «La Consolata» tiene vivo l'interesse dei lettori per le suore al lavoro nelle missioni del Kenya. Nel gennaio 1914 una foto le ritrae tra un gruppo di suore Vincenzine, alcune ragazze del collegio femminile, catechisti e padri. La foto era stata scattata da Filippo Perlo. Due anni dopo lo stesso fotografo coglie una giovane suora, seduta presso una capanna e con il libro aperto tra le mani, intenta a istruire bambini, mamme e giovani guerrieri. «La donna - commenta l'articolista - è la messaggera nata, la portatrice della carità di Cristo». Questa scena apparirà ripetutamente sul bollettino e su altre pubblicazioni perché rappresenta un momento simbolico della presenza femminile nell'evangelizzazione.

Nel corso della guerra l'interesse converge sulle suore crocerossine negli ospedali di guerra. È ancora suor Margherita che compie, in compagnia di suor Scolastica, una visita alle consorelle crocerossine negli ospedali di Nairobi, Voi e Mombasa, e che al loro ritorno invia una relazione al “Direttore” del bollettino. «Le trovammo tutte allegre - scrive, - in buona salute, entusiaste del bene che possono fare».

Ma appena entrate nei padiglioni, la scena muta: «A destra e a sinistra file interminabili di lettucci, e poveri malati in che stato compassionevole!... Un tale, che sapemmo provenire da Karema, portava pendente sul petto scarno un piccolo disco di latta sul quale era impresso un numero. Sono le medaglie di presenza dei nostri lavoratori, ritagliate in vecchie latte da petrolio e incise con strumenti rudimentali. Si consegnano ai nostri operai per facilitarne l'immatricolazione, l'appello, la registrazione delle giornate, e sostituiscono il libretto di lavoro» [25].

Istituto autonomo

L'Allamano, soddisfatto dell'andamento delle suore sia a Torino che nel Kenya, andava da tempo trattando con il Camisassa del suo progetto di dare una base giuridica e amministrativa che consentisse loro di diventare autonome. Ovviamente ciò avrebbe comportato una divisione anche economica dai missionari, con i quali avevano spartito finora case e superiori. L'Allamano affida al Camisassa il compito di prendere, a nome suo, i necessari contatti con il vicario apostolico mons. Perlo e con la superiora suor Margherita De Maria.

Camisassa scrive a mons. Perlo in data 20 febbraio 1918: «Se non era di questa guerra interminabile il Signor Rettore avrebbe già iniziato l'attuazione di un progetto su cui da molto tempo si studia, si consulta e prega, la separazione dei due Istituti». E dà le opportune istruzioni: 1) si faccia la separazione al più presto e con spirito amichevole; 2) vi sia reciproco rispetto tra missionari e missionarie; 3) tenere le abitazioni separate da cortili perché le suore possano fare vita a sé; 4) nella divisione dei beni, tenere presente che le suore sono figlie dello stesso padre; 5) per prevenire evenn1ali infrazioni, queste norme saranno codificate nelle loro Costituzioni [26].

Scrive a suor Margherita De Maria il 30 maggio 1918: «Nell'intenzione del Padre è che voi Consolatine siate una comunità distinta da quella dei Missionari e indipendente dai medesimi. Questo il principio generale». Quanto alle conseguenze e rispettive eccezioni: 1) mons. Perlo, in qualità di vicario apostolico, non può decidere da solo della destinazione delle suore; 2) tuttavia, essendo vicario delle monache, ha l'obbligo morale di aiutare e consigliare la superiora; e questa, a sua volta, ha il dovere speciale di ricorrere a lui, quale delegato del Padre; 3) salva la libertà per la superiora di ricorrere al Fondatore quando lo credesse opportuno[27]. Per ulteriori chiarimenti, l'Allamano chiama suor Margherita in Italia. Questa giunge a Torino nel settembre 1922 e vi rimane fino al 6 febbraio 1923. Si andava facendo urgente il problema della separazione dei due Istituti dal punto di vista del governo e dell'amministrazione finanziaria. E l’Allamano voleva portare a compimento questa sua opera prima che fosse troppo tardi. «È vero che la mia missione è compiuta - confessa un giorno alle suore, - ma avrei ancora bisogno di qualche mese per qualcosa... tanto che possa fare il dovere verso di voi e verso di me».

Non era dello stesso parere mons. Perlo che insisteva nel preferire, per ragioni diverse, “l'aggregazione” delle due entità al posto della divisione, considerando l'Istituto delle suore missionarie alla stregua di un ramo collaterale dell'Istituto Missioni Consolata finché fosse durata la sua dipendenza dall'autorità ecclesiastica della diocesi di Torino. A questo si aggiunge la posizione accomodante delle suore. Secondo una testimonianza, resa da suor Margherita De Maria il 23 novembre 1956, risulterebbe che ad opporsi alla divisione dei due Istituti voluta dall'Allamano fossero anche le suore stesse «nel timore - scrive - di non potere né sapere affrontare questa posizione, né sostenerla, specialmente in Missione. Essendo noi ancora tanto giovani e con poca esperienza, non avremmo potuto, sole, risolvere in modo soddisfacente il grave problema ...»[28]. La divisione dei due Istituti non avvenne durante il governo dell'Allamano, ma in un periodo successivo, il 15 maggio 1930, con la promozione dell'Istituto delle Suore Missionarie della Consolata a congregazione di Diritto Pontificio, dipendente dalla S. Congregazione di Propaganda Fide.

 

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[1] Cfr. C. BONA, La fede e le opere. Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, Edizioni Missioni Consolata, Roma 1989, pp. 65-66.

[2] Cfr. «La Consolata», 5 (1912), p. 67.

[3] G. SOLDATI, Il pioniere. L'avventura africana di Benedello Falda Missionario della Consolata (Pagine di Diario), Ed. Missioni Consolata, Torino 1990, pp. 29-32.

[4] Lettera dell’Allamano a sr. Clotaria Arduino, superiora delle suore del Cottolengo in Kenya, Torino 30 ottobre 1903, in Lettere, Il, pp. 672-673.

[5] Lettera dell'Allamano ai missionari del Kenya, Torino 27 novembre 1903, in Lettere, II, pp. 685-690.

[6] A. TREVISIOL, Uscirono per dissodare il campo. Pagine di storia dei Missionari della Consolata in Kenya: 1902-1981, Edizioni Missioni Consolata, Roma 1989, p.75.

[7] «La Consolata», agosto-settembre 1911, p. 120.

[8] Per il rimpatrio delle suore della Piccola Casa, vedi C. BONA, Nell'occhio del ciclone. Appunti per la storia dell'Istituto Missioni Consolata durante la reggenza di mons. Perlo, Edizioni Missioni Consolata, Torino 1976, pp. 26-35.

[9] «La Consolata», 2 (1913), p. 21.

[10] P. G. BASSI, Cenni storici dell'Istituto Suore Missionarie, manoscritto, p. 11.

[11] Candido Bona dà un'ampia descrizione della signorina Giovanna Maria Clotilde Rossano (cfr. C. BONA, Lettere, Il, pp. 498-501, nota 1). Igino Tubaldo riporta da una testimonianza della domestica della sig.na Rossano: «Il Can. Allamano studiò col Camisassa e la Signorina l'uniforme delle Suore. Vennero tutti e due da lei. Fece parecchi modelli e si adottò l'attuale. Per il colore il Can. Allamano ne voleva uno che si distinguesse dai sauri neri e anche in Missione si tenesse più pulito. Per far vedere bene i modelli fu consigliata una grossa bambola, che poi rivestì colla divisa da Suora» (cfr. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, il suo tempo, la sua vita, la sua opera, Edizioni Missioni Consolata, 4 voll., Torino 1982-1984, pp. 616-617, n. 193).

[12] Cfr. Conferenze alle missionarie, passim.

[13] Cfr. Relazioni con le Suore Missionarie della Consolata 11 aprile 1915, in Conferenze ai missionari, II, pp. 247-253.

[14] Conferenze ai missionari, 13 dicembre 1914, II, p. 136.

[15] Ibid., 5 agosto 1917, III, p. 133.

[16] «Nel 1915 fu nominato un “vescovo da campo”, mons. Bartolomasi, e 2.400 preti furono arruolati come cappellani militari, oltre ai più di 22.000 che combatterono come normali soldati. I cappellani, e forse in particolare i preti-soldati, aiutarono i soldati analfabeti a scrivere a casa, e in generale fornirono tutta l'assistenza e il conforto di cui furono capaci» (M. CLARK, Storia dell'Italia contemporanea, trad. it., Bompiani, Milano 1999, p. 255).

[17] Lo studente Eugenio Valentino Baldi occupa il terzo posto nella serie dei missionari defunti; cfr. Qui nos praecesserunt, Edizioni Missioni Consolata, Torino, vol. I, pp. 1-2.

[18] Cfr. G. P. MINA, Gli scarponi della gloria, Edizioni Missioni Consolata, 4ª ristampa, Torino 1984.

[19] Si veda I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., III, pp. 587 ss.

[20] Conferenze alle missionarie, I, p. 35.

[21] Lettera dell'Allamano a suor Margherita De Maria, 17 luglio 1913, in Lettere, VI, p. 434.

[22] Ibid., I, p. 98. D'ora in poi in quasi tutte le spedizioni per l'Africa vi saranno suore missionarie: le prime per il Kaffa l'11 luglio 1921; per Iringa 1'8 settembre 1922; per la Somalia il 14 ottobre 1924.

[23] Cfr. Conferenze ai missionari: Indice (a cura di I. Tubaldo), Edizioni Missioni Consolata, promanoscritto, 1981.

[24] ettera dell'Allamano a sr. Margherita De Maria, Torino 16 maggio 1914, in Lettere, VI, p. 574.

[25] Relazione sugli ospedali di guerra delle suore Scolastica e Margherita a «La Consolata», Ospedale di Voi (Kenya), 10 aprile 1916.

[26] Lettera di Giacomo Camisassa a mons. Filippo Perlo, Torino 20 febbraio 1918, in Lettere, VIII, pp. 72-73.

[27] Lettera di Giacomo Camisassa a suor Margherita De Maria, citato da P.G. BASSI, Cenni storici..., cit., p. 26.

[28] Testimonianza citata da P.G. BASSI, Cenni storici... , cit., p. 30.