Il profumo della vita

L'Allamano avrebbe scritto un libro se non si fosse arrestato a pagina trentatré. Si trattava della biografia dello zio materno Giuseppe Cafasso, la cui immagine egli portava scolpita sul volto e nell'anima. La decisione di abbandonare l'impresa e affidarla ad altri non va valutata come una fuga, ma come un atto di onestà. In tanti anni al servizio di arcivescovi e cardinali, di sacerdoti e seminaristi, missionari e suore missionarie, devoti e parrocchiani, la sua mente si era abituata a frazionare il tempo in miriadi di attimi e la sua mano a stendere lettere telegrafiche, brevi annotazioni, appunti e messaggi a personaggi noti e ignoti con lo stile di un uomo indaffarato e pressato da impegni. Va detto che, oltre alla molteplicità delle incombenze che lo occupavano, l’Allamano non possedeva il gusto e la passione per la scrittura come don Bosco, Murialdo, Massaja ed altri.

Il pensiero che balza dai suoi scritti è scarno, essenziale, spoglio di qualsiasi abbellimento o licenza letteraria, talora imbrigliato in forme lessicali fuori uso. Esso è lo specchio di una persona che non si concede alcunché di effimero e di transitorio, ma vive - in una realtà di tempo e di spazio senza contraffazioni o illusioni - il suo grande ideale di umanità e di santità. Così individuato, il pensiero dell'Allamano gode del beneficio dell'assoluta attendibilità e credibilità, tanto da divenire guida sicura per chiunque si trovi ad affrontare le sfide della vita o si senta avvolto nei rimorsi della colpa, nei dubbi della scelta, nei pericoli della guerra, nell'angoscia della nostalgia. Bramano ascoltare la sua voce o leggere i suoi messaggi i missionari d'Africa e i cappellani militari al fronte. Il suo pensiero semplice e limpido rivela un profondo ordine interiore, capace di trascendere le piccole debolezze quotidiane e di cercare la quiete nell'equilibrio delle cose e nel dialogo con Dio.

Le fonti da cui attingere sono molteplici: due, in particolare, rispecchiano più di altre lo spessore della sua personalità e la profondità del suo animo, cioè le lettere e le conversazioni spirituali con le comunità maschile e femminile della Casa madre, alcune autografe, altre fedelmente trascritte da chi aveva raggiunto la perfetta sintonia di mente e di cuore con lui; tra questi, i fedelissimi padri Umberto Costa e Pietro Albertone. E le suore missionarie della Consolata: Carmela Forneris, Ferdinanda Gatti, Irene Stefani, Giacinta Unia, e altre.

Quanto alle lettere, il panorama umano e spirituale che si ricava è frammentario e frastagliato, ma spazia dalla sfera intima e familiare a quella ecclesiale, economica, politica, culturale, sociale. Per ognuno di questi ambiti l'Allamano esprime il suo pensiero in modo sobrio e semplice, appena accennato come uno schizzo di autoritratto[1].

L'ambito entro cui si muove è costituito da un Paese dilaniato da una rivoluzione culturale e da una Chiesa abbarbicata al territorio, orgogliosa delle sue scuole di pensiero e delle sue reliquie di pietà, e timorosa delle insorgenti novità. Lo stesso Allamano dimostra attaccamento agli uomini e alle cose che vivono in questa Chiesa, con i quali ha condiviso alcuni momenti importanti della sua vita. Castelnuovo, meta di nostalgici ritorni, è il tronco sul quale poggia saldamente la sua vita: gli ricorda la madre nella vecchia casa, gli zii don Giuseppe e don Giovanni, il fratello Ottavio, la “veneranda” maestra Benedetta Savio e tanti altri in un orizzonte nel quale sono disposte le cose che il tempo potrebbe attenuare o cancellare. Ma egli ha ereditato una memoria di contadino che richiama gli eventi passati al solo imbrunire del cielo e allo stormire delle fronde, e non dimentica nulla di quanto ha vissuto intensamente nel passato, poiché ogni istante della sua vita è sfuggito ai luoghi comuni e alle concessioni passeggere[2].

Veneranda Maestra, Cara Eminenza

“Dilettissimo”, “Carissimo”, “Illustrissimo”. Ce n'è quanto basta per introdurre un carteggio voluminoso indirizzato a oltre duecento persone da un uomo che per molti anni fu, a fianco di cinque arcivescovi, formatore di sacerdoti, rettore di uno dei più celebri santuari d'Italia, fondatore di due Istituti missionari per l'evangelizzazione del1'Africa e che, per questa sua sfaccettata attività, ebbe contatti epistolari con centinaia di persone di ogni ceto e condizione.

Nelle lettere giovanili il giovane Giuseppe esterna le sue passioni, i suoi sentimenti, le sue paure: «Che sarà di me - chiede, incalzato da una ondata di smarrimento interiore, all'amico Pietro Cantarella - quando sarò tra breve gettato nel mondo, io che qual fanciullo non so fare un passo da me?»[3]; e ancora: «Se qualche volta mi fossi vicino, oh come mi saresti utile. La vita è seminata di spine, ma talora esse sono d'una malvagità a non più dire; allora la parola di un compagno sarebbe uno sprone potente a scuotersi e con nuova energia andar innanzi...» [4].

Se si eccettuano le lettere della prima giovinezza, sono poche quelle nelle quali egli concentra su di sé l'attenzione dei destinatari. Attraverso questi rari spiragli si coglie la sua ricca personalità aperta sulle realtà che lo circondano e su quelle del vasto mondo.

Il richiamo più forte proviene però sempre dalla famiglia e dai suoi affetti. Scrivendo a Ottavio non ancora ventenne e lontano dalla famiglia per ragioni di studi, egli assume il tono del fratello maggiore che vigila, sprona, corregge: «Mi piace grandemente che ti voglia confidare appieno a me». Ma poi, sopraffatto dai ricordi della fanciullezza, sospira: «Io vorrei esserti insieme non per altro che per godercela»[5].

All'età di ventisei anni Ottavio muore di polmonite lasciando la giovane moglie Benedettina Turco con una figlioletta, Pia Clotilde. Da lontano l'Allamano tiene un occhio su di esse come se avesse ricevuto dal fratello morente la consegna di assicurare alle due creature indifese la sua protezione. Scrive più volte alla cara cognata per partecipare ai momenti di dolore e di gioia: le sue espressioni sono dolci e delicate.

Tra le altre persone più vicine vi è l'insegnante d'asilo, Benedetta Savio, zia materna di Benedettina Turco, che segue amorevolmente l'ex allievo divenuto “canonico”. La sintonia che si era instaurata tra i due non viene interrotta dal tempo, dalla lontananza o dalle disgrazie familiari, anzi si irrobustisce nonostante i pochi incontri e le poche lettere: non più di una decina, scritte con stile formale e indirizzate alla “Veneranda Maestra”, “carissima in Gesù Cristo”, per la quale “le porte del Convitto sono aperte”[6]. Il pretesto che induce l'Allamano a scrivere alla cara maestra è quasi sempre l'asilo, al quale egli offre il suo aiuto in cambio di preghiere. In realtà la ragione segreta potrebbe nascondersi nell'intramontabile bisogno di ritornare alle radici per ritrovare quella parte di sé stesso che è rimasta tra le mura di casa e il campicello. Alla morte del fratello Ottavio, la maestra Benedetta Savio gli scrive parole di conforto «che furono balsamo al mio cuore»[7].

Una persona che affascinò l’Allamano e da cui attinse stile, esperienza e signorilità fu indubbiamente il rettore del seminario di Torino, canonico Giuseppe Maria Soldati, con il quale aveva condiviso la direzione del seminario metropolitano e spartito il dolore di una ingiusta destituzione. Nella loro scarna corrispondenza non ci fu il tempo di affrontare il problema missionario, ma il ricordo di quel personaggio tutto di un pezzo deve avere influito profondamente sull'Allamano nell'atto di fondare l'Istituto.

Altri destinatari furono i cardinali e gli arcivescovi di Torino con i quali, data la sua posizione, ebbe diversi rapporti. I due più vicini furono il primo e l'ultimo: Lorenzo Gastaldi, che affidò all'Allamano il seminario, il Convitto ecclesiastico e il santuario della Consolata, e Agostino Richelmy, che lo incoraggiò nella fondazione dei due Istituti. L'uno e l'altro ebbero grande fiducia nelle sue capacità, e il tono delle lettere lo sta a dimostrare. La più nota fra tutte è quella, già citata, inviata il 24 giugno 1882 al Gastaldi per perorare la riapertura del Convitto ecclesiastico, e che avviò un sensibile rinnovamento spirituale nel clero e nella comunità diocesana. L'Allamano si rivolge con estrema spontaneità al suo arcivescovo che naviga nella bufera e che trova in lui un cuore caldo al quale confidarsi nelle ore di agonia.

Con la nomina di Agostino Richelmy a cardinale di Torino si creano le condizioni per riprendere il progetto della fondazione dell'Istituto, che era stato insabbiato per un decennio. La corrispondenza tra i due amici è per lunghi periodi inesistente in quanto viene supplita da una frequentazione quasi quotidiana, che produce il miracolo delle due fondazioni. Il Richelmy segue la vita della comunità, partecipa ai momenti emozionanti delle partenze, è il più amato amico di famiglia.

Indubbiamente di grande valore sono le lettere che hanno come oggetto la missione e sono indirizzate a vescovi, superiori generali, responsabili di congregazioni romane, sacerdoti desiderosi di farsi missionari. Attraverso di esse traspare il pensiero missionario dell'Allamano, radicato nella Chiesa locale e rispettoso dei popoli e delle culture.

La sua visione è caratterizzata dal tentativo di trasferire nel contesto missionario gli obiettivi che sono propri della vita diocesana e di fare della cooperazione missionaria un obbligo di fede per ogni battezzato. Il punto d'incontro tra la Chiesa che crede e quella che evangelizza comincia il 12 agosto 1912 con una lettera dell'Allamano ai superiori generali degli Istituti missionari italiani, con l'invito di presentare a Pio X comune domanda perché si pronunci con un «pubblico documento» sul coinvolgimento che spetta ad ogni vescovo, sacerdote e battezzato nella missione, nei suoi tre momenti essenziali: animazione, cooperazione, vocazione [8].

«Reverendissimo Signore,

Nelle frequenti occasioni avute d'intrattenermi coi Superiori, con Vescovi e Missionari dei vari Istituti Italiani per le Missioni Estere, ho potuto comprendere come questi siano presentemente in Italia ostacolati nel loro progresso da difficoltà press'a poco identiche e comuni a tutti; le quali pare si possano ridurre a tre capi:

    1. ignoranza più o meno grande secondo i luoghi, fra i fedeli, dell'opera delle Missioni, sua importanza e necessità; e conseguentemente:
    2. poca partecipazione ed interesse dei fedeli nella stessa opera, coll'aiuto spirituale e materiale;
    3. scarsità di vocazioni all'Apostolato, dovuta in parte alla suaccennata ignoranza, e resa oggidì maggiore per le difficoltà mosse dagli Ordinari diocesani a permettere ai loro Sacerdoti, Seminaristi e studenti di seguire la vocazione.

Un mezzo che, secondo il parere espressomi da parecchi, potrebbe in qualche modo concorrere a togliere in tutto o in parte queste difficoltà, sarebbe un atto pubblico del S. Pontefice, il quale

ponesse nella sua vera luce l'Opera dell'Apostolato fra i pagani, esortasse a favorirla tutti i fedeli e specialmente il Clero, e soprattutto esortasse i Vescovi non solo a non ostacolare, ma anzi a favorire fra il loro Clero ed il loro gregge le vocazioni all'Apostolato [...].

Per i motivi sopraddetti mi permetto di scrivere a V.S. Rev.ma questa lettera, affine di vedere se mai sarebbe possibile e conveniente combinare fra i Superiori dei vari Istituti Italiani di Missioni, una domanda comune al S. Padre perché voglia degnarsi d'indirizzare al mondo cattolico, o soltanto ai Vescovi Italiani, tale pubblico documento...» (Torino, 29 Agosto 1912) [9].

I superiori giudicano saggia la proposta dell'Allamano e l'accompagnano con la richiesta al Papa di volere “fissare nell'anno una festa speciale della Propagazione della Fede”. Seguono le firme: Guido Maria Conforti (Saveriani), Pietro Andrea Viganò (Istituto Lombardo per le Missioni Estere), Federico Vianello (Figli del S. Cuore), Giuseppe Alemanno [sic] (Istituto dell'Immacolata [sic] per le Missioni Estere in Torino), Filippo Traverso (Collegio per le Missioni Estere in Genova), Domenico Callerio (Seminario dei SS. AA. Pietro e Paolo in Roma).

La risposta di Pio X non offre una soluzione immediata, anche se si schiera dalla parte dei missionari: «È invero doloroso anche per noi il dover constatare l'esigua parte che, nell'opera di evangelizzazione degli infedeli, ha l'Italia...». La lettera dell'Allamano viene considerata positivamente da parte del Conforti, il quale la pubblica sulla rivista «Fede e Civiltà» per conoscenza dei sacerdoti e dei vescovi italiani. Da questo momento ci si avvia verso la costituzione di una Unione Missionaria. L'Opera, i cui obiettivi sono quelli di «propagare l'idea missionaria e di cooperare praticamente all'apostolato della Chiesa» sarà approvata con lettera autografa del card. Domenico Serafini, prefetto di Propaganda Fide, in data 31 ottobre 1916 e più tardi raccomandata da Benedetto XV e Pio XI a tutti i vescovi, sacerdoti, religiosi e chierici del mondo. Passeranno ancora dieci anni prima che il prefetto della Congregazione dei Riti, card. Vico, indirizzi una lettera al papa Pio XI chiedendogli di istituire la Giornata Missionaria Mondiale, come era stata richiesta nel 1912 dai superiori degli istituti missionari.

Quanto poi alle lettere dell'Allamano indirizzate “ai missionari del Kenya” esse sono brevi, particolareggiate, attinenti alla vita religiosa e al metodo di lavoro. Molti sono i temi accennati in esse: cura della propria santificazione, osservanza del regolamento, buon uso del tempo, orario quotidiano, studio della lingua, visite ai villaggi, preparazione dei catechisti, lavoro come mezzo di sostentamento e di salute, carità e perseveranza, compilazione del diario, ecc. [10]. Quest'ultimo, come si è già notato, è prescritto dal regolamento per mantenere i contatti, trasmettere notizie relative allo svolgimento dell'evangelizzazione, conoscere l'ambiente, stendere progetti e programmi, cogliere stati d’animo.

Per facilitare la compilazione del diario l'Allamano aveva predisposto una scaletta di argomenti per impedire che i suoi missionari, stanchi del duro lavoro giornaliero, deponessero la penna subito dopo averla impugnata. Potrebbe essere questo il caso di don Tommaso Gays, che venne ripreso amorevolmente dall'Allamano per avere sospeso l'invio del diario: «Mi tolga senza dilazione una spina che mi punge e che sono sicuro di non meritare»; o di quelli che «non dicono niente, per paura di dir cose che siano poi burlate all'Istituto...»; o di altri che «lo fanno in modo per nulla utile alla pubblicazione» [11].

“Utile alla pubblicazione”: dietro l'insistenza dell'Allamano non è difficile scorgere la pressione del direttore de «La Consolata», Giacomo Camisassa, che si sente impegnato nei confronti degli amici e benefattori, ma che per scarsità di collaborazione si vede spesso costretto ad affrontare il problema della missione ad occhi chiusi, dal tavolo di lavoro, fino a quando non arriverà anche per lui l'occasione di visitare le missioni del Kenya e di annotare nel suo diario di viaggio luoghi, persone, impressioni, cominciando da Port Said (15 febbraio 1911), Gibuti (20 febbraio), Mombasa (26 febbraio), Limuru, Thika Nyeri, Gaichanjiru, Ichagaki, Kinangop, ecc.

Egli è un buon osservatore: annota, riempie pagine del taccuino, scrive lettere nelle quali il problema propriamente missionario dell'evangelizzazione sembrerebbe restare come oscurato da questioni di ordine disciplinare, amministrativo e logistico di indubbio valore [12]. In realtà, è la missione che lo guida in ogni spostamento da un luogo all'altro, svelandogli aspetti ancora ignoti dell'Africa, che egli si premurerà di narrare ai fedeli lettori de «La Consolata». Tra le altre cose, è certamente d'interesse, agli effetti della futura espansione dell'Istituto in Africa, il fatto che, insieme a mons. Perla, egli abbia approntato un piano d'espansione per l'erezione di una “prefettura nel Kaffa o nell'Alto Congo [13] o anche un insediamento nel vicariato apostolico d'Uganda [14].

L'Allamano non è presente in Africa con i suoi missionari e missionarie, ma li sente vicini mentre, inginocchiato nella sua stanza, prega per loro con la trepidazione di un padre che raccoglie e risponde agli sfoghi e agli stati d'animo, dai quali traboccano le gioie dell'apostolato, la solitudine dell'anima, la stanchezza del corpo, la resa della volontà. Egli segue i suoi missionari attraverso le lettere che riceve, le relazioni trimestrali e soprattutto i diari. Dodicimila pagine di diari costituiscono oggi un patrimonio incalcolabile. A renderli importanti non è solo il loro valore storico, ma anche il loro timbro autobiografico, che costituisce per l'Allamano una specie di termometro dello spirito.

A colloquio con missionari e missionarie

L'Allamano non era né scrittore né oratore. Possedeva però una eccellente capacità di comunicare che gli consentiva di dialogare con stile semplice, spontaneo, disadorno e casalingo, che favoriva negli ascoltatori il gusto per la novità.

Mentre si ha l'impressione che ogni lettera sia uscita da un parto doloroso, al contrario leggendo i suoi colloqui domenicali [15] con missionari e missionarie si coglie il tocco della spontaneità, la confidenza, la gioia della vita spesa per Dio. Quello che si presenta a missionari e missionarie è un padre che ritorna a casa in mezzo ai suoi figli e figlie e distribuisce loro i doni, racconta i fatti del giorno, dice loro cose sempre nuove, li fissa negli occhi, ascolta le loro interrogazioni, misura di ognuno i battiti del cuore.

I suoi incontri non sono monologhi, anche se questa è l'impressione che si coglie leggendo le cosiddette “Conferenze Spirituali”. L'uditorio che gli sta di fronte ha più domande da fare che risposte da ascoltare: bisogna aiutarlo a fare una scelta di vita che comporta il sacrificio di sé e dei propri affetti; a donarsi con tutto il cuore alla salvezza del mondo nella missione; a correre come i grandi personaggi sulla strada della santità. La ricchezza morale e spirituale dell'Allamano si manifesta in tutta la sua grandezza, senza stravolgere o confondere alcuno: molti di coloro che l'ascoltano, dopo la scuola avevano lavorato nei campi, nei vigneti, sulle aie delle fattorie. Menti fervide, mani callose. L'entrata nell'Istituto li ha trasformati e resi capaci di seguire le lezioni del maestro. «Oggi voglio parlarvi di alcune cose...», dice l'Allamano deponendo la borsa sul tavolo. Non è il programma, ma la vita che suggerisce gli argomenti da trattare: quelli legati alla cronaca, alle ordinazioni, alle partenze, agli anniversari, alla liturgia domenicale, ai fatti del giorno o della notte.

Ha il senso della famiglia: lo porta con sé da sempre e lo comunica ai suoi ascoltatori. «Una volta - esordisce parlando agli studenti di teologia - i padri di famiglia usavano di tanto in tanto trattare coi figli maggiori delle cose di famiglia: i guadagni, ecc., e quel che c'era da fare nella settimana, il modo di accrescere i beni, ecc., e ciò, dicevano, per interessarli. Così dobbiamo fare noi, e questo è il motivo per cui io godo tanto di parlare con voi; stasera ho già parlato ai giovani... ed ora li lasciamo in istudio; certe cose non son da dire avanti ai giovani, dobbiamo intenderci fra noi intimamente...»[16].

La notte dal 23 al 24 maggio 1914 un falso allarme aveva messo in subbuglio tutta la comunità. Chiamata la polizia, si constatò che non era successo nulla, nessuno aveva visto nulla. Il giorno dopo, commentando il fatto, l'Allamano disse: «Bei Missionari! Vi spaventate per un'ombra! Capisco che non si ragiona più in quei momenti, anzi si sragiona... Avete il telefono, io l'ho in mia camera, mi alzo per lo meno due volte ogni notte, non posso dormir molto; prima di fare dite a me, e allora posso dire se è il caso di chiamare la polizia. La comunità si spaventa sempre, credono che ci sia sempre qualcuno che non dorma».

L'opinione dell'Allamano sugli avvenimenti correnti occupa una parte importante, seppur limitata, dei “trattenimenti familiari”, essendo il tempo a sua disposizione da condividere con il santuario, il Convitto, l'Istituto, le missioni e le mille altre incombenze. Talora egli conclude la sua conversazione con un addio frettoloso: «Ho d'andare».

Ma c'è una parte più diffusa ed organica che viene esposta con metodologia e rigore dottrinale: si tratta di quella attinente alla formazione spirituale, teologica e missionaria degli allievi, cioè quella che, considerata nel suo insieme, costituisce la base dello stile di vita o “carisma” dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. Essa si distingue:

  1. per la sua profonda ecclesialità in forza della quale la missione è il naturale prolungamento della Chiesa locale, e il missionario un sacerdote del presbiterio che ha ricevuto dal vescovo il mandato della missione;
  2. per la sua identificazione con i popoli che intende condurre alla maturazione attraverso la mediazione della cultura, delle attività umane e delle opere di carità.

Questi due obiettivi - in altri termini, evangelizzazione e promozione umana - nell'insegnamento dell'Allamano postulano da parte del missionario una vita a prova di sacrificio, mortificazione, preghiera, distacco, fortezza, coraggio, energia spirituale e materiale, costanza, disponibilità all'adattamento. È falso - insegna l'Allamano -il concetto di chi pensa all'apostolato come andasse a viaggi di diletto e di avventure. La missione esige maggiore virtù «per essere uno strumento idoneo nelle mani di Dio»; e «una santità speciale, eroica, e all'occasione, anche straordinaria da fare miracoli» [17].

Non bastano comunque queste qualità per una missione che promette la salvezza eterna, senza la carità che unisce a Dio e ai fratelli più bisognosi. Nelle sue conversazioni domenicali l'Allamano innalza un inno senza fine alla carità che ha il potere di trasformare la comunità in una famiglia, ed esorta i suoi figli e figlie a sopportarsi, aiutarsi, perdonarsi e amarsi. «Sapete - chiede - in che cosa consiste il fiore della carità? Non consiste nel dire “sì” ad una sorella, ma nel dirlo con garbo; non consiste nel fare un piacere ad una compagna, ma nel farlo volentieri».

L'amore vicendevole condiziona fortemente la missione.

«Chi non ha amore al prossimo non può compiere l'ufficio di evangelizzatore... il missionario deve avere un cuore grande, pieno di compassione verso i suoi fratelli. Non è forse questo che lo indusse ad abbracciare una vita di abnegazione: il desiderio di far del bene al prossimo?».

Nel suo approccio con i missionari e le missionarie, a fianco dei valori che l'educazione monastica ha sempre privilegiato, quali la preghiera, la contemplazione, il silenzio, il dialogo con Dio, l'ascolto della parola di Dio e della tradizione della Chiesa, risaltano con forte evidenza i sentimenti dell'animo, gli indissolubili legami della parentela e dell'amicizia, il gioco partecipato delle parti, il lavoro manuale come espressione totalizzante di partecipazione all'opera creatrice di Dio, il valore salvifico del tempo entro il cui involucro si dispiegano i grandi miracoli della storia, primo fra tutti l'evangelizzazione degli uomini.

 

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[1] C. Bona, nell'introduzione alla raccolta da lui curata, individua i seguenti gruppi di lettere: ai familiari, di amicizia, a Benedetta Savio, ai rettori del seminario metropolitano, agli arcivescovi di Torino, di direzione spirituale, a sacerdoti, a superiore di comunità femminili, ai papi, ai cardinali, alle autorità civili di Torino, a membri della Casa Reale, a ministri di Stato, concernenti il santuario della Consolata, la beatificazione del Cafasso, la fondazione dell'Istituto, il problema missionario, ai benefattori, ai parenti di missionari, agli alunni del seminario di Nyeri.

[2] Cfr. G. PASQUALETTI, Giuseppe Allamano. Frammenti di un ritratto, Edizioni Missioni Consolata, Torino 1986. Cfr. J. PARÉ, La vie de Joseph Allamano, Ed. Missionnaires de la Consolata, Montréal 1991.

[3] Giuseppe Allamano a Pietro Cantarella, Seminario Torino, 11 dicembre 1872, in Lettere, I, p. 32.

[4] Giuseppe Allamano a don Pietro Cantarella, Torino 7 dicembre 1879, in Lettere, I, p. 103.

[5] Giuseppe Allamano al fratello Ottavio, 29 novembre 1873, in Lettere, I, p. 43.

[6] Benedetta Savio muore a Castelnuovo d'Asti il 20 ottobre 1896.

[7] Giuseppe Allamano a Benedettina Savio, Torino 6 aprile 1896, in Lettere, II, p. 135.

[8] Cfr. G.P. MINA, Nella chiesa, missionariamente, in Un silenzioso che ha qualcosa da dire, Andare alle genti, Torino 1986, pp. 41-42.

[9] La lettera dell'Allamano è riportata nella raccolta delle lettere e discorsi di Guido Maria Conforti dal 1916, anno della fondazione dell'Unione Missionaria del Clero, al 1917, a cura della Procura Generale Saveriana, Roma 1978.

[10] Cfr. Lettera dell'Allamano ai missionari del Kenya, in Lettere, IV, pp. 276-282.

[11] L'Allamano ai missionari del Kenya, in Lettere, IV, p. 772.

[12] Per una esatta valutazione della visita del Camisassa al Kenya si veda C. BONA, Lettere, IV-V; I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, il suo tempo, la sua vita, la sua opera, Edizioni Missioni Consolata, 4 voll., Torino 1982-1984, III, pp. 661-795; A. TREVISIOL, Uscirono..., cit., pp. 105-109.

[13] Giacomo Camisassa a G. Allamano, Nyeri 6 dicembre 1911. in Lettere, V, p. 756.

[14] Giacomo Camisassa a G. Allamano, Nyeri 31 luglio 1911, in Lettere, cit., V, p. 648.

[15] L'Allamano chiama questi colloqui domenicali “trattenimenti”: «L'occasione del nostro trattenimento me lo fornisce la S. Chiesa» (cfr. Conferenze ai missionari, III, p. 453).

[16] Conferenze ai missionari, 2 aprile 1911, I, p. 389.

[17] Cfr. L. SALES, Il Missionario, in La Vita spirituale dalle conversazioni ascetiche del Servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, 2 voli., Edizioni Missioni Consolata, 2ª ediz.,Torino 1963, passim.