Fra Guglielmo Massaja: bastone e bisaccia
La nobile figura di questo “Fra Cristoforo” in versione missionaria, che viaggia su tutte le strade del mondo sorretto dalla speranza di poter approdare tra i Galla d'Etiopia, affascina l'Allamano. Tra i due personaggi si dipana un sogno che via via si allontana e si avvicina come una bolla di sapone inseguita dalla mano di un fanciullo. Finché il sogno si fa realtà. La sua storia si intreccia così intimamente con quella dell'Allamano e della sua fondazione che ogni qual volta capita di sfogliare le pagine del libro dei ricordi, appare la figura del missionario cappuccino, con il volto aggraziato dalla barba bianca, e con le labbra serrate del volitivo. Astigiano come l'Allamano, Guglielmo Massaja veste il saio nel convento dei Cappuccini di Madonna di Campagna presso Torino. Fu ordinato sacerdote nel 1832 appena ventitreenne, si fece acceso sostenitore dell'Opera della Propagazione della Fede e per essa affrontò una vita di viaggi, di stenti e di privazioni. I suoi itinerari tra Africa e Europa ricordano i celebri viaggi di Paolo di Tarso.
Consacrato vescovo nel 1846 da Gregorio XVI, viene subito inviato a fondare la chiesa dei paesi Galla in Etiopia. Sbarcato a Massaua, ha la gioia di abbracciare mons. Giustino De Jacobis e di consacrarlo primo vicario apostolico d'Abissinia [1]. I suoi molteplici tentativi per penetrare nel territorio dei Galla si scontrano con le opposizioni provenienti da ambienti copti e governativi, e finiscono senza esito. Come Paolo, viene perseguitato, imprigionato, è costretto a fuggire senza meta. Finché, dopo sei anni di spostamenti, riesce a stabilirsi nei paesi galla e poi nel Kaffa dove inizia la sua catechesi con la parola e l'esempio. Povero tra i poveri, cammina come loro, scalzo sulla polvere bollente. Fonda centri di catechesi e scuole per i bambini, insegna agricoltura e artigianato, traduce grammatiche e dizionari in kaffino. Fa uso dell'inchiostro ricavato da una composizione di frumento carbonizzato e gomma arabica. In mancanza di carta, scrive come i suoi alunni su tavolette di legno o su foglie.
La sua breve permanenza nel Kaffa è sufficiente per preparare sacerdoti fedeli al loro ministero anche nel turbinio della persecuzione. I missionari sono forzati ad abbandonare i loro cristiani e a cercare rifugio altrove.
Si reca a Roma, Parigi, Londra, Il Cairo, Alessandria d'Egitto nell'intento di trovare appoggi per raggiungere la sua missione abissina. A Torino incontra don Bosco e i giovani dell'Oratorio; a Parigi mons. Daniele Comboni con il quale interviene al Consiglio centrale dell'Opera della Propagazione della Fede e di cui appoggia il Piano per la rigenerazione dell'Africa. Ritorna con un nulla di fatto in Etiopia e dal profondo Kaffa confida a Pio IX le sue sofferenze morali, sofferenze comuni a tutti i missionari[2]: «Sono stato assalito parecchie volte da una terribile malinconia - scrive, - e fui tentato persino di lasciare tutto e andarmene al mio convento; il timore unico di trasgredire la volontà di Dio espressa nella volontà della Santità vostra mi ha trattenuto in questo martirio di apostolato, dove l'uomo evangelico che teme Dio si trova continuamente oppresso da miserie e tribolazioni di ogni genere tanto nello spirito che nel corpo. Fui persino tentato di farne qualcheduna grossa per guadagnarmi il riposo della S. Inquisizione, che per me sarebbe cento volte migliore, ma il timore dell'offesa di Dio mi ha trattenuto. Qualche volta ai piedi del Crocifisso, sfogando le mie malinconie, dicevo tra me stesso: Che tutto il mondo mi dimentichi ed anche mi calpesti è poco...»[3].
Non c'è dubbio che la solitudine della missione scava dentro il cuore, penetra nelle profondità dello spirito, crea dei vuoti e ti fa credere di perdere la tua vita e quella degli altri. «Ho diritto di essere sentito nei miei bisogni- continua il Massaja, - ed anche aiutato e consolato nelle mie afflizioni... questo silenzio assoluto, questo vedersi gettato come un arnese inutile in un angolo della casa senza nessun segno di pensiero per noi...». La dimenticanza dei lontani lo immerge nella realtà che gli si spalanca sotto gli occhi. Cura gli ammalati, specialmente i lebbrosi, molto numerosi in Etiopia a quei tempi, con i pochi medicinali che ha potuto portare con sé dall'Europa. Inventa altre medicine sul luogo, spesso di buon effetto. Fu il primo ad introdurre in Etiopia la vaccinazione contro il vaiolo, malattia endemica che mieteva vite [4]. L'Allamano ricorda spesso ai missionari e alle missionarie: «Il cardinal Massaja si rattoppava la roba e vaccinava».
La missione del Massaja si conclude con una beffa. L'imperatore Teodoro lo fa chiamare a corte con la scusa di affidargli un incarico, in realtà per servirlo con un ordine d'espulsione. Il Massaja, consapevole di quanto sta succedendo, si reca alla corte imperiale, stanco, sfiduciato, lacerato da piaghe e da sofferenze. E attende il giorno fatidico. Raggiunto lo Scioa, viene trattenuto dal negus Menelik, del quale diventa consigliere. Egli, constatando l'impossibilità di partire, si mise a svolgere apostolato locale e fondò stazioni missionarie su terreni concessi da Menelik stesso... Nel 1868, dopo una laboriosa permanenza in Europa, ritornò in Etiopia, ma qui incontrò l'ostilità di una setta che lo obbligò a fare ritorno in Italia [5] Passa da un convento all'altro, raccontando le sue peripezie, i suoi incontri.
Ormai settantenne, su invito del papa Leone XIII scrive la sua storia monumentale in 12 volumi: I miei trentacinque anni di Missione nell'Alta Etiopia, un libro molto caro all'Allamano, che lo legge con ammirazione e interesse e, parlando dell'importanza del lavoro in missione, porta spesso come esempio il cardinal Massaja, che non temeva di “sporcarsi le mani”.
Nel concistoro del 10 novembre 1884, Leone XIII lo nomina cardinale. Muore il 6 agosto 1889, stroncato da angina pectoris. La sua salma è sepolta nella chiesa dei Cappuccini di Frascati.
Etiopia, impresa da giganti
Il ritorno dell'Etiopia come sognato campo di lavoro apre nuovi spiragli di espansione. L'Allamano sa quanto sia difficile realizzare questo progetto dopo gli attriti scoppiati con i vescovi André Jarosseau di Harar e Allgeyer di Zanzibar.
Non aspetta che si ripetano le stesse condizioni di conflitto; dovendo recarsi a Roma per trasmettere la documentazione relativa al processo del Cafasso, coglie l'occasione per sondare gli umori di Propaganda Fide nei riguardi dell'Istituto, ma considera inopportuno parlare della questione Kaffa al Prefetto card. Gotti «perché - dice - non avevo dati precisi»[6]. Lo scrive al Camisassa che si trova ancora in Kenya e che, insieme al nipote mons. Perlo, sta lavorando al progetto Kaffa. L'Allamano, prudente per natura ed equilibrato nelle sue scelte, frena l'entusiasmo dei due. Se ne riparlerà, dice. Infatti, al suo ritorno, il Camisassa prepara, a nome dell'Allamano, una “Relazione sul Kaffa” che viene inviata il 16 maggio 1912 a Propaganda Fide con la richiesta di ottenere il benestare della Congregazione. I motivi addotti per indurre Propaganda Fide a fare il passo non sembrerebbero fondarsi su situazioni di fatto, ma su opinioni o previsioni raccolte dai circoli. Si riconosce però alla base di questa richiesta il tacito impegno che l'Allamano aveva preso nella fondazione dell'Istituto di continuare l'opera del Massaja.
In breve:
- si prevede che, alla morte di Menelik, le potenze europee entreranno in massa per ammodernare il vecchio impero; e che con esse entreranno anche le sette protestanti;
- gli spostamenti di carovane per l'Abissinia potrebbero far parte di un piano di invasione escogitato dagli inglesi per occupare la zona aurifera del Wollega;
- si profila il pericolo di una invasione del Kaffa da parte delle popolazioni musulmane;
- se nuovi missionari non giungono in soccorso dei cattolici Galla convertiti dal cardinal Massaja, questi finiranno per abbracciare l'eresia eutichiana. «Tale stato di cose mentre dimostra la necessità urgente di una pronta e vigorosa azione d'apostolato fra quelle popolazioni, è pur di stimolo al sottoscritto per offrire perciò l'opera dei missionari»[7]. Della futura prefettura si suggeriscono anche i confini.
La Relazione dell'Allamano termina con la richiesta formale: «... il sottoscritto fa umile istanza perché di quella regione sia creata una distinta Prefettura Apostolica, e questa venga affidata all'Istituto della Consolata di Torino per le Missioni estere»[8].
La reazione del ministro generale dei Cappuccini presso Propaganda Fide è immediata; egli sostiene che la precedenza sulla regione del Kaffa è riservata per diritto ai Cappuccini che l'hanno evangelizzata per primi, e al clero locale conoscitore della lingua e dei popoli. Per assicurarsi l'assegnazione del territorio, commette l'errore di chiamare in appoggio le autorità politiche francesi, convinte che non si debba offrire alcun motivo al governo etiopico che giustifichi la ripresa della persecuzione appena sopita contro i cristiani.
A distanza di quasi un secolo riesce difficile comprendere le contese sui territori da evangelizzare che le congregazioni missionarie andavano ingaggiando, non sempre a viso aperto, ma ricorrendo a sotterfugi e mediazioni. Questo atteggiamento si può spiegare in quanto la missione era considerata un'entità geografica racchiusa entro confini che facevano da barriere di difesa, dove il compito di evangelizzare spettava esclusivamente a chi vi aveva messo piede per primo.
Nonostante gli sforzi dell'Allamano e del Camisassa, Propaganda Fide sulle prime non volle scontentare alcuno dei due contendenti e assegnò ai Cappuccini la parte settentrionale del vasto territorio (Vicariato Apostolico dei Galla) e quella meridionale ai Missionari della Consolata (Prefettura del Kaffa)[9], ma nel decreto di erezione dell'8 settembre 1913 dispose che «il Kaffa propriamente detto» restasse indiviso e affidato ai Missionari della Consolata, sotto la guida del nuovo prefetto apostolico, mons. Gaudenzio Barlassina.
Ecco il testo della lettera di accompagnamento indirizzata all'Allamano, Superiore generale dell'Istituto della Consolata per le Missioni Estere di Torino, e firmata dal card. Girolamo Gotti, Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide: «Mi reco a premura di inviarle qui accluso il decreto con cui questa Sacra Congregazione modifica, secondo il progetto tra la Vostra Signoria e Monsignor Vicario Apostolico dei Galla già concordato, i confini e la denominazione della Prefettura Apostolica recentemente eretta nel Kaffa, ed affidata alle cure di cotesto benemerito Istituto. Favorirà la Signoria Vostra dar comunicazione del documento al Rev.mo Prefetto Apostolico [Mons. Gaudenzio Barlassina]» [10].
L'Allamano, sempre sobrio nel suo parlare, non riesce a contenere la gioia; va dai giovani studenti, dà loro la notizia e subito dopo s'intrattiene a lungo con i teologi.
Gaudenzio Barlassina, torinese di nascita, era diacono nel seminario metropolitano quando nel luglio 1903 venne accolto nell'Istituto dall'Allamano e, ordinato sacerdote appena ventitreenne dal card. Richelmy, fu inviato in Kenya insieme ai padri Domenico Vignoli e Francesco Cagliero, ai fratelli Anselmo Jeantet e Agostino Negro, e a dodici suore della Piccola Casa.
Subito dopo la partenza del gruppo, l'Allamano scrive al “teologo” Perlo dando tre regole di governo:
- procuri di esaminare i posti e gli individui e secondo la loro idoneità li collochi a loro luogo;
- il superiore non si consumi in lavori e viaggi faticosi;
- operi per mezzo di tutti: è da prudente il sapere operare per mano altrui anche con qualche difetto nell'esito delle opere.
Presenta i nuovi arrivati come “buoni soggetti” che, messi al posto giusto, faranno buona riuscita: il teologo Cagliero è un uomo tenace; don Vignoli è di coscienza delicata; p. Barlassina è un soggetto di prima classe in tutto, giovane equilibrato, che l'aiuterà molto. In qualsiasi posto, farà bene [11].
Barlassina aveva dato un eccellente contributo alla presenza dei Missionari della Consolata in Kenya e, grazie alla sua personalità indipendente e autonoma, non aveva subìto soggezione da parte di alcuno. L'Allamano lo presenta come ideale candidato alla prefettura apostolica del Kaffa «per la mitezza di bontà di carattere», e Propaganda Fide 1'8 maggio 1913 lo nomina prefetto. Ai seminaristi l'Allamano parla del personaggio Barlassina «alto, magro, sempre di buono spirito» votato al sacrificio, entusiasta della missione[12]. Dopo la sua nomina, il Barlassina, occupato nella missione di Tuthu in traduzioni di catechesi in lingua indigena, scrive subito una lettera all'Allamano: «Ora scrivo per primo a Vostra Signoria Reverendissima ed in risposta Le dirò che mi sento tranquillissimo, il che non credo presunzione perché quanto più mi convinco che posso niente, tanto più sono certo che farà Iddio» [13]. Chiede preghiere per sé e per il Kaffa, e termina con una professione di sottomissione filiale.
Rientrato in Italia, il nuovo prefetto apostolico è ricevuto in udienza da papa Pio X. «La Consolata» apre con la notizia dell'udienza, senza, ovviamente, entrare nel merito degli argomenti trattati. «Voi avete l'onore - gli dice il Papa - di essere mandato a ricalcare le orme e riprendere l'opera di quel grande missionario che fu il card. Massaja; ciò vi sarà di buon auspicio. E quando andrete al Kaffa?» [14].
L'impresa eroica di p. Angelo Dal Canton
Il Massaja scrive nelle sue celebri memorie: «Nella regione Galla la più parte degli abitanti se ne vivono dispersi, ed è difficile trovare 10 o 20 famiglie riunite in un villaggio. Così, lontani dalle turpitudini delle città e dai mali esempi degli stranieri, conservano semplicità e bontà di costumi; sentono forte nel cuore la legge di natura, ne seguono i dettami con più scrupolo di noi, ... presentano al missionario un vero terreno vergine» [15].
L'avventurosa impresa del Kaffa è subito rattristata dalla scomparsa di Pio X (20 agosto 1914), il pastore che aveva segnato ogni piccolo passo nell'evoluzione dell'Istituto ed era stato diretto responsabile della fondazione delle Missionarie della Consolata. «La Consolata» dedica al defunto pontefice un ritratto a tutta pagina ed un accorato memento. L'Allamano scrive: «Se tale dipartita è una sciagura per tutta la cristianità che perde in Lui un Padre secondo lo spirito di Dio, pel nostro Istituto è una perdita gravissima. Egli ci amava come beniamini, e ci concesse sempre quanto gli domandammo. Godeva vivamente dei nostri buoni inizi e c'incoraggiava a crescere in numero e virtù... Piangiamone la morte» [16].
Benedetto XV, che gli succede, trova un'Europa dilaniata dalla grande guerra e percorsa da atrocità contro popolazioni inermi. Nel tentativo di comporre le divergenze e riportare la pace, egli concentra tutti i suoi sforzi personali e diplomatici, ma ottiene soltanto un inasprimento degli animi e l'accusa da entrambe le parti di favorire l'avversario. Nel 1917 propone un piano, grazie al quale viene restituita ai popoli in guerra la pace. Durante il suo pontificato riceve in visita l’Allamano e il prefetto apostolico del Kaffa, mons. Gaudenzio Barlassina.
Il Kaffa, come ai tempi del Massaja, rimaneva impenetrabile. Considerata la politica di Menelik e l'ostilità del clero copto, ambedue sfavorevoli a qualsiasi infiltrazione europea e cattolica nel territorio, sarebbe stato illusorio pensare di potervi entrare prima che le cose fossero cambiate. Dopo la morte di Menelik sorse un dilemma non facile da sciogliere: come arrivare alla nuova prefettura, per terra o per mare? In tutti e due i casi sarebbe stato necessario ricorrere al sistema dei travestimenti e delle coperture esperimentato già a suo tempo dal De Jacobis e dal Massaja[17], il che avrebbe potuto dare luogo a motivi di contesa. Per evitare attriti il rappresentante del governo italiano, conte Colli di Felizzano, consigliò il Camisassa di soprassedere finché si fossero calmate le acque[18]. L'avventura, dunque, si preannunciava attraente e rischiosa per uomini coraggiosi come mons. Filippo Pedo e mons. Gaudenzio Barlassina, assuefatti al rischio, ma anche onerosa per le ingenti somme che avrebbe richiesto in viaggi, provviste, ecc.
I soldi cominciano a scarseggiare. L'Allamano mette in guardia i missionari del Kenya dagli sprechi e li invita a pregare la Consolata perché continui ad assistere l'Istituto: «Spetta a voi- scrive - risparmiare quanto è possibile, e colle vostre fatiche e risparmi cooperare alla buona fondazione della Prefettura del Kaffa» [19]. Chiede a don Scarzello, già missionario in Africa dal 1903 al 1909 ed ora parroco in una parrocchia del Brasile sudorientale, di fare conoscere le missioni d'Africa e di ottenere elemosine. Sapesse scrive - quante spese occorrono per entrare nel Kaffa. Ma le condizioni di don Scarzello sono altrettanto deficitarie. La risposta: «Farò pregare tutta questa gente buona».
L'attesa si fa ogni giorno più appassionante, mentre dall'altro canto aumentano le incertezze a causa dei tentativi messi in atto dal vescovo Jarosseau per favorire il ritorno dello status quo. La situazione si complica quando a sostenere le rispettive parti si schierano le delegazioni francese e italiana.
Quanto all'Allamano, oltre che da motivi strettamente evangelici, egli è mosso a proseguire nel suo intento anche dal fatto che «il Massaja è una vera e pretta gloria del Piemonte, ed insieme coi Venerabili D. Cafasso e D. Bosco forma la fulgida triade contemporanea, dataci dalle terre astigiane, nella cui materiale feracità si direbbe simboleggiata la morale ricchezza di santi che in esse ebbero i natali» [20].Con questa apertura campanilistica, uscita probabilmente dalla penna del Camisassa, «La Consolata» dà il via ad una nuova rubrica dedicata alla vita del missionario piemontese, cardinal Guglielmo Massaja, Cappuccino.
Non c'è più tempo da perdere. Mons. Pedo, abituato a giocare sul filo della concorrenza, assicuratisi i necessari appoggi del rappresentante italiano e del governo coloniale inglese, allestisce una spedizione guidata da p. Angelo Dal Canton e composta dai fratelli Aquilino Caneparo, Anselmo Jeantet e da sette portatori indigeni, con l'impegno di raggiungere Burji al confine con il Kaffa [21].
Padre Dal Canton si affretta a confidarsi all'Allamano attribuendo il merito della sua disponibilità ad una lettera ricevuta un anno prima nella quale egli lo diceva chiamato «a lavorare non solo pel Kenya, ma anche pel Kaffa». Giunto il momento per lui di rispondere a tale chiamata, racconta all'amatissimo superiore generale come si siano svolti i fatti e come lui e i suoi due compagni siano «pronti ad eseguire quanto ci viene ordinato anche con il sacrificio della nostra vita». Sentendosi pervaso da un doppio sentimento: di esaltazione di fronte ad un compito eroico, e da un segreto presentimento che le cose non andranno come sono state programmate, fa un testamento spirituale: «Mi benedica, o Padre Reverendissimo ed amatissimo - scrive - e mi perdoni tutte le mie mancanze. Rinnovo a mezzo suo il sacrificio della mia vita a Dio per il trionfo della nostra santa religione e salvezza delle anime. Prostrato ai suoi piedi ecc.»[22].
L'Allamano si premura di informare dei preparativi il card. Gotti, prefetto di Propaganda Fide, senza naturalmente anticiparne l'esito. La carovana, intanto, si mette in viaggio il 22 novembre 1914 verso quello che è il Northern Frontier District, attuale diocesi di Marsabit, abitato dalle tribù nomadi. Fa una sosta a Tigania, la missione più avanzata nel Nord del Meru sulla traiettoria con l'Etiopia. Il responsabile della missione, p. Luigi Rosso, scrive all'Allamano d'avere dato ospitalità a p. Angelo e ai fratelli Anselmo e Aquilino. «Si fermarono qui qualche giorno - scrive - e mi fecero nascere un po' d’invidia... mi pare che le vere missioni ora siano là, e che noi qui siamo troppo comodi e troppo vicini all'Italia... Partirono contenti, disposti a qualunque cosa, e se riusciranno ad entrare, a non uscirci se non portati di peso».
La carovana riprende il cammino all’inizio di gennaio, raggiunge Moyale sul confine con l'Etiopia, e qui fa una sosta, in attesa di procedere per Butji, dove arrivano il 21 maggio 1915. Qui giunti, vengono fermati dalle autorità etiopiche e smistati in luoghi separati. A questa notizia, l'Allamano scrive loro parole di conforto e di incoraggiamento e raccomanda il buon esito dell'impresa a S. Michele Arcangelo, il solo che può «cacciare il diavolo dal Kaffa». E la festa della Consolata, 20 giugno 1915. Dalla prigione di Abara nel territorio di Burji al confine con il Kaffa Dal Canton scrive al suo superiore generale. Come l'ebreo che anela di entrare nella terra promessa osserva e imprime nella sua memoria tutto ciò che vede, tutto ciò che sente: «Siamo a Burgi - scrive. - Sopra una magnifica collina, l'unica ancora che rimanga da coltivare e forse riservata dalla Provvidenza, abbiamo messo la nostra tenda prendendone possesso a nome della Consolata...». Attorno montagnuole, pianure, fiumi, villaggi. La terra non molto fertile produce grano, orzo, meliga, caffè, cotone, lino, piselli, fagioli, cavoli ecc. È diffuso tra le popolazioni nomadi il paganesimo, l'idea di Dio l'hanno molto confusa, venerano alcuni alberi, offrono in sacrificio montoni, venerano i morti, praticano in grande scala la schiavitù[23].
Si tratta di una delle più belle pagine di storia della Chiesa africana di questi cent'anni, nelle quali una impresa missionaria condotta in “immense estensioni” conosciute specialmente da esploratori e carovanieri e tra popolazioni nomadi e pacifiche, viene raccontata senza alcuna parvenza di esaltazione o di trionfalismo, ma solo con l’obiettivo di trasmettere informazioni utili su ambiente, popolazioni e vita culturale in vista di una eventuale “posta”.
Non è certamente a caso che cinquant'anni dopo, il progetto Dal Canton si sia realizzato in una diocesi, quella di Marsabit, tra le popolazioni de «i Samburu, i Rendilè molto affini ai Masai... i Gabra, i Garreh, gli Ajiurana e Borana simili alla maniera di vivere, costumi e religione. Sono gente, specialmente i Borana, buona e pacifica. In mezzo a loro si potrebbe far tanto bene, ma non bisognerebbe più oltre aspettare, perché per il traffico dei somali e arabi fra loro s'è incominciata a infiltrare la piaga dell'Islamismo». Merita a questo punto sottolineare l'intuizione che ebbe Dal Canton a proposito del metodo da usarsi: «Il metodo però di Missione dovrebbe essere del tutto sui generis. Siccome il popolo è nomade, così il Missionario dovrebbe fare lo stesso». Il medesimo metodo fu riproposto nella diocesi di Marsabit dopo mezzo secolo, ma fu soltanto parzialmente seguito perché le “poste” di Solalo, Turbi, Moyale, ed altre, che Dal Canton aveva menzionato nella sua lettera all'Allamano, sarebbero sorte come “missioni stabili” con scuole, dispensari, chiese, asili. Resta tuttavia inconfutabile il principio secondo il quale un popolo nomade vuole un missionario nomade [24].
L'11 ottobre 1915 la carovana è rilasciata e scortata a Moyale entro il territorio del Kenya. Nei tre anni che rimasero a Moyale, i missionari visitarono le popolazioni dei villaggi sparsi nei dintorni, soccorrendo i poveri e i malati, e studiando la lingua e la cultura locale.
Nell'accavallarsi dei fatti, una persona si direbbe stranamente assente: mons. Gaudenzio Barlassina, il prefetto apostolico del Kaffa, appena ritornato in Kenya. Egli resta a guardare da lontano senza che alcuno lo coinvolga nell'avventura. Considerando la sua indole riservata e temporeggiatrice, nulla escluderebbe un qualche segreto abboccamento tra lui e l'Allamano nel tentativo di individuare un piano di penetrazione diverso da quello fallimentare di mons. Perlo e Dal Canton. In realtà le cose non stanno esattamente così. Barlassina è stato tenuto all'oscuro di tutto.
Per l'Allamano doveva essere difficile seguire il corso degli eventi così incerti e pericolosi per i suoi missionari, mentre Casa madre, Santuario, Convitto e Curia premevano per una sua presenza continuata. Nelle sue conversazioni con le suore confida: bisogna pregare per la felice riuscita della spedizione del Kaffa: le grazie più grosse - dice - si ottengono con molta preghiera e sacrificio. Lo stesso ripete agli allievi del seminario. In tutto l'Istituto non si fa che parlare del Kaffa e pregare per la buona riuscita dell’impresa. Padre Lorenzo Sales, che aveva avuto colloqui con mons. Barlassina durante la sua permanenza in Italia, scrive all'Allamano dal santuario di S. Ignazio: «Amatissimo Padre, nel Kaffa ci sono molte anime che ci chiamano... andiamo e se anche i successivi avvenimenti costeranno la vita a qualche suo figlio, sarà questo il mezzo per riempire subito tutta la casa di santi individui chiamati dalla voce misteriosa del sangue dei martiri»[25]. Sales capisce di avere superato i limiti. Corregge il tiro: «Ma questo glielo dico così per dire». L'eventualità di perdere qualcuno dei suoi missionari che amava come figli, cominciava a preoccupare l'Allamano, al quale non era sfuggito il grado di rischio che l'impresa Kaffa avrebbe comportato.
Il solitario Barlassina entra nel Kaffa
Dalla erezione della prefettura del Kaffa il tempo è passato veloce e i missionari della Consolata hanno messo in cantiere soltanto un tentativo andato fallito per raggiungere la meta, tanto che si fa largo l'impressione che più si anela al Kaffa e più esso si allontani. Le difficoltà che si frappongono alla realizzazione sono senza dubbio di natura diversa da quelle incontrate nel 1902 in Kenya.
Allora la politica coloniale inglese era favorevole agli insediamenti missionari e favoriva attività e spostamenti; e la gente era accogliente e ben disposta verso i missionari e la loro opera. Al contrario, è nota a tutti la politica antieuropea del governo abissino e il sentimento di avversione del clero copto nei riguardi della Chiesa cattolica. Ma è anche vero che ciò non si verifica in tutti gli stati feudali e nei riguardi di tutte le società religiose: infatti Lazzaristi e Cappuccini possono svolgere indisturbati la loro opera tra alcune popolazioni abissine [26].
Mons. Barlassina non giudica prudente mettere in atto alcun tentativo fin quando a prendere l'iniziativa sia il gruppo che fa capo a mons. Filippo Perlo, Giacomo Camisassa e Angelo Dal Canton. Ma nel momento in cui si rende conto che ogni tentativo per via terra è destinato a fallire, scatta il suo intervento in qualità di prefetto apostolico: intervento solitario, silenzioso, senza alcun apparato di uomini e di mezzi. Egli segue un'altra pista, via mare: Mombasa, Mogadiscio, Aden, Gibuti, Addis Abeba, dove giunge a dorso di mulo la notte del Natale 1916.
C'è nella soluzione di questo missionario trentaseienne, sconosciuto e camuffato da mercante, che cammina a passi lenti verso un destino che potrebbe essergli fatale, la misura di una volontà missionaria e lo stile di una evangelizzazione che ha affascinato lungo i secoli generazioni di uomini e di donne, e ha lasciato dietro di sé personaggi entrati da protagonisti nella storia dei popoli.
L'Allamano, che lo ha accolto nell'Istituto e lo ha seguito fin dai primi giorni, è rimasto ad osservarlo, silenzioso e riservato, sempre pronto all'obbedienza, ma altrettanto conscio della sua libertà. Il suo segreto sta proprio nella capacità di vivere all'interno degli avvenimenti senza lasciarsene coinvolgere o travolgere, ma dominandoli con furbizia e diplomazia. Ma, appena giunto su suolo etiopico, mons. Barlassina si premura di informare l'Allamano perché faccia cessare i tentativi d'ingresso per via terra. In qualsiasi modo si voglia tentare l'entrata in Etiopia - scrive, - non si arriverà mai alla meta perché si parte da un “equivoco”. La convenzione del 1908 alla quale si appella Dal Canton per tentare l'entrata, secondo il Barlassina, non riguarda l'attività missionaria, ma unicamente il commercio, e si regge su due condizioni:
- chi intende esercitare il commercio in Etiopia deve esibire la richiesta del datore di lavoro e la licenza di esercizio;
- i permessi d'entrata li concede solo l'imperatore.
Mons. Barlassina sembra voler prendere le distanze da p. Dal Canton ancora fermo a Moyale, insieme a fratel Anselmo Jeantet, e intenzionato a ritentare con o senza permessi un altro assalto alla roccaforte quando se ne presentasse l'occasione. Frattanto mons. Barlassina regolarizza la sua presenza nel Paese, ottenendo, grazie alla mediazione di un certo signor Felice Cullino, un permesso di commercio, entrando in società con lui e con i due padri inviatigli dall'Allamano: Delfino Bianciotto e Giovanni Toselli. Teme che una mossa falsa o una parola di troppo del gruppo di Moyale possa compromettere il futuro della sua prefettura apostolica. La prudenza non è mai troppa.
Si rivolge allora all'Allamano: «Io credo - scrive seccamente - che questa sia l'unica via, e P. Angelo ha molto bisogno di Addis-Abeba per venire a capire la tattica o machiavellismo abissino, e tutto l'ingranaggio, di cui è affatto digiuno - e non per colpa sua. In Addis Abeba si fanno i piani e si mettono in esecuzione, ciò che parte da Adis-Abeba ... ha già garanzia di per sé all'interno; di tutto il resto è inutile discutere». E termina con una richiesta: «La prego ancora di credere che anche ottenendo permessi di missione, non converrà mai che i due entrino di là e vadano a stabilirsi direttamente. Non posso dare ora tutte le ragioni politico-religiose; ma l'assicuro che vi sono, e forti» [27].
Il dottor Edoardo Borra, che ha incontrato Barlassina in Etiopia, traccia di lui un interessante profilo nel libro La carovana di Blass [28] e descrive i primi tentativi messi in atto per stabilirsi in quel Paese. Scrive: «Blass rimane nella capitale etiopica e si occupa con grande impegno per stabilire relazioni locali; nell'aprile 1917 riesce ad arrivare alla presenza di Tafari; il ras gli risponde che sarebbe disposto a consentirgli l'ingresso nel Kaffa se non ci fosse l’opposizione del clero etiopico. Effettivamente la chiesa copta tollerava la vecchia missione francese, ma non voleva vedere espansioni della chiesa cattolica» [29].
Lo stesso Borra, in un altro libro, Il Maskal e ti Leone di Giuda, aggiunge che Barlassina «arrivò ad Addis _Abeba come un commerciante, poi si impiegò nella Banca anglo-etiopica, quindi un laoratorio di falegnameria, poi di nuovo come commerciante, socio di un avventuriero (da lui addomesticato) col quale riuscì a spingersi nel Wollega, rappresentante di macchine per cucire: sarto ambulante nei villaggi ecc.»[30]. L'unico obiettivo del Barlassina era approdare stabilmente nella prefettura apostolica del Kaffa, che Propaganda Fide gli aveva affidato.
Di qui ha inizio, pur sotto il moggio, la missione in Etiopia tra difficoltà e atti di eroismo. E soprattutto nel silenzio e nell'ascolto. L'Istituto che per oltre un decennio aveva convogliato personale, mezzi e intelligenza al Kenya, ora preme e prega perché la missione d'Etiopia esca dalle catacombe e guadagni il tempo perduto.
L'Allamano segue con apprensione mons. Barlassina, che vista la preferenza accordata a p. Angelo Dal Canton, ha tagliato sdegnosamente i ponti con la Casa madre. Ma dopo il fallimento di Dal Canton e il suo ritorno in Italia, ha ripreso il dialogo con i superiori di Torino, e trasmette loro le informazioni relative alla sua condizione e alla situazione del paese:
«Non hai ragione - gli scrive amorevolmente l'Allamano - di lasciarci intravedere un po' di disgusto perché non ti abbiamo, mentre eri a Torino, informato minutamente di quanto si progettava e che poi si fece per mezzo di P. Dal Canton e Compagni».
Barlassina non aveva torto ad adombrarsi, essendo l'unico responsabile del Kaffa; ma ora che le cose avevano preso un altro verso, era pronto a cooperare sia con la direzione di Torino che con quella del Kenya[31]. La detenzione di Dal Canton e compagni - gli spiega l’Allamano - ci ha insegnato una lezione amara, che in un paese come questo «è impossibile stabilirsi solidamente e tranquillamente: bisogna stare come un uccello sul ramo sempre pronti a vedersi spogliati di tutto e dover fare fagotto senza poter far valere le proprie ragioni» [32].
E suggerisce al prefetto apostolico Barlassina un abbozzo di metodologia missionaria:
«Per prima cosa rinunziare a tutti i grandi impianti agricoli, industriali e commerciali tentati in Kenya; una capanna all’uso indigeno sia pure più ampia, sana e pulita e nulla più in fatto di abitazione. Nessuna grande coltivazione, nessun laboratorio industriale, nessun allevamento pastorizio, nessun commercio di caffè o di qualsiasi altro prodotto del suolo... unicamente un orto per ortaglie e legumi, ma d'ampiezza solo proporzionata ai bisogni di ciascuna missione».
L'inizio dell’apostolato poi sarà, «come nel Kenya, curando i malati ma non con medicine europee... sibbene con quelle cure empiriche a base di vegetali che vi confezionerete sul luogo. Una norma imprescindibile da seguire rigorosamente fino a nuovo ordine è quella di non tentare la conversione di quelli che sono cristiani copti o abissini... L'esempio del Massaja e di quanti gli succedettero nel Kaffa ci prova che tutte le persecuzioni cui furono soggetti ebbero sempre inizio dalle conversioni di copti, ecc.».
La lettera è stata “concertata” con il Camisassa e termina con la raccomandazione: «Ti ripeto di scriverci sovente in lungo e in dettaglio».
Ma per ragioni di prudenza, di riserbo, o anche di autonomia, mons. Barlassina preferisce lunghi periodi di silenzio, mentre da Torino gli giungono lettere con suggerimenti o avvertimenti: «Ho letto e riletto tutte le tue lettere che scrivesti a me ed al Vice Rettore. In esse si vede che sei intento a consolidare la vostra posizione nell'aspettazione dello spirituale»[33]. Si tratta di uno scambio di segnali intesi ad assicurare al prefetto apostolico che è in cima ai pensieri e agli affetti di tutti.
Mons. Barlassina non è l'uomo freddo e calcolatore al quale interessa soltanto il risultato: è capace anche di amicizia e relazioni. Per lui vale più un gesto, uno sguardo, una stretta di mano prolungata, due righe gettate in fretta, un colloquio a quattr'occhi che un progetto fatto a tavolino. Come il mitico Massaja egli ha l'abitudine di accarezzarsi la barba mentre pensa intensamente, alla ricerca di una soluzione, nel groviglio di una società, quella etiopica, acuta e macchinosa, che lo tiene sotto controllo e gli misura i passi.
Già poco incline alla comunicazione scritta, egli è anche costretto a ridurre la corrispondenza per non scoprire le carte. La sua situazione, anche se coperta da regolare permesso imperiale, è sempre anomala. E in tutti i casi è poco gradita al regio ministro della legazione italiana in Addis Abeba, conte Giuseppe Colli Ricci di Felizzano, che la ostacola in tutti i modi perché la considera inopportuna ai fini degli interessi dell'Italia in Etiopia, e destabilizzante perché invisa al vescovo francese Jarosseau[34].
In questo confuso intreccio, l'Allamano gioca tutte le sue carte nella speranza di poter sbloccare la situazione e di portare alla luce la missione italiana. Si rivolge con una lettera a S. M. Margherita di Savoia, regina madre e frequentatrice del santuario della Consolata, pregandola di dare “una spinta dall'alto” al Ministero degli Esteri italiano perché conduca le pratiche presso la corte etiopica “con energia e sollecitudine”. Difficoltà serie non ci dovrebbero essere – ragiona - «giacché in Abissinia già dimorano ed esplicano l'opera loro due Vicarii Apostolici francesi» [35].
Si rivolge quindi a Elena di Orléans, duchessa d'Aosta, che nel novembre 1910 aveva visitato le missioni del Kenya e conosciuto da vicino l'ambiente africano, pregandola di fare pressione presso le autorità competenti: «Vostra Altezza - scrive l’Allamano che nel suo viaggio in Africa ebbe campo di osservare l'operato dei nostri Missionari, e si degnò scriverne elogi cotanto lusinghieri, è la persona più competente per parlare presso il Ministero degli Esteri a favore di essi». Anche a lei pone il quesito: perché mai non sia permesso ai missionari italiani lo stesso trattamento che è riservato ai missionari francesi[36]. Naturalmente l’Allamano sapeva che la politica coloniale francese appoggiava la missione francese, mentre quella italiana, con a capo il conte Colli. non solo ignorava, ma ostacolava la propria. Ma di questo l'Allamano non parlava agli alunni di Casa madre o alle suore. «Non vi avevo mai detto niente del Kaffa» dirà alle suore il 9 giugno 1918.
In attesa che il governo etiopico riconoscesse al Barlassina il permesso di svolgere alla luce del sole la sua missione (cosa che avvenne soltanto nel marzo 1920 quando il conte Colli fu sostituito), ci si appellò al “riconoscimento tacito” del governo di Addis Abeba e alla “benevola tolleranza” dei capi locali per dare inizio, segretamente, alle stazioni di missione[37].
Non è raro il caso di missionari che chiedono all'Allamano di essere destinati al Kaffa: la terra che avevano imparato ad amare fin dai primi giorni del loro ingresso e che avevano sentito nominare come la terra promessa: «... dopo che fu accordata al nostro Istituto la nuova missione del Kaffa, - scrive p. Vincenzo Dolza - ho sempre avuto un desiderio più ardente di essere mandato in questa Missione...»[38].
Padre Giovanni Toselli era in Kenya quando inoltrò domanda di essere inviato nel Kaffa. «Se non inidoneo, mandarlo», fu la risposta telegrafica dell'Allamano al vescovo Perlo. La scelta si rivelò indovinata: Giovanni Toselli, molto simile a Barlassina nell'aspetto e nella personalità, fondò la missione di Comto e il seminario di Umbi e riuscì a scoprire alcuni cattolici del Massaja, che erano stati dispersi dalla persecuzione.
Per tenere desto l'interesse per l'Etiopia e in particolar modo per la prefettura del Kaffa, in attesa di entrarvi apertamente come missionari, «La Consolata» durante gli anni della guerra pubblica sulle sue pagine la vita del card. Guglielmo Massaja in XX puntate. il Kaffa non appare nelle informazioni riguardanti le missioni, né durante né immediatamente dopo la guerra. Solo nel marzo 1923, quando la situazione dell'Etiopia si sarà appianata, apparirà per la prima volta una rubrica dal titolo Dalla Prefettura del Kaffa a firma del prefetto apostolico Gaudenzio Barlassina.
Questi si accinge a raccontare con stile avvincente e giornalistico la cronistoria dei suoi tentativi passati e ad illustrare i gravi problemi che incombono sul Paese: «Se intorno al Kaffa - spiega quasi in risposta all'Allamano, che lo aveva ripreso per il suo lungo silenzio - mantenemmo... un riserbo così assoluto, fu per circostanze tutte speciali, d'indole politico-religiosa. La nostra missione, succeduta a quella del Massaja dopo vari lustri d'interruzione, non si presenta men irta di difficoltà, e non è di quella men travagliata, per la semplice ragione che le circostanze attuali del paese sono presso che identiche alle condizioni di allora. Unica variante degna di nota è che ai tempi del Massaja il Kaffa e i regni circonvicini non facevano parte, come oggi, dell'Impero Etiopico... Al giorno d'oggi, il Massaja non potrebbe più sottrarsi alle ire dei suoi nemici fuggendo da un paese all'altro, perché il padron di casa è uno solo, come una sola è la casa» [39].
Quando Dio volle, la missione d'Etiopia uscì dalle catacombe e divenne testimonianza evangelica. Per questa creatura che l'Allamano aveva amato come sogno, e che ora era diventata realtà, egli preparò missionari assuefatti al sacrificio. Il 10 ottobre 1920, per la prima volta, veniva pubblicizzata la partenza di missionari per il Kaffa, quali Giovanni Toselli, Giuseppe Goletta, Michele Bruno, Giuseppe Perrachon, Mario Barello e altri. Le spedizioni per il nuovo campo di apostolato divennero sempre più frequenti: due nel 1921, due nel 1923, una nel 1924. Si ripeterono nel Kaffa le imprese che erano state affrontate con esito alterno nei primi anni della missione del Kenya. L'Allamano, ogni volta che i suoi missionari si accingevano a partire, li seguiva con gli occhi lucidi di lacrime e li salutava con mano benedicente.
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[1] « ... nel cuore di una notte afosa di Massaua, che in quel momento era stravolta da una rivoluzione, segretamente in una casupola si svolse la “solenne” consacrazione episcopale secondo il rituale usato nelle cattedrali con parecchie differenze nei paramenti: una cassetta per altare, una mitria ritagliata da una pelle disseccata di capra, e così di seguito» (E. BORRA, Il Maskal e il leone di Giuda, San Paolo, Torino 1994, p. 134).
[2] Il pontificato di Pio IX diede uno straordinario impulso alla vira religiosa e missionaria. In tre anni, a partire dal 1862, Pio IX approvò settantaquattro nuove congregazioni religiose femminili e molte altre maschili. Egli diede grande vigore alla diffusione delle missioni cristiane al di fuori dell'Europa. Dopo il 1850 gli ordini missionari si moltiplicarono, uomini e donne affollavano il campo missionario: alla fine del secolo solo le suore impegnate nei territori di missione erano circa 44.000 (cfr. E. DUFFY, La grande storia dei Papi, Mondadori, Milano 1997, p. 355).
[3] Cfr. Atti del Convegno sul Card. Guglielmo Massaja, Vicario Apostolico dei Galla (Etiopia), Antonianum, Roma, 24 febbraio 1990, Curia OFM Cap., p. 32.
[4] Cfr. E. BORRA, Il Maskal e il Leone di Giuda, cit., p. 144.
[5] Ibid., p. 146.
[6] Lettera dell'Allamano al Camisassa, Torino 19 dicembre 1911, in Lettere, V, p. 769.
[7] Nel maggio 1912 il personale IMC era così composto: in Kenya, 27 sacerdoti, 9 coadiutori, 33 suore; a Torino, 10 sacerdoti, 8 coadiutori, 32 suore, una cinquantina di chierici (cfr. Lettere, VI, pp. 134-135).
[8] Relazione alla Sacra Congregazione de Propaganda Fide per la erezione del Kaffa in Prefettura Apostolica, Torino 16 maggio 1912, in Lettere, VI, pp. 130-140.
[9] Cfr. C. BONA, Lettere, VI, nota 1, p. 292.
[10] Lettera del card. Gotti all'Allamano, Roma, 8 settembre 1913, in Lettere, pp. 474-475.
[11] Cfr. G. Allamano a p. Filippo Perlo, Torino 23 dicembre 1903, in Lettere, III, pp. 708-710.
[12] Cfr. Conferenze ai missionari, I, p. 560.
[13] G. Barlassina all'Allamano, Kenya 20 settembre 1913, in Lettere, VI, pp. 486-487.
[14] Cfr. «La Consolata», 1 (1914), p. 4.
[15] Citato da «La Consolata», 10 (1913), p. 149.
[16] Lettera dell'Allamano a padre Umberto Costa, Torino 20 agosto 1914, in Lettere, VI, p. 616.
[17] L'Allamano annuncia agli allievi: «Per vostra consolazione dovete sapere non che è morto Menelik, ma che il Signore prepara le cose per noi» (Conferenze ai missionari, I, p. 639).
[18] Lettera del conte Colli di Felizzano al Camisassa, Addis Abeba 9 agosto 1913, in Lettere) VI, pp. 456-459.
[19] Lettera dell'Allamano ai missionari del Kenya, in Lettere, VI, p. 530.
[20] «La Consolata», 7 (1914), p. 109.
[21] Per un accurato svolgimento della spedizione Dal Canton, vedi A. TREVISIOL, Uscirono per dissodare il campo. Pagine di storia dei Missionari della Consolata in Kenya: 1902-1981, Edizioni Missioni Consolata, Roma 1991; G. CRIPPA, I missionari della Consolata in Etiopia. Dalla Prefettura del Kaffa al Vicariato di Gimma (1913-1942), Edizioni Missioni Consolata, Roma 1988; Qui nos praecesserunt, III, p. 213.
[22] Lettera di p. Angelo Dal Canton all'Allamano, Tigania 3 dicembre 1914, in Lettere, VI, pp. 652-659.
[23] Su questo argomento esiste molto materiale nelle opere di C. Bona, A. Trevisiol, G. Crippa, P. Tablino.
[24] Cfr. Lettera di p. Angelo Dal Canton all'Allamano, Burgi, Abissinia 20 giugno 1915, in Lettere, VII, pp. 85-98.
[25] Don Lorenzo Sales a Giuseppe Allamano, 12 settembre 1914, in Lettere, VI, p. 636.
[26] Cfr. Lettera di Allamano e Camisassa al cardinale Gotti, Torino 25 settembre 1912, in Lettere, VI, pp. 253-257.
[27] Lettera di mons. G. Barlassina a G. Allamano, Etiopia 18 gennaio 1918, in Lettere, VIII, 31-36.
[28] Blass è la contrazione del nome con il quale mons. Barlassina amava firmare le lettere agli amici. Cfr. E. BORRA, La carovana di Blass. Padre Gaudenzio Barlassina. Ricordi di un medico, Edizioni Missioni Consolata/EMI, Torino 1977.
[29] E. BORRA, La carovana di Blass..., cit.. p. 46.
[30] E. BORRA, Il Maskal..., cit., p. 177.
[31] Cfr. L'Allamano al Barlassina, Torino 3 novembre 1915, in Lettere, VII, pp. 232-238.
[32] La vicenda di Dal Canton si concluse con il ritorno nel 1921 del missionario in Italia e con la sua esclaustrazione dall'Istituto. Vari sono i motivi addotti dall'interessato, tra cui le «sofferenze incontrate durante i miei quindici anni d'Africa».
[33] Lettera dell'Allamano a mons. Barlassina, 10 giugno 1918, in Lettere, VIII, pp. 139-140.
[34] Cfr. G. CRIPPA, I Missionari della Consolata in Etiopia..., cit., pp. 61ss.
[35] Lettera dell'Allamano alla regina Margherita di Savoia, Torino 15 agosto 1915, in Lettere, VII, pp. 165-166.
[36] Lettera dell'Allamano alla duchessa di Aosta, Torino 15 agosto 1915, in Lettere, VII, pp. 165-166.
[37] Cfr. G. CRIPPA, I missionari della Consolata in Etiopia..., cit., pp. 113ss.
[38] Lettera di p. Vincenzo Dolza all'Allamano, Convento dei Padri Passionisti, Pianezza 5 settembre 1915, in Lettere, VII, p. 190.
[39] G. BARLASSINA, Dalla Prefettura del Kaffa, in «La Consolata», 3 (1923), p. 42.