Capitolo XI
Dopo la guerra, la ricostruzione
Il ritorno dei missionari soldato e delle missionarie crocerossine porta una ventata di novità nella Casa madre e nelle missioni del Kenya. Ma si comincia anche a fare i conti con una situazione tutt’altro·che rosea a causa del ridimensionamento di vocazioni missionarie maschili e femminili, la diffusione della povertà e della disoccupazione, il razionamento e il dissesto politico. Da una parte si inneggia alla vittoria, dall'altra si piangono i caduti.
L'Allamano, preoccupato per la scarsità di personale, lancia appelli perché aumentino le vocazioni missionarie, essendo la Chiesa per sua natura missionaria. Non ai soli missionari – scrive - , ma ad ogni cristiano incombe il dovere di concorrere alla conversione degli infedeli. Dopo il Vaticano II questa dottrina diventerà di dominio comune, ma nei primi decenni del secolo essa includeva solo i missionari che ne avevano fatto professione.
Terminata la guerra, Propaganda Fide e le Congregazioni missionarie fanno un sondaggio delle forze rimaste disponibili. La situazione - commenta «La Consolata» - è allarmante, se si considera il numero di morti, feriti, inabili e defezioni, e 1a tendenza al calo delle vocazioni sia negli Istituti che nei seminari diocesani.
L'Allamano invia di suo pugno a mons. Camilla Laurenti, segretario generale di Propaganda Fide, che ne ha fatto richiesta, il quadro completo (nomi, cognomi, comune di nascita, diocesi) dei “missionari ed alunni della casa di Torino e delle missioni d'Africa”.
Torino Casa madre. Il 22 novembre 1919 vi erano a Torino 8 padri; 3 suddiaconi; in IV teologia 5 studenti; in III teologia 4, in II teologia 4, in I teologia 4; in III liceo 4 alunni, in II liceo 13; in I liceo 16; fratelli 5; nel Piccolo Seminario S. Paolo 22 alunni [1].
Vicariato apostolico del Kenya. Vicario apostolico 1; sacerdoti 31; fratelli 13; suore della Consolata 19; suore del Cottolengo 36. Prefettura apostolica del Kaffa. Prefetto apostolico 1; sacerdoti 4; fratelli 2 [2].
L'anno 1919 si conclude con un documento di straordinaria importanza, che imprime un nuovo impulso alla missione. Si tratta dell'enciclica di Benedetto XV Maximum illud (30 novembre 1919), la prima enciclica missionaria del XX secolo, che il bollettino «La Consolata» diffonde, definendola «insieme una sveglia dal torpore di una sosta causata dalla guerra, ed un amichevole incitamento alla ripresa d'una più viva e generale azione missionaria» [3]. Essa intende riscattare la missione dalle aberrazioni del nazionalismo, dalla sete del profitto e dall'esercizio del comando. Traccia un profilo del missionario, santo, istruito, acculturato, pronto a lasciare il posto al clero indigeno. Riconosce nel quadro della missione universale il ruolo della donna. E mette in evidenza lo stretto rapporto che intercorre tra la cooperazione missionaria e l'evangelizzazione. L’enciclica sembra essere la risposta differita alla lettera del 29 agosto 1912, nella quale l'Allamano proponeva ai superiori generali degli Istituti missionari di presentare domanda al S. Padre Pio X perché volesse indirizzare «un pubblico documento» ai vescovi e ai fedeli del mondo cattolico sul problema missionario. Pare che la domanda, sottoscritta dai superiori, subisse vari incidenti di percorso. Innanzitutto, Propaganda Fide si rifiutò di appoggiarla ufficialmente presso il Papa; inoltre essa passò dalle mani del segretario prima di arrivare a Pio X. Questi, come si è visto, era troppo preoccupato per quello che sarebbe potuto scoppiare da un momento all'altro nei Balcani e di conseguenza in tutta Europa per poter dedicare la sua attenzione al progetto che gli veniva presentato.
Con la pubblicazione della Maximum illud si intravedono in prospettiva i futuri sviluppi della missione, quando la catechesi si arricchisce di nuovi elementi, esce dall'orizzonte degli Istituti ed entra in quello più vasto delle Chiese locali, con le loro gerarchie autoctone, i loro sacerdoti, le loro istituzioni religiose e laicali, la loro liturgia, la loro fede inculturata, i quadri che hanno condotto all'autonomia dei loro Paesi. Oggi l'analisi critica che definisce queste Chiese “colonie ecclesiastiche” muove su luoghi comuni e dà l'impressione di ignorare molti fatti recenti, non escluso il ruolo insostituibile del missionario. Nei giorni dell'Allamano il problema non si poneva in quanto la Chiesa locale, al pari di un seme nascosto nella terra, aveva bisogno di cure amorose per riuscire ad aprirsi un varco. Il missionario è stato quella figura straordinaria e patetica che ha calpestato tutti i sentieri dell'Africa, sospinto da un ideale di fede, quando altri vi erano attratti dall'insaziabile sete di terre, di possedimenti e di manodopera a nessun costo. L'Africa ha fatto da immenso sfondo a questo personaggio dai caratteri inconfondibili, dalla fantasia bizzarra, dalla vita frugale, dalla resistenza fisica quasi inesauribile. Il suo amore per l'Africa è stato travolgente come quello dell'innamorato, quasi una forma di morbo sulla pelle, nelle ossa e nell'anima. Un male mai diagnosticato: il mal d'Africa. Mito di operosità più che di scienza, non gli viene attribuita alcuna opera di alto ingegno, ma soltanto costruzioni di chiese, missioni, scuole, ospedali. E formazione di comunità credenti. Lo hanno scambiato per il suo fratello colonialista; forse in certe circostanze gli è stato molto simile, ma non nell'anima. Del colonialista non possedeva né il comportamento né il senso di superiorità né la vanità; ma a differenza di quello, il missionario era vicino alla gente, parlava la lingua locale, lavorava con le proprie mani, impartiva ai bambini i rudimenti del leggere e dello scrivere: ai contadini insegnava l'uso della trazione animale nel lavoro dei campi, agli operai l'uso del metro e della livella. Come uomo di religione insegnava catechismo, presiedeva al culto, annunciava le realtà venture del Regno. Non faceva sepolture perché era usanza che il cristiano, una volta morto, venisse sepolto con i suoi antenati nei pressi della capanna di famiglia o all’ombra del bananeto. Questa la figura del missionario della Consolata descritto nei diari di missione. Tempi passati?
È inutile dire che, con la pubblicazione dell'enciclica, la sensibilizzazione dei missionari della Consolata comincia a battere strade nuove, richiamandosi ai punti essenziali messi in evidenza dal documento, e questa volta lo fa appellandosi alle affermazioni dei vescovi stessi. Mons. Cattaneo, vescovo di Guastalla – riporta «La Consolata» del febbraio 1920 - scrive: «Nulla si perde di quello che si dà»; il card. Ferrari di Milano, a sua volta: «Dobbiamo fare di tutto perché la fede si conservi in queste nostre contrade, dove è gravemente minacciata dalla dominante miscredenza; ma ciò si otterrà tanto più facilmente, quanto più generosamente porteremo il nostro contributo all'opera santissima della propagazione della Fede nelle regioni infedeli»; mons. Trussoni di Cosenza: «Sarei ben lieto - afferma - se in mezzo al mio clero e fra i miei seminaristi sorgessero molte vocazioni missionarie».
L’enciclica, come previsto dall'Allamano, si proponeva di rimuovere l'apatia, suscitando l'interesse e la preghiera verso le missioni.
«Al fine di promuovere nel popolo cristiano un più vivo interessamento per l'apostolato della Chiesa tra gli Infedeli ed ottenerne una più generale, attiva ed efficace cooperazione, si è istituita “l'Unione Missionaria del Clero”». Così si esprimeva la prima bozza dello Statuto della UmdC, scritta nel 1914 da p. Paolo Manna e inviata al vescovo Guido Maria Conforti, che ne fu primo presidente dal 1916 al 1926. L’Unione verrà approvata in data 31 ottobre 1916 con lettera dell'allora prefetto di Propaganda Fide, card. Domenico Serafini. L'Allamano, che per primo aveva avvertito il bisogno di mettere in luce “l'Opera dell'Apostolato fra i pagani”, sceglie, per motivi non dichiarati ma abbastanza evidenti di restare al di fuori dall'Unione [4]. Mons. Conforti ritorna di tanto in tanto a fare pressione perché aderisca all'Unione, ma soltanto nel maggio 1918 egli accetta di dare la sua adesione non come semplice socio, ma “quale Superiore dell'Istituto della Consolata per le Missioni Estere”; e nel 1920 risolve di designare p. Lorenzo Sales a diffondere l'idea missionaria nei seminari d'Italia per suscitare vocazioni, come era desiderio di Benedetto XV e del prefetto card. Van Rossum [5].
Ovviamente l'Allamano, che per molti anni era stato a fianco dei seminaristi e dei sacerdoti diocesani, si trovava sulla lunghezza d'onda che privilegiava l'uomo piuttosto che i mezzi e, pur avendo bisogno di aiuti materiali per sostenere lo sviluppo delle missioni del Kenya e dell'Etiopia, era profondamente convinto che la precedenza andava allo spirito. Questo era il ricordo che lasciava ai suoi figli e figlie in partenza per le missioni:
«L'Apostolo, il missionario deve avere come caratteristica della propria vita queste tre cose: spirito di orazione, spirito di mansuetudine, spirito di distacco. Queste sono le virtù essenziali di un apostolo. Mentre che per prima cosa si crede da tutti che per essere missionario si esiga una grande attività... Anch'io lo ammetto. Ma questa attività deve partire dal Signore».
P. Lorenzo Sales rispondeva a questi requisiti [6]. Richiamatolo in Italia, l'Allamano lo assegnò come “propagandista dell'Unione Missionaria del Clero” e, come tale, “membro del Consiglio Centrale dell'Unione Missionaria del Clero in rappresentanza di codesto benemerito Istituto della Consolata per le Missioni Estere”. Visitò molti seminari d'Italia parlando della missione e attingendo dalla sua vasta esperienza. Uomo di profonda spiritualità, di grande facondia e di penna facile, dai sentimenti fini e delicati, fu il primo biografo de Il Servo di Dio Canonico Giuseppe Allamano (1944).
Da giovane aveva accumulato esperienza nei seminari di Bra, Chieri e Torino, e dopo la sua entrata nell'Istituto era stato seguito con amore dall'Allamano: «Ti lamenti perché io non ti scrivo a lungo. Ben sai come sia poco il mio tempo da dividere tra tanti e tante cose». E un’altra volta: «Caro P. Sales, scrivo poco, ma ne hai già un volume. Ricordati che ci parliamo in Gesù».
Partito per l’Africa nel dicembre 1914, p. Sales fu incaricato dell’insegnamento e della formazione spirituale dei seminaristi nel Piccolo Seminario S. Paolo di Nyeri, appena costruito[7], e su di loro scrisse nel 1921 Anime candide di seminaristi neri. Durante gli anni di guerra prestò la sua opera negli ospedali militari del Tanganyika. Di qui inviò numerose corrispondenze, una delle quali di fondamentale auspicio, dal titolo La guerra e l’unione dei neri, che preludeva alla lotta per l'indipendenza. Appena rientrato in Italia dal Kenya, l’Allamano lo assegnò alla redazione del periodico a fianco del Camisassa.
«La Consolata», pur rimanendo il portavoce del santuario, è quasi interamente dedicata alle missioni IMC in Africa. Vi scompaiono alcune rubriche che erano state condotte a puntate per anni come Mociri, una sorta di romanzo missionario, Karoli: il profilo di un capo kikuyu del Kenya, convertitosi con la moglie al cristianesimo. Il collegio dei principini, una scuola per figli dei capi. Subentrano argomenti di diverso tenore: I Missionari della Consolata in guerra, L'istruzione nelle missioni e Il seminario indigeno del Kenya.
La missione si arricchisce e cambia volto e l’informazione si adegua alle esigenze della cosiddetta “propaganda”. Si diffondono in Italia le riviste degli Istituti e delle Opere Missionarie, la Giornata Missionaria si propaga tra le comunità parrocchiali e aumentano le offerte pro missioni[8].
Per qualche anno ancora l'Istituto si limita a trasmettere le grandi imprese compiute dai suoi missionari attraverso le pagine de «La Consolata». Il card. Willem Van Rossum, al quale l’Allamano invia in omaggio l'annata rilegata del 1922, risponde dicendosi lusingato dell'«attestato di filiale devozione» e coglie l'occasione per sottolineare «che il predetto periodico ha avuto il grande merito di promuovere tra i cattolici d'Italia l'idea missionaria... Non si può dire in poche parole - continua - quanto bene ha fatto il periodico portando così tanti cattolici ad adempiere quel dovere di carità verso i loro fratelli, che sono nella più grande delle miserie, dovere che dai più è negletto ed anco ignorato» [9]. Il cardinale è abbastanza realista per non ammettere che la missione non abbia ugualmente bisogno di Dio e degli uomini: «... grande è ancora l'impresa e siamo ben lontani dall'avere raggiunta la meta tanto bramata».
L'Allamano segue da vicino il periodico, che tiene i collegamenti con il santuario della Consolata e con le missioni. Dal febbraio al dicembre 1925 esso assume una copertina missionaria con bozzetto africano di A. Rossi, raffigurante, in alto, la Madonna Consolata con il Bambino; sullo sfondo il monte Kenya e, in primo piano, un missionario e una missionaria attorniati dalle mamme e dai bambini di un villaggio kikuyu. Dall'edizione del gennaio 1926 fino al dicembre 1928, sulla copertina disegnata a mano secondo lo stile dei sillabari del tempo compare il continente africano con in evidenza i cinque territori dove operano i missionari della Consolata: Kenya, Etiopia, Iringa, Somalia, Mozambico.
Grazie al p. Sales e ad altri si sviluppa un po' ovunque l'associazionismo missionario sotto forma di Circoli Missionari della Consolata, Unione delle Dame Missionarie della Consolata, Crociata Missionaria e altre forme di cooperazione cui l’Allamano dà la sua benedizione. Essi si propongono di aiutare le missioni con la preghiera, il sacrificio e l'azione, e lo fanno nel silenzio, nella preghiera a fior di labbra mentre preparano indumenti per i bambini e i paramenti per le chiese. Sono questi i piccoli santuari attorno ai quali sbocciano le vocazioni missionarie, nasce e si sviluppa la santità che muove il cuore e le coscienze e che produce uomini e donne per la missione. L'Allamano spinge lo sguardo avanti, a quella forma di missionarietà che coinvolge il sacerdote allo stesso modo che il laico missionario.
«Preghiera e donazione sono indispensabili alla missione, è vero - scrive ai benefattori delle missioni, - ma non meno indispensabile è il problema vocazionale. La guerra ci ha privato di vocazioni vecchie e nuove... urge cercare e formare rapidamente missionari cattolici, a surrogare quelli che purtroppo non torneranno a riprendere il loro posto, ed aumentare lo scarso numero dei rimasti»[10].
L'Allamano difende i suoi missionari
La guerra aveva prodotto la caduta delle barriere e dei confini e aveva spiazzato le vecchie sicurezze. I missionari tedeschi del Tanganyika, dopo avere lavorato ed eretto missioni, chiese e scuole, si ritrovarono sulla strada del ritorno. I missionari del Kenya, a loro volta, dopo avere fornito personale all'Etiopia, cominciarono a volgere lo sguardo verso le missioni del Tanganyika, da dove provenivano messaggi di aiuto. Sarebbe stato temerario dividere ancora il già piccolo gregge, ma altrettanto perdere un'occasione come quella, dopo le difficoltà incontrate per entrare in Kenya e in Etiopia.
Mentre mons. Barlassina procede a passi di lumaca nella sua presa di possesso del Kaffa sempre camuffato da commerciante, i primi quattro missionari, Gaudenzio Panelatti, Domenico Vignoli, Giovanni Ciravegna e Giacomo Cavallo, entrano nelle missioni benedettine dell'Uhehe in Tanganyika agli inizi del 1919.
A proposito di questa nuova offerta, l'Allamano scrive al card. Van Rossum: «Per me e pel mio Istituto è voce di Dio quella che viene da Vostra Eminenza, tanto più se espressa con sì benevola e paterna insistenza. Mi è perciò una consolazione l'aderirvi toto corde...». Ma per evitare le infinite controversie non ancora sopite che gli sono state mosse dai Padri dello Spirito Santo in Kenya e dai Cappuccini francesi in Etiopia, chiede chiarimenti: per conoscere in antecedenza «i limiti che si vorrebbero fissare alla nuova Missione»[11].
Frattanto mons. Jarosseau, mai stanco di opporsi all'entrata dei missionari della Consolata nel Kaffa, accusa presso Propaganda Fide mons. Barlassina di dedicarsi al commercio in Addis Abeba. Il card. Van Rossum chiede spiegazioni delle accuse all'Allamano. Questi risponde, ritorcendo l'accusa:
«Mi permetta osservare che è ben doloroso, per non dire irritante, il vedersi accusati da Colui (i.e. mons. Jarosseau) che del male di cui ci incolpa - se male vi fosse stato - fu causa molto influente. È un'asserzione grave questa mia, ma a provarla basta ricordare come furono frustrati per 6 anni i tanto tenaci tentativi da noi fatti, per ottenere che ai nostri fosse permesso di entrare nel Kaffa» [12].
Questa risposta sembrerebbe scritta a due mani, da lui e dal Camisassa. Questi aveva usato tutte le sue forze e le sue conoscenze per spianare la strada, tenacemente sbarrata da Jarosseau, senza mai riuscirvi. Non stupisce dunque se, di fronte all'ennesimo attacco, si faccia ricorso all'intervento di Propaganda Fide. In questo succedersi di colpi di mano, l'Allamano, da Torino, continua a tirare le fila di tutti i movimenti dell'Istituto.
Quanto poi al Tanganyika, per il momento la nuova missione dovrà accontentarsi di una presenza limitata: quattro padri per due missioni. Passeranno due anni per avere un gruppo preparato da mandare nella nuova prefettura apostolica di Iringa, insieme con il prefetto apostolico, mons. Francesco Cagliero. Si ripetono nel santuario della Consolata, come per il Kenya, le solenni cerimonie d'invio, presiedute dal card. Agostino Richelmy, presente l'Allamano. Nel solo 1921-22 sono 35 i missionari e missionarie partiti per i tre territori d'Africa.
Il gioco si fa rischioso: il gusto per la vastità di campo non è certamente di gradimento all'Allamano, al quale sarebbe bastata la missione del Massaja. Ma una nuova visione di missione si accordava con la mentalità del tempo, che voleva i missionari continuamente alla ricerca di territori da occupare e di anime da salvare. Molte erano le sollecitazioni provenienti da una parte o da un'altra. Anche l'Asia chiamava.
Il campo d'azione dell'Istituto sarebbe stato ancora più vasto se l'Allamano avesse assecondato il piano offerto, nel 1920, all'Istituto dalla Società Coloniale per l'Africa Occidentale che intendeva dirottare l'emigrazione italiana verso quei territori dell'Angola che voleva sfruttare. L'Allamano non era del parere si dovessero spogliare di personale i tre territori africani - Kenya, Etiopia, Tanganyika -, né lo era il cardinale prefetto Van Rossum, per il quale la presenza dei Missionari della Consolata in Angola si sarebbe rivelata fonte «di nuovi attriti» con i Padri dello Spirito Santo che già vi operavano[13].
C'è qualcosa nell'Allamano che lo distanzia dai suoi diretti collaboratori, proprio in ciò che riguarda la natura della missione, vista nella sua dimensione spirituale e pedagogica. Non sono l'estensione, la mobilità, l'imprevedibilità o l'avventurismo che lo attraggono alla missione, quanto piuttosto la sua capacità di trasformare segretamente e intrinsecamente l'uomo, a qualunque Paese, popolo e cultura appartenga, in possibile candidato alla perfezione umana e divina. La missione, prima di essere una pedana di progetti e realizzazioni, è un momento di dialogo con l'uomo della strada per conoscerne le attese e le aspirazioni e per renderlo depositario delle beatitudini. È un roveto ardente sul quale il missionario e la missionaria immolano le scorie della loro umana fragilità per vedere Dio nel volto del prossimo.
Non vi sono nell'Allamano gli slanci e gli abbattimenti di chi è sensibile al fascino della natura e all'umore degli altri, come erano S. Teresa del Bambino Gesù o p. Vincenzo Dolza, i quali per la loro sensibilità anelano di soffrire per le anime fino al delirio e al martirio [14]. In lui, invece, prevale la visione pratica del contadino astigiano, che fiuta l'umore della terra e scruta le nubi del cielo per sapere che cosa gli riserverà il domani.
Egli è convinto che l'Istituto non è in grado di sopportare un peso superiore alle sue forze, e che la missione ha i suoi limiti dovendo fare i conti con la fragilità umana. Di questo è persuaso, e con qualche ragionamento non ha difficoltà a tirare dalla sua parte anche il Camisassa... Più difficile, se non impossibile, è convincere mons. Perlo, che nella sua esuberante missionarietà sogna continuamente cieli nuovi e terre nuove, mettendo a dura prova se stesso e i suoi missionari e missionarie, e creando nervosismo nelle congregazioni vicine. L'Allamano lo modera, lo richiama alla realtà, lo invita ad operare per mezzo degli altri, a sostenere la debolezza dei confratelli, ad imparare dagli africani la virtù della pazienza. Con quali risultati Dio solo lo sa.
Il bisogno di rinnovamento
A poco più di vent'anni dalla fondazione, l'Istituto non aveva ancora trovato la sua giusta collocazione nel quadro delle Congregazioni religiose. Iniziato come una società di sacerdoti diocesani votati alla missione, si era andato gradualmente consolidando grazie ad una espansione interna ed esterna basata su una legislazione provvisoria esposta in un Regolamento proprio. Questo, più volte aggiornato secondo i bisogni emergenti e approvato dal cardinale di Torino Richelmy, forniva una norma di vita sufficiente a garantire ai suoi membri “sicurezza di vita e mutuo incoraggiamento”.
Nel 1909 la Santa Sede aveva emesso il Decretum Laudis con il quale dichiarava la validità dell'istituzione e del suo metodo apostolico, confermava per due sessenni l’Allamano e il Camisassa rispettivamente nel ruolo di superiore generale e di vice superiore generale, e riconosceva, di fatto, lo stato religioso dei suoi membri, nonostante la mancanza di un corpo di Costituzioni. Queste diventavano via via più urgenti con il passare del tempo, e Propaganda Fide faceva pressione perché l'Istituto, ormai al centro del processo di evangelizzazione, definisse la sua identità.
L'Allamano si rivolge a mons. Perlo: «Sono già trascorsi tanti anni dall'ultima sua venuta in Italia - gli scrive - ed è conveniente che Vostra Eccellenza quando le sia possibile, vi ritorni, anche per breve tempo. Ciò esigono il dovere della visita ad limina, e per il bene dell'Istituto, per le tante cose da concertarsi di presenza. Standomi a cuore il consolidamento dell'Istituto, vorrei che durante la di Lei permanenza ottenessimo l'approvazione definitiva dell'Istituto e l'approvazione delle Costituzioni» [15].
Il 3 marzo 1919 scrive ai missionari del Kenya. Ma questa volta non per incoraggiarli a “fare bene il bene”, bensì per esaminare la bozza delle Costituzioni e suggerire eventuali modifiche in accordo con il nuovo Codice di Diritto canonico promulgato nel 1917 da Benedetto XV, che contemplava nella Chiesa soltanto due ordini di sacerdoti: sacerdoti religiosi con voti e sacerdoti senza voti sullo stile dei religiosi[16].
Va notato che il passaggio dalla vita di società allo stato di religiosi non faceva problema, in quanto l’Allamano aveva fin dall'inizio trasmesso ai suoi missionari lo spirito religioso che li indirizzava alla vita di perfezione e alla vita di apostolato. Ciò che preoccupava i missionari era un eventuale capovolgimento della leadership, che si respirava già nell'aria e che si temeva potesse influire negativamente sulla tenuta dell'Istituto.
Questi sentimenti si colgono nelle risposte alle Costituzioni, alcune delle quali riflettono un dato di fatto derivato dalla convinzione che al governo dell'Istituto non ci possa essere altri se non l'Allamano, artefice dell'opera e autore dello spirito IMC.
P. Angelo Bellani si scusa dicendo di rimettersi al giudizio di chi se n'intende più di lui. P. Battista Rolfo trova le Costituzioni conformi alla volontà di Dio e al Codice. P. Giuseppe Perrachon non si azzarda a fare alcuna osservazione al riguardo «tanto le trovo ottime sotto ogni rispetto e conformi alle nostre condizioni di religiosi missionari». P. Gaudenzio Panelatti: «Per parte mia non saprei aggiungere né oserei togliere, e quello che a Vostra Signoria Rev.ma parrà sia da fare sarà ben fatto». P. Giovanni Toselli: «Le Costituzioni sono buone, giuste e sante, come chi le ha fatte».
Ci sono anche di quelli che dissentono. Mons. Perla, per parte sua, è d'accordo che le Costituzioni vanno modificate, ma non è compito di tutti i membri, bensì di un “Consiglio generale” di anziani sull'esempio di altre Congregazioni. «Non le parrebbe conveniente - chiede - studiare la possibilità, in un tempo non troppo remoto, di tenere per una volta tanto un Consiglio generale, in cui ella dia come i principi fondamentali che debbono guidare l'Istituto, nel mentre si potrebbe anche trattare di qualsiasi eventuale modifica alle Costituzioni e alla messa in vigore del Direttorio, e ogni altro interesse generale dell'Istituto; dopo di che si richiederebbe la definitiva approvazione di tutto dalla Suprema Autorità... penso debba essere produttivo di grande bene per il futuro dell'Istituto un'adunanza dei più anziani...» [17].
Mons. Gaudenzio Barlassina, come è suo stile, è enigmatico, ma giunge a parlare di “Capitolo”: «Io, personalmente (e, credo, anche gli altri) non ho affatto premura di vedere un Capitolo, tanto meno di vedere altri dirigere che non siano gli attuali Superiori Generali. Ma dal troppo al niente vi è un gran salto» [18].In altri termini: non c'è premura di convocare un Capitolo, ciò che è importante è che si faccia. Anche lui, però, spera che il Capitolo non voglia nominare altro superiore generale, finché vi è il Fondatore.
Frattanto le osservazioni raccolte dai missionari consentono di procedere alla revisione delle Costituzioni esistenti; e il 12 marzo 1921 esse sono inviate a Propaganda Fide per l'approvazione [19].
Mons. Perlo, dietro invito insistente deU'Allamano, ritorna in Italia e vi rimane dall'aprile al novembre 1921, interessandosi al problema delle Costituzioni. Nel corso di una visita al card. Van Rossum apprende che il procedimento seguito dall'Allamano nella presentazione delle Costituzioni non è valido in quanto, a norma del Codice di Diritto Canonico, è il Capitolo generale che ha la facoltà di rivedere le Costituzioni e di presentarle a Propaganda Fide per l'approvazione. Lo stesso card. Van Rossum conferma, con lettera all'Allamano in data 4 maggio, quanto riportato da mons. Perlo, anticipando la convocazione di una consultazione, da svolgersi in data da stabilire.
Ora un Capitolo generale avrebbe cambiato sostanzialmente il progetto iniziale dell'Istituto, trasformandolo in una congregazione religiosa con voti di povertà, castità e obbedienza. E soprattutto avrebbe proceduto al passaggio dell'Istituto dalla sfera diocesana a quella pontificia. In altre parole, il card. Richelmy, che aveva protetto l'Istituto quale arcivescovo di Torino, avrebbe demandato i poteri alla Santa Sede, e in particolare alla Congregazione dei Religiosi prima e a quella di Propaganda Fide poi, dalla quale dipendeva tutto il movimento missionario.
Il Capitolo generale del Fondatore
Il Capitolo generale non avrebbe interessato direttamente le Missionarie della Consolata, congregazione che si avviava a diventare distinta da quella dei Missionari. Ma l'avrebbe tenuta presente in quanto cooperatrici nella vita comunitaria e nell'apostolato.
II 31 marzo 1922 l'Allamano inviava ai superiori d'Italia, Kaffa, Kenya e Iringa una lettera d'invito: «Siccome il Signore nella sua bontà ha voluto conservarmi in vita fino a vedere il consolante sviluppo attuale dell'Istituto e delle sue opere missionarie – scriveva - io ritengo sia già venuto il tempo di provvedere alla maggior stabilità del medesimo con costituirne il regime e l'organizzazione indicati nella seconda parte delle nostre Costituzioni».
II Capitolo si sarebbe svolto dilla poco a Torino secondo un procedimento contemplato dalle Costituzioni, n° 54: ogni missione sarà rappresentata dal superiore in carica e da due missionari professi perpetui, eletti liberamente da tutti i missionari sacerdoti residenti nella missione stessa. Loro compito sarà quello di eleggere il superiore generale e i quattro consiglieri, ma - sottolinea l'Allamano - ricordino che «non accetteremo di essere eletti né io né il Canonico Camisassa».
Non è la prima volta che affiora in lui la volontà di concludere il suo servizio verso l'Istituto e di passare la reggenza ai missionari. Già all'inizio del 1916 correva voce di questa sua volontà, poi smentita da lui stesso in una lettera a mons. Perlo. Questi, rispondendo, gli esprimeva le sue personali congratulazioni e quelle dei missionari per essere stato «confermato e riconosciuto dalla Suprema Autorità, e si augurava di averlo “lungamente” come superiore [20]. Quali fossero le ragioni dell'intenzione di abbandonare la guida dell'Istituto non si sa per certo: la stanchezza, la malattia, le preoccupazioni? Oppure la volontà di farsi da parte per consentire ai missionari di trovare in se stessi le capacità necessarie per continuare la marcia? Quest'ultimo sembrerebbe essere il vero motivo, come si desume dalla lettera ai missionari del Kenya scritta nel dicembre dello stesso anno: «Le congratulazioni che in tanti modi mi avete fatto pervenire per la conferma nella reggenza dell'Istituto, se per una parte mi consolano e incoraggiano, come prova di buono spirito e di buon cuore, e di esse debbo perciò ringraziarvi, non mi impediscono per altra parte di desiderare e pregare che arrivi presto il tempo in cui possiate reggervi da voi stessi, facendo a meno dell'opera nostra. E non è desiderio soltanto di oggi» [21]. Il card. Gotti, al quale egli ha fatto esplicita richiesta, lo ha dissuaso: «Non è lodevole prammatica - - gli ha risposto - che un fondatore si dimetta in vita... Nel suo caso sarebbe anche di grave detrimento alle Missioni, da cui bisognerebbe togliere i migliori soggetti per costituire la reggenza qui. E lei avrebbe il coraggio di danneggiare l'opera che le è costata tanto?».
Questa situazione altalenante si trascinò fino al Capitolo generale del 1922. Si può ragionare su questo “rifiuto” che giunge a conclusione di un ventennio senza precedenti, durante il quale la Chiesa di Torino, grazie alla dedizione di due suoi sacerdoti, Giuseppe Allamano e Giacomo Camisassa, aveva espresso la sua missionarietà nel mondo e si apprestava ad affrontare nuove sfide. Per loro era più che meritata una pausa di tranquillità e di raccoglimento ai piedi della Consolata, da dove era scoccata la scintilla missionaria. Ma questo avrebbe comportato una frattura tra il fondatore e la sua fondazione, con l'eventualità che anche lo spirito ne avrebbe subito delle conseguenze negative.
Pare che la decisione dell'Allamano di voler declinare qualsiasi responsabilità di governo incontrasse qualche perplessità: il 5 aprile 1922 il Camisassa scriveva a mons. Gaudenzio Barlassina, il quale aveva declinato l'invito di partecipare al Capitolo: «Dalla tua risposta al signor Rettore riguardo a tale invito - scrive – parmi che non ne hai compreso né lo scopo né l'importanza, perché consideri come inutile tale venuta». Il Camisassa gli ricorda che l'idea di convocare un Capitolo viene da Propaganda Fide e che non può essere dilazionata oltre. Quanto a lui, come superiore del Kaffa, non può esimersi, anche se, in qualità di Ordinario, è libero di scegliere. In tutti i casi - soggiunge - «se potete venire ci fate piacere, e se invece vi credete nella quasi impossibilità di venire, si farà tutto lo stesso, anche senza la vostra presenza». L'ammonizione non lascia spazio ad ulteriori tergiversazioni. È urgente fornire all'Istituto una legislazione sicura prima che sia troppo tardi.
Qualcosa tratteneva mons. Barlassina dall'aderire con entusiasmo all'invito: la sua condizione insicura nel Kaffa, che nel caso della sua assenza avrebbe potuto compromettere i risultati fino allora ottenuti con enormi sacrifici; l'eventualità che l'assemblea capitolare eleggesse un altro superiore generale al posto del Fondatore, nel qual caso la situazione si sarebbe fatta incerta. Alle ragioni di carattere personale se ne aggiungevano altre non meno importanti come: la decisione di mons. Perlo di non parteciparvi, nel qual caso - scrive il Barlassina all'Allamano- «l'assemblea si ridurrebbe ad una cerimonia magra: idee, discussioni, risoluzioni effetti, tutto incompleto, tutto incerto». Insomma a giudizio di mons. Barlassina l'assenza di mons. Perlo al Capitolo ne avrebbe compromesso tutto il valore. Di conseguenza decide anche lui di rimanere in Etiopia.
Il cerchio si chiude sui due personaggi più eminenti, sui quali l'Istituto giocherà il suo futuro. Non è più tempo di dilazionare.
L'Allamano se ne rende conto quando, scrivendo in data 28 ottobre 1921 al card. Van Rossum, prefetto di Propaganda Fide, chiede l'autorizzazione «ad adunare quanto prima il Capitolo... affinché i Padri chiamati dall'Africa non abbiano a prolungare oltre l'assenza dalle loro stazioni di missione».
La risposta del cardinale prefetto arriva a giro di posta. Se non che si sparge nel frattempo la notizia che la nefrite, di cui aveva sofferto il vice rettore Giacomo Camisassa nell'immediato dopoguerra, è ritornata a colpire ancora, ma questa volta mortalmente. Aveva 68 anni. L'Allamano accorre, lo assiste fino all'ultimo respiro, poi abbraccia la salma dell'amico e piange. Quarantadue anni uniti insieme con amore e sincerità. Era il 18 agosto 1922. Dopo la sepoltura si affretta ad informare i missionari e le missionarie con una lettera traboccante di affetto:
«Mi trema la mano - scrive, - il cuore si gonfia e gli occhi versano amare lagrime... Il caro nostro Vice Rettore non è più fra noi, e non lo rivedremo che in Paradiso. Spirò placidamente nel Signore la sera del 18 corrente, con tutti i conforti religiosi e le cure più affettuose. Quale perdita per il santuario e più per l'Istituto e le Missioni! Vedevamo necessaria la Sua esistenza, e pregammo la nostra SS. Consolata a prolungargli per qualche tempo la vita. Molti, ed io pure, hanno offerto la propria vita perché fosse conservata quella del nostro caro. La SS. Consolata non credette di esaudire le comuni preghiere... Era maturo pel Cielo... Aveva compiuto la Sua santa e laboriosa giornata... Pronunciate con me il fiat alla imperscrutabile volontà di Dio; e sia in suffragio della bel1'anima. Egli vive per voi e per le nostre Missioni, e l'ultimo giorno lo passò pensando e parlando dell'Istituto. Le sue ultime parole, che disse suo testamento, furono di unione fra missionari e missionarie. Pregate per Lui, ed anche per me desolatissimo, che nel nome della SS. Consolata vi benedico»[22].
«La Consolata» dedica l'intera edizione di settembre a «Giacomo Camisassa Confondatore e Vice Superiore Generale dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, Fondatore e Direttore del nostro Periodico»[23].
Con la morte del Camisassa, scompare dalla vita dell'Istituto un prototipo di sacerdote dal quale molti hanno attinto fede, tenacia e genialità. Primo fra tutti l'Allamano, che nel Camisassa aveva trovato il cuore amico, il sacerdote umile e servizievole e l'uomo capace e ricco d'inventiva. Egli aveva saputo tradurre missionariamente il messaggio evangelico nelle forme di lavoro, insegnamento, sviluppo, che sono tipiche dello spirito IMC.
Naturalmente la sua scomparsa alla vigilia del Capitolo poneva seri problemi di tenuta. L'Allamano era stanco, mons. Perlo e mons. Barlassina avevano scelto di restare assenti. Gli altri erano poco inclini a qualsiasi cambiamento.
I lavori si aprono il 10 maggio 1922 con una lettera di ossequiosa deferenza alla Congregazione di Propaganda Fide, della quale si intendono osservare le prescrizioni che essa vorrà emanare [24].
La risposta del prefetto card. Van Rossum suona molto incoraggiante. Egli si dichiara pieno di simpatia per «cotesto egregio Istituto missionario», che non mancherà di dare il suo «valido concorso per le Opere della Propaganda».
L'Allamano apre i lavori, presiede l'assemblea dei 12 capitolari ed espone le ragioni del loro incontro:
- per esaminare che cosa e come si sia operato nei primi vent'anni di vita;
- per vagliare se siano necessari cambiamenti e quali siano più idonei a migliorare la condizione e lo sviluppo dell'Istituto e delle sue missioni;
- per commemorare «il defunto Confondatore e Vice Superiore Generale, l'amatissimo Can. Giacomo Camisassa, che, se vivo, avrebbe presenziato al Capitolo quale primo consigliere».
Si procede quindi all'esame preliminare della situazione, con occhio compiacente per i risultati ottenuti in così breve tempo, nonostante la precarietà dei mezzi materiali e umani. Si passa all'esame delle Costituzioni, che saranno presentate a nome dell'assemblea a Propaganda Fide per l'approvazione.
Questi sono in sintesi i punti in discussione:
- Vita spirituale: «Per quel che riguarda lo spirituale, viene giudicato soddisfacente andamento dell'Istituto sia nella Casa madre come nelle missioni»;
- Espansione e consolidamento: «Dal giorno della sua nascita l'Istituto ha prosperato oltre ogni previsione con tre diversi campi di missione: un Vicariato e due Prefetture Apostoliche, copiosi manipoli di messe apostolica; mentre la Casa madre, di anno in anno, segna anche essa un crescente, consolantissimo sviluppo»;
- Metodo di apostolato: «Il metodo attuale di apostolato nelle tre Missioni della Consolata, come pure il sistema di direzione e di amministrazione... è giudicato ottimo ed efficace, e quindi da non mutarsi»;
- Questioni particolari: «L'Istituto, non essendo riconosciuto in Italia come ente morale, nulla possiede in proprio nome collettivo, perciò la Casa madre fu intestata a tre individui (Allamano, Camisassa, Perlo, ndr)... che non hanno eredi necessari; i missionari del Kenya si sono costituiti in società riconosciuta dalla legge inglese». L’istituto si è finora mantenuto grazie al patrimonio privato dei fondatori, alle entrate del bollettino «La Consolata», ai sussidi annuali delle Pontificie Opere Missionarie, e alle proprie industrie, secondo le raccomandazioni di Propaganda Fide [25].
Giuseppe Allamano riconfermato superiore generale
Prima di passare alle elezioni l'Allamano protesta «che per il maggior bene della comunità, si facciano le cose stabili, eleggendo a Superiore Generale un altro che non sia lui. Egli non può più reggere. L’età avanzata (71 anni), le forze che gli vengono meno, lo rendono fisicamente e moralmente incapace a sostenere un tanto peso. È questione di responsabilità. Egli non si sente più di assumerla. Continuerà a volerci bene, a proteggerci, ad aiutarci, ma non può più essere superiore. Supplica, quindi, con le lacrime agli occhi di avere pietà di lui e di non eleggerlo» [26].
Non bastano le lacrime e le suppliche per indurre il gruppo degli elettori a desistere dal loro proposito. Nonostante le proteste e le lacrime, i delegati lo confermano per la terza volta superiore generale, con 11 voti favorevoli. Con il voto essi hanno inteso onorare il Fondatore, e questi, accettando, ha dato un segno di sottomissione alla volontà di Dio. In realtà con la morte del Camisassa si era creata una frattura nella vita dell'Allamano, che nessuno avrebbe potuto sanare. A meno che il nipote fosse disposto a sostituirlo. I delegati procedono alla designazione del vice superiore generale e scelgono a maggioranza mons. Perlo.
L'Allamano invita i presenti a chiedere a Propaganda Fide di concedere a mons. Perlo il diritto di successione. La richiesta è accolta dal cardinale prefetto Van Rossum in data 13 dicembre 1922 con la clausola «qualora entro un decennio l'ufficio del superiore generale si rendesse vacante». Il lasso di tempo è ragionevole e addirittura abbondante: l'Allamano, infatti, morirà meno di quattro anni dopo. E mons. Perlo gli succederà alla guida dell'Istituto.
Dopo la chiusura del Capitolo i problemi immediati si addensano sul capo del Fondatore e gli viene subito a mancare la sicurezza che aveva sempre trovato nel Camisassa. Gli giunge, poco confortante, in data 25 dicembre 1922, un telegramma di mons. Perlo con il quale il vescovo ringrazia, a nome dei missionari del Kenya, per la sua nomina a vice superiore generale, ma, per parte sua, si dice spiacente di dover ricusare.
Dei quattro consiglieri appena eletti, solo p. Gays sta a fianco dell'Allamano, ma non è l'uomo fatto per governare; p. Giovanni Battista Rolfo dopo la sua elezione si dimette e ritorna alla sua missione Karima: Io sostituisce p. Luigi Rosso, fondatore della missione di Tigania nel Meru. Padre Giuseppe Aimo-Boot, anch'egli di Tigania, arriverà in Italia con un ritardo di due anni dopo la sua elezione e vi rimarrà fino alla scadenza del mandato.
Il Capitolo ha spaziato tra le già affermate glorie del Kenya, Etiopia, Tanganyika, Italia, e ha avuto modo di dare l'ultimo sguardo alle Costituzioni prima di inviarle a Roma per l'approvazione. Con lettera del 27 febbraio dell'anno seguente la Santa Sede le approverà per un decennio, spianando così nuovi orizzonti per l'Istituto dell'Allamano, quali: la divisione di campo tra il vescovo e il superiore religioso; i rapporti su basi egualitarie tra i missionari e le missionarie; il problema economico-finanziario rimesso nelle mani di un amministratore designato dalla direzione generale, secondo i dettami delle Costituzioni. Questa nuova impostazione d'Istituto missionario modellato sui paradigmi delle Costituzioni veniva ad assumere nuovi impegni e nuovi obblighi.
Mons. Perlo era risoluto a giocare tutte le sue carte per non essere costretto a dare l'addio all'Africa e stabilirsi a Torino a fianco dell'Allamano che lo invitava a venire perché ne aveva sommamente bisogno. Non è facile immaginare cosa potesse significare per mons. Perlo un ritorno a Torino dopo 20 anni di realizzazioni apostoliche, vissuti nella costruzione di missioni e nell'organizzazione di strutture per l'avvio delle comunità cristiane. Per non soccombere, si trincera dietro scuse, argomenti, difese; è del parere che servirà meglio l'Istituto e le missioni stando dov'è. Si direbbe che abbia perso la confidenza in se stesso da quando è morto lo zio Camisassa, se non fosse che si tratta di un missionario pronto a tutto e abituato ad affrontare uomini e disagi a fronte alta e con un pizzico di spregiudicatezza. Egli si oppone ad ogni compromesso offertogli, a meno che non si conceda all'Istituto, dice, «quell'agilità moderna e una più larga partecipazione di governo»[27]. Forse sta proprio in questo nuovo stile di Istituto agile, moderno e partecipativo l'idea primordiale che lo induce ad obbedire ai ripetuti inviti del cardinal prefetto Van Rossum.
«... si rende necessaria - scrive il cardinale - la sua venuta a Torino, onde coadiuvare nella Direzione il Rev.mo P. Superiore Generale, che stante la sua grave età e la sua malferma salute non può attendere da solo all'assistenza e allo sviluppo del giovane Istituto. Comprendo benissimo che sarà doloroso alla Signoria Vostra lasciare cotesta Missione del Kenya, dove fin dal suo inizio ha lavorato per molti anni con abnegazione e zelo... Però questa S. Congregazione invita la S.V. a venire al più presto in Italia per assumere il Suo ufficio...» [28]. Lo stile è persuasivo, ma nello stesso tempo intransigente: non c'è più tempo da perdere, e non si ammettono ulteriori dilazioni.
Mons. Perlo giunge in Italia il 5 giugno 1924, dopo ventitré anni d'intenso lavoro apostolico, accolto con ammirazione dagli alunni del piccolo e grande seminario. Dalle colonne del periodico «La Consolata» p. Lorenzo Sales ne informa i lettori, sottolineando come, con l'arrivo di S. E. mons. Filippo Perlo, l'Istituto «entra nella fase decisiva della sua sistemazione e in un'era nuova di sviluppo». Se ne intravedono già le prime avvisaglie. Durante il suo viaggio di ritorno, il nuovo vice superiore generale riceve messaggi di augurio a Mogadiscio dal Duca degli Abruzzi e dal governatore della Somalia Cesare Maria De Vecchi, e fa visita al Console Generale d'Italia a bordo di un piroscafo [29].
Intermezzo sacerdotale
Il giorno dell'ordinazione sacerdotale dell'Allamano era già remoto nel tempo, ma ancora vivo nella sua memoria da essere ricordato nei minimi particolari. Dopo cinquant'anni di sacerdozio - si compivano il 20 settembre 1923 - gli ritornavano alla mente le figure che avevano contribuito a fare di lui un sacerdote: don Cafasse, don Bosco, don Bertagna, lo zio don Giovanni, il vescovo Gastaldi, il teologo Soldati. E quanti ancora? Ma, si sa, dopo cinquant'anni la vita si capovolge e si riprendono a contare le cose e le persone cominciando da quelle più lontane, tanto che si ha l'impressione che il tempo si sia contratto e la vita sia ritornata a ripopolarsi delle persone e delle cose già incontrate.
Il mondo dell'Allamano, ormai settantaduenne, era cominciato in quella casa che l'aveva visto, bambino malaticcio, appoggiato alla madre Maria Anna, e nelle aule dell'asilo del paese dove la “veneranda maestra” Benedetta Savio l'aveva seguito con amore e discrezione. Più tardi nell'Oratorio di don Bosco, quindi in atto di mettere piede in seminario, affiancato dallo zio don Giovanni, l'angelo custode che lo sogna parroco come lui, così diverso dall'altro, don Giuseppe Cafasso, che lo vuole santo. Giuseppe farà e l'uno e l'altro: il prete santo. Questa santità sacerdotale che fornisce i connotati della sua personalità induce molti ad abbinare zio e nipote in un solo pensiero. Anche il papa Pio XI nella sua “apostolica benedizione” per il giubileo sacerdotale gli scrive: «In te pare abbia lasciato erede del suo spirito l'illustre zio Giuseppe Cafasso». Indubbiamente l'Allamano, come il santo zio, si dedica “alla salute delle anime” e alla “educazione e santificazione del clero” , ma con stile diverso e con un'apertura di campo molto più vasta ed impegnativa che, seppure da lontano, lo introduce nel mondo dei popoli e delle culture e ne fa un buon compagno di viaggio.
Pio XI ricorda al suo attivo la fondazione dei missionari (1901) e delle missionarie (1910); e la formazione di «centinaia e centinaia di sacerdoti, tra i quali molti Vescovi e Arcivescovi». Il card. Van Rossun aggiunge che «l'Istituto missionario della Consolata rimarrà un monumento perpetuo dello zelo sacerdotale» dell'Allamano; e per onorare l'uomo e la sua opera è lieto di approvare definitivamente le Costituzioni, dichiarando l'Istituto della Consolata per le Missioni Estere una congregazione religioso-missionaria a tutti gli effetti. Una promozione che, a ben guardare, deve essere sembrata a molti una sorta di fuga dalla diocesi di Torino, e che si concluse con l'aggregazione dell'Istituto a Propaganda Fide sotto il nome di Collegio Internazionale per le Missioni Estere. «La Consolata» del settembre 1923 offre le credenziali dell'Istituto nel cinquantesimo anniversario dell'ordinazione del suo Fondatore:
- nel vicariato del Kenya: sacerdoti 37, fratelli 9, suore 50, missioni 21;
- nella prefettura del Kaffa - Etiopia: sacerdoti 10, fratelli 6, suore 4, missioni 5;
- nella prefettura d'Iringa - Tanganyika: sacerdoti 9, fratelli 3, suore 6, missioni 6;
- nella Casa madre di Torino: sacerdoti e chierici 89; fratelli 9; suore 48; studenti del ginnasio 30.
Viene presentato un profilo delicato e senza ornamenti dell'Allamano nella sua ascesa al sacerdozio missionario con il pensiero rivolto ai grandi ideali, quali la Chiesa, l'Eucaristia, la Consolata, il culto, la missione, lo sviluppo dell'uomo e della sua cultura, la santità, l'amicizia sacerdotale, la direzione spirituale.
Davanti all'altare che per cinquant'anni ha raccolto il sacrificio del Cristo e quello della missione, egli sosta in profonda preghiera a ricordare i volti di quei molti che hanno attraversato la sua vita, gente di chiesa e laici. Due in particolare recentemente tornati alla casa del Padre: l'amico cardinale Agostino Richelmy (10 agosto 1923) che ha reso possibile la nascita dell'Istituto; e il canonico Giacomo Camisassa (18 agosto 1922) che ha contribuito a farlo crescere. Due personaggi di grande pietà e intuito che rappresentano la traduzione, nel pensiero e nell'azione, di quella missionarietà evangelica della quale la Chiesa locale è rivestita. La loro scomparsa potrebbe avere indotto l'Allamano a cercare nella Congregazione di Propaganda Fide la guida che aveva trovato in loro e che assicurava all'Istituto un graduale ed equilibrato sviluppo sia in Italia che in Africa.
L'arrivo di mons. Filippo Perlo in Italia
«Mombasa 7 maggio 1924. Ven. mo Sig. Superiore Generale, dopo essere riuscito a completare la maggior parte dei gravi affari, che per forza di cose ancora erano in sospeso, n':1ppro6tto per intraprendere il viaggio in Italia; e così potermi inginocchiare ai suoi piedi; pronto a quanto vorrà da me l'obbedienza; sempre speranzoso però che, udite le ragioni della mia incapacità, la Paternità Vostra mi vorrà esonerare da impieghi che non saprei convenientemente esercitare...» [30].
Pochi mesi prima di scrivere queste parole al superiore generale, mons. Perla aveva inviato una lettera a tutte le «Stazioni del Kenya, del Kaffa e dell'Iringa» invitandole a dare inizio alle solenni celebrazioni del «Giubileo Sacerdotale del Veneratissimo Fondatore e Superiore Generale», che avrebbero avuto luogo il 20 settembre 1923 con «solenni funzioni religiose, con Comunioni generali, preghiere pubbliche, discorsi, ecc; nonché accademie commemorative con partecipazione di tutti i cristiani, catecumeni e neofiti indigeni. Inoltre, in tutte le Stazioni verranno concentrate in quel giorno le funzioni di amministrazione dei battesimi solenni e celebrazioni di matrimoni cristiani fra indigeni»[31].
Ritornare in Italia significava dedicarsi all'amministrazione ordinaria dell'Istituto e abbandonare il grandioso progetto che si era dato di realizzare e che non era ancora sufficientemente stabile per non avere bisogno della sua presenza. Così ragionava. Ma si era sbagliato a pensare che il tempo aggiusta le cose, e che il suo silenzio o le sue ragioni avrebbero finito per convincere Propaganda Fide a cancellare il suo ritorno, e l'Allamano a fare a meno del suo aiuto. Ciò non era pensabile, dal momento che la situazione nell'Istituto si era fatta ormai troppo onerosa, e l’Allamano, data l'età e gli acciacchi, non era più in grado di condurlo avanti da solo. C'era urgente bisogno che accorresse in aiuto a governare la barca, dopo che lo zio Camisassa era volato al cielo.
Prima di lasciare il Kenya mons. Perlo si era premurato di suggerire un suo ''sostituto” di tutto rispetto che assicurasse il buon andamento della sua opera incompiuta, e che, una volta espletato il servizio di vice superiore generale, si facesse da parte, restituendogli la sua sede originale. Un calcolo illusorio e contro ogni norma ecclesiastica. Il “sostituto” designato era p. Giuseppe Perrachon, entrato nell'Istituto già sacerdote e laureato in teologia e partito per il Kenya il 10 ottobre 1920. Dopo la consacrazione episcopale, avvenuta a Pinerolo 1'11 aprile 1926 per mano di mons. Perlo, ri-
torna in Kenya e dedica le sue energie al potenziamento delle attività scolastiche e alla formazione della comunità cristiana attraverso la costruzione di scuole e la produzione di sussidi scolastici e religiosi. Alcuni di questi sono stati in circolazione fino ad anni recenti: Chuo cha Sala, 1920 (Libro delle preghiere); Hidi Takatifu (Storia Sacra); Maisha ya Maria, 1928 (Vita di Maria}; Grammar ya Kiswahili, 1928 (Grammatica della lingua swahili); Dizionario Kiswahili-Kikuyu [32].
La sfida della Somalia
Mons. Perlo, vice superiore generale, ancora prima di mettere piede in Italia si trova coinvolto in un ambizioso progetto che vede Santa Sede e governo italiano fare pressione sull'Allamano perché accetti di inviare missionari della Consolata in Somalia, che dal 1905 era diventata ufficialmente colonia italiana.
Il caso è imbarazzante perché il governo, con il consenso di Propaganda Fide, intende sostituire i Padri Trinitari da molti anni presenti nel Paese con i Missionari della Consolata. A questo si aggiunge l'assoluta mancanza di personale IMC nella formazione, essendo stato impiegato fino all'ultimo uomo nelle missioni del Kenya, Iringa, Kaffa; e, infine, perché una impresa come questa richiederebbe dall'Istituto soldi e mezzi che sono al di fuori delle sue capacità. Stando così le cose, chi potrebbe obbligare l'Istituto al suicidio?
L'Allamano ha sempre obbedito a Propaganda Fide come a Dio, e a malincuore è costretto a fare altrettanto anche in questo frangente. Ma chi può dire il male che tale mossa arrecherebbe ai Trinitari, «pratici ormai della lingua, dei costumi, ecc. dopo tante fatiche e sacrifici anche materiali sopportati?»; e ai Missionari della Consolata «la [cui] salute - scrive - è minata dalle febbri ed alcuni dei primi Missionari, benché in così pochi anni, furono ridotti in un ben triste stato di salute»? Egli non se la sente di svendere i suoi missionari anche se tale richiesta gli viene rivolta dal neonominato governatore della Somalia, Cesare Maria De Vecchi, fascista piemontese e devoto di Maria Consolata. Al massimo può soprassedere fino a quando non si siano tirate su le sorti dell'Istituto. Per scongiurare il pericolo che l'Istituto possa essere gravato di un peso superiore alle sue forze, e che ciò possa avvenire a spese altrui, l'Allamano chiede una proroga a Propaganda Fide.
«Basteranno questi cenni - scrive al card. Van Rossum - per spiegare l'impossibilità dell'Istituto di accettare per ora altra Missione. Dissi “per ora”, giacché spero che entro due o tre anni l'Istituto potrà essere in altre condizioni di personale e quindi ben volentieri potremo accettare qualunque altro campo cotesta S. Congregazione volesse affidarci. Quindi prego Vostra Eminenza a soprassedere ogni decisione che fosse per prendere a nostro riguardo...»[33].
Ma Propaganda Fide ha già deciso di accompagnare lo sviluppo della colonia italiana con una massiccia opera di evangelizzazione affidata ai Missionari della Consolata, che avevano già dato prova in Kenya di adattarsi all'ambiente africano.
Con l'arrivo in sede di mons. Perlo il 5 giugno 1924 le cose prendono altra forma. Se Somalia deve essere - ragiona il vice superiore generale -, sia, ma unita da un corridoio con il Kaffa. La pensa come lui anche mons. Barlassina. Se questo sia fattibile, lo diranno presto le circostanze [34].
La missione accelera il ritmo
L'Istituto dei Missionari della Consolata, rispetto ad altri Istituti, usciva da una fase d'iniziazione che lo aveva costretto a fare appello a tutte le sue capacità per tenere il passo con quelli che avevano cominciato la corsa negli anni precedenti.
L'Allamano, da parte sua, aveva già fatto troppe concessioni ed era giunto al punto di convincersi che era venuto il momento di rallentare il ritmo e di solidificare la formazione dei membri e delle strutture. La sua visione di Chiesa missionaria non coincideva necessariamente con quella abbastanza comune, all'epoca, di una conquista universale, in tempi ristretti, su terre ignote. Per l'Allamano il tempo non aveva mai superato il suo ritmo naturale, e tanto meno aveva condizionato l'evangelizzazione del mondo. Dopo il Kenya, erano seguiti il Kaffa e l'Iringa in una successione piuttosto ravvicinata, che condizionava la preparazione dei missionari e delle missionarie. Il travaso dello stesso personale da una regione all'altra, da una missione all'altra, non teneva conto della diversità dei contesti sociali e culturali e soprattutto della diversità degli idiomi. Ciò poteva causare un impoverimento nei rapporti umani, nella catechesi e nella liturgia, e portare alla sopravvalutazione della dimensione amministrativa a preferenza di quella pastorale. Questa situazione di ininterrotta emergenza aveva già messo a dura prova i singoli missionari e missionarie e abusato della loro sopportazione. Oggi, passando in rassegna le missioni che hanno dato origine alle Chiese locali, si resta sbalorditi nel constatare come così pochi uomini e donne abbiano potuto realizzare così tante opere. E con così pochi mezzi.
Mons. Pedo, a differenza dell'Allamano, nei suoi due decenni di missione non aveva mai calcolato se avesse potuto affrontare con poche centinaia di soldati il re della parabola evangelica, che gli muoveva guerra con migliaia di soldati. Fiutava il rischio e affrontava la situazione, convinto di poterla superare. Ovviamente non tutti quelli della missione avevano la stessa tensione, e qualcuno si vide costretto a rifare i calcoli[35].
La prima sfida davanti alla quale si trova è, dunque, la Somalia: un campo di lavoro imposto all'Istituto, che da un punto di vista missionario sembra promettere più spine che rose e che, per la sua connessione con la politica nazionale e coloniale, presenta dei risvolti incerti e rischiosi. La mancanza di un dialogo con il sistema politico italiano vigente e la pressione sempre più serrata non consentono all'Allamano e al suo Consiglio di rifiutare l'offerta o di soprassedere per avere il modo di risolvere prima le questioni interne pendenti. Governo e Propaganda Fide attendono una risposta, che non potrebbe essere che di assenso.
L’Allamano non nega la sua adesione ma chiede, prima, di valutare i pro e i contro, mentre il segretario di Propaganda Fide, mons. Marchetti Selvaggiani, si schiera a favore di una risposta definitiva e una realizzazione immediata.
Con il passare del tempo la pressione di Propaganda per l'accettazione diventa una questione di obbedienza ad un ordine. L’Allamano, pur cosciente che l'Istituto non è in condizioni ottimali per affrontare una simile avventura, si vede costretto a chinare il capo. Il 13 luglio 1924 scrive al prefetto Van Rossum che è disposto ad obbedire «in ossequianza al formale invito rivoltoci da cotesta S. Congregazione»[36].
«La Consolata» del dicembre seguente ricalca lo stesso concetto: «V'accertiamo - scrive - che, di nostra iniziativa, noi missionari nati ieri, pochi e inesperti, non ci saremmo di sicuro azzardati ad avanzare il nostro piede in questa lizza tremenda. Fu da Roma che ce ne venne l'ordine. E noi ubbidimmo» [37].
Si dà inizio alle partenze per la Somalia. La domenica 12 ottobre ha luogo al santuario della Consolata la cerimonia dell'imposizione dei crocifissi ai partenti. Per vent'anni essa era stata celebrata con devozione e raccoglimento dal card. Agostino Richelmy, affiancato dell'Allamano e dal Camisassa; ora - riporta «La Consolata» - viene presieduta dall'arcivescovo Gamba con solennità e sfarzo, davanti alle «autorità ecclesiastiche, civili, militari, tribunali, gente povera, giovani delle organizzazioni cattoliche, operai delle officine, umili, buoni; e poi sacerdoti... religiosi, suore, istituti cittadini maschili e femminili».
Vi prendono parte attiva mons. Perlo, vice superiore generale, e p. Gays, direttore della Casa madre: gli stessi che ventitré anni prima erano approdati a Zanzibar.
L'immagine di 32 missionari e suore missionarie esposti sul piazzale del santuario, salutati come “angeli d'Africa”, era destinata a colpire la fantasia dei presenti e a “reclamizzare” l'Istituto. In realtà, dei 32, soltanto cinque missionari sarebbero partiti il 14 ottobre 1924 per l'Africa Orientale Italiana. Il resto per le altre missioni del Kenya e Tanganyika.
I missionari partenti per la Somalia erano: p. Gabriele Perlo, fratello di mons. Filippo, che verrà designato prefetto apostolico di Mogadiscio; Giovanni Ciravegna, corrispondente de «La Consolata», per le missioni del Kenya, del Tanganyika ed ora della Somalia; Vittorio Varetto, addetto alle scuole di Zaptié, insegnante di musica nelle scuole della colonia e Giuseppe Prina, già fondatore della missione di Rocho, in Kenya. Li accompagnavano nel viaggio alcuni missionari e missionarie diretti alle missioni dell'Africa bantu.
Il corrispondente che descrive sulle pagine del periodico, con lo stile enfatico del tempo, la cerimonia della consegna dei crocifissi ai partenti, esce con un inciso che vorrebbe fare giustizia dell'assenza dell'Allamano. In realtà l'accentua: «... la folla dei benefattori della Consolata - scrive - non può accorgersi, intenta com'è attorno ai suoi cari missionari, che, un po' più in alto, ad una finestra del Convitto ecclesiastico prospiciente la piazza, si sporge una veneranda figura di sacerdote». Prosegue l'articolista:
«Avremmo voluto, seguendo l'impulso del cuore, gridare alla folla plaudente: “A lui il plauso più vibrante!”. Non lo facemmo» [38]. Ovviamente. La Somalia non entrava nei suoi progetti, o, in tutti i casi, fuorusciva dai “paradigmi” classici della missione africana, alla quale egli aveva consacrato la sua opera.
I missionari e le missionarie di formazione bantu erano coscienti di non essere preparati per lavorare in un contesto islamico e, tantomeno, in un ambiente coloniale. Mancava personale preparato per l'insegnamento nelle scuole italiane e somale; e chi si fosse assunto quell'impegno, avrebbe dovuto possedere una pur minima conoscenza del mondo islamico per instaurare un dialogo. Giovanni Ciravegna, sbalzato a Mogadiscio dalle missioni del Kenya e del Tanganyika, scrive: «Ci prende una specie di timore di non sapere ben definire il ritmo nuovo di credenze e abitudini nel quale ora viviamo. Mogadiscio non pare cosa nostra: non suscita nel nostro cuore di missionari la calda sensazione che prova chi mette piede per la prima volta nelle fiorenti Missioni del Kenya»[39]. Non ci volle molto perché queste constatazioni finissero per provare la fondatezza delle previsioni negative espresse dall'Allamano nei confronti dell'impresa somala.
Con decreto del 29 gennaio 1930, Propaganda Fide rilevava i Missionari della Consolata dal loro incarico sostituendoli con i Francescani della provincia lombarda.
Espansione sofferta
La logica avrebbe voluto che l'esperienza somala servisse da freno all'espansione per dare all'Istituto il modo e il tempo di consolidare le posizioni già acquisite, come era intenzione dell'Allamano. Ma sarebbe stato troppo chiedere a mons. Perlo e ad altri dello stesso stampo di frenare la corsa all'espansione, in un momento d'incontenibile fervore di conquista, nel quale dominava nel mondo missionario l'irresistibile ambizione di “dilatare il regno di Cristo sulla terra”.
Era, quella dell'urgenza, una norma suggerita dal bisogno di assicurare lunga vita alle Chiese appena fondate, formando un clero locale che, in ogni evenienza, continuasse l'opera intrapresa dai missionari. Questa dimensione missionaria, sempre vecchia e sempre nuova, rispondeva all'indole di mons. Perlo, il quale l'aveva presa a misura, talvolta abbondante, della sua esuberante operosità.
Egli «era un carattere forte, aveva un fisico robusto, che non conosceva stanchezze. Mente elevata, effervescente di idee e progetti, appassionato della missione, fu un vero pioniere. Aveva una spiccata propensione per gli affari e un'abilità che sconfinava nella scaltrezza e nella furberia. Gli mancava, però, la capacità di comprendere le debolezze e le stanchezze degli altri»[40].
Due personalità - Allamano e Perlo - ugualmente forti, con differenti metodologie, si trovarono di fronte a risolvere i complessi problemi della stessa missione, quali: la scelta e la formazione dei candidati, lo spirito religioso, la disciplina, la sicurezza finanziaria, l'espansione, ecc. Le divergenze che ne nacquero furono difficili per entrambe le parti. Dove, per l'Allamano, si richiedeva ponderatezza e avvedutezza, per il Perlo, amante del rischio, valeva la legge del tempismo, che punta tutto sulle carte dell'imprevedibilità e dell'anticipazione, senza tenere conto della fragilità degli uomini. Nonostante queste palesi distorsioni e grazie al gioco fantasioso sul tempo va riconosciuto a mons. Perlo il merito di aver superato l'idea iniziale di un Istituto fondato per camminare sulle orme del Massaja, e averlo lanciato nell'arena missionaria anche oltre gli angusti confini coloniali italiani, correndo il rischio di operare forzature nello stile della fondazione e spaccature all'interno della comunità.
A differenza dello zio Giacomo Camisassa, che godeva di essere secondo, mons. Perlo, secondo in carica, si trovò alla guida dell'Istituto modificando la struttura stessa della Congregazione e accentrando in sé anche i poteri che la Costituzione riconosceva agli altri membri del Consiglio. Dopo un piano di sviluppo lento e costante quale era stato seguito fin dalla fondazione, egli ne inaugurava un altro, incentrato sulla corsa per il conseguimento dei risultati immediati, adatti all'espansione delle opere in Italia e a vantaggio delle missioni in Africa. La differenza d'impostazione che tale visione comportava non era necessariamente finalizzata al conflitto delle due personalità e, ancora meno, alla sottomissione dell'una all'altra. Tuttavia occasione abbondante di pensarlo fu fornita dal comportamento accentratore e protagonistico del Perla, che finì, consciamente o inconsciamente, per sovrapporsi al superiore generale e al suo Consiglio nella conduzione dell'Istituto [41].
Le vicende di quei giorni coincisero con la necessità dell'Allamano di rallentare i suoi impegni verso l'Istituto, come aveva chiesto nel Capitolo generale, per cercare nella solitudine del santuario la tranquillità dello spirito. Le sue visite alla Casa madre cominciarono a farsi meno frequenti, e sporadiche le conferenze ai missionari e alle missionarie. «Dal 1923 le visite del Padre Fondatore alla Casa madre si erano diradate a motivo dell'età e malferma salute. Postulanti, novizie e professe, però, si recavano da lui in gruppo o personalmente presso il santuario della Consolata e ne ripartivano con rinnovato fervore» [42].
Talora, sfidando la distanza e il malessere, egli si recava alla Casa madre. «Oggi studiavo se dovevo venire o no... poi ho pensato... lasciamo un po' il Duomo e veniamo»[43]. Ormai il contatto quotidiano con missionari e missionarie è per l'Allamano come il battito di cuore, il desiderio dell'anima. Il rapporto che lo lega ai suoi figli e figlie gli comunica la voglia e il piacere di vivere. Ancora un poco.
«Fra non molto avrò da comparire al tribunale di Dio e rendere conto; ma potrò dire che ho fatto il mio dovere. Vorrei poter continuare a fare ciò che facevo una volta: venirvi a trovare ogni settimana...» [44].
Fino all'arrivo di mons. Perlo in Italia, l'Istituto aveva conosciuto la sua massima espansione in Kenya, Etiopia e Tanganyika, riuscendo a meritare il riconoscimento della Santa Sede per il suo metodo di evangelizzazione e di promozione umana. La metodologia pastorale che, come è stato sottolineato, era stata codificata nelle Conferenze di Morang'a, rappresentava il risultato di un connubio tra la dottrina dell'Allamano incentrata sull'uomo nell'involucro della propria cultura e la capacità dei missionari di realizzarla concretamente.
A sostegno del crescente sviluppo delle missioni in Africa, dove operavano 56 missionari e altrettante suore missionarie della Consolata, l'Istituto poteva contare a quel tempo soltanto sulla Casa madre in Corso Ferrucci a Torino, sede del Piccolo Seminario S. Paolo, del Seminario Maggiore, della Direzione generale, della Comunità dei padri e delle suore della Consolata. L'unico distaccamento era costituito dalla Villa di Rivoli [45]
Era dunque urgente dare maggiore impulso alla promozione delle vocazioni maschili e femminili attraverso la creazione di una rete di case di animazione e formazione su tutto il territorio nazionale per soddisfare le esigenze delle popolazioni d'Africa, bisognose di formazione religiosa, scolastica, igienicosanitaria. A causa della mancanza di personale, tali priorità venivano affrontate con povertà di conoscenze e di mezzi, causando una ricaduta negativa sulla formazione di catechisti, insegnanti, infermiere, maestranze varie.
Mons. Perlo, che aveva fondato il Piccolo St. Paul's Seminary di Nyeri per formare i primi sacerdoti locali e aveva avviato la fondazione della Congregazione africana delle Suore dell'Immacolata Concezione di Nyeri, sarebbe stato in grado di preparare un piano di lavoro adatto alle necessità più urgenti.
Da quel momento si assiste, come nei primi vent'anni del Kenya, ad un'espansione a ventaglio su numerosi obiettivi, alcuni dei quali si rivelarono di sicuro effetto nei decenni seguenti. Tra questi le cosiddette “scuole apostoliche”, collocate tra popolazioni accoglienti e generose, che hanno fornito un gran numero di missionari e missionarie e di aiuti finanziari all'Istituto e alle Missioni: Camerletto (Torino) per le vacanze estive dei giovani ginnasiali, Sanfrè (Cuneo) e Rosignano Monferrato (Alessandria) come sede dei noviziati delle missionarie e dei missionari; i centri di reclutamento vocazionale: Rovereto (Trento), Pederobba (Treviso), Cernusco-Montevecchia (Como), Gambettola (Forlì), Sassuolo (Modena), Porto San Giorgio (Ascoli Piceno), Parabita (Lecce); e la casa per gli studi filosofici e teologici di Bravetta (Roma). L'intento dichiarato di mons. Perlo di accogliere vocazioni giovanili nelle cosiddette “scuole apostoliche” era quello di «provarle alquanto prima di inviarle ai collegi di formazione»[46].
Si rivolge quindi a Propaganda Fide per avere il nulla osta per trasferire il noviziato a Pianezza, e affidarlo a p. Giuseppe Nepote, sebbene non abbia raggiunto l'età di 35 anni come previsto dal Codice [47]_Propaganda Fide concede ambedue le richieste.
Un piano di queste proporzioni richiedeva conoscenza del territorio, lungimiranza, risolutezza, talento finanziario e imprenditoriale, quanto le imprese d'Africa. Anche qui mons. Perlo dimostrò di essere all'altezza della situazione e, talora, di varcarne i limiti. Il metodo a lui connaturale e al quale egli fa ricorso per raggiungere i suoi obiettivi, è quello di una rigorosa intuizione a servizio della missione, già collaudata nei suoi vent'anni d'Africa con risultati soddisfacenti, anche se talvolta controversi.
Che cosa pensasse l'Allamano del Perlo e della sua febbrile attività si può intuire dalla sua dottrina, per la quale vale più l'essere che il fare, la santità che l'attivismo. Su questi binomi si fondano i suoi insegnamenti. Su queste basi poggia il carisma dei due Istituti. Sotto molti aspetti, a questi obiettivi mirava anche l'impostazione di mons. Perlo, un uomo legato vita e morte all'Istituto, come ebbe a dimostrare anche in seguito.
Quanto alle divergenze di metodo che segnarono i due anni di codirezione e che furono documentate, o comunque raccolte e interpretate da alcuni missionari notoriamente restii al cambiamento e ad ogni apertura con l'esterno come Tommaso Gays e Giuseppe Gallea, esse non erano intese a spostare l'asse dell'Istituto, ma ad accelerarne il ritmo. Per troppi anni l'Istituto era rimasto ancorato al Piemonte, e in particolare alla città di Torino, diventando vittima del suo isolazionismo di un modo di pensare e di agire che privilegiava il tradizionalismo a scapito dello sviluppo e della novità.
Buona parte delle vicende connesse con il periodo Allamano-Perlo raccoglie ricordi annebbiati, facili a comparire e a scomparire, supposizioni e pregiudizi ascoltati qua e là nei corridoi e nei cortili. «Ritengo - nota p. Gays - che se (mons. Perlo) avesse dato maggior ascolto ai suggerimenti dell'Allamano avrebbe forse impiegato una diecina d'anni per l'azione che svolse in quattro anni e mezzo» [48]. Di tutt'altra opinione era l'Allamano, per il quale “quel che si può fare oggi, non bisogna lasciarlo per domani”. Egli, che aveva raccomandato alla comunità dei missionari di obbedire al loro vice superiore generale, avrebbe anche potuto non condividere il giudizio di p. Gays. Infatti, se da una parte la gestione del Perlo dimostrava una eccessiva tendenza all'efficientismo, dall'altra presentava degli aspetti di indiscusso valore umano, religioso e missionario, tali da affascinare la nuova generazione dei missionari e delle missionarie.
«È innegabile - riporta la Positio - l'entusiasmo missionario che si era saputo creare e che faceva superare disagi e difficoltà» [49].
Dalle testimonianze raccolte, dagli scritti e dai dialoghi, suor Giuseppina Bassi traccia i due stili di vita, dell'Allamano e del Perlo: «Il Fondatore - scrive - era dinamico e aperto a un bene multiforme nella Chiesa e per la Chiesa, ma sapeva misurare le forze delle persone, la convenienza, il tempo, i mezzi; era equilibrato in tutto e prudente, mirava all'essere prima che al fare, all'efficacia apostolica più che all'efficienza operativa; voleva che il bene si facesse bene e senza rumore...».
«Mons. Filippo Perlo - aggiunge suor Bassi - era uomo straordinariamente intraprendente e imprevedibile; per la missione sapeva esigere vita spartana, lavoro duro, povertà estrema, obbedienza più che assoluta. Il fare e l'avere miravano ad un tipo di grandiosità aliena dallo spirito del Fondatore. Mons. Filippo Pedo era anche un amministratore nato...»[50].
Da alcune testimonianze risulterebbe che l'Allamano si sentisse isolato e trascurato da mons. Perlo fino al punto di essere tenuto all'oscuro di quanto succedeva nell'Istituto[51]. Mons. Perlo era noto ai missionari del Kenya non come uomo di dialogo, ma di governo, e le sue comunicazioni erano chiare, sintetiche, veloci e vergate in stile telegrafico. «Iersera - scrive - dopo aver ricevuto l'ultimo espresso, n'andai a parlare col sig. Rettore»[52].
Ora, data la forte tempra dei due interlocutori e la loro differente visione della vita e della realtà missionaria, si può presumere che quei colloqui veloci non finissero sempre in perfetto accordo a riguardo dell'opportunità di realizzare questo o quel determinato progetto; delle soluzioni da intraprendere; delle persone da impiegare e dei mezzi da usare. In situazioni simili il Camisassa avrebbe rispettato i desideri e le indicazioni dell'Allamano senza aggiungere nulla di suo. Ma Filippo Perlo era figlio del suo tempo. Apparteneva ad una generazione di missionari maturata in vent'anni di sacrifici e di privazioni in Africa, e influenzata da una missionarietà che era cosciente di dover assicurare l'opera compiuta prima che fosse troppo tardi.
Qualunque possa essere il giudizio sull'uomo, oggetto di ammirazione da parte di alcuni, di biasimo da parte di altri, bisogna ammettere che egli non incontrò il totale consenso di una parte della comunità e questo lo portò a rivolgere il suo interesse alla nuova generazione di missionari, che gli dimostrarono attaccamento e fedeltà anche dopo il forzato termine del suo mandato.
Il 2 gennaio 1929 mons. Perlo era rilevato dal suo incarico di superiore generale. Pochi giorni dopo, il 13 gennaio, partiva dalla Casa madre di Torino una lettera indirizzata a lui, con le firme di 84 Missionari della Consolata, sacerdoti, fratelli e teologi:«... sentiamo il bisogno in quest'ora - scrivono - di stringerci maggiormente attorno alla Persona Vostra veneratissima, per significarle il nostro affetto filiale, reso più tenero, la nostra riconoscenza più profondamente sentita, il nostro amore fattosi più potente e il nostro proposito di volere d'ora in poi più degnamente corrispondere alle paterne Vostre cure colla perfetta osservanza del nostro dovere e col moltiplicare la nostra preghiera alla SS. Consolata per ottenere a Voi, nostro amatissimo Padre, l'aiuto divino nell'adempimento dell'arduo compito. Voglia Iddio che questo pensiero di figli riconoscenti sia conforto per il dolore cagionatovi forse da chi non ha saputo sopportare qualche disagio per la causa comune, nonostante che conosca l'esemplare sacrificio nella Vostra Persona che tutta s'è sacrificata nelle sue poderose energie intellettive e fisiche, per lunghi anni, senza risparmio, come nessuno seppe fare, e come forse mai nessuno farà...»[53].
Preparazione del clero indigeno
Il pensiero missionario dell'Allamano si ispirava al magistero della Chiesa, che chiamava a raccolta tutte le forze vive nella previsione, fondata sui fatti, che il tempo delle missioni sarebbe andato lentamente verso la fase discendente, e che ai missionari sarebbero dovuti subentrare i sacerdoti locali. Era perciò necessario fornire le cosiddette terre di missione di un numero di sacerdoti indigeni capaci di reggere la comunità dei fedeli della propria nazione, senza dover contare sull'aiuto dei sacerdoti stranieri. Questa raccomandazione era stata espressa più volte da Propaganda Fide. Il 20 giugno 1923 il card. Van Rossum indirizzava una lettera «ai Superiori Generali o Maggiori degli Ordini, Congregazioni ed Istituti che si dedicano alle Missioni»:
«...sarebbe assai utile che i Missionari venissero debitamente preparati al lavoro evangelico, sia in qualche casa, in Europa ed altrove, espressamente a ciò destinata (come già lodevolmente si pratica da qualche Istituto), sia in appositi stabilimenti o residenze nei territori stessi delle Missioni...»;
- «Curino i Superiori che in ogni Missione vi siano uomini capaci di prendere, al bisogno, le redini della missione stessa... »;
- «Di sommo interesse è che i Superiori veglino, affinché nelle Nlissioni ai loro Istituti affidate si attenda alla formazione del clero indigeno... Se non si ha premura di pensare a tempo debito alla formazione del Clero indigeno, accadrà che presto il Missionario, il cui scopo è la predicazione del Vangelo ai pagani, si fermerà in una cristianità, abbandonando quasi del tutto gli altri infedeli...»;
- «Solo allora può dirsi fondata la Chiesa in una regione, quando essa vi si regga da sé, con proprie Chiese, con proprio Clero nativo del luogo, con propri mezzi...»[54].
A conclusione, Propaganda Fide raccomanda ai Superiori di vigilare accuratamente affinché il contenuto sia messo in pratica.
L'Allamano, che ha ricevuto la lettera e conosce il problema e la sua gravità, segue le vicende del seminario S. Paolo di Nyeri e tiene contatto epistolare con insegnanti e seminaristi.
A p. Costanzo Cagnolo, rettore dell'incipiente seminario di Nyeri, l'Allamano aveva scritto già nel lontano agosto del 1915:
«Le notizie che in varie lettere mi desti del Seminario mi consolano grandemente. E invero quest'opera di somma importanza per l'avvenire del Vicariato, e dev'essere la pupilla dei nostri occhi. Sei ben fortunato di essere stato scelto per formare cotesti primi alunni. Studiati coll'esempio e coll'istruzione di fare loro ben penetrare l'altezza del Sacerdozio, e quindi il corredo di virtù necessarie per giungervi convenientemente». E raccomanda, a nome del Camisassa, di raccogliere «ogni memoria su tale fondazione e sulla vita di ogni alunno prima e durante il tirocinio. Sono le piccole cose e i piccoli detti che si gradiscono nel periodico»[55]. Conversando con gli studenti di teologia di Casa madre, parla loro dei seminaristi di Nyeri: «Quando sarete vecchi colla barba bianca - dice sorridendo - avrete già dei giovani che corrono».
Le previsioni fatte da Propaganda Fide partivano da situazioni reali. Nelle colonie di lingua inglese il fuoco covava sotto la cenere: gruppi africani, non ancora organizzati, cominciavano a dare segni di irrequietezza, rivendicando i diritti sulle terre occupate dai bianchi. Tra i Kikuyu sorse, ad opera di un noto leader di nome Harry Thuku, la cosiddetta East African Association, un movimento politico nel quale la maggioranza del popolo si riconosceva. Molti reduci dalla prima guerra combattuta a fianco degli inglesi erano persuasi che gli africani avrebbero progredito più speditamente se avessero potuto dialogare con il governo coloniale. Cominciarono allora a studiare e a parlare la lingua degli inglesi e nel 1926 il Locai Native Council cominciò 1a fondazione di scuole indipendenti dal governo e dalla Chiesa, dalle quali uscirono molti leader del Kenya indipendente[56].
Non è proprio della missione aspettare che maturino gli eventi, e comunque non lo era dello stile dell'Allamano, del Perlo e di altri grandi missionari del tempo; così come non lo era delle intenzioni di papa Pio XI. Questi ricorda agli Ordini e Istituti missionari che i territori delle missioni non sono di loro proprietà, ma che sono stati loro affidati dalla Santa Sede perché li preparino alla loro prossima autonomia, inviando un numero sufficiente di missionari non a costruire templi o edifici troppo sontuosi, ma ospedali e sale operatorie per i malati, scuole elementari e superiori, scuole di arti e mestieri per la gioventù. Non c'è tempo da perdere perché «quando apparirà necessario o più opportuno e utile... affideremo al clero indigeno... i nuovi Vicariati e Prefetture apostoliche» [57].
La Rerum Ecclesiae di Pio XI fu pubblicata il 28 febbraio 1926, dodici giorni dopo la morte dell'Allamano.
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[1] L'inizio alla Consolatina del Piccolo Seminario S. Paolo risale al 28 giugno 1908.
[2] Cfr. Lettera con quadro del personale dell'Allamano a mons. Camillo Laurenti, Segr. gen. di Propaganda Fide, Torino 22 novembre 1919, in Lettere, VIII, pp. 482-485.
[3] «La Consolata», 1 (1920), p. 1.
[4] Il governo dell'Unione, secondo un primo abbozzo, avrebbe dovuto essere costituito dai rappresentanti degli Istituti missionari; invece venne formato dal presidente, dieci direttori diocesani e un delegato degli Istituti missionari.
[5] Cfr. C. BONA, Lettere, VIII, p. 135, n. 5; cfr. Lettera del card. Van Rossum a mons. G.M. Conforti, Roma 21 marzo 1921.
[6] Cfr. G. MINA, Un missionario di fuoco. Padre Lorenzo Sales missionario della Consolata, 1889-1972, EMI, Bologna 1989.
[7] Il Seminario indigeno del Kenya, in «La Consolata», maggio 1920 - luglio 1922.
[8] Dalle memorie biografiche di don Giacomo Alberione, si apprende che il fondatore dei Paolini «dai dodici ai sedici anni lesse quasi ogni giorno gli Annali della Propagazione della Fede e della S. Infanzia; più tardi [lesse] pubblicazioni missionarie salesiane, dei Padri Bianchi, dell'Istituto della Consolata e delle Missioni Estere di Milano» (citato da L. ROLFO, Don Alberione, 3ª ed., S. Paolo, Milano 1998, p. 29).
[9] AIMC, Lettera del card. Van Rossum all'Allamano, Roma 22 maggio 1923.
[10] Lettera dell'Allamano ai benefattori delle missioni, Torino 17 settembre 1919, in Lettere, VIII, pp. 455-456.
[11] Lettera dell'Allamano al card. Van Rossum, luglio 1920, in Lettere, VIII, pp. 624-625.
[12] Lettera dell'Allamano al card. Van Rossum, Torino 18 dicembre 1920, in Lettere, VIII, p. 715.
[13] Cfr. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, il suo tempo, la sua vita, la sua opera, Edizioni Missioni Consolata, 4 voli., Torino 1982-1984, IV, pp. 270 ss.
[14] Lettera cli p. Vincenzo Dolza all'Allamano, 5 settembre 1915, in Lettere, VII, p. 197.
[15] Lettera dell'Allamano a mons. F. Perlo, Torino gennaio 1919, in Lettere, VIII, p. 279.
[16] Lettera dell'Allamano ai missionari del Kenya, 3 marzo 1919, in Lettere, VIII, pp. 310-311.
[17] Lettera di mons. Perlo all'Allamano, Nyeri 6 agosto 1919, in Lettere, VIII, pp. 422-425.
[18] Lettera di mons. Barlassina all'Allamano, febbraio 1920, in Lettere, VIII, p. 560.
[19] Cfr. Relazione di Allamano e Camisassa al card. van Rossum con richiesta di approvazione dell'Istituto come Congregazione religiosa dipendente dalla S. C. e delle Costituzioni modificate a norma del Codice, Torino 12 marzo 1921, in Lettere, IX/I, pp. 35-40.
[20] Lettera di mons. Filippo Perlo a Giuseppe Allamano, Limuru 1 marzo 1916, in Lettere, VII, pp. 305-306.
[21] Lettera dell'Allamano ai missionari del Kenya, Torino 8 dicembre 1916, in Lettere, VII, pp. 449-452.
[22] AIMC, Lettera dell'Allamano ai Missionari e Missionarie nella morte di G. Camisassa, Torino 26 agosto 1922.
[23] Alla morte del Camisassa la direzione del periodico «La Consolata» passava nelle mani di p. Lorenzo Sales. Lo aveva scelto lo stesso Allamano: «Fosti tolto dal Piccolo Seminario (Nyeri), devi girare il mondo; ebbene, ciò sarà il meglio tuo e delle missioni. Impari e vedi tante cose per scrivere per il periodico, in cui vanno a ruba i piccoli articoli del Sales» (Lettera dell'Allamano a L. Sales, in Lettere, VIII, p. 451.
[24] AIMC, Lettera dei padri capitolari al card. Van Rossum, Torino 14 novembre 1922.
[25] AIMC, Verbale del primo Capitolo Generale, 1922.
[26] Id., Verbale del Primo Capitolo Generale, 1922.
[27] Cfr. Lettera di mons. Perlo all'Allamano, Nyeri 31 dicembre 1922.
[28] AIMC, Lettera del card. Van Rossum a mons. Pedo, Roma 2 maggio 1923.
[29] Cfr. «La Consolata», 7 (1924), p. 99.
[30] Lettera di mons. Perlo all'Allamano, 7 maggio 1924.
[31] Lettera di mons. Perlo dalla Missione Cattolica di Nyeri, Kenya, 20 Settembre 1923, in «La Consolata», 9 (1923), p. 151.
[32] Di Perrachon il Perlo aveva dato questo giudizio: «Fedele al compito, buon linguista, tiene vivi e s'interessa dei neri: talvolta si farraggina, un po' differitore, forse troppo remissivo» (Lettera del Pedo all'Allamano, 28 dicembre 1918, in Lettere, VIII, p. 265).
[33] AIMC, Lettera dell'Allamano al card. Van Rossum, Torino 1° marzo 1924.
[34] Cfr. G. TEBALDI, Somalia: la casa costruita sulla sabbia, in La missione racconta, EMI, Bologna 1999, pp. 143-151.
[35] Ora si cammina velocemente: Monsignore è attivo e vuole attività» (Conferenze ai missionari, 21 dicembre 1924, III, p. 716).
[36] Lettera dell'Allamano al card. Van Rossum, Torino 13 luglio 1924.
[37] «La Consolata», 12 (1924), p. 178.
[38] «La Consolata», 11 (1924), numero speciale sulla Somalia.
[39] Lettere del p. Giovanni Ciravegna agli amici delle missioni, scritta da Mogadiscio nel dicembre 1924 e pubblicata su «La Consolata», 3 (1925), p. 36.
[40] Positio, p. 182.
[41] I pareri riguardanti questo periodo non sono concordi. Sarebbe, tuttavia, rischioso azzardare un'analisi stilla sola base delle testimonianze lasciateci da alcuni contemporanei, perché, come talora capita in simili circostanze, non è facile per chi vive un'esperienza in prima persona attenersi ad un giudizio disinteressato e imparziale.
[42] P.G. BASSI, Cenni storici dell'Istituto Suore Missionarie, manoscritto, p. 31. Dalla stessa fonte apprendiamo che dal 1923 il Fondatore visitò la Casa Madre 19 volte e tenne 30 conferenze o esortazioni alle sorelle.
[43] Conferenze alle missionarie, 25 marzo 1923, III, p. 502.
[44] Conferenze ai missionari, 19 aprile 1925, III, p. 722.
[45] . BONA, Nell'occhio del ciclone. Appunti per la storia dell'Istituto Missioni Consolata durante la reggenza di mons. Perlo, Edizioni Missioni Consolata, Torino 1976, p. 155.
[46] Cfr. Lettera di mons. Perlo al card. E. Tosi, arcivescovo di Milano con richiesta di aprire la casa apostolica di Montevecchia, Torino 15 marzo 1926.
[47] AIMC, Lettera di mons. Perlo a Propaganda Fide, Torino 10 agosto 1924.
[48] Citato da I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., IV, p. 480.
[49] Positio, p. 185.
[50] P.G. BASSI, Cenni storici..., cit., p. 36.
[51] L'opposizione a mons. Perlo andava montando e l’Allamano ne era al corrente attraverso lettere e ricorsi provenienti sia da Torino che dal Kenya e dal Kaffa. ll 18 dicembre 1921 scrive al p. Barlassina: «Se cessasse costì quell'antipatia e mormorazione che esiste in qualcuno contro il Kenya, tante cose andrebbero meglio (...). E pensare che dovreste essere riconoscenti al Kenya se siete da noi soccorsi nelle vostre necessità, perché è coi profitti di colà che noi possiamo aiutarvi(...). Cessino queste miserie, stringetevi come fratelli» (Lettera dell'Allamano a Mons. Barlassina, Torino 18 dicembre 1921, in Lettere, IX/1, pp. 204-205).
[52] Lettera di mons. Perlo dell'11 aprile 1925, citata da I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., cit., p. 486.
[53] AIMC, Lettera firmata da 84 sacerdoti, fratelli e teologi IMC a mons. Filippo Perlo, Casa Madre, Torino, 13 gennaio 1929.
[54] AIMC, Lettera del Card. Van Rossum ai Superiori Generali o Maggiori degli Ordini, Congregazioni ed Istituti, che si dedicano alle Missioni, Roma 20 maggio 1923.
[55] “Lettera dell'Allamano a p. Coscanzo Cagnolo, Torino 28 agosto 1915, in Lettere, VII, p. 174.
[56] Cfr. T. MAINA IMC, The Evolution of the Gikuyu (Kenya) form of Education in contact with Christianity, Salesian Pontifical University, Rome 1995 (pro manuser.).
[57] Enciclica di Pio XI, Rerum Ecclesiae, 16.