La linea ideale lungo la quale è andata maturando l'anima dell’Istituto non è mai stata interrotta nel corso degli anni. E a tracciarne la direzione è stato soltanto colui che l'aveva concepita fin dal principio: Giuseppe Allamano. Non vi è mai stato nella storia dell'Istituto alcuno che abbia osato aggiungere una sola virgola alla costruzione meravigliosa e unitaria di una dottrina risultante dall'amalgama della spiritualità missionaria con l'evangelizzazione dei popoli nel segno della Chiesa universale. Una dottrina ortodossa, la sua, saldamente ancorata alla santità della Chiesa e al suo magistero, e fatta espressione viva di un sacerdozio aperto al mondo dei popoli e delle culture[1].
Spiritualità missionaria
Ultimo anello della catena dei santi piemontesi, l'Allamano raccoglie l'eredità di ognuno di essi, la trasforma in propria e la trasmette ai suoi missionari. La novità dd suo insegnamento non consiste nella somma dei carismi ereditati - ognuno dei quali di valore prezioso e facilmente rintracciabile in ogni aspetto della sua spiritualità -, ma in un originale progetto di vita, che fonde santità e missione, sacerdozio e evangelizzazione, Eucaristia e Consolata.
Su questi fondamenti egli poggia la sua personalità spirituale e morale e quella dei suoi missionari e missionarie.
Fondamentale principio del suo progetto di vita è la santità/missionarietà, in stretta simbiosi l'una con l'altra come il piedestallo che sorregge la statua, come il tempo che scorre con la vita; senza un prima, senza un poi, ma in un eterno presente. Il richiamo alla santità ritorna costantemente nei suoi scritti e nelle sue conversazioni spirituali con i singoli e le comunità.
Come la porta che introduce nella casa, la parola chiave che apre i segreti della conoscenza, santità e missione costituiscono unitariamente la direttrice maestra che regola il percorso tracciato dal Fondatore.
Una passione per la santità, quella che si riscontra nell'Allamano: in ogni sua espressione essa è come l'atmosfera che si respira, l'acqua fresca che disseta, il pane che sazia, il vento che spazza le nubi. Essa è il punto d'incontro della volontà dell'uomo con la volontà di Dio, è perfezione nel compiere le piccole cose come le grandi imprese, secondo il principio «il bene va fatto bene»: principio che, applicato alla vita di ogni giorno e di ogni momento, esige il massimo della obbedienza a Dio e all'autorità costituita; la totale disponibilità ad affrontare ogni evenienza; la fedeltà assoluta ai doveri della vita religiosa e civile; il superamento delle proprie lacune e infedeltà e la conquista dei valori che meritano di essere amati e vissuti; un amore incondizionato a Dio e al prossimo, cominciando da quello che si incentra nella famiglia.
La santità per l'Allamano non è, dunque, una categoria logica, ma una corsa a ostacoli su un tracciato accidentato, sempre in salita. È una tensione costante verso la perfezione globale raggiungibile a denti stretti e con tutte le forze della volontà e dell'intelligenza, sorrette dall'amore di Dio.
Nella lettera sull'obbedienza scritta per i missionari del Kenya nel dicembre 1906 egli non fa mistero del disagio che prova l'individuo che si offre in olocausto a Dio e a chi lo rappresenta. Le motivazioni che giustificano e avvalorano questa spogliazione possono derivare dalla consapevolezza che nella vita vale soltanto ciò che porta il marchio di Dio, e l'uomo non è che la sua immagine riflessa. Non si può tuttavia dimenticare che questa somiglianza scaturisce da una condizione di libera volontà e libera intelligenza, e che il loro sacrificio varca i confini della persona. Questa è la ragione per cui, nell'insegnamento dell'Allamano, l'obbedienza non è un esercizio imposto, ma una libera disposizione dello spirito.
Oltre alle motivazioni derivanti dalla volontà di Dio, ve ne possono essere di ordine spirituale, religioso, missionario. Scrive:
«L'opera vostra fra questi poveri e cari Akikuju passa ora un momento critico e decisivo. Vi siete attirata la loro confidenza; l'istruzione l'avete sparsa largamente e grazie a Dio fu ben accolta... Ora per cooperare da parte nostra a questo risultato occorre l'unione di tutte le forze e la loro subordinazione a chi è da Dio chiamato a dirigerle; è necessario cioè che l'attività vostra e lo zelo siano costantemente informati allo spirito di obbedienza» [2].
L'obbedienza è un aspetto costitutivo della perfezione. Scriveva: «Quando si parla di perfezione, si parla di santificazione»; «Le mezze volontà non riusciranno mai a niente»; «Riuscirete con la grazia di Dio alla santità»; «Chi vuol farsi santo deve mettere tutta la sua volontà in quella di Dio»; «La santità è come una scienza od arte che di regola si acquista con un lungo tirocinio».
La descrizione che egli fa della santità è intelligibile, piana, realistica. Raramente ricorre ad espressioni scolastiche o a formule contorte, poetiche o leziose per descrivere un modo di essere nuova creatura. Santità è la casa evangelica costruita sulla roccia, che non squassa con l'ingrossare delle acque, perché poggia su basi sicure e con la roccia si identifica; è l'albero che produce frutti anche fuori stagione; è un atto di rinuncia, di obbedienza, di umiltà, di sopportazione silenziosa per amore di Dio, di osservanza degli obblighi della vita comune, che vanno dagli atti di culto e di pietà a quelli di eroismo in missione.
Per l’Allamano la “santità” non costituisce una realtà al di fuori del credente, ma è la stessa forma coestensiva alla sua “vita” di cristiano. Per i missionari e le missionarie, poi, la santità è l'identificazione con la persona di Gesù Cristo nei pensieri, nelle parole, nelle azioni. «Voi - insiste l'Allamano con la forza dello scultore che estrae la figura dal marmo - dovete essere missionari nella testa, nella bocca, nel cuore»[3].
Ai missionari partenti lascia questo ricordo: «Ecco il pensiero che dovete sempre avere in mente: santificarvi e non solo come sono obbligati i cristiani, con l'osservanza dei comandamenti, ma, di più, con l'osservanza dei consigli evangelici per essere seguaci e apostoli di Cristo. Solamente facendo voi santi e grandi santi, potrete ottenere il secondo fine, proprio del nostro Istituto: salvare molte anime di infedeli... tutto dirigere e regolare conforme al conseguimento del fine; ogni cosa sempre valutarla praticamente alla stregua del fine: lavori, impieghi, salute ecc.» [4].
E particolarmente caro all'Allamano il concetto del rapporto equilibrato tra mezzo e fine, attraverso l'impiego costante delle proprie forze sorrette dall'assistenza divina. Questa santità, che è riscontrabile in S. Giuseppe Cottolengo come in S. Giovanni Bosco e altri, non forza Dio a fare miracoli, ma piuttosto cerca di compierli con il suo aiuto e una sana regolamentazione.
La norma di vita che egli ha raccolto nei primi anni di sacerdozio, la propone ai suoi missionari e missionarie:
- Avere un'abituale indifferenza verso gli impieghi, uffici ed opere buone;
- Sentirsi tranquilli nell'esercizio dell'impiego;
- Non badare all'esito delle opere;
- Fare le cose piccole come le grandi, in pubblico come in privato, sotto gli occhi di Dio;
- Non lasciarsi intimorire dal giudizio umano;
- Godere del bene, sia di quello fatto da noi, sia di quello compiuto dagli altri[5].
La santità, nel pensiero dell'Allamano, non è soffocante e ossessiva, e non mette a repentaglio gli spazi riservati all'equilibrio dell'anima; al contrario, è gioiosa e si pone in situazione di dialogo con l'uomo, di cui sopporta le fughe e i ritorni.
Al capogruppo della prima spedizione in Kenya, p. Tommaso Gays, che per una situazione non ben definita venutasi a creare risolveva di passare le sue responsabilità al confratello Filippo Pedo, l'Allamano non sottrae la sua fiducia, ma lo esorta a riprendere la strada e gli conferma il suo immutabile amore di padre. L'Allamano, che incoraggia i più forti a tendere alle vette e i più deboli a rimettersi in cammino, raccomanda a tutti di non eccedere nel lavoro e di curare la salute.
Gesti come questo non giungevano nuovi ai missionari, che nei loro anni di seminario si erano abituati ad aspettare la venuta del signor Rettore che portava loro dolci e castagne candite. «Vi ho portato qualcosa», diceva loro entrando nella sala. Porge poi la confezione di castagne candite al prefetto dicendo: «Distribuiscine una ciascuno, cominciando dai più piccoli; se per gli altri non ce ne sarà, faranno il sacrificio».
Sacerdozio missionario
La spiritualità dell'Allamano presenta molti aspetti di carattere personale che non si possono confondere con quelli di altri sacerdoti contemporanei e che contribuiscono a formare un ritratto dai lineamenti delicati e umani. Tale ritratto emerge da uno sfondo eminentemente sacerdotale, che conferisce all'Allamano una identità sacrale, univoca e inconfondibile, e che lo fa sacerdote all'altare, nel confessionale e in ogni rapporto con il mondo esterno.
La sua dottrina sul sacerdozio presenta una novità rispetto a quella attinta dai grandi “maestri di spirito” del passato, per i quali il sacerdote, scelto da Dio per offrire il sacrificio, era insignito di “triplice dignità: regale, angelica, divina”, ma per i quali non era prevista la chiamata alla missione tra gli infedeli. Per l'Allamano, sacerdozio e missione si identificano. Scrive: «Un sacerdote è missionario di natura sua. La vocazione ecclesiastica e la missionaria non si distinguono essenzialmente. Ogni sacerdote è un vero missionario quando ha vero spirito, amor di Dio e della salute delle anime. L'apostolato è il grado superlativo del sacerdozio. Uno zelante sacerdote è missionario... Non occorrono segni straordinari. È sufficiente una vera disposizione... Un missionario deve avere carità, zelo per la salute delle anime; deve essere pronto anche al sacrificio di se stesso. Il missionario deve avere maggiore virtù per essere uno strumento idoneo nelle mani di Dio: deve avere una santità speciale, eroica, e, all'occasione, anche straordinaria da fare miracoli»[6]. Questo autoritratto appena abbozzato di sacerdote missionario mostra i lineamenti di un innamorato dell'Eucaristia quale egli era. Passava lunghe ore del giorno e della notte inginocchiato nella penombra del santuario, gli occhi fissi al tabernacolo, le labbra e il cuore innalzati in preghiera. Nelle sue conversazioni con i missionari e le missionarie amava portare l'esempio di S. Francesco Saverio che la sera, dopo una giornata faticosa di apostolato, s'inginocchiava davanti al tabernacolo finché, stanco e assonnato, passava tutta la notte ai piedi dell'altare.
Nei suoi scritti risuona di continuo la parola “Eucaristia” quale punto sicuro nel cammino quotidiano. «Appena fissati in qualche “stazione” - scrive - voi per prima cosa formerete una capanna che sarà la dimora continua di Gesù; non somiglierà alle nostre chiese ma sarà sufficientemente ricca perché vi abita Gesù. Qui verrete ad attingere la carità. Visitatelo il più sovente lungo il giorno ed anche la notte, e ne trarrete fiamme di amore» [7].
Parlando alle suore, il suo linguaggio si fa dolce e invitante:
«Comprendete bene, mie care figlie, questo mistero d'amore di Gesù per voi. Quale amico vi accoglierà con affetto, anzi con acceso desiderio ogni volta che potete venirlo a visitare. Sebbene se ne stia solo tutta la notte e molta parte del giorno, discreto per non disturbarvi dalle vostre occupazioni, si contenta dei pochi tempi a voi permessi di venirvi; ed allora trova le sue delizie a trattenersi con voi, come amico ad amiche»[8].
«Come missionarie bisogna che sorvoliate sopra gli apparati esterni se no, quando vi diranno la Messa nella cabina del bastimento, per mancanza di queste esteriorità non pregherete più con fervore e devozione; e così quando vi troverete in quelle povere cappelle di missione»[9].
Ma è nella Messa che il suo sacerdozio missionario si esprime senza riserve, ed egli si sente investito di un mandato a favore della salvezza del mondo. Parla della Messa spesso e con gioia come del momento più bello della giornata, illustrando il mistero con fatti ed aneddoti tratti dalla vita della Chiesa e dei santi.
Lavoro e promozione umana
«Il nostro riposo è cambiare occupazione... Le nostre vacanze le faremo in paradiso, e vacanze in regola, non saranno ozio quelle...». Nel lavoro della mente e delle mani emerge il volto dell’Allamano. Un volto robusto sul quale appaiono i segni della determinazione e della fatica, della bontà e della dolcezza. Dal suo paese nativo egli ha portato con sé il profumo dei campi e la solidità dei gelsi; i volti segnati dal vento e dalla pioggia e le mani avvezze a imbracciare gli strumenti da lavoro. Nonostante la sua lunga permanenza in città, egli riflette i tanti volti dei contadini piemontesi, legati alla loro terra e ai suoi frutti.
Non c'è da stupirsi, dunque, se il lavoro e la fatica ritornano spesso nei suoi scritti e nelle sue conversazioni come requisiti naturali di una identità missionaria che trac dalla propria industria il sostentamento per sé e per coloro che hanno bisogno di assistenza.
«Un missionario che non sappia o che non abbia voglia di lavorare non è un vero missionario». «Lavorare non solo per mantenere se stessi, ma anche per potere fare l'elemosina».
Le motivazioni che sorreggono il lavoro manuale non sono solo di carattere educativo, ma anche spirituale, in quanto s'ispirano agli stessi principi della pietà e dello studio che sono diretti al perfezionamento dell'individuo e alla sua maturazione umana e spirituale. Nella mentalità dell'Allamano non è immaginabile un sistema educativo che manchi di uno dei valori essenziali. Questa trilogia - pietà, studio e lavoro - si trova a pari merito nelle Costituzioni e nel Regolamento dell'Istituto dei Missionari della Consolata e forma l'asse portante della pedagogia allamaniana, profondamente radicata nella natura e nella condizione umana, sempre esposte a misurarsi con le proprie deficienze e povertà.
Secondo l'Allamano c'è una povertà negativa che consiste nella privazione dei beni temporali, ma vi è anche una povertà positiva, «cioè il lavorare come fanno i poveri. Siamo tutti tenuti a faticare come uomini; l'uomo è nato per la fatica, specialmente dopo il peccato di Adamo. Il lavoro è anche necessità da Dio impostaci per avere di che vivere».
Vi è nella concezione dell'Allamano una mistica del lavoro che trasforma l'individuo e lo rende simile a Dio creatore, lo accomuna agli uomini suoi fratelli. Egli s'ispira al motto benedettino ora et labora, dove il lavoro per il credente è già preghiera e contemplazione; e per l'uomo da evangelizzare è prima di tutto una condizione umana da riscattare e da elevare.
L'Istituto è una famiglia di fratelli con funzioni diverse: i sacerdoti sono per lo studio, i fratelli per le arti e mestieri. Tutti lavorano, ma ognuno secondo la sua scelta. «I sacerdoti hanno la messa, i fratelli il lavoro». A tutti egli dice: «Io credo che per prepararsi a partire per l'Africa la miglior cosa da fare è quella di imparare a prendere amore al lavoro; imparare a saper fare un po' di tutto». Ma ai fratelli (o coadiutori) raccomanda di imparare bene arti e mestieri perché la missione ha bisogno del loro lavoro.
Egli ragiona: «I laici o coadiutori, se sono utili in tutti gli ordini e congregazioni, sono indispensabili nelle missioni, eppure il loro numero è generalmente scarso per la poca conoscenza che vi ha nel mondo del loro sublime stato e del bene che possono fare. «Se si sapesse che cosa vuol dire essere sacerdoti o missionari, tutti vorrebbero esserlo».
I fratelli sono «veri ausiliari e coadiutori dei sacerdoti·, talora li eguagliano nel fare catechismi e dare battesimi, ed anche possono superarli nel fare il bene col buon esempio, perché lavorando insieme ai neri, fanno amare la s. religione, che vedono risplendere nella pratica della pietà, pazienza e carità» [10]. TI lavoro diventa allora una testimonianza, che fa del messaggio evangelico un possibile valore degno di considerazione, allo stesso modo che una messa o una lezione scolastica. In ogni caso il lavoro è uno strumento di elevazione umana e sociale che consente di affrontare la vita con una certa sicurezza, senza sacrificare la propria dignità all'egoismo altrui. La storia recente dei paesi africani dimostra il ruolo insostituibile del lavoro nella conquista dell'autonomia, e il contributo incalcolabile dato dai fratelli missionari.
I fratelli, coscienti dell'importanza del lavoro in missione, in una lettera di auguri natalizi al rettore e al vice rettore, scrivono:
«Noi ben sappiamo quanta importanza loro danno al lavoro materiale dei missionari della Consolata, quanto esso sia utile, anzi necessario per fare un vero lavoro di missione, e sappiamo che questo è principalmente il nostro compito, la nostra speciale vocazione, benché anche noi, coadiutori, abbiamo spesso da fare direttamente i missionari col catechizzare e battezzare» [11].
L'Allamano ha sempre una parola di incoraggiamento per quelli che egli chiama affettuosamente “i miei beniamini”. Nel febbraio 1912, salutando i fratelli Bartolomeo Liberini e Giacomo Gaidano partenti per il Kenya dice: «Arrivati in missione, baciate quella terra che dovrà essere cosparsa dei vostri sudori». Dietro queste parole profetiche si nasconde una dura realtà, che i fratelli debbono affrontare, in condizioni che spesso rasentano l'eroismo, nelle fattorie di caffè, nella segheria di Tuthu in Kenya, nella foresta di Sayo in Etiopia, alle fornaci di mattoni per costruzione a Tosamaganga in Tanganyika e nell'allestimento di carovane per il trasporto dei materiali da costruzione. Sarebbe errato scambiare per un idillio questo duro servizio reso dai fratelli alla missione. Aveva ragione l'Allamano quando diceva: quella terra dovrà essere cosparsa dei vostri sudori.
La Consolata: una Madonna missionaria
Meraviglia non poco che l'Allamano non abbia lasciato scritta di suo pugno alcuna invocazione o preghiera alla Vergine Consolata, né alcuna dedica alla sua memoria. Ma forse sarebbe aspettarsi troppo da un uomo che non era abituato a ricorrere a carta e penna ogni qualvolta potesse farne a meno. La sua essenzialità non gli consentiva di indulgere nelle cose di fede come in quelle di vita quotidiana; e il suo rapporto di amore con la Vergine Consolata non aveva bisogno di alcuna espressione poetica per spiccare il volo, perché il suo modo di esprimersi era il silenzio. La presenza materna della Consolata era, in lui, di tale forza ed evidenza che ogni momento della sua vita quotidiana ne portava, visibili, le impronte. La Consolata: nella preghiera, nelle benedizioni, nelle aspirazioni, nelle lettere, nelle conversazioni, nelle scelte, nelle difficoltà.
La Consolata rappresentava per l'Allamano, come per molti dei suoi contemporanei, un segno distintivo di appartenenza ad una cultura, ad una Chiesa, ad una società, ad una tradizione cittadina originata dalle macerie di una peste miracolosamente domata. Fu quell'intervento benefico, attribuito alla Consolata, che indusse molti a rivolgersi a lei nei momenti difficili della vita.
Nei quarantasei anni che fu rettore del santuario, egli si dimostrò strumento idoneo di quella bontà materna, che diffuse con dolcezza e discrezione su chiunque varcasse la soglia del buio santuario.
Ma al di sopra di tutto, la Consolata dell'Allamano è una Madonna missionaria che sta alle origini della fondazione dell'Istituto come una madre rispetto alla sua creatura, e che, con il suo nome, è parte essenziale della sua identificazione e della sua missione nel mondo.
Alle suore: «Chi è la Consolata per noi? È essa che ha fondato l'Istituto, che lo dirige, che ci manda il pane quotidiano. Ce la porge di sua mano la pagnotta, la pietanza... Alle volte capita che non c'è del denaro per una nota che si deve pagare al domani. Si arriva fino alla sera che i denari mancano; però vi assicuro che non ho mai lasciato di dormire un sonno grosso così per fastidio di denaro; ebbene al domani i soldi arrivano ed il debito viene soddisfatto. Se la Madonna si occupa tanto di queste materialità, che cosa sarà delle cose spirituali?»[12]. Ai missionari: «La Consolata ha fatto per questo Istituto dei miracoli quotidiani; ha fatto parlare le pietre» [13].
I Santi nella galleria dei ritratti
I santi fanno parte del mondo dell'Allamano, come gli uomini e le donne che gli capita d'incontrare ogni giorno sulle strade e Torino. La galleria dei ritratti, che risulta dalle sue conversazioni t. dalla sua predicazione, è vasta e varia, e sta ad indicare la personificazione di ogni forma di santità e di virtù cristiane. Per l'Allamano essi sono maestri di dottrina e di vita, prima che operatori di miracoli. «Quando parlava - scrive suor Gian Paola Mina - i santi gli venivano in bocca con spontaneità, senza appesantire il discorso, perché aveva l'arte di sintetizzare in brevi parole quegli episodi e quei detti che servivano a sottolineare un pensiero, a far amare quella difficile cosa che è la santità spezzettata nel quotidiano, nelle piccole cose feriali di cui è composta la vita di tutti»[14]. «I Santi...! Del Cottolengo si disse che aveva più fede che tutta Torino assieme. Il nostro Venerabile [Cafasse] aveva tanta speranza da infonderla anche nelle anime disperate...».
Alcuni santi più di altri vi fanno capolino:
S. Giuseppe: l'Allamano conserva un lontano ricordo: «Il Venerabile don Bosco, quand'ero giovinetto, mi diceva: per ottenere salute ed ingegno ricorri a S. Giuseppe». Egli lo proponeva come «protettore di tutti, chierici, coadiutori o sacerdoti», in modo particolare ai fratelli quale maestro di vita interiore, di obbedienza, umiltà, laboriosità. «Per voi coadiutori [fratelli] deve essere un santo orgoglio che la Chiesa abbia preferito un santo che non era sacerdote per costituirlo patrono di tutta la Chiesa». Giuseppe era il santo privilegiato che gli aveva regalato il nome. Nella ricorrenza del suo onomastico tutto l'Istituto era in festa, e ognuno gli scriveva una lettera di augurio. «lo voglio una lettera da tutti; i vecchi lo sanno già, ma non state ad augurarmi... neppure una parola d'augurio, voglio una lettera interna, la leggerò solo io, la darete nelle mie mani, e poi ve la restituirò a ciascuno. Voglio che mi diciate tutto ciò che pensate, desiderate, tutto, eccetto i peccati. Mi pare che non domando troppo. Ho tanto poco tempo da trattenermi con voi a tu per tu, vorrei pigliarvi tutti una volta la settimana, una volta al mese, ma non posso e voi supplite con una lettera» [15].
S. Paolo è un santo-simbolo, una copia di Cristo. È citato un po' ovunque. In lui emergono la fede, la dedizione, la missionarietà, l'amore per Cristo, l'energia: «Chi è energico come Paolo si santifica». «Essere tenaci, questo è il carattere che dovete avere voi».
“Una copia di san Paolo” è S. Agostino, che, secondo il Petrarca citato dall'Allamano, «lesse tanto che sembra incredibile gli sopravanzasse ancora tempo per scrivere, e scrisse tanto che basterebbe appena la vita di un uomo per leggerlo». Tra le tante virtù e qualità che gli vengono riconosciute vi è quella della difesa della dottrina cattolica contro gli eretici del suo tempo.
S. Bernardo, «un santo che mi piace», perché «unì in sé la vita attiva e contemplativa».
Un altro santo prediletto dall'Allamano, un cittadino della Savoia, che a quei tempi era unita al Piemonte, è S. Francesco di Sales, la cui festa (29 gennaio 1901) coincide con la nascita dell'Istituto. E «ciò non fu a caso», commenta l'Allamano, che vide nel Santo un modello di salita alla perfezione attraverso la vittoria sulle proprie passioni: S. Francesco di Sales fu umile, dolce e mansueto perché lo volle.
E poi: S. Alfonso Maria de' Liguori, che egli ebbe particolarmente caro per la sua dottrina morale rispettosa dell'uomo, e per la sua devozione alla Madonna: «Confidava tutto a lei».
Nella galleria dei ritratti risaltano i grandi missionari. E tra questi S. Francesco Saverio, una figura di apostolo senza macchia e senza paura, le cui imprese dovettero affascinare l’Allamano. Come non fece con gli altri santi, di S. Francesco Saverio egli tracciò un profilo, partendo dalla Spagna dove era nato, all'università di Parigi, dove aveva incontrato S. Ignazio di Loyola, che lo indirizzò alla vita religiosa e missionaria. «Partì per le Indie; dalle Indie passò al Giappone, e di là bramava passare in Cina. Vagheggiava il progetto, convertita l'Asia, di ritornare in Europa per combattere i cattivi cristiani; andare poi in Africa, per poi ripassare in Asia, onde conquistare sempre nuovi regni a N.S. Gesù Cristo... Partì per le missioni povero, accettando dal re del Portogallo un solo pastrano usato, portando con sé il breviario e il bastone. Al collo un piccolo reliquiario con le reliquie di S. Tommaso Apostolo, protettore dell'India, la firma di S. Ignazio e la professione religiosa scritta di suo pugno... In mezzo alla molteplicità delle sue fatiche apostoliche, così varie e pressanti, trovava tempo a pregare... lo sono d'opinione che voi tutti potreste diventare altrettanti S. Francesco Saverio... A 46 anni, dopo appena dieci di apostolato, avendo convertito un numero grandissimo d'infedeli e fatto un bene immenso, mentre si disponeva ad entrare in Cina, morì nella deserta isola di Sanciano, assistito da un solo indigeno» [16].
Tra le sante, quella che ricorre con più frequenza nelle sue conversazioni, è Teresa d'Avila. «È una gran santa, quasi un uomo, un teologo». L'Allamano la volle «protettrice dell'Istituto, anzi, una protettrice particolare: 1° perché fu vera missionaria, 2° perché “tipo” della religiosa fervente». Il suo motto, “patire o morire”, stava per l'Allamano come segno di amore senza confini: «Il patire è la sete dell'amore». Un amore che talora si spegneva nelle aridità e nelle pene, ma che ritornava a crescere ogni volta che Teresa diceva: ora incomincio. «La santa ripiena di amore di Dio ne ardeva come fornace, solo desiderosa di amarlo». Di Teresa egli ricorda la riforma del Carmelo. Nelle riforme - dice alle Suore -vi è chi ha paura di vedere intaccata la propria tranquillità e chi non ne vede il bisogno. «Se si stringono i freni, si grida. E voi metteteli bene i freni, perché a ripigliarli fa caldo!». «S. Teresa è un Padre della Chiesa, e non mi stupirei che un giorno la si mettesse veramente tra i Padri della Chiesa»[17]. La sua previsione non cadde nel vuoto.
C'è poi un'altra piccola, grande figura, che egli ricorda nel giorno della sua beatificazione, 29 aprile 1923, e ne condivide la tensione missionaria. È Teresa del Bambino Gesù. «A quest'ora - dice ai missionari - possiamo già invocare la nostra protettrice col nome di Beata. In tutta la sua vita non ha fatto nulla di grande, ma tutto piccolo... È protettrice dell'anno perché ha pregato assai per la causa delle Missioni e protegge i Missionari».
Beatificazione di Giuseppe Cafasso
Diverso da tutti perché uscito dallo stesso paese e per i rapporti di sangue che lo legavano a sua madre Maria Anna, fu Giuseppe Cafasso, il quale dovette molto della sua entrata nella gloria del santi al nipote Giuseppe Allamano. Naturalmente la sua beatificazione non fu considerata un affare di famiglia, ma una priorità di chiesa. La sua virtù e fama erano associate al rinnovamento della classe ecclesiastica a cominciare da quella del Piemonte, a difesa dal giansenismo e dal modernismo. L'Allamano, che aveva ereditato dal Cafasso la cattedra di morale al Convitto ecclesiastico, s'impegnò a portarlo alla gloria degli altari, perché era solo giusto che chi era stato il grande formatore dei sacerdoti ne diventasse anche il modello. La beatificazione dello zio veniva a conclusione di una vita spesa per la formazione del clero diocesano e di quello missionario.
A cominciare dall'inizio degli anni 1890 l'Allamano raccoglie le memorie e gli scritti del Cafasso. Il 16 febbraio 1895 l'arcivescovo di Torino, mons. Davide Riccardi, istituisce il Tribunale Ecclesiastico per il processo informativo diocesano sulla fama di santità, virtù e miracoli del servo di Dio. Il 27 marzo 1899 il processo ordinario è dichiarato concluso e l'Allamano ne presenta gli atti alla Sacra Congregazione dei Riti. Questa, abituata a procedere con i piedi di piombo, sembra allungare i tempi previsti, tanto che l'Allamano commenta: «A Roma quei galantuomini là ci hanno messo un anno e mezzo a copiare il processo... è impossibile si possa fare presto» [18]. Il 23 maggio 1906 S. Pio X firmava il decreto per l'introduzione della causa di beatificazione; e il 3 maggio dell’Anno Santo 1925 Pio XI beatificava Giuseppe Cafasso. Per l'occasione la diocesi di Torino organizzò un pellegrinaggio di sette giorni a Roma con la partecipazione dell'allora arcivescovo di Torino, card. Giuseppe Gamba, e di altri vescovi del Piemonte.
Tra i presenti alla solenne cerimonia nella Basilica di S. Pietro, il canonico Giuseppe Allamano, riconosciuto da tutti come rettore del santuario della Consolata, quarto successore del Cafasso nella direzione del Convitto ecclesiastico, nipote ed erede spirituale del nuovo Beato, e Fondatore dell'Istituto dei Missionari e di quello delle Missionarie della Consolata. Egli segue con il cuore gonfio di gioia e con le lacrime agli occhi le cerimonie solenni.
Nell'udienza concessa ai pellegrini piemontesi, il card. Gamba presenta l'Allamano a Pio XI, il quale esclama: «E chi non conosce il canonico Allamano? È da molto tempo che lo conosciamo, specialmente attraverso il benemerito Istituto delle Missioni» [19].
La città di Torino, frattanto, festeggiava l'evento con grandi cerimonie. «La Consolata» dimostrò ai suoi lettori la naturale appartenenza del nuovo Beato all'Istituto dei missionari, in quanto avrebbe realizzato il suo sogno missionario di gioventù tramite il nipote[20]; e si affrettò ad aprire una «Borsa di studio, intitolata al Beato Giuseppe Cafasse». La Scuola Tipografica Missionaria della Consolata, iniziata da Giacomo Camisassa, preparò per l'occasione una Breve Vita Popolare del Beato Giuseppe Ca/asso. Sarebbero passati più di vent'anni prima che il Beato fosse dichiarato Santo. L'Allamano nel frattempo poteva soltanto sperare di vedere quel giorno.
Il 22 giugno 1947 Pio XII innalzò il Cafasso alla gloria del Bernini - insieme con Jean-Marie Vianney, popolarmente conosciuto come il Santo Curato d' Ars -, con la stessa motivazione con la quale l'Allamano fin dai suoi primi anni di sacerdozio aveva fatto ricerche sulla sua vita allo scopo di introdurne la causa: «... quello che sembrava compito speciale affidatogli dalla Provvidenza di Dio - disse di lui Pio XII - fu di istruire e conformare il clero alla dottrina integra del Vangelo, e di condurlo con grande impegno alla perfezione sacerdotale, il che compì con grandissimo frutto» [21]. Don Bosco diceva di lui: «La sua memoria non morrà».
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[1] La voce “santità” e il suo equivalente “perfezione” sono i più ricorrenti nella raccolta delle Conferenze tenute ai missionari e alle missionarie.
[2] Lettera dell’Allamano ai missionari del Kenya, Torino 8 dicembre 1906, in Lettere, IV, pp. 609-612.
[3] Conferenze ai missionari, III, p. 16.
[4] Parole pronunciate dall'Allamano il 14 febbraio 1912 in occasione della partenza per il Kenya dei Fratelli Bortolo Liberini e Giacomo Gaidano; in Conferenze ai missionari, I, p. 423.
[5] Cfr. Conferenze ai missionari, III, p. 252.
[6] Ibid., III, pp. 370-371.
[7] Discorso dell'Allamano alla partenza di alcuni missionari per il Kenya, Torino 10 dicembre 1906.
[8] Conferenze alle Missionarie, Torino, 6 dicembre 1912, I, p. 13.
[9] Ibid., III, p. 283.
[10] Conferenze ai missionari, Il, pp. 18-20.
[11] Lettera dei fratelli coadiutori di Torino a G. Allamano e a G. Camisassa, in Lettere, VIII, pp. 515-516.
[12] Conferenze alle missionarie, Torino 10 giugno 1915, I, p. 136.
[13] Conferenze ai missionari, Torino 10 giugno 1915, Il, p. 308.
[14] G. P. MINA, Un silenzioso che ha qualcosa da dire, Andare alle genti, Torino 1986, p. 60.
[15] Conferenze ai missionari, III, pp. 537-538.
[16] Questo profilo di S. Francesco Saverio venne ricostruito da p. Lorenzo Sales facendo uso delle informazioni raccolte dalle conversazioni spirituali tenute dall'Allamano ai missionari e alle missionarie della Consolata: cfr. L. SALES, La Vita Spirituale dalle conversazioni ascetiche del Servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei Missionari· e delle Missionarie della Consolata, 2 voll., Torino 1963, pp. 779-788.
[17] Conferenze alle missionarie, 15 ottobre 1916, I, p. 453.
[18] Conferenze ai missionari, 1 giugno 1913, I, p. 567.
[19] L. SALES, La Vita Spirituale..., cit., p. 498.
[20] Il Beato Giuseppe Cafasso e i Missionari della Consolata, in «La Consolata», 5 (1925), p. 69.
[21] Dal discorso fatto da Pio XII il giorno della canonizzazione.