«Voi formate la mia corona»
Appena ritornato da Roma, l’Allamano si affrettò a impugnare la penna per scrivere ai suoi missionari e missionarie in Italia e in Africa, dando sfogo alla sua tenerezza paterna. Questa sua ultima lettera ha tutto il sapore di un addio abbastanza prossimo: «Io penso di avere in parte compiuta la mia missione a vostro riguardo».
«Torino, 11 maggio 1925
Carissimi Figli e Figlie in N.S.G.C.,
Sento il bisogno di aprirvi, miei cari figli e figlie, il mio cuore ripieno di intime consolazioni per la solenne beatificazione del nostro Don Cafasso. Voi sapete quanto io anelavo a questo giorno e quanto abbia fatto per raggiungerlo. Finalmente, dopo tante sollecitudini di trent'anni, vi giunsi, e nella piena dell'allegrezza debbo aprirmi con voi che formate la mia corona ed avete sempre partecipato alle mie pene ed alle mie gioie.
Il giorno 3 corrente maggio, ebbi la fortuna di portarmi a Roma e godere feste veramente celestiali, che solamente in S. Pietro e nella nostra Santa Chiesa si possono gustare. Il Santo Padre fu per me tutto bontà e così pure tutti i Cardinali e Prelati.
Non è a dire se vi abbia tutti ricordati in quel solenne momento in cui venne proclamato il Decreto papale e venne scoperta l'effigie del nostro Beato. Gli ho veramente raccomandato il nostro Istituto, ed implorato per voi tutti le grazie necessarie ed utili alla nostra maggior santificazione per la conversione degli infedeli.
Il Beato Giuseppe Cafasso è Patrono del Convitto di cui fu il Confondatore, ma è pure nostro speciale Protettore e, come dite, “vostro zio”. Come tale lo dovete onorare ed imitarne le virtù. Egli, in Paradiso, vi farà da potente intercessore in tutti i vostri bisogni, e zelante com'era della salute delle anime, vi aiuterà nel lavoro delle sante Missioni. Vi manderò le immagini che collocherete nelle vostre chiesette; ne celebrerete la festa e l'Uffizio e gli renderete tanti ossequi lungo l'anno. Io penso con ciò di avere in parte compiuta la mia missione a vostro riguardo.
Pregatelo anche per me affinché il Beato mi ottenga di finire bene la mia carriera e possa, a suo tempo, raggiungerlo nel bel Paradiso.
Vi benedico di gran cuore.
Aff.mo in Gesù Cristo,
Can. Giuseppe Allamano, Superiore».
Uno sguardo conclusivo alle missioni d'Africa
Dopo circa venticinque anni dalla fondazione e dalla prima partenza di missionari per l'Africa, l’Allamano sentiva approssimarsi il momento di concludere la corsa come l'apostolo Paolo. Il richiamo si era fatto sempre più insistente. Dopo la scomparsa del fedele amico Camisassa, la vita rifuggiva dagli assilli esterni e cercava rifugio nell'intimità con Dio. Egli trovava nei colloqui con la sua “Madonna Buona” Consolata e negli incontri del confessionale la quiete dello spirito e un'anticipazione di quel bel Paradiso “non comune”, che Dio aveva riservato ai suoi apostoli. «In Paradiso vi sono tante tavole - diceva - e noi mangeremo alla tavola d'onore, servi di qua, servi di là, e noi saremo proprio lì, lì con Nostro Signore. E questo per quei pochi sacrifici fatti per farci buoni. Qualche poco di questo mondo... ».
Quanto tempo ancora, non poteva immaginare. Di una cosa era certo: che i suoi missionari avevano ancora bisogno di lui. Alcuni di essi, in sosta a Napoli e diretti al Kenya, gli scrissero: «Adesso sappiamo chi abbiamo lasciato a Torino».
Nel maggio 1925 la situazione delle missioni era ben avviata, ma mancava di un ricambio di personale.
Il vicariato apostolico del Kenya (Nyeri, Meru, Embu, Morang'a) sotto la guida di mons. Giuseppe Perrachon, successore di mons. Perla, si componeva di un complesso di 20 missioni, casa procura a Nairobi, Piccolo Seminario indigeno S. Agostino, grande seminario indigeno S. Paolo, incipiente monastero delle Suore africane dell'Immacolata, orfanotrofio, scuole di base, vari laboratori artigianali, piantagione di caffè, ecc. Ma non disponeva ancora di preti locali. I pruni due, battezzati con il nome rispettivamente di Giuseppe Kimango e Giacomo Camisassa in onore dell'Allamano e del Camisassa, sarebbero stati ordinati il 2 febbraio 1927 dopo una preparazione ad intermittenza dovuta alla guerra e alla conseguente scarsità di personale docente. A supplire, nella formazione dei seminaristi, i missionari partenti per gli ospedali militari del Tanganyika, vennero inviate le missionarie della Consolata suor Egidia Passino e suor Veronica Puricelli. Quest'ultima ha lasciato sulle pagine de «La Consolata» una testimonianza di intenso affetto per uno dei suoi alunni, il seminarista Pietro Maria Mwangi, che morì di peste nel 1924 in giovane età. «Sorelle - scrive suor Veronica - non posso descrivere lo strazio dell'anima mia nel vedere un fiore sì promettente appassire e morire... devo confessare che soffro come se avessi perduto un mio figlio» [1]. L'Allamano seguì fin dai pruni passi l'evolversi della situazione nel vicariato apostolico del Kenya con estrema cura e sollecitudine, e amò con profonda intensità quella terra, i suoi popoli e la sua cultura.
Richiesto dal card. Van Rossum di inviare missionari in Somalia, risponde: «Dal Vicariato del Kenya si è dovuto togliere personale efficientissimo, anziano, per la Prefettura del Kaffa, per la Prefettura d'Iringa e ultimamente per il Governo, Cariche e Direzione dell'Istituto. Questo personale deve essere sostituito, se non si vuole cedere tanto lavoro fatto, stazioni, scuole ai Protestanti: tanto più dopo il richiamo in patria della quarantina di Suore Vincenzine del Beato Cottolengo, rimpatrio ormai effettuato» [2].
La prefettura apostolica del Kaffa era stata per l’Allamano un amore travagliato e forse per questo più intimo e tenace. Fin dalle prime battute era apparso chiaro che, dal Massaja in poi, le frontiere del Paese erano rimaste inviolate e lo sarebbero state, non solo per la situazione politica, ma anche per quella religiosa.
L'atmosfera poliziesca esige cautela: mons. Barlassina sceglie il silenzio, e si limita e scrivere brevi messaggi all'Allamano. Questi risponde a nome suo e di Camisassa: «Abbiamo ricevuto la tua cara lettera del 12 Settembre e ci siamo subito rallegrati che non fosse più una delle molto rare e brevissime tue lettere, ma che tu abbia finalmente cominciato a scrivere più ampiamente e dirci aperto il tuo pensiero come dovrai fare sovente d' or innanzi, giacché sarà poi soprattutto da te che dovremo sapere l'andamento delle tue future missioni» [3].
Incoraggia poi mons. Barlassina a mantenere stretti contatti con mons. Perlo: «Devi stimarti fortunato - scrive - d'avere una guida e una sponda simile, poiché anche tu - come tutti qui - hai potuto constatare quale intraprendenza e giustezza di vedute abbia dimostrato nella quasi creazione del Kenya» [4].
Dissipate le suscettibilità di mons. Barlassina nei confronti della Direzione generale di Torino, riprende la corrispondenza a dare coraggio agli uomini del Kaffa, costretti a «lavorare in cotesto campo spinoso, ed ancora privo di consolazioni»[5]. L'Allamano li invita ad affrontare le fatiche senza perdere di vista il fine, come fecero Paolo apostolo e il cardinale Massaja. «Così voi non stancatevi, né vergognatevi della vita che dovete condurre. Passerà la prova e canterete vittoria. Noi vi ricordiamo tutti e ciascuno, disposti ad aiutarvi con denaro e col possibile aumento di aiutanti» [6]._ Tra il 1919 e il 1926 vengono effettuate verso il Kaffa 8 spedizioni per un totale di 15 padri, 6 fratelli, 12 suore.
Le prime missioni fondate nella regione del Kaffa nel periodo 1917-1923 da mons. Gaudenzio Barlassina e dai suoi missionari e missionarie furono Ghimbi (1917), Billo (1918), Anderacha 0919), Saio (1921), Magi (1922) e Ciaha (1923). La posizione di quest'ultima - come si ricorderà - fu contestata dal vescovo Jarosseau e dette origine ad una rettifica da parte del card. Van Rossum e alla conseguente accettazione da parte di mons. Barlassina [7]. Seguirono le missioni di: Lechemti, Guder, Cianna, Gimma. Questa sarebbe dovuta diventare la prima missione della prefettura del Kaffa, - fa notare G. Crippa - poiché era nel Gimma che mons. Barlassina aveva incontrato l'ultimo prete del Massaja.
Il giorno 11 febbraio 1924, mons. Barlassina informa l'Allamano di avere già notificato al Ras Tafari l'imminente arrivo delle Suore della Consolata e di avere provveduto alla loro prima sistemazione presso la casa-procura dei missionari in Addis Abeba. «L'attesa delle Suore è grande - scrive. – L’arrivo delle medesime interessa la popolazione indigena non meno che quella europea. Indubbiamente poi ha un valore eccezionale: quello di far riconoscere di fatto la nostra Missione Cattolica ...» [8].
L'arrivo delle suore non cambia di fatto lo stato di semiclandestinità dei padri; si rivela tuttavia un gesto di grande generosità, che mons. Barlassina si affretta a riconoscere: «Mio dovere, che compio con sentimento di filiale riconoscenza - scrive, - è di rinnovare a Vostra Paternità veneratissima i più vivi ringraziamenti per il favore fatto al Kaffa coll'invio delle Suore...» [9].
L'Allamano è profondamente attaccato alla prefettura del Kaffa, che ha desiderato per tutta la sua vita. Alle insistenze del card. Van Rossum di inviare missionari in Somalia, egli espone i sacrifici affrontati per raggiungere quella terra promessa: «V. Eminenza avrà avuto dettagliata relazione a voce dallo stesso Prefetto Apostolico: dopo anni di tentativi e di lotte si è finalmente potuto entrare; ma si è dovuto limitare per ora, data la scarsezza del personale, ad occupare i punti più strategici di questo immenso campo e per usufruire del momento favorevole per parte dell'Autorità e anche per prevenire i Protestanti. Sette sono le stazioni finora fondate, ma distano esse da 20 a 30 giorni di faticosa e pericolosa carovana: necessita quindi di aprire altre stazioni intermedie, appena vi sia personale. Le opere poi di questa Prefettura, sono appena iniziate, bisogna svolgerle, assodarle, compirle, ed il personale che ha al presente è affatto insufficiente... Ancora: come già proposto dal Prefetto Apostolico, questa Prefettura converrà o presto o tardi dividerla perché troppo vasta»[10].
La prefettura apostolica di Iringa nel Tanganyika (oggi Tanzania), passato da colonia tedesca a protettorato britannico come effetto di una guerra coloniale perduta. Come era allora costume, i Benedettini tedeschi di S. Ottilia seguirono la sorte dei loro connazionali e le loro fiorenti missioni rimasero sguarnite di personale. Il vicario apostolico di Dar es Salaam, mons. Thomas Spreiter, sottopone a Propaganda Fide un progetto che prevede, tra gli altri, anche la collaborazione dei Missionari della Consolata.
Il card. Van Rossum si rivolge allora a “Don Giuseppe Allamano” pregandolo «di voler accettare la nuova missione» corrispondente alle regioni di Ugogo e Uhehe, dove già operano a tempo indeterminato quattro missionari inviati da mons. Perla (G. Panelatti, D. Vignoli, G. Ciravegna, G. Cavallo) nelle due stazioni di Tosa e Madibira [11]. La risposta dell'Allamano non si fa attendere:
«Per me e pel mio Istituto - scrive - è voce di Dio quella che viene da Vostra Eminenza, tanto più se espressa con sì benevola e paterna insistenza. Mi è perciò una consolazione l'aderirvi toto corde, come intendo fare con la presente» [12].
Per la prima volta in vent'anni viene offerta spontaneamente ai Missionari della Consolata una missione in Africa. Il gesto, oltre che soddisfare una necessità impeliente, sta anche a significare la riconosciuta e valutata presenza dell'Istituto tra le forze missionarie allora esistenti. L'Allamano ne resta lusingato e risponde con convinzione. Chiede tuttavia che vengano «in antecedenza stabiliti i limiti» per cautelarsi contro ogni possibile interferenza, e sia accordata la facoltà di erigere due case: una a Dar es Salaam per le comunicazioni con l'Europa, e un'altra a Kilossa sulla strada per la regione dell'Uhehe[13]. Il card. Van Rossum risponde affermativamente all'una e all'altra richiesta, ringraziando, a nomedella Sacra Congregazione, l'Alla mano «del pronto e sollecito aiuto» offerto [14].
Il 3 maggio 1922 viene eretta la prefettura apostolica d'Iringa sotto la direzione del nuovo prefetto apostolico, mons. Francesco Cagliero. Nativo di Castelnuovo d'Asti (26 febbraio 1875), mons. Cagliero aveva fatto gli studi ginnasiali nel seminario di Giaveno, quelli di filosofia a Chieri, la laurea in teologia nel seminario maggiore di Torino. Ordinato sacerdote nel maggio 1899, trascorse un biennio presso il Convitto ecclesiastico, nel 1903 entrò nell'Istituto e partì per le missioni del Kenya, dove rimase fino alla sua nomina a prefetto apostolico. L'Allamano lo nomina spesso nelle sue lettere. Scrive a p. Giovanni Battista Rolfo, parroco di Thika: «So che il Padre Cagliero se la fa buona con lei, e come fratelli procedete a santificarvi ed a fare il bene, bene» [15]. Richiesto nel 1909 da Propaganda Fide di dare un parere su di lui, l' Allamano lo propose per la nomina a vicario apostolico per il vicariato del Kenya insieme a Filippo Pedo. Quest'ultimo risultò eletto.
La stima che p. Cagliero godeva presso il Fondatore andò aumentando negli anni seguenti, tanto che al momento di suggerire un possibile vicario apostolico per Iringa, l'Allamano non esitò ad indicarlo come l'uomo «dotato di speciale ingegno, di vera pietà e di zelo pastorale». Ottime qualità per un prefetto apostolico chiamato inizialmente a sostenere con 10 padri, 4 fratelli e 6 suore l'enorme lavoro realizzato in antecedenza da una cinquantina di Benedettini tedeschi forniti di abbondanza di mezzi.
Si ripete nei riguardi dell'Iringa quello che era successo per gli altri territori affidati all'Istituto: la mancanza di personale costringe l’Allamano a destreggiarsi per non danneggiare una regione favorendone un'altra. Mai come in questo periodo di crisi piovono le richieste di lavoro per l'Angola, la Somalia, il Congo, la Corea. Per tutte un rifiuto incondizionato, non solo a causa della mancanza di personale, ma anche per le motivazioni politiche sottostanti. Il primo gruppo di missionari e missionarie, scelti dall'Allamano, partono per Iringa 1'8 dicembre 1922. In quattro anni seguiranno altre cinque partenze, per un totale di 7 padri e 8 suore e un fratello, Anselmo Jeantet, lo stesso che nel 1914 aveva preso parte al tentativo di trovare un varco per l'Etiopia. Non meno che il Kenya e il Kaffa, l'Iringa si regge su un numero limitato di missionari. Anche di questa nuova missione l’Allamano presenta la situazione critica al card. Van Rossum per convincerlo a desistere dal suo proposito di affidare all'Istituto la missione della Somalia. «Non altrimenti - scrive - sono le condizioni della Prefettura di Iringa: il lavoro colà di ristrutturazione morale e materiale è immenso: e non si è che agli inizi. Anche qui, data la scarsezza del personale, non si è potuto aprire che 6 stazioni, distanti l'una dall'altra da 6 a 10 giorni di carovana e conviene aprire altre stazioni intermedie se non si vuole avere il campo tutto inondato dai protestanti. Per di più le condizioni climatiche della Prefettura sono in generale infelici: la salute del personale è minata dalle febbri ed alcuni dei primi missionari, benché in così pochi anni, furono ridotti in un ben triste stato di salute da renderli inabili a qualsiasi lavoro» [16].
Di fronte a questo quadro terribilmente vero, Propaganda Fide non recede dal suo proposito di affidare all'Istituto della Consolata l'onere di evangelizzare la Somalia. L'Allamano china il capo e segue le direttive ricevute, ma il suo cuore lacrima per le sfide che i suoi missionari e missionarie sono destinati ad affrontare.
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[1] Suor VERONICA, Edificante morte di un seminarista indigeno al Kenya, in «Ln Consolata», 10 (1924), p. 154.
[2] AIMC, Lettera dell'Allamano al card. Van Rossum, Torino 1° marzo 1924.
[3] Lettera dell'Allamano a mons. Gaudenzio Barlassina, Torino 3 novembre 1915, in Lettere, VII, p. 365.
[4] Ibid., p. 233.
[5] A proposito dello stato di isolamento venutosi a creare attorno al neo eletto prefetto apostolico, mons. Gaudenzio Barlassina, vi è una testimonianza sufficientemente rivelatrice del p. Giovanni Ciravegna, scritta all'Allamano in data 1° marzo 1920: «Non si sa il perché... della guerra sorda fatta per tanto tempo a Sua Ecc. Mons. Barlassina, che dovette fare tante volte delle figure da teatro. Lui nella sua grande umiltà e santità soffrì tutto in silenzio; ma noi, Padri, ci domandavamo: “Perché, perché? Forse non lo si vuole Vescovo?” Quand'ero militare a Nairobi nel 1917 seppi di qualche trama ordita contro Mons. Barlassina, a mezzo di indiscrezioni della Signora Cavicchioni, madre del Console di Nairobi, e sono contento di averlo potuto aiutare, svelandogli tali cose» (Cfr. Lettere, VIII, p. 589).
[6] Lettera dell'Allamano a mons. Barlassina e compagni, 18 maggio 1919, in Lettere, VIII, p. 365.
[7] AIMC, Lettera di mons. Barlassina al card. Van Rossum, 23 maggio 1925.
[8] Lettera di mons. Barlassina all'Allamano, Addis Abeba 11 febbraio 1924, in «La Consolata», 5 (1924), pp. 71-72.
[9] Lettera di mons. Barlassina all'Allamano, Addis Abeba 10 marzo 1924, in «La Consolata», 5 (1924), p. 75.
[10] AIMC, Lettera dell'Allamano al card. Van Rossum, Torino 1° marzo 1924.
[11] Lettera del card. Van Rossum, prefetto di Propaganda Fide, a G. Allamano, Roma 28 giugno 1920, in Lettere, VIII, pp. 619-620.
[12] Lettera di risposta dell'Allamano a.I card. Van Rossum sull'adesione al Tanganyika, Torino luglio 1920, in Lettere, VIII, pp. 624-625.
[13] Ibid., p. 625.
[14] Lettera del card. Van Rossum all'Allamano, Roma 20 luglio 1920, in Lettere, VIII, pp. 635-636.
[15] Lettera dell'Allamano al p. G. B. Rolfo, Torino 28 febbraio 1907, in Lettere, IV, p. 667.
[16] AIMC, Lettera dell'Allamano al card. Van Rossum, Torino 1° marzo 1924.