Gli ultimi ritocchi all'opera

L'Allamano guardava in profondità dove altri guardavano in ampiezza. «Siete pochi- diceva-; noi abbiamo la mania di avere molta terra e non le mani per lavorarla: meglio poche missioni, ma curarle molto. Il Signore ne mandi altri. Ma roba di prima classe. Questo che voglio... ognuno di noi dev'essere capace di fare per molti altri».

La consegna dello “spirito di famiglia”

Tra le raccomandazioni che si fanno più frequenti a mano a mano che passano i giorni, vi è quella della carità, a vivere come fratelli e sorelle di una stessa famiglia, in uno spirito di accoglienza, donazione, stima reciproca, sopportazione paziente, correzione fraterna, incoraggiamento nel fare il bene. Le sfaccettature di questo amore fraterno si arricchiscono ogni qualvolta egli parla o scrive ai missionari e missionarie.

«Amiamoci fraternamente l'un l’altro come in una famiglia... Insisto su questo, così... Oh potessi dire: “O come si amano! Darebbero la vita l'un l'altro”, sarebbe carità eroica. In una Comunità non basta farsi santi da sé; non va stare lì come tante statue; ma non fare santi gli altri col fare loro sopportare i proprii difetti».

«Voi vi volete bene; e non si può certamente applicare a voi quel falso detto del mondo riguardo ai religiosi: entrano senza conoscersi, vivono senza amarsi, e muoiono senza piangersi».

Ai missionari: non basta volersi bene in qualche modo. Ci vuole gentilezza e squisitezza anche nell'amore: «Ciascuno deve pensare a sé e agli altri. In una famiglia, vedete, una sorella, un fratello maggiore pensa ai piccolini e si interessa. Dobbiamo avere amore di famiglia, tutto il bene che procurate a voi procurate di farlo anche ai vostri compagni. E così in Missione piglierete parte ai dolori, a tutto quello che può avere un confratello e saprete sopportare. Vorrei proprio che ciascuno facesse del bene, godesse e soffrisse col compagno. Quando soffre un membro del corpo, soffre tutto il corpo, così anche qui tutto il corpo deve sapere soffrire. Queste piccole gentilezze, questi piccoli soccorsi, allora sì, che ci amiamo tanto».

«In che consiste il “fiore” della carità? Non solo nel dire sì, ma nel dirlo con garbo; non solo nel fare un piacere, ma nel farlo volentieri... Nel trattare ci vuole il fiore della carità».

«Amare il prossimo più di noi stessi: questo il programma di vita del missionario. Se non si arriva al punto di amare il bene deglialtri più della propria vita, si potrà avere il nome, non la sostanza dell'uomo apostolico».

Alle missionarie: il loro amore viene portato alle estreme conseguenze attraverso una donazione alla propria comunità e al mondo intero. La carità comincia da casa: «... piangere con chi piange, godere con chi gode, sopportare i difetti, perdonare le offese... noi siamo come tanti soldi in un sacco, i quali, sbattendoli tra di loro, cambiano posto, divengono lucidi, alcuni più altri meno; e vengono voltati a talento di chi muove il sacco».

«Bisogna proprio amare il nostro Istituto, e pensare bene per quanti difetti possano esserci, ché ce ne sono dappertutto. I nostri difetti portiamoli da noi».

«Domandiamo aumento di carità. Di amor di Dio non ce n'è mai abbastanza ... Quando vi è l'amore vi è tutto».

«Per un missionario vi deve essere il più. Se non si viene al punto di amare più l'anima di quegli africani che la mia vita materiale... Bisogna andare giù e sacrificarsi. Guardate di divenire vere Samaritane sia spiritualmente che materialmente».

L'ora del tramonto: «Vi ho dato tutto»

La giornata terrena dell'Allamano volge al termine dopo un percorso lungo e faticoso, intervallato da momenti di intimità con Dio e la Consolata, e di incontri con uomini e donne del suo tempo. Settantacinque anni vissuti intensamente nel cuore della Chiesa locale, nel silenzio, nell'insegnamento e nella cura delle anime, senza alcuna presunzione o attesa se non quella di una partecipazione totale alla missione della Chiesa nel mondo degli uomini e delle rispettive culture, come sacerdote-missionario. E proprio la fusione del sacerdozio e della missione a qualificare l'Allamano come modello di sacerdote per il nostro tempo. Fedele alla sua Chiesa d'origine, egli percorre i sentieri d'Africa a fianco dei suoi missionari e missionarie, dei quali condivide l'ansia evangelizzatrice e, insieme, i disagi della vita di frontiera.

Non era inteso che andasse in Africa: lo attendeva in Italia il consolidamento di due istituzioni appena sbocciate, non ancora in grado di reggersi se non con il suo appoggio. Come vuole la natura, che regola l'esistenza di un individuo in ragione delle esistenze che l'accompagnano. Sarebbe arrivato il momento dell'addio: quel momento egli lo aspettava senza affanno, ma con l'ansia di chi è in attesa della paga dopo una giornata di duro lavoro. «Non mi merito l'inferno, grazie a Dio - diceva - ma neppure il purgatorio. Ho sempre cercato di emendare i miei difetti; sono contento. Ci vuol poco ad andare in paradiso».

Sapeva anche guardare in faccia alla morte con un pizzico d'ironia e immaginare il percorso dell'ultimo viaggio: «Voglio raccontarvi una cosa che faccio io - disse in una conversazione con i missionari. - Quando vado in coro a S. Giovanni, per la strada faccio una meditazione sulla morte. Penso che alla mia morte, se sarò ancora alla Consolata, mi faranno la sepoltura in duomo; ed i canonici, che hanno le gambe corte, per andare là, prenderanno la via più diritta, quindi partiranno dalla Consolata, prenderanno via S. Chiara, via Basilica, fino al duomo. Credete che mi faccia male pensare a questo? Mi fa del bene. Un bel giorno passerò per queste stesse vie non con le mie gambe, ma portato dagli altri, e allora vorrei farlo bene questo pezzo di strada. Perciò penso a quello che potrà dirmi la gente: quel là era maligno, un altro dirà un'altra cosa. E così penso il bene e il male che potranno dire di me: poi arrivo in chiesa e là vi è una statua della Madonna: quella è la Madonna a cui voglio più bene dopo la nostra Consolata, quantunque poi è sempre la stessa Madonna. Faccio un inchino alla statua e penso che mi deporranno là davanti, e allora Essa mi sorriderà. Poi mi porteranno all'altare del SS. Sacramento. Voglio un po' vedere se il Signore, vedendomi, si compiacerà e vorrà darmi uno sguardo» [1].

Il copione fu seguito senza molte varianti. Così «La Consolata» descrive le ultime ore di vita del Fondatore Giuseppe Allamano:

«Sia che viviamo, sia che moriamo siamo sempre del Signore. Furono queste le parole che il Canonico Giuseppe Allamano pronunciò quando, per consiglio del dott. Battistini, dovette mettersi a letto. Era il 1° febbraio 1926. Due giorni dopo, sembrandogli d'essersi rimesso alquanto, volle alzarsi nella speranza di poter celebrare la s. messa; e a chi dolcemente lo rimproverava per questo sforzo rispose: “Son già due giorni che non celebro... i dottori non sanno, non capiscono che cosa voglia dire lasciare la s. messa. Faccio la comunione, è vero, ma la messa, la s. messa!” ... “Prego per voi - disse alle suore della Consolata che lo assistevano - prego per tutte voi, per tutti i missionari... è questa la mia continua occupazione... non posso fare altro”. E ai superiori dell'Istituto, che gli promettevano le preghiere dei missionari, disse: “Sì, sì, pregate per me. Vedete”, questo poco di vita che ancora mi resta è per voi. Vi ho dato tutto ».

L'arcivescovo di Torino, card. Gamba accorse al suo capezzale, e con lui sacerdoti, suore e amici, mentre nel santuario i fedeli pregavano per la sua guarigione. Il lunedì 15 febbraio, nelle prime ore del pomeriggio, il male precipitò improvvisamente. Ricevette il Viatico e l'Estrema Unzione. Erano presenti mons. Perlo, mons. Perrachon, missionari e missionarie. Ad uno ad uno baciano la mano al morente, mentre mons. Perlo gli chiede la benedizione per i missionari e le missionarie d'Africa. L'Allamano bacia il crocefisso e muore.

Sono le 4.10 del 16 febbraio 1926. La cittadinanza di Torino tributa onori al Rettore della Consolata e del Convitto ecclesiastico, e Fondatore di due Istituti missionari. Partecipano ai funerali in Duomo rappresentanti di tutte le categorie sociali, culturali e religiose: mons. Perlo, primo successore dell'Allamano; mons. Spandre, vescovo di Asti; mons. Perrachon, vicario apostolico del Kenya; e numerosi monsignori e rappresentanti dell'Amministrazione e dell'Associazione della Stampa Subalpina. Celebra la messa da requiem il p. Giuseppe Gallea; rappresenta l'Istituto il p. Tommaso Gays. La salma di Giuseppe Allamano viene tumulata nel Cimitero generale accanto a quella di Giacomo Camisassa.

 

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[1] Conferenze ai missionari: 1° gennaio 1916, II, pp. 464-465.