“… A te, cui pare abbia lasciato erede del suo spirito l’illustre Zio Giuseppe Cafasso, i voti e le felicitazioni Nostre, con l’augurio che quanto ti resta di vita, tutta possa spenderla a procurare alla Chiesa, con quello zelo che ti è proprio, i maggiori benefici”.
PIO PAPA XI (nel Giubileo Sacerdotale del can. G. Allamano)
“…Quante grazie Ella ha avute, ma ancora com’ella ha consacrato questo tempo in opere e in meriti!”.
Card. Gaetano De Lai.
“… Fui sempre compreso da sentimenti di profonda stima e rispetto verso il degnissimo nipote del beato Cafasso”.
Card. Antonio Vico
“… Le virtù, lo zelo ed il Signore lo hanno posto sul candelabro della Chiesa Torinese”
Card. Giovanni Cagliero
“… Molti sono che conoscono, apprezzano e debbono riconoscenza a Lui, che nella sua vita sacerdotale ci fa ricordare il Beato Zio”.
Card. Gaetano Bisleti
“… Il degnissimo Sacerdote, il cui curriculum vitae è distinto da quel carattere che hanno le opere ispirate da Dio, ossia le fecondità e l’incremento”.
Card. Michele Lega
L’uomo perfetto
Il can. Allamano rassomigliava anche nel fisico in modo sorprendente allo zio San Cafasso, persino nel difetto della spalla destra più sollevata della sinistra, senza che tuttavia ne risultasse sfigurata la persona. Abbiamo già accennato a quell’altra caratteristica che fu d’entrambi: la limpidezza degli occhi, la luminosità dello sguardo, che penetrava a scrutare nei cuori gl’intimi segreti.
È vero che l’Allamano sapeva tenere il decoro che a lui si addiceva. Curava l’ordine della persona “dalla punta dei piedi alla punta dei capelli”, come voleva il Cafasso. Amava al sommo la pulizia, come del apri aborriva la ricercatezza. Mai che deponesse un vestito perché sdrucito o macchiato: ordinariamente is rinnovava per aver modo di benefica qualcuno. Un solo orologio gli servì tutta la vita; una corona del rosario per più di trent’anni, senza bisogno di riparazioni; quaderni e libri – cominciandola quei del ginnasio, ben conservati – portano il segno di una rara diligenza.
Regolatissimo nella sua vita privata, s’era fatto un orario a cui si atteneva con costante scrupolosa fedeltà. L’age quod agis fu la sua massima preferita; e così trovava sempre tempo a tutto.
Nelle relazioni col prossimo era d’una compitezza perfetta. Aveva il tratto fine e signorile, il portamento nobile ed affabile. Benché nato da semplici contadini, non si trovava per nulla a disagio dovendo trattare – ed era soventissimo – con Sovrani, Principi e Principesse, nonché col fior fiore dell’aristocrazia torinese.
Aveva la santa ambizione che le comunità da lui dirette, si distinguessero nell’osservanza delle regole del vivere civile. Quando si trattò di scegliere le Suore per il convitto Ecclesiastico, rifiutò quelle suggerite dal card Alimonia, solo per aver riscontrato, in una breve visita alla loro casa madre, alcune deficienze al riguardo. Non tollerava nulla di grossolano, fino ad espellere dall’Istituto gl’incorreggibili. Diceva:
“Essere grossolano significa essere alla vigilia di qualcosa di peggio”.
“Voi siete e dovete apparire anche in questo, i veri rappresentanti di Gesù”.
“dove si comincia con una parola grossolana, si finisce coll’offendere la carità”.
“Le comunità che sono più educate, sanno anche amarsi di più”.
“No, non basta avere la virtù, bisogna esprimerla in bei modi, non sdolcinature, ma trattar bene”.
Il suo contegno era infatti irreprensibile e talmente dignitoso, che nessuno in sua presenza si sarebbe permesso la minima leggerezza. La sua conversazione non era mai vuota. Non conosceva passatempi e non accettò mai inviti a pranzi. Salvo che per ministero, non faceva visite a famiglie privare; andandovi per dovere, si fermava il puro necessario, senza mai nulla accettare.
Era ritiratissimo. Passò la vita silenziosa e ordinata, per più di quarant’anni, fra il Santuario, il Duomo e l’istituto delle Missioni. A tali norme non derogava mai neppure nei pochi giorni di vacanza estiva.
La squisita delicatezza d’animo gli faceva sentir profondamente la riconoscenza. Portò in cuore per lungo tempo un po’ di pena, solo per non aver potuto ringraziare a voce una persona che gli aveva reso un servizio. Benché da lui retribuito. I benefattori di sua vita non dimenticò mai, cominciando dai genitori, padrini e madrina di battesimo, ecc.; per tutti una preghiera quotidiana.
Ai benefattori dell’Istituto usava attenzioni squisite. Diceva: “Siate riconoscenti a tutti i benefattori, passati e presenti. Ricordatevi che quanto abbiamo è frutto dei loro sacrifici, e per molti sono sacrifici inauditi”. Ed accennando all’elenco delle offerte sul Periodico delle Missioni: “Io le leggo prima che lo pubblichino e lo rileggo dopo, e v’assicuro che mi serve di meditazione. Quelle offerte sono lacrime, sono sangue! Di tanto in tanto mi fermo a fare qualche aspirazione a Dio e a pregare per gli offerenti”.
Parlando dei segni di riconoscenza, diceva: “Sono doveri che vanno compiuti, sono delicatezze che ci dobbiamo gli uni agli altri, sono finezze che fanno vedere il carattere della persona. Oportet impleri omnem justitiam anche in questo”.
“Rammento – scrive il can. Dal pozzo, Pro-Vicario, già confessore del primo gruppo di suore missionarie della Consolata – che l’Allamano sapeva, come pochi, risposare la mancanza od esiguità del compenso che s’imponeva agli inizi d’una comunità religiosa, con le prove più fini di riconoscenza. Talora era un piccolo ricordino, un po’ di caffè delle Missioni; tal’altra erano prove più intime ancora. Nell’occasione di una celebre solennità al Santuario della Consolata, gli chiesi se non avrebbe avuto un posticino per mia madre.
“- Sì – mi rispose – per sua madre, sì. certo!”. E mi porse con un bel sorriso un biglietto. Quale non fu la mia sorpresa, l’indomani, al vedere mia madre nei posti riservati, in seconda fila, dietro i Principi!... sono gentilezze che non si dimenticano e che conosce solo un uomo di Dio, dal cuore ispirato alla carità di Nostro Signore!”.
Il Sacerdote integerrimo
La missione dell’Allamano fu di dare alla Chiesa dei sacerdoti santi e santi missionari. Godeva d’ogni nuova ordinazione sacerdotale, con dell’aprirsi d’una nuova fonte di grazie per la Chiesa, le Missioni, l’umanità intera.
Verso tutti i sacerdoti dimostrava il più profondo rispetto: “perché – diceva – chi non stima negli altri la propria dignità, non saprà neppure stimarla in sé stesso”. i sacerdoti bisognosi occupavano perciò il primo posto nella sua beneficenza. Uno di questi essendo morto in volontaria povertà, ed avendo deciso i aprenti, per vendicarsi, di dargli sepoltura da povero, l’Allamano subito intervenne: “Niente affatto! È sacerdote e merita tutti gli onori del sacerdozio. Gli si dia sepoltura di prima classe, pago io!”.
Tanta maggiore sollecitudine dimostrava verso i bisognosi di aiuto morale. Nel ringraziamento della Messa, come sempre pregava per la santificazione del clero, così non ometteva mai di raccomandare a Dio i sacerdoti traviati. “E sapete per chi prego di più? Per gli scomunicati special modo”. Ripieno dello spirito del Divino Maestro, voleva si usasse per loro la più grande e delicata carità. Diceva: “Se potessimo a certi individui raschiare il carattere sacerdotale, tutto sarebbe finito. Ma poiché non si può, cerchiamo almeno di sostenerli e aiutarli a risuscitare gratian quam acceperunt per impositionem manuum Presbiteri. Cerchiamo di ravvivare la fiamma sepolta sotto la cenere, ridare la vita al lucignolo fumigante, prima che abbia a spegnersi del tutto”. Così infatti faceva, e riuscì a ricondurre più d’uno all’altezza e dignità della propria vocazione.
Più che con le parole, però, ammoniva e insegnava con l’esempio. Fu sacerdote integerrimo. Per testimonianza di quanti lo conobbero, l’Allamano conservò illibata l’innocenza battesimale. “La bella virtù – scrivono essi – era una cosa sola con lui”. E lo definiscono: “angelico”. Il candore dell’anima si rifletteva nella stessa persona, da cui emanava una spiritualità altissima che attraeva e faceva del bene. Bastava avvicinarlo, per sentirsi portati a desideri di virtù.
Con le persone di diverso sesso era riservatissimo; parlava a voce bassa, occhi modesti; non porgeva la mano a baciare; non riceveva nel suo studio, ma sempre scendeva in parlatorio, anche a costo di rifare più volte di seguito le scale. Durante le malattie preferì sempre che gli fosse vicino uno dei sacerdoti del santuario, eccetto nell’ultima malattia, quando, dovendosi od ogni poco somministrare qualche farmaco, permise che due suore missionarie l’assistessero. Il Dottore gli usava tutti i riguardi, limitandosi al puro necessario per rendersi conto del cuore e dei polmoni, eppure lui avrebbe voluto che si facesse a meno anche di questo, e vi si rimetteva solo ad un cenno del sacerdote che l’assisteva.
Si comprende come le sue esortazioni al riguardo fossero efficacissime. Attingeva e dava del suo. La bella virtù, nei suoi insegnamenti, era il primo segno di vocazione, ed era perciò risoluto ad allontanare dalla via del sacerdozio i vacillanti nella medesima.
“Indietro, indietro, per carità! In altro stato troverete forse la salvezza, che quasi certamente perderete nello stato sacerdotale!”.
“Tutta le virtù vi sono necessarie, ma io dico che questa lo è in modo particolare”.
“Solo la castità rende idoneo il sacerdote e il missionario ad esercitare il proprio ministero, e solo la castità può, tale ministero, rendere fruttuoso”.
“Se sarete casti, sempre casti, io sono certo della vostra buona riuscita. Nostro Signore si comunica alle anime caste, e voi farete prodigi”.
“Siate casti! Questo è l’avvertimento che vi ripetono ogni giorno la Chiesa e le Costituzioni”.
“Ogni giorno, nell’indossare la talare, ricordate l’obbligo strettissimo che vi siete assunti o che state per assumervi davanti a Dio, alla Chiesa, all’Istituto”.
“Divenendo sacerdoti casti, sarete sacerdoti santi, perché sarà sempre vero che un sacerdote perfettamente casto è un sacerdote veramente santo”.
“ANNUNZIERANNO LA MIA GLORIA ALLE GENTI”
È il motto programma dato dal Fondatore ai Missionari e Missionarie della Consolata.
Ad un chierico che aveva dipinto una pastorella in una scena campestre, domandava: “Perché non hai dipinto piuttosto un pastorello?”.
E c’era nella semplice domanda, come nel tono della voce, tutta una predica.
Avendo fatta un’osservazione ad un giovane sacerdote, sull’accarezzare i fanciulli, ed essendosi questo scusato che anche Nostro Signore lo faceva: “È vero – rispose l’Allamano – ma lei non è nostro Signore”.
La sua chiaroveggenza nel dare consigli va attribuita appunto all’innocenza di sua vita. In lui si avverava abbondantemente il detto: Beati i mondi di cuore, perché vedranno Dio. a ragione quindi il card. Salotti, nella lettera di condoglianze per la morte dell’Allamano, poteva scrivere di lui: “Serbò nell’animo il candore del fanciullo, e seppe le gioie di quell’infanzia pura che non muore mai!”.
Il grande segreto
A salvaguardia di sì perfetta castità, come di tutte le virtù sacerdotali, l’Allamano poneva la pietà. Non ammetteva via di mezzo: una soda pietà o la rovina del sacerdote, lo spirito di preghiera o lo spirito del mondo. tutte le doti di mente e di parola, tutte le attività esteriori egli calcolava un bel nulla, se non accompagnate da una profonda vita interiore:
“Lavorare alò confessionale, lavorare nella predicazione e nella scuola, sì. Sì, tutto bene, ma prima riservare tempo necessario per l’anima propria”.
“Vi sono persone che col troppo fare per gli altri, trascurano sé stesse; e si rendono inutili a sé e agli altri”.
“Chi lavora per obbedienza e necessità, costui prega. Ma ciò non toglie che debba attendere alle sue pratiche di pietà, detraendo il tempo alle opere di zelo”.
“Sbaglierebbe colui che si desse interamente ai lavori di missione e trascurasse l’orazione, la pratica della virtù e l’osservanza dei santi voti”.
“Sebbene Iddio abbia promesso di essere coi suoi apostoli tutti i giorni fino alla fine dei secoli, solo concede una speciale assistenza a chi sta unito a Lui di mente e di cuore”.
“Solamente chi vive come san Paolo, in N. S. Gesù Cristo, potrà ripetere: omnia possan in eo qui me confortat “.
“Poveri quei sacerdoti e quei missionari, che credono di compiere il loro ufficio con molto peregrinare e lavorare e menar rumore, tralasciando o diminuendo le pratiche di pietà! Essi dimenticano d’essere semplici strumenti della grazia di Dio, e che questa ordinariamente non s’ottiene che con la preghiera e l’unione con Dio”.
“Se fa più in un quarto d’ora dopo aver pregato, che in due ore senza preghiera”.
Spesso egli era costretto a chiudersi in camera e non rispondere, e declinare inviti ad opere buone per riservare tempo alla preghiera. Mai che tralasciasse la meditazione, i suoi quattro esami di coscienza, la lettura spirituale. affermava di non avere mai trovato tempo a leggere romanzi o libri del genere, e di non trovarne talora a dare uno sguardo al giornale cattolico. Praticava immancabilmente il ritiro mensile ogni prima domenica del mese. S’era tracciata una “Regola di vita sacerdotale” contenete le pratiche di pietà giornaliere, settimanali, mensili, e le osservò fino alla morte. Consacrava ogni giorno della settimana ad una delle devozioni del cristiano: SS. Trinità, Spirito Santo, Angeli Custodi, Anime del purgatorio. Era iscritto a numerose Compagnie religiose, ne portava gli abitini e recitava le preghiere prescritte. “Bisogna tener conto di tutto – diceva -; i santi disprezzavano nulla. S. Alfonso era ascritto a tutte le Compagnie e portava tutti glia abitini. Ed era grande Moralista, un grande teologo!”. Faceva regolarmente l’Ora di guardia ad onore del SS. Cuore di Gesù, di cui era devotissimo. Nella recita del santo Rosario impiegava più d’un quarto d’ora, per pronunziare bene le parole e meditarne i misteri.
Attentissimo ad ascoltare e seguire le divine ispirazioni, viveva una vita d’intima unione con Dio. nessuno lo vide mai dissipato, in nessun luogo e in nessuna circostanza; né alcuna conversazione teneva, senza condirla di qualche pensiero spirituale; né mai si dava interamente alle cose esteriori: “Alle volte ho la testa grossa così… ma mi concentro ugualmente. Prendo in mano il crocifisso e prego”.
Sapeva da tutte le cose portarsi alla pietà. Santificava gli stessi viaggi, e ad ogni paese che attraversava salutava Gesù in Sacramento, gli angeli e Santi Protettori del luogo, e pregava per le anime dei defunti. Nemmeno le malattie interrompevano l’elevazione dell’anima sua a Dio. durante le sue terribili emicranie, amava star solo per pregare di più. “HO tante cose da trattare col Signore, che il tempo mi passa più veloce stando da solo”. Di notte, ad ogni svegliarsi, faceva la Comunione spirituale.
È qui la spiegazione delle molte opere del canonico Allamano, qui segreto del successo che ad esse sempre arrise. È nella preghiera che prendeva gli accordi con Dio e la SS. Vergine; la preghiera incessante. A lui può applicarsi il detto del Salmista: “Beato l’uomo che nella legge del Signore medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato lungo correnti d’acqua, che darà il suo frutto a suo tempo, e la cui foglia non avvizzirà, e tutto quello che egli farà, prospererà” (Salmo 1).
La “laus perennis” della Chiesa
Particolarissima importanza, e giustamente, dava l’Allamano alla recita del Divino Ufficio: “la Laus perennis che la Chiesa militante unisce alla perenne lode della Chiesa trionfante”. Che se ogni Ordinazione sacerdotale egli godeva per esserci una Messa in più sulla terra, molto ancora si rallegrava all’Ordinazione di un nuovo suddiacono, per esservi: “uno di più a recitare il Divino Ufficio, il che vuol dire grazie più abbondanti sulla Chiesa, sull’Istituto e sulla Missioni”.
Riprovava energicamente coloro che trascurano quest’importante dovere con la scusa del molto lavoro: “Si può alle volte interrompere il breviario, ad esempio per entrare in confessionale, ma dopo lo si riprende e lo si continua. Questo è lasciar Dio per Dio e non Dio per il lavoro”. Una volta, , per pura dimenticanza, avendo tralasciato Compieta, e venuto in pensiero dell’omissione allo svegliarsi dopo il primo sonno, immantinente si alzò a recitare la parte dimenticata. Durante la grande guerra, avendo alcuni sacerdoti interpretato il pensiero della santa Sede nel senso d’essere dispensati dal breviario per solo fatto di vestire il grigio-verde, l’Allamano se ne rattristò e non poté tacere la sua disapprovazione. Si rallegrò poi grandemente quando da Roma venne la risposta contraria. Così pure fu contento quando, essendosi ventilata l’idea di radunar firme per una petizione alla santa Sede, onde ottenere la dispensa dal breviario per tutti i sacerdoti militari, questi nella grande maggioranza rifiutarono di aderirvi. “Fa piacere – esclamò l’Allamano – si vede che il nostro Clero ha buon spirito”.
Era d’opinione che gli alunni del Seminario debbono esercitarsi per tempo nella recita del Divino Ufficio. A questo scopo teneva apposite conferenze per spiegare le diverse parti del Breviario, il loro significato liturgico, le rubriche, o di commento ai principali inni, salmi e preghiere. Ecco alcuni dei suoi consigli sul bene recitare il divino Ufficio:
“Dirlo per tempo. Se detto a tempo, conforme allo spirito della Chiesa, non è faticoso”.
“Dirlo sempre, e tutto bene, senza aver paura di rubar tempo allo studio o alle altre occupazioni”. “Prima d’incominciarlo, oltre che mettersi alla presenza di Dio con al devota recita dell’apposita preghiera, fare una Comunione spirituale, per essere in perfetta unione di corpo, di mente e di cuore con Gesù”.
“Nella recita dei salmi procurare d’internarsi nei sentimenti del Profeta, facendoli propri”.
Voleva che si desse alla recita del Divino Ufficio il tempo più bello della giornata, e assai raccomandava che lo si recitasse in Chiesa, che è la casa della preghiera, mentre intanto si ha occasione di far più frequenti visite a Gesù Sacramentato, e si dà buon esempio ai fedeli. Ogni anno si distribuiva la famosa immagine – a così chiamarla – del diavolo che va raccogliendo le sillabe che sfuggono ai sacerdoti nella recita del Breviario, e già s’incammina curvo sotto il peso della sporta rigurgitante. “Eh – diceva sorridendo – pare contenga un po’ di esagerazione, ma nella realtà è proprio così. Essa servirà a farvi stare attenti nel pronunciare bene le parole”. Un giorno, in duomo, ne fece passare una anche ai Canonici, alcuni dei quali lo ringraziarono poi “della lezione!”.
Metteva però in guardia contro gli scrupoli, e agli scrupolosi dava le seguenti norme:
“Non farsi scrupolo, specialmente riguardo l’intenzione. Perché hai preso il breviario in mano, se non per recitarlo? Dunque l’intenzione c’è e basta così”. “Non è necessario arrotondare le parole. Dir tutto bene ma tranquillamente, come si direbbe una preghiera di libera scelta”. “Soprattutto non ripeter mai nulla. Lasciare gridare il demonio e andare avanti tranquillo. Bisogna fare in modo che dopo dieci, vent’anni di sacerdozio, si possa dire: non o mai ripetuto nulla!”. “Se anche si sbagliasse tutto l’Ufficio, non ripeterlo. Così se per sbaglio si dice un salmo più breve, non c’è bisogno di fare il compenso. Basta così e avanti!”. “Quando si avesse a troncare un salmo a metà, mettere un segno e ripigliare dal punto lasciato. Guai se si comincia a ripetere qualcosa! Del resto si può dire che tutti i salmi sono rotti ed hanno senso compiuto ad ogni versetto. E poi col Signore non fa bisogno di ricominciare un salmo solo perché l’abbiamo interrotto. Egli sa benissimo dove siamo rimasti!”. “non conturbarsi per le distrazioni, purché siano involontarie”. “se anche avvenisse di trovarsi alla fine d’un salmo e dubitare d’averlo recitato perché sorpresi dalle distrazioni, se non siamo proprio certi d’averlo omesso, continuare tranquilli, che l’abbiamo recitato”.
Terminava l’istruzione del riguardo con le parole di S. Giuseppe da Copertino ad un Vescovo: “Fate che i vostri Sacerdoti celebrino bene la Messa e recitino devotamente il Breviario ed avrete un clero santo”.
Il figlio della Chiesa
Dottissimo nelle scienze sacre, sì che la sua parola poteva seguirsi con tranquilla coscienza, il can. Allamano fu tuttavia l’uomo dalla fede semplice: che rigetta il prurito di sofisticare di tutto, disputare di tutto, obiettare a tutto; - e dalla fede umile: che non vuol saperne più del necessario, più degli altri e specialmente più della Chiesa.
Aveva parole severissime contro coloro, specie se sacerdoti, che hanno sempre qualcosa da ridire sul papa o sulla Chiesa: “Voi li conoscete subito – diceva con forza – sono vuoti di pietà ma pieni di chissa!”. Parlando del modernismo, anche l’aspetto assumeva una tristezza impressionante:
“Ai giorni nostri è sorta e si diffonde una certa setta peggiore del giansenismo, vera eresia e apostasia dalla fede. Certuni, per amor di novità e spinti dall’orgoglio, s’arrogano il diritto di tutto giudicare nella Chiesa: dal papa ai dogmi e alla morale”.
“Noi professiamo di essere col Papa. Se qualche libro venisse nelle vostre mani, o qualche sacerdote si avvicinasse a voi infetto di modernismo, ditegli: Vade retro, Satana!”.
“Preghiamo perché il Signore conservi la nostra fede umile e semplice, allontanando da noi il mal vezzo di sofisticare e dubitare di tutto”.
“Vivamente prego il Signore che da ciò sia alieno il nostro istituto, piuttosto lo annienti!”.
Soffriva assai, per la propaganda protestante in Italia. “Noi si dorme, - ammoniva – mentre il lupo mena strage. Eh, ci vuol più zelo, più zelo, più zelo! Omnia facio propter evangelium. Tutto ciò che si può: pregare. Lavorare, sacrificare qualcosa e sacrificarsi”. Un giovane, uscito da poco di prigione, venne a riferirgli che i Valdesi gli avevano offerto alcune centinaia di lire, perché desse il nome alla setta. L’Allamano si fece portare la carta dell’infame ricatto, la lacerò, poi subito s’interessò a trovare un impiego all’infelice. “Veramente - soggiungeva – costui me l’ha fatta altre volte… Ma che fare? Meglio essere sfruttati un poco, piuttosto che lasciare perdere la fede ad un’anima”.
Insegnava dovere obbedienza la Papa non solo nelle cose di fede, ma anche nei semplici desideri: “Noi vediamo le cose dal basso. Il Papa le vede dall’alto. Noi vediamo le cose da semplici mortali. Egli le vede da Vicario di N. S. Gesù Cristo”. La festa del Papa la voleva perciò da noi celebrata con grande entusiasmo, e che molto pregassimo per il Papa: “Pregate perché il Papa possa far tutto il bene che desidera. Promettiamo a Lui, come Vicario di N. S. Gesù Cristo, obbedienza di mente e di cuore, e consoliamolo coll’aumentare il numero dei cristiani, in compenso di tanti cattolici che l’errore e il vizio strappano dal seno della Chiesa”.
Nelle Costituzioni dell’Istituto inserì la seguente professione di fese: “I Missionari sono soggetti come a loro Superiore, al Romano Pontefice, a cui sono tenuti ad obbedire anche in virtù di santa obbedienza; professano piena sottomissione e devozione alla Sacra Congregazione di Propaganda Fide; e perciò si faranno sempre uno stretto dovere, non solo di osservatore le prescrizioni, ma d’uniformarsi in tutto allo spirito e all’indirizzo in qualsiasi modo da essa manifestati”. E così commentava: “Non si poteva dire di più per significare quanto l’Istituto ed ogni singolo membro dev’essere attaccato alla Chiesa e al Papa”.
Ogni suo viaggio a Roma rivestiva il carattere di pellegrinaggio. La sua prima visita era in San Pietro. Allorché la Basilica appariva allo sguardo, egli si scopriva, recitava il Credo, poi altre preghiere in suffragio dei Pontefici defunti e dei benefattori della Basilica.
Entrato, dopo l’adorazione al SS. Sacramento, si recava a pregare alla tomba del Principe degli Apostoli; quindi ancora si avvicinava alla statua di bronzo, e qui metteva il capo sotto il piede sporgente della medesima, e ve lo teneva a lungo, come per esprimere, con quell’atto esterno, la totale e perfetta dedizione di sé e dell’Istituto da lui fondato, alla causa della Chiesa.
Sulle orme dello Zio
Da tale vivezza di fede scaturiva nell’Allamano la non meno viva fiducia nella Divina Provvidenza. Fu essa a renderlo sì animoso nell’affrontare le ingenti spese per il Santuario e le Missioni. Ebbe, sì, da attraversare momenti difficili, soprattutto negli inizi, ma era tale la sua fiducia in Dio, che non parve mai angustiato, come mai ebbe a ricorrere a prestiti. La Provvidenza si manifestava anzi così visibilmente, e l’aiuto arrivava così tempestivo e proporzionato ai bisogni, che il “credere” in essa diveniva sempre più difficile, mentre si toccava con mano nei suoi miracoli. Quante volte il soccorso - e ritrattava di somme talora ingenti – gli giunse proprio nel momento giusto giusto, e nella misura richiesta dal bisogno! A noi diceva:
“Il mio fastidio non è che non entrino denari, ma che meritiate che entrino”.
“Mi rallegro del numero e non mi spavento delle spese”.
“l’economo mi presenta cifre stravaganti, ma non mi spaventano. L’Istituto è sorto per volontà di Dio ed Egli ci penserà”.
“Se corrispondiamo, il Signore fa uscire ed entrare, altrimenti fa solo uscire”.
“Solo che vi manteniate nel buon spirito, e nulla ci mancherà mai”.
“Se un giorno venisse mancare il necessario, sarà perché tra noi c’è una Amalecita; e allora verrei e lo scaccerei fuori”.
D’altra parte ci ammoniva a non starcene lì con le mani in mano, in attesa di miracoli:
“La fiducia nella Divina Provvidenza non esclude di pensare e provvedere all’avvenire. Gesù proibiva quel troppo affanno che nasce dalla diffidenza di Dio e dall’attaccamento smoderato alle cose della terra. Nelle Comunità mi sembra che, in generale, si vada nel difetto contrario. Osservando che a tavola c’è sempre il necessario, provvisto talora con ingenti spese dai Superiori, quasi non si pensa alla Provvidenza di Dio e a ringraziarla, ma si prende il tutto come a cosa dovuta, e talora… guai se manca qualcosa! Non così nel mondo, dove ognuno s’industria per andare avanti. Sia perciò impegno di tutti voi cooperare al bene comune”.
Se tanta era la fiducia dell’Allamano per i beni materiali, è facile arguire quanto più grande fosse in lui la speranza nel raggiungimento del Bene supremo: Dio. lamentava infatti che a questa virtù non si desse la dovuta importanza: “Si sente l’obbligo di credere e di amare, né si ammetterebbero pensieri contro queste virtù, mentre poi non solo da persone del mondo, ma anche da anime pie, e più da queste che da quelle, non si fa scrupolo di pensieri e scoraggiamenti contro la speranza cristiana, sotto falsa specie di bene, cioè del timor di Dio”.
La frase: - Chissà se mi salverò? – non la voleva udire: “E perché questo: chissà? Si deve andare avanti con al certezza che il Signore sovviene alle nostre miserie, purché noi mettiamo da parte nostra un po’ di buona volontà”. Diceva ancora: “La virtù caratteristica del beato Cafasso fu la speranza. L’ho deposto nei Processi di beatificazione. Di queste virtù ne aveva per sé e per gli altri, così da infonderla, persino nei disperati e mandarli diritto in Paradiso. Il peccato contrario alla speranza lo chiamava il peccato dei folli, e l’è infatti”.
Anche lui, l’Allamano, possedeva questa virtù, da comunicarla in modo efficacissimo agli altri, come concordemente attestano i suoi penitenti. Non voleva che si disperasse di nessuno: “Il Signore, negli ultimi istanti, fa brillare all’anima i principi cristiani e la buona educazione ricevuta, e con la sua grazia aiuta a far atti di dolore e di amore. Si deve mai disperare di nessuno, essendo al misericordia di Dio infinita e superiore a tutte le altre sue opere”. Era insomma di parere che: “di confidenza non ce n’è mai troppa”.
Le fiamme del Divino Amore
In queste fiamme il cuore suo bruciava. A persuadersene, bastava sentirlo parlare di Dio, spiegare che cosa importi amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l’anima, con tutte le forze. Ogni sua parola portava come un timbro di fuoco, il fuoco del divino amore.
A una persona che gli confidava di soffrire di mal di cuore e n’era impressionata, l’Allamano rispondeva:
“Ma se dobbiamo tutti morire di mal di cuore, noi che amiamo il buon Dio” dobbiamo volere che il nostro cuore si logori bell’amore.
Sal suora missionaria, che per il suo ufficio aveva la fortuna d’avvicinare ogni giorno il Rettore alla Consolata, ritornando all’Istituto, veniva richiesta dalle consorelle di riferire loro le parole del padre. Un giorno essa gli confidò la cosa, e gli domandò che cosa dovesse rispondere.
“Dì loro che desidero che diventino pazze… ma pazze d’amor di Dio!”. altra volta che il discorso cadde sull’amore di Dio, egli s’infiammò talmente, che persino il volto divenne di fuoco, e fu necessario cambiare discorso, per tema che il protrarlo gi nocesse alla salute.
All’inizio di ogni nuovo anno, metteva l’intenzione: che tutti i passi e ogni singolo respiro fossero altrettanti atti di puro amore di Dio. a questi atti voleva ci abituassimo, per averli poi facili in punto di morte. E dissentiva fortemente da coloro che insegnano: essere cosa difficile fare un atto di perfetto amore di Dio: “No, - esclamava – non è così. Le parole del Padre nostro, specialmente quelle della prima parte, sono altrettanti atti di amore di Dio; e se li facciamo sgorgare dal cuore, sono perfetti”.
Fu l’amore verso Dio a spingerlo a tante così importanti opere di zelo. Com’è lo stesso amore che gli faceva sentire profondamente le offese fatte a Dio, e quindi il dovere d’impedirle, di ripararle. Andando per la città, e vedendo a trovarsi in circostanze in cui poteva presumere si potesse bestemmiare, cercava di prevenire il male con atti di riparazione. “Che se non riesco sempre a impedirlo – ci confidava – voglio almeno che il Signore abbia la lode prima dell’offesa”. Per lo stesso motivo non permise mai che da noi si parlasse di carnevale, eccetto che per fare, in riparazione, alcune ore di adorazione davanti al SS. Sacramento. “Ve lo dico e ve lo lascio per scritto: nell’Istituto non si farà mai carnevale. Il nostro carnevale sarà a Pasqua con Gesù trionfante”. Avendogli qualcuno osservato che almeno ai più giovani si poteva permettere qualche divertimento: “No – rispose – neppure ad essi. Ho troppa stima della loro virtù e del loro giudizio”. Riconoscentissimo a Dio per i benefici ricevuti, inculcava ci continuo alle anime questa virtù. La funzione di chiusura d’anno al Santuario della Consolata raggiunse, durante il Rettorato dell’Allamano, il massimo dello splendore e della solennità. Ad ogni avvenimento importante o favore elargito da Dio, ordinava preghiere di ringraziamento. Ci esortava a servirci del Deo gratias per subito rivolgere a Dio il bene che facevamo e che ci veniva fatto. Non di rado, ai poveri che rispondevano col semplice “grazie!” alle sue elemosine, faceva ripetere: Deo gratias! Praticava e molto raccomandava la celebrazione degli anniversari dei fatti più importanti della vita, come battesimo, prima Comunione, professione religiosa, sacre Ordinazioni, ecc.: “per rinnovare in noi – spiegava – l’impressione, lo spirito e la virtù della grazia ricevuta”. Potendolo, egli passava tali giorni in sacro ritiro. Nell’anniversario del battesimo, rileggeva le preghiere rituali e rinnovava i voti battesimali.
In modo particolare, l’amore verso Dio egli lo manifestava e praticava con la piena conformità alla Divina Volontà. Sta qui l’essenza della santità, e fu questo il faro di sua vita. Ogni suo passo si mosse a questa luce, ogni sua azione fu da essa rischiarata. Ci diceva un giorno, rispondendo ai nostri auguri di compleanno: “Una cosa mi consola quando penso alla poca corrispondenza mia a tante grazie: ed è di aver sempre seguito la via che Dio mi aveva fissata da tutta l’eternità…
Quante responsabilità gravarono sul mio capo, ma è Dio che così volle, e la sua grazia era sempre con me. Se il Signore benedì molte opere a cui posi mano, da eccitare talora ammirazione. Il segreto mio fu di cercare Dio solo e la sua Volontà. . questa fu ed è la mia consolazione in vita, e sarà la mia confidenza al tribunale di Dio”.
Divina passione eucaristica
Al centro della pietà sacerdotale, il can. Allamano poneva la devozione al Gesù Sacramentato. Fu il suo grande amore. Vorremmo dirla, in ordine allo spirituale, la sua passione dominante. Passione che egli fece e disse per trasfondere nel giovane clero e in noi:
“Vorrei che i vostri occhi fossero così fissi, così penetranti, da vedere di continuo Gesù nel Sacramento”.
“Vi voglio tutti devotissimi del SS. Sacramento. Voglio che questa sia al nostra devozione principale.. Lo dev’essere di tutti, ma voglio che sia la nostra in particolare”.
“Vi voglio tutti Sacramentino e Sacramentine, qui e in Africa”.
Una delle più pure gioie del suo cuore sacerdotale era di vedere aumentato. Con la fondazione dell’istituto, il numero di santi tabernacoli in Italia e in africa. La sua insistente raccomandazione era che sapessimo apprezzare la grazia di avere sempre Gesù con noi: fare del tabernacolo il centro di ogni casa non solo, ma d’ogni cuore; il sole, attorno cui tutto si muove: “La nostra mente e il nostro cuore dovrebbero esser continuamente occupati del Santissimo sacramento. È un errore dei modernisti il dire che ai nostri giorni si esigono opere esterne e non tante preghiere, vita attiva e non contemplativa”.
Parlando della Messa, il suo spirito esultava: “Ah, la Messa è certo una gran cosa!... È la devozione delle devozioni!... Se anche dovessimo prepararci quindi o vent’anni per celebrarne una, qual compenso sarebbe!... e dirne tante? Oh, felicità del Sacerdote!”. Nei suoi cinquantadue anni di sacerdozio non tralasciò mai di celebrare, eccetto per malattia. Anche nei viaggi non lasciava di dir Messa, per quanto stanco e tarda l’ora. Talvolta giungeva a Torino da Roma sul mezzogiorno. Sfinito da far pietà, e sempre ancora celebrava.
La sua giornata eucaristica, era divisa tra il preparamento e il ringraziamento alla Messa. La sera, nella visita a Gesù Sacramentato, cominciava il preparamento remoto. Aveva poi diviso la giornata in tanti periodi di due ore l’uno, in cui rinnovare gli atti di adorazione, ringraziamento, offerta, domanda e consolazione a Gesù. ma anche il preparamento e il ringraziamento prossimi non li ometteva mai. Prima della Messa procurava d’osservare il silenzio assoluto. Terminato il Divin Sacrificio e anche dopo il ringraziamento, continuava a tenere un particolare raccoglimento, da tutti ammirato.
Quanti lo videro all’altare, sono oggi unanimi nel dare risalto alla sua gravità, pietà e fervore. Essi attestano: “la profonda impressione riportata”; ci dicono: “d’essersi formati allo spirito ecclesiastico anche solo al mirarlo a celebrare”; “d’avergli aumentata la stima assistendo la prima volta alla sua Messa”.
V’impiegava ordinariamente da venticinque a vent’otto minuti, solo negli ultimi anni raggiungeva la mezz’ora. Aveva parole di riprovazione per coloro che, di ritorno dall’altare, s’assicurano, orologio alla mano, d’essersela sbrigata: “Vergogna”… Vergogna!.. Misurare così il tempo al Signore!... Bisogna guardare piuttosto se abbiamo strapazzate le cerimonie, omesso qualcosa, perché il Signore non può sopportare tanti difetti nella celebrazione dl Divin Sacrificio, e si torna dall’altare più carichi di demeriti che di meriti”.
Dal libro di S. Alfonso “La Messa strapazzata” aveva tratto alcuni punti, che poi ridusse a trenta brevi meditazioni. Ogni mattina ne leggeva una, e affermava di trarne un gran bene. Fatto è che, in occasione del suo giubileo sacerdotale, rispondendo ai nostri auguri, poteva pronunziare queste testuali parole: “Dopo 50 anni di Messa, sono contento e non ho alcun rimorso. Non dico per superbia, ché questa sarebbe una santa superbia. Ho tante miserie, ma la Messa ho sempre cercato di dirla bene, e ciò oggi mi consola più di tutto”.
Quante volte l’udimmo esprimere l’ardentissimo suo desiderio di comunicarsi non solo tutti i giorni, ma più volte al giorno se fosse stato possibile. Gli effetti della Comunione li compendiava in una delle sue caratteristiche frasi: “Dalla Comunione ben fatta ci alziamo grondanti grazia, anima e corpo. Solo e tutta grazia”. Voleva che le ostie da consacrarsi fossero sempre fresche e intere: “Voglio che Nostro Signore si rispetti anche in questo”. Inutile raggiungere che, riguardo alla Comunione lasciava agli alunni la massima libertà; aveva anzi disposto che, nell’andarvi, non si seguisse alcun ordine d’anzianità o di banco o d’altro. “Mi piace l’ordine, ma per la Comunione, e solo per la Comunione, permetto il disordine”.
Spiegando a noi il punto delle Costituzioni concernente la visita al SS. Sacramento, diceva: “Non è a caso che fate due volte al giorno la visita, e nemmeno è semplicemente per occupare in qualche modo il tempo. È che voglio vi leghiate talmente a Gesù Eucaristico, da on poter più vivere senza di Lui. In africa, specialmente voglio che Gesù Sacramentato sia il vostro Consigliere, il vostro Direttore, in vostro tutto”. ai partenti per le Missioni consigliava di non omettere la Visita al SS. Sacramento sui piroscafi, volgendosi semmai dalla parte della terra ferma, dove potevano presumere vi fosse una chiesa. Altra sua esortazione: che nelle Visite a Gesù Sacramentato parlassimo di preferenza a cuore a cuore col Signore: “Forse che quando abbiamo da parlare con qualcuno, gli leggiamo ciò che gli volgiamo dire? I libri devono essere solo un aiuto. Prendere da essi un pensiero, poi farlo nostro, ruminarlo, gustarlo e con esso parlare al Signore”.
Accennando alla particolare disposizione dello scrittoio nel suo studio, diceva: “A voi posso confidare il motivo per cui lo preferisco in quella posizione: ed è che, stando a tavolino, resto rivolto verso la cappella del Convitto e il presbiterio del Santuario. Con un solo sguardo raggiungo la prima e faccio una visita a Gesù, poi il secondo e lì un altro saluto al SS. Sacramento”. Teneva inoltre a portata di mano una lista di tutte le Stazioni di Missione, per portarsi spiritualmente in giro a compiervi in ciascuna e per turno una breve visita a Gesù Eucaristico.
La Divina Eucaristia era dunque veramente la sua vita spirituale. ad un’inferma cui rincresceva, morendo, di non potere più fare la corte a Gesù Sacramentato, rispondeva: “E lei preghi il Signore che le conceda di passare il Paradiso attorno al tabernacolo, insieme con gli angeli adoratori”. Orbene piace a noi pensare che la grand’anima del nostro Padre trascorra anch’essa la sua giornata eterna fra noi, attorno al Tabernacolo ch’egli pose a centro dell’istituzione!
Un suo debole
“Vi confesso un mio debole, di cui però mi glorio: ed è per le sacre cerimonie, della cui importanza fui compenetrato fin dal seminario”. L’amore alle sacre cerimonie fu infatti una delle caratteristiche più spiccate del can. Allamano.
Lo manifestava anzitutto con la perfetta osservanza delle medesime, senza distinzione fra cerimonie e cerimonie, per maggiore o minore importanza: “Nulla - diceva – c’è di piccolo nel servizio del Signore, e ogni cerimonia ha grande importanza agli occhi di Dio”. Voleva ben fatto l’inchino, assicurando che ad ogni inchino fatto a dovere, corrisponde una benedizione particolare del Signore. E così il segno della croce: “Quanto rincresce – esclamava - veder certi segni di croce!... meglio non farli”. Se alcun chierico o sacerdote l’eseguiva meno bene, sempre il Rettore gli ne faceva osservazione. “Qualcuno dirà: teste piccole!... Ah, non è una testa piccola la madonna, che pure insegnò a Bernardetta a fare il segno di croce, e non credo di esserlo io se faccio ciò ch’Ella fece, ciò che è tanto stimato in Paradiso”.
Le genuflessioni malfatte eran da lui definite: “le genuflessioni del diavolo”. E soggiungeva:
“Le cerimonie ho sempre procurato di farle bene; se sbaglio, subito me ne accorgo. Quantunque vecchio, cerco nelle genuflessioni di giungere sino a terra. Faccio la prima a stento, ma poi riesco più facilmente nelle altre”.
Tutto ciò era così noto, che un giorno, essendo andate le suore missionarie in passeggiata a Superga, si sentirono dire dal Rettore della Basilica: “Si vede proprio che son le figlie del canonico Allamano!”.
“E perché?”
“Dal modo con cui fanno genuflessione e il segno della croce”.
Altra espressione del suo amore per le sacre cerimonie: lo zelo nell’insegnarle. Direttore spirituale in seminario, nel dar inizio a detta scuola, e poi sovente durante l’anno, rivolgeva ai chierici fervide esortazioni. Diceva fra l’altro: “M’atterrisce il pensiero della responsabilità che è per un tale ufficio pesa sul mio capo; incarico tanto delicato, quante è l’importanza delle sacre cerimonie. Di qui potete capire quale sarà il mio programma: esigo in esse puntualità sia al riguardo del tempo che al modo, e devozione sia esterna che interna”. Non fa dunque stupire se i suoi antichi alunni sono così unanimi nel dar rilievo a questo punto, affermando che: “delle sacre cerimonie faceva il massimo conto”; - che era “veramente zelante ed eccellente nell’insegnarle”; - che esigeva esattezza massima fino allo scrupolo”.
In misura anche maggiore trasfuse quest’amore negli alunni dell’Istituto delle Missioni, non passava anno che non tenesse un’apposita conferenza sull’importanza delle sacre cerimonie, sul dovere di bene eseguirle, sull’intenzione sua che ne facessimo uno studio serio e costante. “Persuadetevi, miei cari, che non è perduto il tempo che s’impiega nello studio delle sacre cerimonie. Il Signore ci darà la grazia di poter studiare con più impegno e d’apprender con maggiore facilità le altre materie di studio”.
Volle in più lasciarci scritte le seguenti parole, che han tutta l’importanza e la solennità d’un testamento paterno: “Il nostro Istituto ha al presente per le sacre cerimonie l’amore che ebbero tutti gli Ordini nel loro primo fervore. Lo conserverà sempre quest’amore? E anche in Missione dov’esso trova tanti ostacoli per mancanza di chiese sontuose e di ricchi paramenti?... Oh, se queste parole si stampassero bene nella vostra mente e nel vostro cuore! Potessi sempre vedere il voi quest’impegno, sia in casa madre che nelle Missioni! Potessi poi dal Paradiso sempre riconoscervi in ciò miei cari figli!... Devo dirvelo? Io, per lo studio e la cura che ebbi d’insegnare le sacre cerimonie, mi aspetto misericordia al giudizio di Dio e il posto riservato a quelli che hanno procurato l’onore di N. S. Gesù Cristo”.
Il decoro delle chiese
Fu questo un altro debole del can. Allamano, santo al par del precedente. Era infatti d’opinione che si dovesse procurare nelle chiese il massimo splendore, e diceva di coloro che stimano sprecato il lusso nelle chiese: “Non hanno lo spirito di Nostro Signore, ma quello di Giuda”.
Quando intraprese l’abbellimento del Santuario della Consolata, vi fu chi gli obiettò:
“Quale spreco! Che necessità di sfoggiare marmi sì preziosi, mentre sarebbe bastato marmo finto? Ed egli: “Per Nostro Signore e per la Madonna non è mai troppo, non si spreca mai”. Altri ancora dicevano:
“Perché rifare il pavimento e metter anche lì marmo di prima qualità? Non serviva la pietra?”. “La pietra – rispondeva egli – s’addice al pronao, non all’interno del Santuario; e appena possibile la toglieremo anche da pronao”.
Insisteva soprattutto sulla pulizia delle chiese.
“La pulizia è possibile dappertutto, e non costa”.
“Per conoscere ilo buon spirito di un sacerdote, basta uno sguardo alla chiesa, com’è tenuta”. “La pulizia e l’ordine della chiese non spetta solo al sacrestano, ma anche al sacerdote; e dev’essere una gloria lo scopare in chiesa anche per un sacerdote, per un parroco”.
“Le grandi cose saltano agli occhi e tutti le vedono; invece la cura minuta, quotidiana, insistente è quella che dimostra ordine e amore all’altare, al decoro del tempio”.
“Vorrei far passare molti da sacrestani, perché tutti avessero a prendere questo spirito”.
“In seminario fui anch’io sacrestano per tre anni e me ne glorio più d’ogni altra cosa”.
“in Missione farete come potete. Gesù si fa volontariamente povero coi poveri volontari. Egli si accontenta della pulizia e dell’ordine. Quello però di cui potrete disporre per le chiesette, datelo volentieri”.
Tutti i pomeriggi egli scendeva nel santuario e passava in rassegna gli altari, facendo poi al’incaricati le sue osservazioni. In una di queste ispezioni, avendo scorso un po’ di polvere su di un altare, prese a toglierla con uno strofinaccio. Al vederlo, una signora esclamò:
“Ma, signor rettore, lei fa questo?”
“E perché no?... Me ne glorio!”
Altra volta, mentre ferveva la pulizia generale del santuario, vi fu chi gli chiese:
“Perché se la prende tanto a cuore? Finché lei vivrà il santuario sarà bello; chi poi verrà s’aggiusterà”.
Al che l’Allamano:
“Io lavoro per l’eternità”.
Ci esortava a riparare con maggior devozione interna ed esterna all’incuria di tante chiese. Accennando al fatto di Pio X che aveva quattro lampade nella sua cappella <privata e le accendeva e puliva di propria mano, esclamava:
“Quelli son santi!”.
E tuttavia, recitando la parola del salmo: “Domine dilexi decorem domus tuae at locum habitationis gloriae tuae”, il can. Allamano si credeva in dovere di coscienza,onde accertarsi che corrispondesse a verità. e sì, che attorno splendevano i marmi, e scintillava d’oro di cui aveva reso fulgido il s-antuario!
Il devoto di Maria SS.
Già vedemmo come le più importanti tappe della carriera sacerdotale dell’Allamano, portino tutte il segno e il nome della Vergine . In una festa della Madonna, la Maternità di Maria SS., veste le divise chiericati; - in una festa della Madonna, N. S. del Carmelo, fa voto di castità; - in una festa della Madonna, l’Assunta, fa da diacono la prima predica; - in una festa della Madonna, la SS. Addolorata, celebra la prima Messa. Nella “regola di iota sacerdotale” propone: di fare ogni giorno, nel mese di maggio, la meditazione sulle virtù della Madonna; - di prepararsi con novena alla festa in onore di Lei; - di recitare ogni giorno, oltre il santo Rosario, altre devote preghiere; - di restare fedele agli obblighi contratti con l’iscrizione alle diverse Compagnie religiose in onore della Vergine.
Intanto, con la carica di Direttore spirituale in seminario, il suo amore per Maria può finalmente espandersi e comunicarsi. L’argomento che più spesso si riscontra nei suoi fervorini ai chierici, è infatti la devozione alla Madonna. E sempre la parola gli sgorga calda, persuasiva. Nella mancanza di questa devozione o anche solo nel fatto che un chierico, all’approssimarsi delle feste della Madonna, non si senta tutto infervorato vede un segno di non vocazione o diincorrispondenza alla medesima. Vuole invece, e a ciò si adopera, che ogni chierico “abbia il cuore ripieno di Maria!”.
Ora come stupirci se, nominato Rettore del Santuario della Consolata, l’Allamano seppe accendere nel popolo torinese un sì gran fervore di pietà, di tenera devozione alla Vergine? E se, qual Rettore del Convitto Ecclesiastico, seppe educare un’intera generazione di sacerdoti alle virtù proprie del loro stato, sotto l’egida di Maria? e se, nel nome di Maria, poté attuare tante e sì importanti opere di zelo? Egli era tutto di Maria, e la Vergine si serviva di lui per i suoi disegni misericordiosi.
Quando poi questo amore dilatò oltre i confini d’Italia per raggiungere i popoli infedeli, e l’Allamano fondò i due Istituti Missionari, intitolandoli alla SS. Consolata, non si può dire con quale ardore cercasse trasfondere in noi la devozione a Maria Santissima! Eravamo persuasi che, sull’esempio di S. Alfonso, avesse fatto proposito di non tenere un discorso senza parlare della Madonna.
Le feste inoltre della Madonna, ch’egli voleva tutte da noi celebrate con la massima devozione; - e la pratica del mese di maggio, che caldeggiava con appassionante esortazioni; - e gli efficaci suoi trattenimenti sul santo Rosario; - e l’Ufficio della SS. Consolata da lui composto e dato alle due Comunità, quale: “preghiera ufficiale dell’Istituto, attraverso la quale sarebbero sempre venute tutte le grazie…” tutto questo può dare un’idea dell’ambiente in cui l’Allamano ci faceva vivere, saturo cioè della devozione alla Vergine.
Affinché poi il nostro sguardo si fissasse più facilmente su di Lei, e il nome di Lei avessimo di frequente sul labbro, ne fece collocare l’effigie in tutti i locali di Casa madre, persino nei cortili; poi ancora la volle campeggiante in altro, al centro della casa, a significare non solo l’assoluta signoria della SS. Consolata sull’Istituto, ma come ella ne doveva essere il cuore: il grande cuore da cui il sangue vivificante della grazia, partendo dal capo, Gesù, si sarebbe perennemente comunicato ai singoli membri, per trarne copiosi frutti di santificazione e d’apostolato.
Né si trova una sola lettera fra quante l’Allamano ne scrisse ai missionari e suore missionarie della Consolata, e anche a tante anime pie, che non porti, insieme con la firma, il nome della SS. Consolata, invocato a benedizione o suggerito a conforto. Era la sua pratica: far entrare negli scritti come già nella conversazione, il nome della Vergine Consolatrice come una nota di soave spiritualità. l’anima sua respirava questa devozione, non usciva mai di casa senza passare prima ad ossequiare la SS. Consolata, e così quando rientrava. Il sabato di Passione, si trovava immancabilmente a salutare la sacra effigie prima che il quadro venisse velato, né mancava di trovarsi nel Sabato Santo, quando veniva scoperto. Voleva che tal cerimonia si eseguisse dal Prefetto di sacrestia, in cotta, dicendo non essere cosa piccola. E quanto segreti potrebbe rivelare quel coretto del santuario, dove l’Allamano soleva portarsi a pregare, rimanendo delle ore con lo sguardo fisso alla soave effigie della Madre della consolazioni!
Pochi mesi avanti di morire, essendogli stato chiesto per il Noviziato il quadretto della Consolata – posto ai piedi del suo letto durante la gravissima malattia del 1900 – il buon Padre non seppe dire di no. Andò a prenderlo, lo fissò a lungo con uno sguardo profondo, lo baciò con trasporto quasi infantile, poi lo consegnò. Era come la consegna di una fiaccola: quella fiammeggiante del suo cuore, che doveva passare in noi, per illuminare di sua luce – attraverso il nostro apostolato – gli erranti nelle tenebre del paganesimo, e col suo calore desta a vita i giacenti nell’ombra di morte!
Ricco per i poveri
Quello che sappiamo della beneficenza del can. Allamano è ben poca cosa in confronto della realtà. Egli ebbe infatti sempre gran cura di nascondere alla sinistra, quanto di bene l destra faceva. La sua raccomandazione e quasi imposizione ai beneficati era sempre la stessa: nulla dicessero. E i più portarono nella tomba il segreto.
I primi a usufruire della sua carità – e lo vedemmo – erano i sacerdoti, ch’ei chiamava “i primi poveri”. Sappiamo infatti di sacerdoti che mandava dal sarto ora per una talare, ora per un soprabito, e poi lui pagava. Altre volte, incontrandone qualcuno in uno stato poco decoroso, o faceva salire in camera e l’obbligava a indossare la propria talare, nuova o quasi. Per taluni che celebravano al Santuario, e glia aggiungeva, del suo, un soprappiù all’offerta della Messa. A molti sacerdoti del Convitto pagava la retta di pensione, a i più poveri passava persino il denaro per la mancia ai domestici. Lo stesso faceva per i sacerdoti e i secolari che si recavano a Sant’Ignazio per gli esercizi spirituali. Sempre, poi, era una carità fatta cristianamente: in modo da non umiliare il beneficiato, in tutta confidenza.
Consta di frequenti elargizioni a famiglie povere che non osavano stendere la mano. A persone che avevano subito rovesci di fortuna, imprestò somme rilevanti che poi non esigette. Anche a coloro che non poteva non restituire nel tempo convenuto, l’Allamano non dimostrava mai il minimo risentimento, per poter sempre giovare alle loro anime. Pagava pigione a delle buone vecchierelle, per averne in cambio preghiere. A poveri ammalati provvedeva medicine e anche qualcosa che tornasse loro di sollievo; mentre ad altri procurava persino una quindicina di cura balneare.
Per talune di queste elargizioni si serviva del domestico, al quale consegnava buste di denaro da portare ad ammalati negli ospedali, o a povere famiglie nelle soffitte, con istruzioni sul modo di comportarsi per scoprire le vere necessità di quegli infelici e riferire a lui che sempre provvedeva.
Non stupisce quindi che numerosi fossero i poveri che battevano ogni giorno alla porta del Convitto, chiedendo del can. Allamano, o che stendevano a lui la mano per via, o gli facevano pervenire le loro petizioni. Sapevano tutti che al buon canonico non si ricorreva invano. Né stupisce che i suoi ammiratori siano così unanimi nel dichiarare che: “l’Allamano praticò la carità in tutta la sua estensione e con tutti i caratteri che della carità ci dà San Paolo”.
Povero per sé
Ricco pei poveri, il can. Allamano amò e praticò per sé la povertà. Non cercò mai il denaro, e lo spirito d’interesse lo detestava. Diceva: “Lo spirito d’interesse ci farebbe mancare alla promessa fatta nel ricevere la tonsura, c’impedirebbe l’adempimento dei nostri doveri e c’indurrebbe in molti peccati”. Ammoniva inoltre i giovani sacerdoti: che, quando fossero poi stati parroci, si guardassero dal riempire la canonica di aprenti, o d’ingolfarsi nei loro affari, contratti, ecc. “Se i parenti sono bisognosi – diceva – meglio soccorrerli di lontano. Far altrimenti sarebbe rapire il tempo alle anime, danneggiare i poveri e la Chiesa, avvelenare la propria vita, rendere sterile il sacro ministero, e dopo morte… poveri pretti ricchi!”.
Quando Mons. Gastaldi propose all’Allamano i restauri del Santuario della Consolata, gli disse: “Tu hai denari; metti prima i tuoi, e il Signore farà il resto”.
L’Allamano seguì il consiglio e impiegò del suo, fin dai primi restauri, non meno di quarantamila lire. Nella fondazione dell’Istituto, poi, esaurì tutte le disponibilità, vendendo anche gli immobili, compresa la cascina dove si recava ogni anno per un po’ di riposo.
Il suo appartamento alla Consolata era corredato con la massima semplicità, né mai vi permise abbellimenti di sorta, cos’ dei suoi vestiti: proprietà ma non ricercatezza. Non teneva catena d’orologio, ma un semplice cordoncino nero; non usava guanti. Nei suoi viaggi portava sempre filo, aghi e bottoni per eventuali rammendi, e ciò per spirito di povertà. Nulla sprecava. Ricevendo lettere, ne staccava il foglio o parte di esso rimasta in bianco, per servirsene per i suoi biglietti a persone di confidenza. Per portarsi da una parte all’altra della città, quando non andava a piedi, s’accontentava del tram. Nei suoi viaggi a Roma, anche già vecchio e malaticcio, non volle mai saperne della carrozza-letti, ma s’accontentava della seconda classe.
Elle sue mani passarono i milioni, ma nulla si fermò. “Non ho mai cercato il denaro – affermava egli stesso - e il denaro mi è sempre corso dietro”. Era questa una delle sue raccomandazioni ai neo-parroci. Anche nei momenti di maggiore bisogno, sia per il –santuario che per le Missioni, non stese mai la mano ad alcuno. Si serviva all’uopo del Periodico, ma sempre con somma discrezione. Non approvava il chiedere con insistenza: “Certe comunità e certi individui si fanno del danno col loro modo di chiedere, d’insistere, di pretendere. Il popolo li giudica attaccati al denaro e non è più mosso a fare carità”. Non approvava il troppo contrattare: “Non s’addice alla nostra dignità. Se la domanda esorbita, rispondiamo semplicemente che non ci conviene, ma sempre in bei modi”.
Quantunque l’Istituto fosse la pupilla degli occhi suoi, e per quanto necessitasse di denaro, tuttavia l’Allamano non si mostrò mai esclusivista, nel disporre della carità dei fedeli. Un giorno gli si presentò un signore con l’offerta di 500 lire, chiedendo preghiere.
- “Pregheremo – rispose l’Allamano – ma lei non è obbligato a dare le 500 lire”.
- “Ma io, signor canonico, le voglio dare”.
- “Se è così, decida lei sull’impiego della somma”.
- “Ecco, i poveri furono già beneficati; le devolva dunque alle Missioni”.
Era il dialogo d’ogni giorno. Talora l’offerta passava ad altri scopi. Un giorno – ed era già fondato l’Istituto – ricevette l’offerta di 1.000 lire per un’opera buona facoltativa. In quel mentre entrò da lui un parroco per esporgli le ristrettezze in cui si trovava, a motivo della chiesa in costruzione. “Tenga – gli rispose l’Allamano - il Signore me le ha mandate ora”.
E gli consegnò l’intera somma.
In una lettera al Direttore delle Scuole Apostoliche di Mondovì, leggiamo: “Avrei di cuore preferito che i cari alunni, quest’anno, avessero fatto interamente la carità ad altre Missioni. Non dobbiamo essere egoisti e io sento i bisogni di tutti i Missionari”.
Come faro nell’ombra
La carità è figlia dell’umiltà. Farsi tutto a tutti vuol dire dimenticare sé stessi, rinnegare il proprio io. Ora, i propositi particolari dell’Allamano, fin dal seminario e poi sempre, volsero costantemente contro la “superbiuzza”, e ad ottenere di far ogni azione “senza un filo di superbia. Fu l’agone santo in cui esercitò l’anima sua tutta la vita. E vi riuscì.
Si riteneva semplice strumento nelle mani di Dio in tutte le opere di zelo; era la SS. Consolata che faceva sfolgorare la propria potenza per mezzo della meschinità di lui. Prima di mettere mano alla fondazione dell’Istituto, fece un patto col Signore: “che ne impedisse l’attuazione, ove prevedesse che egli avesse ad acconsentire ad un solo pensiero di vana compiacenza”. Ad opera compiuta, era s’ attento a nulla attribuire a sé, da poter candidamente affermare: “Non mi sono mai compiaciuto”. Diceva ancora:
“Piuttosto che commettere un solo peccato di vanagloria, chiedo al Signore che incenerisca tutto quanto abbiamo, qui e in Missione”.
“Sulla bilancia della Giustizia di Dio pesa assai più un peccato veniale, che tutto il bene che si puù fare nel mondo”.
“No, non sono il Fondatore dell’Istituto e non voglio essere chiamato così. Chi fondò l’Istituto è la SS. Consolata”.
“Voi mi chiamate Rettore, ma il primo e vero Rettore è Lui, Gesù: Te Rectore, Te Duce. Io non sono che il suo rappresentante”.
“Voglio poter morire senza aver acconsentito ad un solo pensiero di vanagloria”.
Fargli degli elogi era perciò offenderlo, e col suo rispondere secco e breve invitava a cambiare discorso. Degli onori era schivo, e insegnava che specialmente i sacerdoti li devono fuggire. Non accettò il canonicato se non dopo molte insistenze e quasi per comando dell’Arcivescovo.
Fu sempre alieno dal comparire. Nascosto prima per quattordici anni in seminario, poi per oltre quarant’anni in un angolo appartato del Convitto, non si fece mai notare nelle pubbliche manifestazioni, non comparve mai nelle splendide processioni. In certe più solenni funzioni soleva confondersi coi sacrestani, per non essere notato. Il giorno della Beatificazione del Cafasso, nel pranzo offerto agli Ecc.mi Vescovi e dignitari ecclesiastici, egli occupava l’ultimo posto, quasi inosservato. Fatto è, che dalla maggior parte dei devoti della Consolata egli non era conosciuto che di fama, non di vista, e da molti neppur si nome.
Eppure, fu il sacerdote più influente del suo tempo nell’archidiocesi, quello che lasciò opere più insigni. “Gli è che - osservava bellamente Sua Ecc. Mons. Pinardi – le luci dello spirito si proiettano dall’ombra. Sono come fari giganti che si distendono a illuminare il cielo e quasi non annunciano la sorgente da cui emanano. Il can. Allamano non fu l’uomo, come si dice, in vista. Al pubblico profano che si richiama a titoli e vive di esteriorità, poté sfuggire la sua figura nascosta, quasi ritrosa. Passò la vita fra le mura raccolte dell’antico convento, nel raccoglimento della sua cameretta, segregato, come un monaco, fin pei giovani sacerdoti che si formavano alle direttive della sua intelligenza e del suo cuore. Seppe farsi sentire senza farsi vedere, tutto conoscere, senza quasi interrogare”.
“Abnege!”
Quella del can. Allamano fu una vita essenzialmente mortificata, crocifissa. Non è infatti a credere che nulla gli costasse – a lui sempre malaticcio e così debole da avere emottisi – la somma di occupazioni e preoccupazioni, di cui una sola sarebbe bastata ad esaurire l’attività, a fiaccare le forze fisiche e morali d’un uomo.
E quel farsi tutto a tutti, in tutte le necessità materiali e spirituali, senza mai un diniego, senza risparmiarsi mai, e così ogni giorno, e così per oltre cinquant’anni di ministero sacerdotale.
Fu quell’ammirabile padronanza di sé, per cui non fu visto mai alterarsi o adirarsi, per cui non uscì mai dalla sua bocca una parola amara contro qualcuno. Nemmeno troppo severa; - quella costante serenità d’animo e di volto, per cui nessuno lo vide mai conturbato, affannato, nemmeno nelle straordinarie circostanze, ma sempre calmo e sorridente, sempre uguale Che fosse impassibile? Affatto! Aveva sortito anzi da natura un carattere vivace e pronto, e solo Iddio sa gli sforzi che dovette farsi, la violenza che dovette imporre a sé stesso per riuscire in un sì prefetto dominio di sé; carattere, atti, parole. Ora tutto questo costa alla natura. È il juge martirium delle anime anelanti alla santità; martirio nascosto agli occhi degli uomini, ma tanto più prezioso agli occhi di Dio. diceva un giorno: “Non è male avere un cuore sensibile. Anch’io sono così, sento tanto; molte volte avrei desiderato avere un cuore un po’ duro. Ma no, meglio così, e son contento che sia così…”. Contento di avere motivo di lotta e di sofferenza, di vittoria e di (...)
La croce delle sofferenze intime, quelle che martoriano il cuore e lo spirito, non gli mancò dunque. Scriveva un giorno a una persona confidente: “Certamente, se avessi predisposizione a malattia di cuore, a quest’ora sarei già morto. In quarant’anni dacché sono alla Consolata, ne ho viste e sofferte delle cose!… E quello che mi fa soffrire di più sono le ingratitudini. Talora era tanto il dolore, che mi veniva sangue alla bocca. Ciò durava pochi giorni, s’intende; ma è tanto per dire. E nessuno lo seppe mai. Dopo la Comunione me ne stavo con Gesù, ai piedi della SS. Consolata, e lì s’aggiustava tutto”.
Ed in altra lettera: “Quante volte nella mia vita, quando mi trovavo solo, senza avere con chi sfogare le pene del cuore, andavo a Gesù! egli mi consolò sempre, rendendomi sempre meno desideroso di altri consolatori”. La sua preghiera, in questi momenti di maggiore sofferenza, era di ripetere con gli occhi rivolti al cielo: “Dio solo, Dio solo, Dio solo!”, e affermava di trarne immediato conforto e nuova forza.
Ma anche il rinnegamento di sé, nelle mortificazioni dei sensi, egli l’abbracciò in pieno. La vita comune fu per lui una continua penitenza, cominciando dalla levata per tempo al mattino, mentre sappiamo che s’attardava la sera a tavolino, né poteva prendere sonno che molto tardi. Ammetteva che lui che do lavoro se ne faceva più di notte che di giorno, onde essere, lungo il giorno a disposizione di quanti lo richiedevano. E tutta via mai che si concedesse un riposo più prolungato, tranne il caso di malattia. S’alzava alle cinque, d’inverno; alle quattro e mezza d’estate.
Era questa – dell’adempimento del proprio dovere – la prima mortificazione che imponeva a sé e suggeriva agli altri: “State all’orario, non guadare i propri comodi, sopportate le persone moleste al confessionale o in sacrestia, un po’ di raccoglimento, moderare la voce, più di pazienza col personale: tutte cose che mortificano la natura e attirano le benedizioni di Dio sul nostro ministero”.
Poi ancora le mortificazioni esterne, conforme all’insegnamento di Gesù e alla pratica dell’Apostolo: “Castigo corpus meum”. Su questo punto l’Allamano era esplicito. Lamentava assai, che ai nostri giorni, non si volesse più sentire parlare di mortificazioni esterne corporali, come cose da anacoreti o non più confacenti alle deboli costituzioni d’adesso. E ammoniva:
“Voi, miei cari, non la penserete così. Sì. Prima la mortificazione interna, ma poi anche le mortificazioni esterne corporali”.
“Come missionari, avete bisogno di grande santità ed anche di grazie straordinarie, che solo otterrete con grandi sacrifici, anche corporali”.
“Credetemi: lo consolazioni del missionario non si ottengono che con molta penitenza”.
“Sbaglia assai chi crede di convertire le anime e anche fare miracoli senza mortificazioni corporali: sia nel dormire, che nel magiare, e in tutto”.
“Un missionario che non abbia lo spirito pratico di mortificazione, è un missionario nullo”. “Dovete acquistare fin d’ora l’abito della mortificazione, sicché a suo tempo siate poi capaci di sacrifici più grandi ed eroici”.
Precedeva egli con l’esempio. La sola sua presenza – dal modo di stare seduto senza mai appoggiarsi, alla compostezza di tutta la sua persona; dagli occhi sempre modesti, al negarsi ogni sollievo, anche solo un predellino sotto i piedi nel rigido inverno – tutti insomma il suo contegno era per noi efficacissimo esempio di mortificazione.
La tavola stessa gli era una continua penitenza. Per gli incomodi di salute, avrebbe avuto bisogno di nutrimento speciale, ma non lo volle mai, eccetto negli ultimi anni per obbedire ai dottori. La sua cena consisteva per lo più in un po’ di brodo e mezzo bicchier di vino, e ciò dopo una giornata di logoranti fatiche. Era davvero un miracolo come potesse tenersi in piedi e lavorare a quel modo.
Soffriva forti emicranie, , che gli sfiguravano persino il volto. Si chiudeva allora in camera, e se ne stava solo, senza prendere cibo l’intero giorno, e talora anche due giorni di seguito. Ne usciva poi fisicamente disfatto; eppure, senza concedersi un’ora in più di riposo, riprendeva subito la vita comune e le ordinarie occupazioni.
Crediamo di poter affermare che usava anche penitenze straordinarie. Certo ne faceva grandissima stima. Diceva:
“Ci vuole. Sì. Prudenza e consiglio per non danneggiare la salute, e anche per certe eccessive sensibilità spirituali; ma d’altra parte non bisogna deridere le grandi penitenze: cilici, discipline, ecc., dicendole cose del medioevo. Non lo sono affatto, esse si praticano ancora oggi.
“In comunità non bisogna farle senza consiglio dei superiori; se poi non siamo capaci di tanti, almeno bisogna tenerle nella stima che meritano.
“La pratica della disciplina e del cilicio aiutano a correggersi e a perfezionarsi.
“È preferibile la disciplina quando è possibile; l’uso del cilicio sia solo di qualche opra, ed una o due volte la settimana, e non dopo il cibo”.
Un giorno, dopo averci mostrato le catenelle già usate dal Santo Cafasso, ce le fece baciare e le baciò lui stesso con grande trasporto di fede, dicendo: “Eh, per farsi santi e salvare anime, qualcosa bisogna pur fare. Sine sanguinis effusione non fit remissio!”.